Un gioco che fa vincere

Il lunedì mattina si stampa L’Incontro. Io vi dedico una mezzoretta e lo leggo fresco di stampa, prima di mezzogiorno o nelle prime ore del pomeriggio. Essendo però il periodico monografico, qualche volta devo fare un “fioretto” per leggerlo tutto, perché alla fin fine risulta sempre un po’ ripetitivo, anche se i vari autori affrontano lo stesso argomento con uno stile o delle angolature ben diversi.

In uno degli ultimi numeri ho letto che uno dei più gravi pericoli sociali del nostro tempo consiste nel gioco d’azzardo: fenomeno di cui già conoscevo la gravità, ma non nella maniera così rovinosa come l’ho potuta apprendere dalla lettura, seppur veloce, del nostro periodico. Nella sostanza si dice che la gente gioca d’azzardo nella speranza di vincere molto e senza troppa fatica. I giornalisti de L’Incontro affermano con autorità e numeri alla mano che questa è solamente una triste illusione perché vale esattamente il contrario: giocando si perde sempre e comunque!

Io, lo sapete, ho novantanni e, come si diceva un tempo, l’età talvolta può offrire almeno un po’ di saggezza. Dall’alto della mia età, quindi, vi posso assicurare che c’è invece un “gioco” poco conosciuto, perché poco reclamizzato per guadagnare veramente sempre, molto velocemente e senza correre il rischio di perdere o di logorarsi i nervi per la tensione psicologica che il gioco comporta. Il discorso, di primo acchito può sembrare una chimera e una pura illusione perché purtroppo la vita insegna che l’acquisire ricchezza costa sempre e costa tanto. Eppure mio padre mi ha insegnato il “gioco di Colombo”: cioè il far stare in piedi un uovo su un tavolo bello liscio, fatto altrettanto difficile, anzi impossibile. E invece è un gioco per nulla rischioso e di sicuro effetto, basta un colpetto nella parte inferiore dell’uovo sul tavolo ed esso sta in piedi sicuramente.

Eccovi dunque la soluzione più sicura e più facile per far soldi senza fatica e con assoluta sicurezza che io vi propongo: investire poco o tanto, in rapporto di quel che si possiede, sulla carità. Questa soluzione ha perfino l’avallo del Figlio di Dio: “Otterrete il centuplo e la vita eterna”. Io vi posso garantire almeno la prima parte, ma ho motivi per ritenere valida anche la seconda.

Eccovi la prova che io stesso ho sperimentato e con notevole successo e soddisfazione: quando facevo il cappellano a San Lorenzo monsignor Valentino Vecchi mi dava cinquantamila lire al mese per le mie spese personali: 25 euro. Da parroco la mia paga mensile era di 850 euro, quindi sono stato sempre un povero in canna e ho sempre avuto bisogno di denaro e di molto denaro per realizzare i miei progetti a favore di quel prossimo che la Chiesa ha affidato alle mie cure. Nonostante questo, investendo sui poveri nei miei 62 anni di impegno sacerdotale ho realizzato un patrimonio di una notevole consistenza: se faccio un conto, seppur a spanne, del valore del patronato, dell’asilo, della Malga dei Faggi, di villa Flangini e dei 6 Centri don Vecchi, trenta milioni di euro sono veramente poco! Solo questo patrimonio edilizio vale di certo molto di più di una sessantina di miliardi di vecchie lire! Ma se a questo aggiungo il fatto umano del benessere offerto a chi ne beneficia e della mia personale soddisfazione il valore è certamente superiore!

Allora carissimi lettori ed amici miei: non lasciamoci vincere dall’illusione di guadagni facili e non lasciamoci abbindolare dalla dea bendata da cui si spera di ottenere vincite impossibili, ma investiamo nell’aiuto al prossimo, nella solidarietà e nella carità cristiana. Facendo ciò a me è andata molto bene!

Vorrei aggiungere anche un secondo consiglio: ora le nostre banche sono tutte traballanti e pericolose, io perciò i soldi li ho investiti tutti in titoli celesti ed ho versato fino all’ultimo centesimo presso la banca di San Pietro. Come vi ho già detto colà si offrono interessi superlativi e i soldi son sicuri! Ora poi è stato messo nel mercato della carità un nuovo prodotto, dal titolo abbastanza noto: “Fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi.” Questa Fondazione cerca liquido perché impegnata nella costruzione di 56 alloggi per anziani poveri e pertanto cerca nuovi clienti. Se avete qualcosa messa da parte e volete un investimento sicuro ad alto rendimento, anche questa è una ottima opportunità.


I protagonisti del Don Vecchi

Qualche giorno fa Luciana, una ragazzina dei miei anni verdi di sacerdozio a San Lorenzo, ora moglie del capo dei tipografi della nostra editrice e mia attuale consulente politica, mi ha rivolto una domanda che di primo acchito mi ha stupito alquanto: “S’è accorto don Armando che da otto anni io e Massimo, mio marito, non andiamo mai in ferie?”

In verità non sono uno che si interessa particolarmente delle ferie, perché, come il Goldoni, sono convinto che esse siano una “mania” ma comunque suor Teresa, che di queste cose è più interessata di me, qualche volta mi aveva fatto osservare, passando davanti alla casa di questi due miei amici carissimi, che questi due coniugi, ora quasi settantenni, erano soliti fare frequentemente delle gitarelle infrasettimanali, motivo per cui pensavo che avessero scelto questo modo un po’ originale e poco seguito dalla gente del nostro tempo di far ferie. Poi sapendoli tutti e due pensionati e con la figlia che abita per conto proprio, supponevo che questa soluzione fosse assai comprensibile, anzi lodevole!

Sennonché la mia interlocutrice aggiunse, con tono che sembrava sottolineare il loro “eroismo” e la mia poca sensibilità di “datore di lavoro”: “Massimo non mi porta in vacanza perché impegnato ogni settimana a stampare “L’incontro”! Mi ero accorto che suo marito era quanto mai fedele al suo “impegno” ed ogni lunedì nelle prime ore del mattino era sempre presente in tipografia al Don Vecchi per guidare i suoi “dipendenti” a stampare le cinquemila copie del nostro settimanale.

Io poi ho sempre nutrito ammirazione e riconoscenza per la pattuglia di questi vecchi scout che hanno scelto come loro servizio la stampa del nostro settimanale. Ho anche sempre provato un po’ di orgoglio perché, essendo stato il loro assistente, mi pareva d’essere riuscito nel mio compito di educatore scout che consiste principalmente nel preparare i ragazzi al servizio, come insegnava il fondatore del movimento scout. Inoltre ho sempre provato tanto piacere di incontrare in questi ultimi dieci anni questo gruppetto “di vecchi ragazzi” che si davano appuntamento ogni settimana e in un clima cameratesco, divertente ed amichevole per stampare il periodico che in qualche anno è divenuto il più letto e il più diffuso della nostra città. Un giorno, infatti, ricordando i vecchi tempi, avevo detto loro: Vi manca solo l’alza bandiera e il canto “passa la gioventù” per provare una volta ancora l’ebbrezza della vita avventurosa degli scout!”

La tipografia del Don Vecchi è una cosa seria: tre moderne macchine di stampa Risograf, una taglierina professionale, una stampante a colori, una piegatrice ed un paio di computer, ma la ricchezza più grande di questo settore è certamente il gruppetto di questi volontari che compie questo servizio come una “bella avventura” e che vive e rafforza la loro amicizia e il loro impegno a essere utili. La nostra tipografia conta una decina di operatori che stampano facendo funzionare contemporaneamente le tre macchine per velocizzare il lavoro, tanto che verso le dieci del mattino sono pronte per la piegatura le cinquemila copie settimanali. Collabora pure con loro una quindicina di anziani a piegare i giornali, cosicché nel primo pomeriggio partono già cinque o seicento copie de L’incontro per i punti di distribuzione.

Oltre al settimanale ogni settimana viene stampato Il messaggio di Papa Francesco in cinquecento copie e L’incontro domenicale col Padre in trecento copie per seguire l’Eucarestia. La tipografia stampa inoltre il quindicinale Le favole di Mariuccia Pinelli e il mensile Il sole sul nuovo giorno. Questo ultimo periodico è curato in maniera particolare “dall’artigiano tipografo” Luigi Novello che, pur lavorando in collaborazione con l’equipe della tipografia, stampa in tempi diversi.

Non posso non ricordare anche lo staff guidato dalla signora Natalina Michielon e costituito da quattro collaboratori che aiutano in maniera consistente la dozzina di anziani che si sono assunti il compito dalla piegatura del settimanale e della decina di distributori che piazzano, tra il lunedì e il martedì, le copie del giornale nelle postazioni di distribuzione.

Infine mi pare doveroso menzionare il servizio di suor Teresa che ogni settimana olia la macchina con pasticcini e il verduzzo. Tanto che non so proprio se sia più persuasiva e convincente la mia promessa della vita eterna o i pasticcini di suor Teresa! Comunque la tipografia continua a funzionare e questo è l’importante. Se poi Massimo e Luciana per questo motivo non possono fare le vacanze estive, non sono troppo preoccupato, perché gli operai italiani hanno veramente bisogno di qualche “santo protettore” o perlomeno di qualche buon esempio e loro sono tra i pochi che lo possono dare!


La nostra editrice

La parrocchia di Carpenedo prima e la Fondazione Carpinetum poi che le è succeduta hanno sempre puntato ad essere a Mestre una testimonianza cristiana che si esprimesse attraverso le opere: le residenze innovative per gli anziani poveri e i mass media che via via è andata pubblicando.

Circa le strutture per anziani e la dottrina che le supporta, si è ritornati a parlare più volte, mentre ci pare meno conosciuta l’attività editoriale che è pure uno dei fiori all’occhiello della Fondazione Carpinetum, relativamente giovane, perché ha solo venti anni di vita. L’omonima editrice è forse l’unica editrice di ispirazione religiosa a Mestre che si esprime mediante più testate, e che, tutto sommato, offre voce al pensiero dei cattolici della nostra Città. La pubblicazione più nota è certamente “L’incontro”, che pure è un periodico molto giovane, perché ha appena 12 anni, ma che forse pensiamo sia il periodico in assoluto più letto a Mestre con la sua tiratura di cinquemila copie nei mesi migliori. Ora il periodico si presenta più strutturato, a carattere monografico, ma soprattutto esso può contare su giornalisti tra i migliori della nostra città.

Fa parte pure della catena editoriale il settimanale “Il messaggio di Papa Francesco”, curato da Enrico Carnio, periodico che riporta gli interventi più significativi del Santo Pontefice. Questo periodico ha la tiratura di 500 copie settimanali. Come terza pubblicazione nella catena dell’editrice “L’incontro”, c’è il mensile “Sole sul nuovo giorno”, è un quaderno che propone per ogni giorno del mese delle riflessioni quanto mai interessanti e ricche di proposte umane, civili e religiose. Questa pubblicazione è curata da me e da Luigi Novello ed esce in 400 copie ogni mese. Ultimo nato della filiera è il quindicinale “Favole per bambini e per adulti”, curato da Mariuccia Pinelli, la quale ricorre alla favola per presentare una proposta morale assolutamente positiva e in linea con il pensiero cristiano. (d.A.)


L’Incontro volta definitivamente pagina

Nel primo numero del gennaio 2015 annunciai che, soprattutto per il fatto che mi avvio rapidamente verso i novant’anni, ritenevo doveroso passare il testimone della direzione del nostro periodico a don Gianni Antoniazzi, presidente della Fondazione dei centri don Vecchi.

Il tempo, per far si che il passaggio fosse dolce e graduale è stato piuttosto lungo, ma ora è giusto voltar definitivamente pagina, consegnando il periodico a chi ha domani.

Confesso che mi costa molto lasciare questo settimanale, che mi ha offerto infinite soddisfazioni e che mi ha permesso di parlare a cuore aperto per ben dieci anni alla città, che amo e per la quale ho dedicato la gran parte della mia vita.

Lascio “L’incontro” con i suoi cinquanta collaboratori e le sue cinquemila copie settimanali e mi auguro, che chi lo riceve, riesca a farlo crescere ulteriormente essendo esso il periodico del mondo cattolico di gran lunga più letto nella nostra città.

Saluto tutti i lettori con grande affetto e ringrazio di cuore i miei meravigliosi collaboratori.

Mi scuso per certe intemperanze e per i miei moltissimi limiti.
A tutti buon 2016

don Armando Trevisiol


Esco ancora una volta allo scoperto

La riflessione su cui sento il sacrosanto dovere di ritornare l’ho già fatta non molto tempo fa. Oggi è diventata attuale l’espressione che l’arcivescovo della capitale francese aveva anticipato ben quarant’anni fa: “Parigi è terra di missione”. In quella famosa lettera pastorale, che ha turbato l’opinione pubblica del mondo ecclesiale, questo cardinale ha snocciolato dati che denunciavano la secolarizzazione o peggio ancora la scristianizzazione dei cittadini della grande metropoli d’oltralpe.

A quel tempo con monsignor Vecchi feci un viaggio di esplorazione pastorale in Francia perché, pur in quel contesto di abbandono della pratica religiosa, in Francia c’erano anche delle punte di diamante che pareva avessero molto da insegnare. Mestre deve a quel viaggio apostolico la nascita della “Borromea” e dei “bollettini parrocchiali”. Alla conclusione di quell’esperienza con Monsignore siamo arrivati a questa conclusione: “Dobbiamo riuscire a portare la nostra gente ai livelli più avanzati della Chiesa francese senza però cadere nell’inferno della scristianizzazione di massa”. Non ci siamo riusciti e ora le parrocchie della nostra città stanno slittando progressivamente, in maniera ineluttabile, verso il vortice dell’indifferenza e dell’abbandono.

Questa è una tristissima constatazione, è ancora peggio però non notare alcun segnale dei tentativi di contrastare questa catastrofe. Qualche giorno fa ho appreso da una “soffiata” che Gente Veneta, l’unico giornale d’ispirazione cristiana, a Mestre ha una tiratura di poco superiore alle 1000 copie. Ciò significa che, se fosse vera la più lusinghiera delle ipotesi e cioè che la presenza di fedeli al precetto festivo raggiunge forse il 15%, e quindi solo questo 15% ascolta un discorso religioso attraverso il sermone del parroco, il restante 85% dei mestrini non è raggiunto da alcuna proposta religiosa. Da questi dati mi sono reso conto della grande responsabilità che noi de L’Incontro abbiamo nel continuare a diffondere le 5000 copie del nostro settimanale. Sono corso ai ripari chiedendo a sacerdoti e laici collaborazione perché suddetta proposta possa mantenere il suo standard elevato e magari migliorarlo ma finora non ho ottenuto alcun risultato positivo.


Verso le seimila copie

Da quel poco che vengo a sapere pare che tutta la carta stampata sia in crisi. Non c’è quotidiano, settimanale o mensile che affermi di incrementare la propria tiratura, anzi. Ultimamente poi mi hanno detto che anche le emittenti televisive stanno perdendo spettatori. Le testaste giornalistiche forse sono troppe o forse la gente preferisce destinare le magre risorse al cibo piuttosto che alla cultura e all’informazione.

Questo fenomeno però, una volta ancora, mi preoccupa soprattutto per quanto riguarda l’informazione religiosa e pastorale, una volta ancora ripeto la mia amarezza e la mia preoccupazione per quello che riguarda i mass-media della Chiesa veneziana e del Triveneto. Radio Carpini, l’emittente che vent’anni fa ho consegnato alla diocesi con i suoi duecento volontari e con la sua rete di ripetitori che “copriva” tutte le zone pastorali della diocesi e che dal Monte Torrion raggiungeva una larga fascia di territorio fino a raggiungere perfino Ravenna, è stata chiusa ormai da tempo e l’emittente Telechiara, al cui “battesimo” ho partecipato anch’io in tempi in cui pareva che nel Triveneto ci fosse un sussulto di entusiasmo per i mass-media, l’anno scorso è stata venduta ad un gruppo di imprenditori padovani. Gente Veneta, il settimanale di cui ero tanto fiero fino a poco tempo fa, pare stia arrancando faticosamente.

Tutto questo però non m’induce a demordere “nonostante l’età” ma anzi mi sprona ad un impegno maggiore soprattutto per quanto riguarda la Chiesa di Mestre. La nostra editrice stampa il mensile “Sole sul nuovo giorno” in 250 copie, “Il messaggio di Papa Francesco” in 500 copie settimanali e “L’incontro” si avvia ormai verso le seimila copie settimanali. La consapevolezza dell’esigenza di una proposta religiosa che raggiunga il maggior numero di concittadini possibile e della necessità di riqualificare il settimanale con ulteriori apporti di gente capace, mi ha spinto a chiedere aiuto a qualche sacerdote e a qualche laico. Mi auguro di tutto cuore che tante risposte generose vengano a tamponare la grossa falla che mette in grave pericolo i mass-media diocesani.


Una scelta sbagliata

L’altra sera, durante il telegiornale, la conduttrice ha letto una laconica notizia: “Civati lascia il P.D.”. Il deputato monzese è uno dei politici di spicco della minoranza o, sarebbe meglio definire, della “fronda” del partito democratico che non condivide le scelte del segretario Matteo Renzi. Premetto che io non condivido per nulla la condotta della sinistra di questo partito, reputo che la sua opposizione sia pretestuosa e preconcetta perché anche se Renzi oggi li accontentasse domani troverebbero altri pretesti per opporsi. Quasi certamente questa opposizione così accanita, tanto da arrivare perfino alla rottura e all’uscita dai ranghi, penso sia dovuta non a motivi ideali ma a “interessi di bottega”! Comunque ammiro, anche se non condivido, la scelta di Civati che abbandona.

Questo episodio abbastanza marginale nella vita del nostro Paese mi offre l’opportunità di ribadire un concetto espresso da Gandhi che ben si adatta a questo tipo di comportamenti. Uscire, sbattendo la porta, credo sia sempre svantaggioso per la causa che si crede giusto portare avanti. Uscendo da una compagine affermata si diventa un nulla ma soprattutto si priva l’organismo in cui si milita di quella dialettica interna che arricchisce sia chi la porta avanti sia chi la subisce. Il confronto, anche polemico, ma soprattutto il dialogo costruttivo fa crescere e fa emergere sempre la linea vincente.

Questo vale nella politica ma anche nella religione. Se torno indietro nel tempo, agli anni del modernismo, i pur validi sacerdoti quali Don Murri o Don Bonaiuti, che hanno rotto con la Chiesa, sono scomparsi e anche più recentemente, al tempo della contestazione del sessantotto, della purtroppo folta schiera di sacerdoti che per dissenso hanno abbandonato, non è rimasto nulla.

Credo sia una scelta saggia e produttiva impegnarsi e perfino contrapporsi rimanendo però all’interno della struttura in cui si milita. Don Mazzolari ebbe come motto “liberi e fedeli” ed ora, nonostante tutte le difficoltà che ha dovuto superare per l’ostilità patita nella Chiesa, pare si ventili la possibilità di introdurre la causa per la sua beatificazione. Da questa convinzione nasce la linea editoriale de L’Incontro.


32° edizione e sessantamila copie

Per grazia di Dio l’attività imprenditoriale dell’Editrice Carpinetum va a gonfie vele! Gli amici sanno che quella che noi, “per amor di Patria”, amiamo chiamare “Editrice L’Incontro”, sforna ogni settimana cinquemila copie del settimanale “L’Incontro”, cinquecento copie del foglio “Il Messaggio di Papa Francesco” che riporta il sunto delle omelie più significative del Sommo Pontefice, trecento copie del settimanale liturgico “Incontro domenicale della comunità cristiana con la Parola di Dio” e ogni mese duecentocinquanta copie del mensile “Sole sul nuovo giorno”.

Oltre a questi periodici, l’Editrice è alla trentaduesima edizione de “Le preghiere e le principali verità e norme cristiane” portando questo opuscolo, di sedici pagine in formato A6, a una tiratura di sessantamila copie, tiratura che è in continuo aumento in virtù della diffusione anche al di fuori della diocesi.

La fortuna di questo opuscolo pensiamo poggi sul fatto che riporta le preghiere del mattino e della sera, le principali verità di fede che oggi non si insegnano quasi più al catechismo e le norme fondamentali per la vita di un buon cristiano.

Attualmente la maggior richiesta ci proviene dall’ospedale dell’Angelo dove alcuni volontari, che prestano servizio all’interno dell’ospedale, offrono l’opuscolo agli ammalati. Molti degenti hanno dimenticato queste preghiere e, grazie all’opuscolo, hanno la possibilità di riscoprirle e di pregare trovando il conforto necessario a superare o almeno a sopportare il difficile momento che stanno vivendo. Se esistesse qualche forma di collaborazione con i responsabili della pastorale ospedaliera, l’opuscolo potrebbe diventare uno dei più facili ed efficaci strumenti di apostolato. Attualmente stiamo studiando e cercando di ottenere il permesso per collocare, sia a Villa Salus che al Policlinico, dei piccoli espositori per rendere ancora più facile l’offerta pastorale, che è pressoché l’unica che viene fatta nei nosocomi della nostra città.


Investimenti

Fare i manichei nelle cose di Chiesa credo sia altrettanto sbagliato che impostare la pastorale sull’efficienza sostenuta da una finanza consistente. La vita di una parrocchia, lo si voglia o no, ha però anche delle componenti economiche che devono essere gestite con intelligenza e coerenza. Ricordo un detto latino che afferma: “Homo sine pecunia est imago mortis”, l’uomo senza soldi è l’immagine della morte. L’importante è che le risorse permettano di vivere e nel contempo diventino uno strumento pastorale.

Nella precedente riflessione ho tentato di suggerire ai colleghi e ai fedeli che la carità, nel bilancio della parrocchia, è una voce attiva e questo per incoraggiare ad un sempre maggior impegno caritativo. Ora vorrei dimostrare che lo spendere per annunciare il messaggio di Cristo mediante i mass-media, che oggi abbiamo a disposizione, non è solamente un investimento che produce a livello apostolico ma è anche un investimento che mette a disposizione ulteriori mezzi economici con cui è possibile seminare la “Buona Novella”. Monsignor Vecchi mi diceva che le spese sostenute per la stampa di apostolato sono spese sempre utili e sono sempre un investimento produttivo.

Mi sia concesso fare un esempio concreto: ogni settimana per “L’incontro” noi stampiamo trentamila fogli A4, tante sono le pagine del nostro periodico, con i costi relativi alla carta, alle matrici, all’inchiostro e alla macchina da stampa, costi quanto mai rilevanti poiché il periodico è distribuito gratuitamente. Nonostante questo, o meglio, proprio per questo, posso garantire, con prove alla mano, che questo investimento, con quello della carità, è una delle fonti di introito più redditizia per la Fondazione. Una volta ancora mi pare quanto mai valida l’esortazione di San Paolo che invita a seminare sempre e comunque con estrema generosità.


Una qualche emozione!

Una parrocchiana di San Pietro Orseolo, che scrive per “L’incontro”, ha chiesto al nuovo parroco l’autorizzazione a porre nel banco della sua chiesa, riservato alle varie pubblicazioni, anche il nostro periodico.

Don Corrado, così si chiama il sacerdote, ha acconsentito di buon grado. La prima volta un nostro collaboratore ha portato una quarantina di copie mentre La settimana seguente, passando per viale don Sturzo, ho portato io il numero successivo de L’Incontro. In chiesa non c’era nessuno, ho deposto allora in bella nostra il nuovo numero lasciando pure le due copie che erano rimaste della settimana precedente. Ho provato una certa emozione nel tentare di contribuire ad aiutare questa piccola comunità cristiana a riflettere sulla pastorale e sulle vicende religiose della nostra città.

Ormai sono ben poche e certamente tra le meno importanti le parrocchie che non accettano “L’incontro” e, una volta ancora, ho pensato all’utilità di un periodico, distribuito gratuitamente, per aiutare la Chiesa mestrina a verificare e maturare la propria coscienza religiosa.


L’ultima spremitura

Ieri sera il tipografo, che è uno dei tanti artigiani che per sopravvivere al pesante fardello fiscale fa tutto da sé, è venuto a portarmi personalmente i mille volumi che raccolgono il mio diario del 2014: una vera montagna di carta stampata.

Più volte ho confidato ai miei amici che, con il progredire dell’età, sono diventato sempre più prolisso.

Vent’anni fa in otto, dieci righe riuscivo a mettere a fuoco un messaggio, un sentimento o una critica, mentre ultimamente, per esprimere gli stessi concetti, tre pagine manoscritte sono appena sufficienti.

Quest’ultimo volume, che conta ben 456 pagine, assomiglia più ad un vocabolario che ad una raccolta di riflessioni.

La curiosità morbosa mi ha spinto a sfogliarlo per leggere qua e là qualche pagina e vi devo confessare che ho trovato il volume abbastanza sbrodoloso.

Mi costa presentarmi così male in arnese ad amici e concittadini, purtroppo però tutto questo è uno dei tanti effetti della vecchiaia!

Ringrazio comunque Dio per avermi dato la possibilità di parlare a cuore aperto alla mia gente e di aver fatto sapere alla Chiesa e alla città come la pensa un prete ultraottantenne.

Tutto sommato credo che non sia male confrontarsi anche con il passato: io di certo lo rappresento!


“L’ultima spremitura”

In questi giorni è uscito l’ultimo volume che raccoglie le pagine del mio diario del 2014 con un titolo significativo e molto meditato: “L’ultima spremitura”.

Quando ho superato gli ottant’anni, alla fine di ogni anno, ho avvertito il bisogno di indicare anche nel titolo del volume il fremito dell’attesa del mio incontro con il Signore. Da questo stato d`animo sono nati i titoli: “Sul far della sera”, “Luci del tramonto”, “Tempi supplementari”, “Vespero”, “L’attesa del nuovo giorno”, “Crepuscolo” ed ora “L’ultima spremitura”.

Se il Signore mi accordasse ancora qualche anno, finirei per trovarmi a disagio e in difficoltà per trovare un titolo adeguato all’età ed al mio stato d’animo.

Quando ho scelto per il 2014 “L’ultima spremitura”, ho preso in considerazione non solamente la mia veneranda età ma, pure il tipo di vita che ormai nonostante tutti i miei sforzi riesco ad esprimere. Sono ben conscio come ho scritto nella prefazione, di essere arrivato al tempo del “vinello”, ossia un prodotto che del buon vino ha quasi solamente il colore.

Spero che questo volume vada in mano solamente agli amici più cari perché con gli altri non mi farebbe fare altro che una brutta figura.


Felice “gregario”

L’anno scorso lasciai trapelare più volte che l’impegno di “firmare” ogni settimana l’Incontro diventava per me ogni giorno più gravoso.

Da un lato avvertivo la poca elasticità mentale, motivo per cui ogni settimana diventavo sempre più prolisso e “sbrodoso”, e dall’altro mi costava presentarmi al vasto pubblico di lettori così male in arnese da un punto di vista intellettuale.

Nonostante le sollecitazioni affettuose dei miei collaboratori e dei lettori, mi sentii quasi costretto dalla mia coscienza a passare la mano ad altri più giovani e brillanti di quanto io mi senta ora anche se, proprio le affettuose sollecitazioni di tanta cara gente mi costringe a continuare a buttar giù ogni giorno e alla meglio qualche povera nota sui miei incontri e sulle mie emozioni quotidiane.

Però come scrissi nella prefazione dell’ultimo volume che raccoglie il diario dello scorso anno, ho la netta percezione di essere giunto al “vinello”, cioè ad un prodotto tra i più poveri della spremitura dell’uva. Queste poverissime note, quindi, sono destinate solamente agli amici più intimi!


Ai lettori de “L’Incontro” (e del diario)

Ho confidato più volte agli amici che il mio è un diario per modo di dire perché scrivo quando ho tempo e quando mi pare d’avere qualcosa da dire ai miei concittadini. Oggi ad esempio è il nove ottobre e, dai conti che ho fatto, questa pagina dovrebbe uscire domenica 28 dicembre 2014.

Con questo numero ho deciso di mettere la parola “fine” su questa bella avventura che è durata dieci anni.

Stampiamo ogni settimana cinquemila copie de “L’Incontro”, il mio consulente digitale mi assicura che sono perlomeno diecimila i lettori del settimanale stampato in internet, lo staff redazionale, pur piccolo, è efficiente e affiatato, l’équipe dei tipografi è quanto mai valido e la rete di diffusione (che conta più di 60 punti di distribuzione dove è reperibile il periodico fin dal lunedì precedente il numero che porta il giornale) è quanto mai agguerrita. Nonostante la crisi dei periodici, il nostro va più che bene.

Affermato tutto questo, io però vi devo ancora annunciare che ho deciso di chiudere col settimanale. Sono vecchio, fra un paio di mesi compirò ottantasei anni e veramente non ce la faccio più!

Ricordate che qualche anno fa, nel presentare il volume annuale, vi scrivevo che avevo davanti a me due grandi esempi che offrivano due soluzioni opposte per la vecchiaia: quella di Papa Vojtyla, che decise di rimanere al suo posto nonostante tutto, fino all’ultimo respiro, e quella di Reagan, che sentendo avvicinarsi la fine, si accomiatò dalla nazione per attendere in silenzio la fine. Io non sapevo quale delle due soluzioni era più opportuno che imboccassi.

Quasi un paio di anni fa me ne se ne presentò una terza, quella di Papa Ratzinger, che avvertendo il peso e le nebbie della vecchiaia, con un atto insolito ma coraggioso per un Papa, si dimise. Ben s’intende che cito questi esempi di personaggi illustri; io sono mille miglia al di sotto del loro livello, però l’avviarsi alla fine è come per tutti.

Già qualche tempo fa vi dissi che mi riproponevo di dedicare la mattinata alla cura della mia cara “cattedrale tra i cipressi” per leggere, pregare e incontrare chi avesse bisogno di me, e il pomeriggio per incontrare, confortare e sorreggere i miei coinquilini dei Centri don Vecchi. I residenti dei cinque Centri sono ormai mezzo migliaio, molti dei quali sono attualmente più vecchi e più fragili di quanto non sia io attualmente.

Spero che questa non sia una fuga, perché desidero tanto che “la morte mi incontri vivo”, come confidava tanti anni fa un mio amico colpito dal cancro.

Tuttavia Giusto Cavinato, della redazione del periodico, giustamente mi fa notare che gli pare un peccato lasciar andare un’impresa così promettente ed amata dai nostri concittadini. Quindi, pur rimanendo fermo nella mia decisione, qualora mi si chiedesse un qualcosa che ancora possa e riesca a fare, di certo non mi tirerò indietro. Essendo però possibile che questo sia l’ultimo incontro, vi saluto con affetto, vi chiedo scusa per la mia irruenza e vi auguro buon anno.

09.10.2014

vostro don Armando Trevisiol


I “militi ignoti”

Chi segue “L’Incontro” ha certamente capito i miei limiti, specie a livello culturale. Io sono il primo a rendermene conto. Anche questa mattina ho letto con curiosità la rubrica che il giornalista Gervaso tiene ogni giorno sul Gazzettino e sono stato sorpreso perché ho avvertito che le sue conoscenze sono pressoché illimitate. Egli spazia con estrema disinvoltura nel vasto mondo della letteratura, mentre io sono costretto ad attingere ad un repertorio quanto mai limitato.

Vengo al motivo di questa premessa. Fortunatamente abbastanza di frequente vi sono persone che si complimentano con me per come è tenuta la “cattedrale tra i cipressi”: pavimento pulito, fiori e piante ben curate, ordine assoluto, buon gusto. Altri ancora mi fanno complimenti non solo per i contenuti, ma anche per l’impaginazione de “L’Incontro” e l’assoluta regolarità con cui lo si trova nei punti di distribuzione.

Io, pur con qualche disagio, incasso, senza riuscire a chiarire ogni volta che il merito è mio solamente in misura assai relativa perché, pur nell’ombra, c’è dietro di me un piccolo e meraviglioso esercito silenzioso, ma estremamente efficiente. Spesso, in occasioni come questa, ho citato ancora una volta – perché non spazio come Gervaso – Bertolt Brecht che, a proposito di Cesare che “conquistò la Gallia”, si chiede con ironia: “Ma Cesare non aveva neppure uno stalliere, un cuoco o un barbiere che in qualche modo l’aiutassero in questa portentosa impresa?”

Vorrei, una volta tanto, accennare a qualcuno di questi eroi “senza volto e senza gloria” che sono i veri protagonisti di questa bellissima avventura. Ne cito alcuni a mo’ d’esempio.

Per quanto riguarda la chiesa ci sono due giovani sposi – per me rimarranno giovani ancora per cent’anni – che ogni settimana scopano, lavano, profumano, curano i fiori. Quando li vedo accudire la mia chiesa mi sembrano due “solisti veneti” che manovrano scope e ramazze come dei preziosi “Stradivari”. Suor Teresa poi è l’impareggiabile artista delle confezioni floreali e del repertorio di tovaglie lavorate.

Per quanto riguarda “L’Incontro” l’esercito dei volontari è ancora più numeroso e altrettanto efficiente. A cominciare da Laura che, ogni settimana, passa ore e ore sul computer per sbrogliare la complicata matassa dei miei scritti, per tagliare periodi infiniti, per aggiungere punti, virgole e punti e virgola e inserire il tutto nelle rigide regole della sintassi e della grammatica, con le quali ho poca confidenza.

Non vi sto a parlare del piccolo esercito di tipografi che il lunedì, di buon mattino, sono già al lavoro perché alle dieci e mezza i miei vecchi sono pronti per la piegatura. La macchina che un paio di mesi fa ha dato forfait, ha stampato quattro milioni di copie.

Poi vengono gli strilloni e gli addetti alle messaggerie che riforniscono le sessanta postazioni, persone con tanto di laurea e di licenza magistrale per adempiere a questo compito così “delicato”.

Una volta tanto rendiamo onore con una corona di alloro a questi eroi senza nome.

02.09.2014