Il culto che il Signore desidera

Questa mattina la Chiesa mi ha fatto leggere nel breviario questa pagina di san Giovanni Crisostomo, uno dei padri della Chiesa, pagina che trascrivo. Sono stato felice di ritrovare questo scritto perché mi ha riconfermato nella mia profonda convinzione, che ho da sempre, che Dio desidera da noi, suoi figli: solidarietà e servizio ai poveri, piuttosto che riti sontuosi ed elucubrazioni teologiche. La fede che piace a Dio è l’amore.

Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre -per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: «Questo è il mio corpo», confermando il fatto con la parola, ha detto anche: «Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare e ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, non l’avete fatto neppure a me». Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura.

Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l’onore più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi. Così anche tu rendigli quell’onore che egli ha comandato, fa’ che i poveri beneficino delle tue ricchezze. Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro.

Con questo non intendo certo proibirvi di fare doni alla chiesa. No. Ma vi scongiuro di elargire, con questi e prima di questi, l’elemosina. Dio infatti accetta i doni alla sua casa terrena, ma gradisce molto di più il soccorso dato ai poveri.

Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d’oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l’affamato, e solo in seguito orna l’altare con quello che rimane. Gli offrirai un calice d’oro e non gli darai un bicchiere d’acqua? Che bisogno c’è di adornare con veli d’oro il suo altare, se poi, non gli offri il vestito necessario? Che guadagno nericava egli? Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d’oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe o piuttosto non si infurierebbe contro di te? E se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce?

Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell’edificio sacro. Attacchi catene d’argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò mentre adorni l’ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questi è un tempio vivo più prezioso di quello.

04.09.2013

L’uomo, questo sconosciuto

Questa settimana, non so per quale motivo, sono risaliti alla mia memoria dei ricordi che mettono a fuoco la difficoltà di conoscere l’uomo nel suo profondo e nella sua autenticità.

Lessi, tanti anni fa, uno studio di uno scienziato di un certo spessore scientifico, Alexis Carrel, che aveva come titolo: “L’uomo, questo sconosciuto!” E’ affascinante scandagliare la psicologia dell’animo umano, ma è difficile! Da tantissimi anni ho fatto mia un’affermazione di Raoul Follereau, l’apostolo dei lebbrosi, il quale, coerente alla sua scelta di vita, affermò: «Io ho tanti fratelli e tante sorelle quanti sono gli uomini e le donne che abitano in questa terra!». In realtà la vita di questo testimone è stata veramente coerente a questa scelta perché ha dedicato tutta la sua esistenza a favore dei lebbrosi. Per me, però, l’aver fatto questa scelta non significa che vi sia stato sempre coerente.

Comunque torno sul discorso del mistero dell’uomo “questo sconosciuto”, perché sono stato sollecitato tempo fa, a ripensare a questo problema, dall’incontro con una mia vecchia parrocchiana che ha perso il marito, persona che io conoscevo molto bene. Questa donna, ormai sessantenne, era veramente innamorata del suo uomo e lui pure, credo, che nel profondo del suo spirito, ricambiasse questo sentimento, però sono certo che durante i suoi trent’anni di matrimonio non sia mai riuscito a dire a sua moglie “ti amo”. E lei è vissuta, e vive ancora, questo dramma che l’angoscia.

Penso che a quest’uomo mancassero gli strumenti per esprimere la ricchezza del suo cuore. Rimasto orfano in tenera età, era cresciuto in collegio; adolescente, fu adottato da due coniugi che non l’hanno amato, ma l’avevano adottato solamente per garantirsi un’assistenza per la loro vecchiaia. E’ più frequente di quanto non si possa immaginare il fatto che l’uomo manchi di strumenti per far emergere il meglio della sua umanità.

Don Milani sottopose i suoi ragazzi ad un tipo di scuola “massacrante” perché era convinto che solamente offrendo loro cultura avrebbe permesso loro di essere cittadini liberi, responsabili delle sorti del Paese. Don Milani aveva più che ragione! Credo che la stessa cosa sia più che mai necessaria per quanto riguarda i sentimenti. Ho l’angoscia quando penso com’è costretta a crescere quella folla sterminata di bambini di famiglie sfasciate, tra genitori in eterno conflitto, in ambienti nei quali non c’è nulla di sicuro, in cui i sentimenti galleggiano costantemente.

Se la nostra società non tenterà di rilanciare il modello più sano e più vero di famiglia, avremo un domani di creature insicure, incapaci di fare scelte belle e definitive e di dare e di ricevere il vero amore.

04.09.2013

Dietro la maschera

Oggi sono costretto a fare un discorso che di primo acchito potrebbe sembrare in netta opposizione a quello che ho fatto ieri quando mi sono messo in guardia e ho messo in guardia i miei amici verso certi nominalismi dietro i cui nomi nobili ed altisonanti si nascondono bassezza d’animo, cattiveria, meschinità, tornaconto personale e prepotenza. La mentalità e il comportamento degli italiani sono pieni di un certo populismo, di un certo legalismo e di una certa cultura che non ha supporti umani, razionali e morali seri e consistenti.

Oggi però sono costretto a mettermi in guardia da certi giudizi affrettati in cui è facile cadere. Talvolta un volto poco gradevole, un modo di fare troppo sicuro di sé ed un comportamento un po’ fuori dalla norma, porta facilmente ad emettere un giudizio affrettato, leggero, che mortifica ingiustamente una persona e può farla soffrire.

Io ho avuto in un passato molto lontano una amara lezione a questo riguardo, però qualche giorno fa ci sono ricaduto e questo mi addolora e mi mortifica. Insegnavo allora alle magistrali e in una certa classe avevo un alunno di diciassette anni che occupava un banco in fondo alla classe e disturbava in maniera seria: era irrequieto, disattento, talmente indisciplinato che ero costretto a richiamarlo continuamente. M’ero fatto decisamente una brutta impressione, lo ritenevo svogliato, fannullone e poco educato. Senonché un giorno, durante la pausa fra un’ora e l’altra, mi si accostò e mi disse: «Don Armando, perché lei ce l’ha con me?». Io risposi che il motivo era la sua indisciplina che disturbava la classe e mi faceva faticare più del necessario. Al che, con gli occhi un po’ lucidi, mi disse che aveva la mamma in ospedale da due mesi, che in casa niente più funzionava a dovere e suo padre era particolarmente irritabile. Mi chiese scusa, e per i due anni che lo ebbi come alunno, fu irreprensibile e di condotta esemplare. E pure adesso, a distanza di tanti anni, mi tratta con affetto e riconoscenza.

Rimasi male, perché dovevo essere io, più anziano ed insegnante, ad accostarlo personalmente, per rendermi conto della condizione di disagio in cui viveva, non il ragazzo ancora adolescente. La lezione mi giovò assai, tanto che prima di emettere un giudizio ci penso non una volta, ma molte di più.

Qualche giorno fa però, mi capitò pressappoco la stessa cosa non con un ragazzo ma con una persona in età. Anche in questo caso sono venuto a conoscenza dello sfascio della sua famiglia, del fallimento a livello professionale, e ho capito quindi che il mio giudizio era poco nobile, perché quell’uomo aveva bisogno più di comprensione e di conforto che di un rifiuto e di biasimo.

Dietro la maschera fittizia si possono fare le scoperte più sorprendenti. Talora v’è meschinità dietro a certi volti contrassegnati da perbenismo, talaltra invece dietro a certe maschere di abiezione si trova qualcosa di ancora bello e sano. Il dolore purifica, però spesso costringe a smorfie che ingannano.

03.09.2013

Gli italiani alla scuola di Barbiana

Monsignor Vecchi è stato un insegnante di storia della filosofia, ma soprattutto di filosofia scolastica. La scolastica è la filosofia che ha come pilastro portante Tommaso d’Aquino e come teorema di fondo che l’uomo non solo tende, ma può raggiungere la verità e quindi arrivare alla scoperta dell’esistenza di Dio, che fede e ragione sono complementari e soprattutto che vi sono delle verità certe ed assolute.

Il mio vecchio insegnante, durante le lezioni di questa materia, che è rimasta l’ossatura di tutto il mio impianto di pensiero, spesso insisteva sul nominalismo, ossia sull’uso di termini e di affermazioni teoriche che denunciano una certa verità, ma che dietro hanno invece sostanza ben diversa. E’ stato questo un concetto che mi ha aiutato molto a non lasciarmi incantare da certe parole “magiche” le quali, in realtà, hanno dei contenuti ben diversi da quello che il termine fa apparire.

Pittigrilli, un autore ora dimenticato, ma che a me ha fatto del bene, diceva con un’altra immagine: “Vi sono dei paraventi pieni di fascino, che però nascondono la peggior specie di sozzure e quanto più questi paraventi sono sublimi, tanto più sono tristi, deludenti e spesso infami le realtà che nascondono”. Quanto sono belle e piene di fascino le parole: amore, giustizia, democrazia, Patria, libertà ed altre ancora, e quanti delitti, soprusi, soperchierie, egoismi, sopraffazioni, arroganze esse hanno nascosto dietro di loro.

I peggiori figuri dell’umanità da sempre si sono serviti di queste parole per nascondere la loro brama di potere, il loro despotismo. Perfino nella Chiesa vi sono ancora parole-paravento, come ad esempio: obbedienza, sacralità, proselitismo, autorità, che però nascondono qualcosa di certamente meno nobile e meno evangelico.

Sto rileggendo, dopo molti anni, “La lettera ai giudici” di don Lorenzo Milani, a difesa dell’obiezione di coscienza, ma soprattutto tutta tesa a mettere a nudo certe posizioni ufficiali recepite dalla tradizione come valori sublimi ed assoluti, mentre in realtà sono bolle iridate che alla puntura di uno spillo di un prete intelligente e libero si dissolvono nel nulla.

Mentre leggo, con una certa voluttà, le argomentazioni che don Milani fa ai giudici, mi ripeto, quasi ad ogni riga: “L’Italia avrebbe assoluta necessità del `maestro di Barbiana’, che insegnava 14 ore al giorno facendo riferimento alla Bibbia, alla costituzione, ma soprattutto alla coscienza.

02.09.2013

Sono finalmente con la Bonino

Dai radicali mi divide l’oceano; pur ammirando la loro intraprendenza, la determinazione, l’intelligenza e lo spirito di sacrificio con le quali portano avanti le loro tesi, rifiuto in maniera categorica certo spirito anticattolico e libertario che li anima. Mentre sono con loro sul problema della giustizia, delle carceri, degli aiuti al terzo mondo, sul diritto alla libertà di coscienza che lo Stato deve garantire a tutti, sulla non violenza e su una certa economia di mercato pur mitigata dall’attenzione verso le classi più deboli. Detto questo, quando Letta ha scelto la Bonino come ministro degli esteri, sono stato contento perché lei è una donna preparata che poi non ha peli sulla lingua.

Da qualche giorno però la sto tenendo d’occhio particolarmente, di certo non per la sua avvenenza femminile, ma sul problema dell’intervento militare in Siria. Ancora una volta ho avuto modo di criticare la grandeur dei francesi e l’imperialismo atavico degli inglesi e sono veramente preoccupato per i tentennamenti di Obama il quale, nonostante le catastrofiche batoste che gli americani hanno subito in Vietnam, in Irak ed in Libia, sarebbe tentato di intervenite, pur mettendo in sicurezza i suoi soldati ma facendo piovere bombe e razzi sui poveri abitanti della Siria che di massacri e di rovine ne hanno avute e ne hanno al disopra di ogni possibile sopportazione.

Sto attento alle prese di posizione della Bonino, che penso voglia svicolare con il pretesto e la speranza che l’ONU non possa intervenire a motivo del veto dei russi.

Di certo mi sarebbe piaciuto che avesse detto fuori dai denti ai francesi, agli inglesi e agli americani: «Non contate su di noi, neppure per le basi che avete in Italia; noi siamo per la non violenza e per trovare ad ogni costo a tavolino e politicamente una soluzione per la tragedia siriana. Già me la sono legata al dito con Letta e il suo governo per la faccenda dei quindici miliardi di euro spesi per comperare i cacciabombardieri! Chi crede ancora nella forza delle armi appartiene al passato, alla barbarie, all’inciviltà! I nostri bambini non dovranno neppure più conoscere certi termini che non darebbero più corso nel nostro Paese, come: guerra, bombe, fucili!

E’ tristissimo sapere che i siriani si stanno scannando tra loro e stanno distruggendo le case della loro gente, però sarebbe ancora più triste se diventassimo, pure noi, gli artefici anche di un solo morto o della distruzione di una sola casa.

01.09.2013

Tra l’antologia e la produzione diretta

Durante la settimana, man mano che si presentano alla mia attenzione fatti, problemi, personaggi, annoto sulla mia agenda quello che a me pare il “nocciolo” di un discorso su cui prendere posizione per offrire ai miei amici una lettura di questo evento che a me pare valida e positiva. Normalmente compilo un indice di argomenti dei quali prendo nota. Alcuni di questi col passare dei giorni sbiadiscono e non mi paiono più così importanti come pensavo al primo impatto, mentre altri rimangono vivi e palpitanti.

Quasi sempre questi argomenti nascono dalla lettura dei molti periodici sia settimanali che mensili che normalmente seguo. Di primo acchito sarei tentato di strappare la pagina o fotocopiare l’articolo; spessissimo son pezzi ben fatti, argomentati e trattati da scrittori, o meglio giornalisti, quanto mai bravi ed intelligenti, per cui sono tentato di offrirli così come li ho letti perché mi dico: “Se mi sono piaciuti e se mi sono sembrati importanti, perché non dovrebbero essere tali anche per la mia gente?”. Poi ogni tanto mi ricordo di una stroncatura feroce del direttore di un settimanale che apprezzo e al quale do una scorsa ogni settimana, il quale, riferendosi a “L’Incontro” l’ha definito “un giornaletto scopiazzato”. Allora mi sento in dovere di fare un’analisi o una critica personale sull’argomento che mi pare importante, ma ciò mi costa alquanto e sono portato sempre a pensare, io stesso, che “l’erba del vicino è molto più verde di quella del mio giardino”. Così, quando l’argomento mi interessa molto e mi pare importante per la società in cui vivo, mi sobbarco la fatica, rimanendo però quasi sempre scontento di quello che ho scritto e ritenendolo meno valido di quello che giornalisti di professione riescono a fare.

Non sempre però questa scelta mi convince fino in fondo, perché sui giornali e le riviste, tra tante notizie e discorsi fumosi, inconsistenti e sbrodolosi, mi pare di scoprire di frequente delle vere chicche che sarebbe opportuno rioffrire così come le ho scoperte, senza togliere o aggiungere nulla tanto mi paiono valide.

A sostenere questa seconda soluzione, tanto più comoda della prima, c’è l’esperienza di una rivista genovese, alla quale sono abbonato da molti anni: “Il segno”, i cui redattori non fanno altro che assemblare, in maniera intelligente e seguendo un argomento prefissato, quanto essi selezionano dalle loro letture.

Di questo espediente mi sono spesso servito per l’editoriale, ma specie per il diario. Finora non ho trovato ancora la formula e quindi, almeno per ora, continuo la mia fatica e soffro della mia delusione per i risultati poco brillanti benché mi senta incoraggiato da tanti consensi che mi giungono dai lettori.

01.09.2013

Lui è il Maestro!

Una volta ancora ho scoperto che quando leggo la Bibbia ed incontro una presa di posizione di Gesù che è in linea con quanto penso, sono molto contento. Ritengo anche che sia quanto mai giustificata la soddisfazione d’aver fatto centro nella mia ricerca. Il guaio è che sono quasi portato a pensare: “Guarda, anche Gesù la pensa come me”, quasi che io fossi il maestro e Gesù il discepolo che viene a lezione.

Talvolta però mi trovo quasi in imbarazzo e sarei tentato di forzare il senso di un discorso di Cristo, quando esso risulta diverso dal mio pensiero, per adattarlo al mio.

Ho riflettuto su questo argomento domenica scorsa, quando la Chiesa mi ha offerto come lezione la parabola della “pecorella smarrita”. Alla prima lettura mi venne da pensare che il paragone offertomi da Gesù non teneva, non era razionale, quindi ci doveva essere dentro qualcosa che non funzionava. Chi mai infatti potrebbe approvare il pastore che abbandona il suo gregge per rincorrere una pecora scervellata, irrequieta, non soddisfatta del trattamento della sua guida e del suo protettore.

Di primo acchito mi venne da pensare “qui c’è qualcosa che non va”, come quando, solamente qualche giorno fa, papa Francesco, che nonostante debba prendersi cura di un’infinità di popoli devoti finisce per rubar loro la sua attenzione per impegnare almeno due, tre ore per scrivere ad Eugenio Scalfari. Anche lui, Scalfari “pecorella che ha abbandonato il gregge in cui è nato e s’è cacciato in un ginepraio di scelte suggeritegli da quella cultura illuminista del secolo scorso che pensava di saper tutto e quindi di non aver più bisogno di Dio. Eppure anche il comportamento del Papa sembrava illogico e poco razionale!

Dopo essermi spremuto le meningi per molto tempo, finalmente ho capito che Cristo è il maestro, che è lui che conosce cos’è veramente l’amore e come lo deve giustamente impiegare. Quindi non sono io, pivellino che si rifà a pivellini come me, a stabilire come vada impiegata la nostra capacità d’amare. La vera razionalità la conosce e ce la insegna solamente il Signore, e non possiamo essere noi, spesso discepoli somari, a pretendere di insegnare a Dio sapiente come ci si debba comportare in queste cose.

Ed ho ancora imparato che Papa Francesco non ha perso tempo a scrivere a Scalfari “pecorella infedele e scappata di casa”. E che l’ha fatto solamente perché è un discepolo di Gesù da dieci e lode, mentre io, e chi la pensa come me, meritiamo al massimo un due o poco più, perchè nonostante tutti gli “anni ripetuti”, non abbiamo ancora imparato la lezione fondamentale su come il cristiano deve amare.

18.09.2013

Scalfari

Non leggo “Repubblica”, ma tre giorni fa, appena il quotidiano è arrivato in edicola, qualcuno s’è premurato di farmelo avere per indicarmi la “corrispondenza” tra Eugenio Scalfari e Papa Francesco.

Ho letto le due pagine che questo giornale di impronta laico-socialista vi ha dedicato con grande rilievo. Non sapevo dei due articoli con i quali Scalfari aveva interpellato il nuovo Papa ed ho letto prima il sunto che il giornale fa perché i lettori possano capire le risposte del Papa. Poi qualcuno me li ha tirati fuori da Internet, quindi ho avuto modo di conoscerli per intero.

Scalfari è stato il brillante giornalista di sempre e il laico che ne ostenta immancabilmente il distintivo. Non voglio qui soffermarmi sui contenuti delle due lettere di Scalfari e la risposta del Papa. Essi sono impregnati di cortesia, rispetto e soprattutto di affettuosa cordialità. Voglio soffermarmi invece su questo evento in linea con l’indirizzo pastorale del nuovo Papa che privilegia le persone ai princìpi e alle istituzioni, e di Scalfari che, nonostante le sue dichiarazioni formali, è un uomo in ricerca e, a parer mio, almeno con un piede, è quasi approdato sulla sponda della fede.

Già avevo capito, dalla lettura del volume che riporta i suoi dialoghi col cardinal Martini, questo suo bisogno di assoluto, ora ha avvertito che poteva continuarlo con Papa Francesco, perché lui è un uomo da Vangelo, che non solamente ha letto le parabole della pecora smarrita e del figliol prodigo, ma le vive nel suo quotidiano.

Di certo anche il vecchio Scalfari, pur impregnato di una cultura illuminista, arriverà alla casa del Padre perché è troppo intelligente e troppo onesto per non farlo.

Tantissimi anni fa ho conosciuto la vicenda simile di un altro brillante ed acuto giornalista che scriveva su “Epoca”, Augusto Guerriero, che si firmava con lo pseudonimo di Ricciardetto. Ricciardetto scriveva di politica, di costume, di cultura, ma spesso sembrava attratto profondamente, come Scalfari, dalle tematiche religiose. Ricordo un suo splendido articolo intitolato “Quesivi et non inveni”, ho cercato Dio, ma non l’ho trovato. Però venni a sapere che alla fine era approdato, anche formalmente, alla fede.

Scalfari, pur dichiarandosi ateo, già confessa che è fortemente interessato da Gesù di Nazaret e dal suo messaggio. Questi spiriti liberi, ma amanti della verità, a mio umile parere, fan già parte “dell’anima della Chiesa”, come si diceva un tempo, perché i contenuti profondi del loro pensiero sono del tutto conformi alla sostanza del messaggio di Gesù.

Per fortuna loro e nostra vi sono ancora nella Chiesa preti che la pensano come “il pastore della pecorella smarrita” o del padre del prodigo.

17.09.2013

Non basta più l’innocenza

Io devo fare uno sforzo in più dei nostri giovani preti perché ho ricevuto un’educazione ormai datata che di certo aveva i suoi pregi, ma altrettanto certamente, aveva i suoi limiti.

Qualche giorno fa ho avuto un incontro, assieme ad alcuni amici collaboratori, con l’assessore della Regione Remo Sernagiotto. Il motivo dell’incontro era il desiderio e il bisogno di un franco confronto sul progetto della Fondazione di dar vita ad una struttura che risponda alle problematiche del disagio abitativo per certe categorie di persone; ad esempio padri o madri separati, disabili desiderosi di indipendenza, giovani fidanzati che non possono sposarsi per difficoltà finanziarie, lavoratori fuori sede, famigliari dei degenti in ospedale, vecchi preti ed altri ancora. Il nostro sogno è quello di creare una soluzione assolutamente innovativa, perché diventi provocazione per l’ente pubblico e per la società e crei una nuova e più avanzata cultura in questo settore.

Assessore, architetti, collaboratori hanno aperto il confronto dandosi immediatamente del tu. Io sono rimasto imbarazzato quanto mai, tanto che Sernagiotto dovette provocarmi dicendomi: «Se non mi dai del tu, anch’io sono costretto a darti del lei!». Oggi ho capito che il confronto deve avvenire a tutto campo, deve avvenire un po’ alla pari, senza reticenze e con estrema franchezza.

Ci trovammo subito d’accordo nel constatare che i vecchi schemi abitativi sono ormai del tutto sorpassati e che si devono trovare strade nuove per socializzare e per creare supporti umani più autentici. Una volta ancora il confronto apre le porte al dialogo e ad una sinergia oggi assolutamente necessaria.

Mentre il discorso procedeva spedito, scorrevole, collaborativo e franco, mi veniva da pensare alle nostre parrocchiette arroccate dietro i loro confini, il loro linguaggio, i loro schemi mentali e ai relativi parroci; anche i più pii e i più zelanti sono chiusi nelle loro chiese, nei loro patronati e nelle loro canoniche, con una forma di spiritualità, devota si, ma anche avulsa dalla vita, una realtà nebulosa con un’idea di dottrina sociale della Chiesa, tagliata fuori dal mondo. Questo tipo di cristianesimo sa ormai di muffa, s’avvia alla sterilità, sia da un punto di vista umano che sociale e pure religioso. Il cristianesimo che si arrocca dietro lo steccato, che non osa uscire dalla trincea, che non si sporca le mani con le nuove idee, la nuova sensibilità, lo stile di vita e cultura d’oggi è destinato all’asfissia o comunque a non crescere e a non contribuire affatto al domani.

Don Milani ebbe a questo riguardo una frase fulminante: “a che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca?” E Gaber, che sta su una sponda opposta, ma altrettanto significativa e provocatoria: “Vivere è partecipare!”.

Sono tanto vecchio, ma per fortuna sento ancora il desiderio e il bisogno di stare sulle barricate!

16.09.2013

Un’appendice necessaria

Cinque, sei anni fa, entrando in una chiesa di Mestre, dopo aver riverito nostro Signore, andai come faccio sempre, a curiosare sul banco stampa, almeno quando c’è. Chi ha un pizzico di esperienza sulle cose delle parrocchie, guardando quello che c’è su quel banco, si rende immediatamente conto dello spessore pastorale di quella comunità. Sono convinto che uno sguardo, benché rapido e sommario, fa capire meglio di una visita pastorale del vescovo, il tenore pastorale di una parrocchia.

In quella occasione, non trovai il bollettino – così sono comunemente chiamati i periodici delle comunità cristiane; trovai invece un opuscolo che riportava le preghiere del mattino e della sera. In verità era povero il contenuto e più povero il contenitore. Comunque quel libriccino mi riconfermò nella mia convinzione che i fedeli dai 30, 40 anni in giù non pregano più, anche perché non conoscono più alcuna formula di preghiera. Oggi al catechismo spesso si disegnano cartelloni o si fanno recite, ma spesso non si imparano più neanche le preghiere più elementari.

Partendo da quel reperto, memore del catechismo di san Pio X, che fu il testo della mia prima formazione religiosa, raccolsi le preghiere del mattino e della sera, e delle nozioni fondamentali della nostra religione, in un opuscolo. Gli misi in copertina un’immagine sacra con sotto il titolo “Libro delle preghiere e delle fondamentali regole morali per i cristiani”. Stilai una brevissima prefazione e in 18 paginette offrii il libretto ai cristiani di Mestre come “la scatoletta viveri per la sopravvivenza spirituale”. La cosa, insperatamente, ebbe un enorme successo. Attualmente siamo arrivati alla ventesima edizione ed avremo stampato finora venti-trentamila copie.

Da qualche tempo però mi pare di aver capito che sarebbe opportuno e doveroso stampare anche un’appendice a questo libro di preghiere e di verità cristiane, aggiungendo ai comandamenti, ai precetti, ai sacramenti, alle virtù teologali e cardinali e a tutto il resto, una serie di virtù e di valori umani che sono maturati pian piano nella nostra società, forse figliando dalla radice cristiana. Sono valori e virtù di cui il cristiano d’oggi non può assolutamente fare a meno, perché si metterebbe in un binario morto, abbandonato, su cui non passa il grande traffico umano, senza il quale il cristiano d’oggi non sarebbe compreso.

Purtroppo queste nuove virtù e valori non sono reperibili nei testi oggi in commercio; di certo non nei testi di teologia su cui ho studiato io mezzo secolo fa. Perciò tento di buttar giù una prima bozza in attesa di passare ad una sistemazione più seria di questi valori e di queste virtù.

Oggi certamente l’uomo religioso deve tener conto di realtà come queste: la lealtà, la veridicità, l’indole democratica, la fierezza dei convincimenti, il ripudio dei paternalismi, la fiducia nella ragione, lo spirito critico, la spontaneità affettiva, il primato della coscienza, l’anelito assoluto alla libertà, la partecipazione alla costruzione della società, la non violenza, la solidarietà, la tolleranza, l’accettazione del diverso, la coscienza del limite, un certo spirito laico.

Mi auguro di trovare qualcuno che mi aiuti a dare sistemazione a quest’amalgama di cui si nutre e di cui ha bisogno l’uomo d’oggi.

16.09.20113

“NO TAV” per tutti o per nessuno!

L’anno scorso dovevo celebrare un funerale a Carpenedo perché un vecchio parrocchiano aveva chiesto che fossi io ad accompagnarlo e presentarlo al giudizio finale di nostro Signore, dato che per ben 35 anni ero stato il suo parroco. Non ricordo per quale motivo avevo fatto tardi e non trovai di meglio, per parcheggiare la macchina, che sistemarla a 10-15 metri dall’imbocco di via Goldoni. Uno dei rarissimi vigili che girano dalle nostre parti mi appioppò la multa. Non c’è stato niente da fare, dovetti pagare 70 o 90 euro, non ricordo.

Qualche giorno fa un addetto alle pompe funebri – sono queste le persone che ora frequento – mi raccontò che per aver toccato appena con la ruota la fascia bianca dello stop, si è beccato duecento euro e la perdita di non so quanti punti. Da quel discorso immaginai che anche a me, per quella multa in sosta vietata, di certo erano stati tolti dei punti. Io però non lo venni a sapere perché detesto le formule da Franceschiello che i burocrati usano nelle loro comunicazioni. Abbiamo infranto la legge e ben ci sta la multa!

In questi giorni però – ma è da un paio di anni che questa manfrina continua – la televisione ci ha ripetutamente informato della guerriglia dei “NO TAV”: macchinari bruciati, reti divelte, armi sequestrate, le strategie usate nei loro attacchi! Da quel che mi risulta non credo che finora abbiano messo dentro più di una decina di “nemici della Patria”, di “ribelli”, né che alcuno sia stato condannato a dieci, vent’anni di reclusione o a pagare qualche centinaio di migliaia di euro, perché i danni sono di certo superiori a queste somme.

Io vengo dalla campagna e so di essere ingenuo ed ignorante; forse per questi motivi non riesco a capire perché i nostri governanti abbiano mandato all’estero i nostri soldati. Forse perché temevano che si annoiassero a stare in caserma ad oziare, a giocare a carte o alla guerra? Forse per questo li hanno mandati nel Libano, in Kosovo e in Afganistan, pur sapendo che gli sarebbero costati diecimila euro al mese?

Allora perché non ne hanno inviato due, tre reggimenti in val di Susa ad impedire che la teppaglia impedisca agli operai di lavorare in pace? Risparmiando così anche l’alto costo della trasferta?

Talvolta mi chiedo se sono proprio del tutto rincitrullito, non riuscendo a capire le logiche dei nostri governanti. Se ci hanno pensato tanto per la TAV ed hanno deciso che l’opera si deve fare, la facciano fare! Se invece devono tener conto dei capricci di qualsiasi cittadino, allora ne avrei anch’io qualche decina e forse più di desideri da pretendere di essere accontentato!

16.09.2013

Lettera aperta

In questi giorni, in occasione delle tristi vicende di Berlusconi, si fa un gran parlare della sovranità della legge, come valore assoluto e come dovere sacro da parte di tutti di accettarla con assoluta fiducia e ottemperare senza tanto discutere.

Più volte ho affermato e torno ad affermare che non sono un fedele devoto di questo idolo che oggi, almeno apparentemente, pare abbia tantissimi fedeli. Spero, anzi credo, che questo mio modo di ragionare abbia il supporto di “Qualcuno” che è il massimo esperto in materia. Gesù infatti sentenziò: “Non l’uomo è fatto per il sabato, ma il sabato è fatto per l’uomo”, che, tradotto fedelmente in lingua corrente, significa: l’uomo non è fatto per un’osservanza assoluta alla legge, ma la legge deve essere al servizio dell’uomo.

Siccome mi pare che in Italia le cose non si rifacciano ai princìpi di fondo della nostra fede, ho deciso di “scrivere” una lettera aperta ai responsabili della vita della nostra Patria. Eccovi l’indirizzo e il testo relativo.

“Illustrissimo signor presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed illustrissimo presidente del Governo Enrico Letta – Roma.
Si dice da sempre che il nostro Paese, l’Italia, è una grande famiglia della quale voi siete i responsabili e che ogni cittadino deve concorrere per le spese comuni con il suo contributo (che normalmente si chiama tasse e imposte). Questo lo ritengo, come voi, giustissimo. Però, se le cose stanno così, ogni membro della nostra grande famiglia ha diritto e dovere di chiedersi quali siano le spese per le quali chiedete il contributo e come vengono spesi i soldi che voi ci chiedete, anche, purtroppo, con eccessiva arroganza. Perché, se tutti dobbiamo pagare, è altrettanto giusto che noi possiamo dire le nostre ragioni e quindi comportarci in merito alle vostre risposte e alle vostre scelte.
Ora, qualche giorno fa, ho sentito che all’ultimo magistrato che ha giudicato Berlusconi voi date venticinquemila euro al mese. Vi pare giusto, quando la media degli italiani percepisce poco più di mille euro al mese?
La stampa ci ha informati che un mese fa avete speso – io direi meglio sperperato – quindici milioni di euro in aeroplani da combattimento. Vi pare giusto? Ancora la stampa ha scritto che l’Italia paga un numero di generali tale che potreste piazzarne uno ogni chilometro della costa d’Italia. Vi pare giusto?
Potrei continuare per molte pagine di seguito indicandovi sperperi del genere. Non lo faccio perché un giornalista assai noto di questi sperperi ne ha riempito un libro intero. Vi indico il titolo: “La Casta”. Lo trovate in ogni libreria!
Ora è giusto che i cittadini, tutti i cittadini, paghino le tasse, ma è altrettanto giusto che voi non sperperiate in maniera così disumana i soldi che la gran parte degli italiani deve tirar fuori dal suo misero stipendio.
E’ inutile che qualcuno tenti di nascondersi dietro la foglia di fico: “è la legge!”. Io faccio il confessore, ma non potete pretendere che dica ai penitenti: «E’ peccato evadere il fisco!». Il peccato è il vostro, che continuate a sperperare i sudori della vostra gente!
Distinti saluti.
sac. Armando Trevisiol

15.09.2013

I buoni nemici del prete

Un mio amico, che conosce il mio modo di pensare e di agire, ma soprattutto le mie pene segrete per l’isolamento sacerdotale in cui vivo da sempre, mi ha portato, a titolo di conforto e di sostegno, un trafiletto del cardinal Ravasi apparso recentemente su “Il sole 24 ore” che riporto per intero e sul quale sento il bisogno di fare un paio di considerazioni.

Eccovi il trafiletto di Ravasi, l’illustre e intelligente “ministro della cultura del Vaticano”.

Il Prete
Dove è scritto che il prete debba farsi voler bene? A Gesù o non gli è riuscito o non è importato.
Questa volta parlerò un po’ della mia appartenenza personale. Lo faccio con queste parole tratte dalle Esperienze pastorali dell’indimenticato don Lorenzo Milani. Parole che egli testimoniò senza “se” e senza “ma”, a costo di inimicarsi la stessa gerarchia ecclesiastica e la società civile. Effettivamente a Cristo importava poco di stare in cattiva compagnia, agli occhi superciliosi dei benpensanti, pur di liberare, salvare, amare e sperare. Non aveva esitato a dire di essere venuto a portare una spada e la divisione. Poco prima di morire, Nuto Revelli mi inviò il suo libro “II prete giusto”, storia di un sacerdote sincero e generoso. Mi aveva sottolineato a penna queste parole pronunciate dal protagonista: «Se un prete, non ha nemici, non è un prete. Gesù crea una rottura tale che lo chiamano “segno di contraddizione”».

E queste sono le mie considerazioni.

Primo: queste parole mi riconfermano nella mia tribolata convinzione che il prete non deve essere succube delle mode mutevoli ed effimere dell’opinione pubblica civile ed ecclesiastica, ma deve rifarsi al messaggio di Gesù letto e filtrato dalla propria coscienza, disposto a pagare il prezzo elevato dell’isolamento, non solo, ma spesso del giudizio sprezzante di chi s’accoda al comodo indirizzo dei più.
Il prete, a mio parere, deve rappresentare un punto fermo che si può accettare o rifiutare, ma comunque non può ridursi ad un giunco che si piega dove soffia il vento. A questo riguardo mi pare che i discorsi, e soprattutto la vita di Gesù, siano un esempio quanto mai evidente.
Vorrei anche chiarire che l’opinione pubblica, che orienta il modo di pensare e di agire, non è un condizionamento esclusivo del mondo laico, ma pure la vita della Chiesa soggiace a questa mutevolezza di orientamenti. Da sempre apprezzo il prete che trova il coraggio anche di essere solo, di navigare controcorrente pur di non tradire la sua coscienza,

Secondo. Sono pure convinto che l’esporsi, il misurarsi e il confrontarsi con ogni tipo di pensiero dei “lontani”, rafforza e purifica la testimonianza del sacerdote. Il prete che sta al riparo della “santa obbedienza”, dell’ombra del suo campanile, del giornale cattolico e dei documenti ufficiali della gerarchia, deve pur tenere in debito conto questi documenti, deve “leggerli” con attenzione, rispetto; scelte queste che almeno all’interno del suo “mondo” lo mettono apparentemente al riparo da errori e giudizi dall’alto, ma non è che per tutto questo possa ritenersi un vero uomo di Dio. A questo riguardo torna eloquente la massima sapienziale: “Amicus Plato sed magis amica veritas”, ammiro la saggezza della comunità ecclesiale e della tradizione, ma ammiro e seguo ancor più Dio, verità e sapienza assoluta.

Ed aggiungo ancora, con sant’Agostino, che il sacerdote deve essere più preoccupato d’esser in assonanza con Dio che di esserlo con la Chiesa.

14.09.2013

Siate egoisti

Abbastanza di frequente mi imbatto in determinate espressioni in inglese, di cui, pur analizzando tutto il contesto del discorso, non riesco a capire il significato. Io sono nato in tempi in cui il Duce perseguiva decisamente la purezza della lingua. Ricordo ancora che nell’aula delle elementari, sulla parete era cancellato con un gran segno rosso il “lei” e il “loro” e sottolineati il “tu” e il “voi”; la maestra ci diceva che i primi erano inglesismi, mentre per noi, che siamo discendenti di Roma, era dovere nazionale adoperare il “tu” e il “voi”.

Da quel tempo ne è passata di acqua sotto i ponti! Per uno come me, che alle medie ha studiato un po’ di francese e che poi non s’è aggiornato con l’imparare l’inglese, molte espressioni rimangono assolutamente incomprensibili. Ho capito che con l’attuale meticciato del “villaggio globale” è fatale che la lingua corrente recepisca l’apporto di tanti “italiani adottivi” o di cittadini di altri popoli, però credo che si esageri un po’ e che sia quasi una moda o uno sfoggio vanitoso… per una terminologia importata.

La cultura attuale, determinata dalla televisione, ma soprattutto dal mondo del digitale, che sembra un fratello gemello di quello del vecchio telegrafo ormai morto e sepolto, è quasi costretta a concentrare il pensiero e a procedere per slogan.

Tante volte mi sono chiesto come fanno i nostri ragazzi a parlare d’amore, e non son ben certo se si usi ancora farlo con i messaggini del telefonino che di certo non permettono di dilungarsi in frasi galanti, romantiche e sentimentali. Spesso sono costretto a chiedere aiuto a suor Teresa, che di queste cose è più esperta, per capire il messaggio della pubblicità televisiva che per me non è di facile comprensione.

Oltre a l’uso eccessivo dell’inglese si incontrano poi delle trovate pubblicitarie che lasciano di stucco!

In questi ultimi tempi mi sono imbattuto in un annuncio pubblicitario che non solo mi ha sorpreso, ma mi ha anche lasciato di stucco. La ditta di pompe funebri Rallo, che è una delle più vecchie agenzie di Mestre, ha scelto uno slogan d’avanguardia: “Goditi la vita!”. Non ho ancora capito se si rifaccia alla vita eterna o a quella più godereccia e mondana di Lorenzo de Medici: “Cogli la rosa prima che sia sfiorita”.

Qualche giorno fa poi mi sono imbattuto in un altro messaggio messo nel mercato globale non so se dalla Caritas o da qualche altra associazione benefica: “Siate egoisti e fate del bene!”. In verità questo messaggio, pur invitando alla solidarietà, non mi pare sia proprio di stile evangelico perché interessato ed egoista; di certo non corrisponde al discorso di Gesù che ci invita a farci carico del povero, perché in questo caso non c’è possibilità di contraccambio e perciò si può sperare di avere la mercede nel Regno dei Cieli! Comunque, così va il mondo!

12.09.2013

Politica sporca

Un mio caro amico che di certo mi vuole bene e mi stima, parlando del mio diario, mi disse: «Don Armando, si tenga lontano dalla politica, perché è una cosa sporca!».

Ho tentato di interpretare questo ammonimento fatto con affetto e certamente con l’intento di tenermi lontano da rifiuti e da contestazioni di chi non la pensa come me su un determinato argomento. Sono riconoscente per questo consiglio che condivido, ma non fino in fondo.

Ho capito, ormai da molti anni, che molti lettori pensano che le tensioni ideali che io perseguo si rifacciano al pensiero o al progetto di un determinato partito politico e perciò mi approvano o mi rifiutano se quel partito che mi affibbiano corrisponde o meno al loro. Credo però che ci sia un equivoco di fondo perché la simpatia o l’adesione cosciente ad un determinato partito quasi sempre non corrisponde ad un orientamento ideale di contenuti, ma spesso nascono incoscientemente dagli orientamenti dalla propria famiglia, dall’ambiente in cui si è vissuti, dal giornale letto o da determinate esperienze che la vita ha fatto fare.

Spesso quindi l’adesione ad un movimento di destra, centrodestra, sinistra, centrosinistra o altro, non corrisponde ad una lettura attenta dei fenomeni sociali e dal desiderio di dar loro una risposta o una soluzione determinata, ma spesso corrisponde a qualcosa di irrazionale o di ereditato. Perciò quello che spesso crea l’equivoco in orientamenti diversi non è la sostanza, ma solamente questa scelta non motivata ed irrazionale che riguarda questo argomento. “A che serve avere le mani pulite se poi le tieni in tasca?” Vivere realmente comporta fatalmente sporcarsi le mani, pagare un certo scotto all’incomprensione, però è vivere, non entrare in congelatore o mettersi sotto naftalina.

A parte poi il fatto che il confronto, il dialogo onesto e non polemico purifica, arricchisce.

Da queste premesse penso che, tutto sommato, sia giusto e doveroso pagare un certo scotto e correre qualche rischio piuttosto che volare nella stratosfera dove non vivono gli uomini reali.

11.09.2013