Sogni e fallimenti

Nel post precedente ho tentato di inquadrare la situazione di Ca’ Letizia e della mensa dei poveri. Il progetto, perseguito da Monsignor Vecchi e da me stesso, non si fermava al punto in cui l’ha lasciato la San Vincenzo alla fine del 1971, quando sono stato nominato parroco a Carpenedo, ma prevedeva anche un centro che studiasse le problematiche della solidarietà a Mestre, coordinasse e mettesse in rete gli enti e le strutture che operano a livello cittadino. In seguito alla mia partenza e alla morte di monsignore, la realizzazione si è bloccata.

Io mi sono trovato per la prima volta alla guida di una comunità grande e problematica negli anni della contestazione, tempi difficilissimi anche a livello pastorale. A poco a poco tuttavia sono riuscito, grazie alla collaborazione dei parrocchiani che si sono adoperati per la carità, a ristrutturare l’ente Piavento e a dar vita a strutture come Ca’ Dolores, Ca’ Teresa, Ca’ Elisa e Ca’ Elisabetta per dare alloggio ad anziani poveri. Inoltre ho rinvigorito il gruppo maschile e femminile della San Vincenzo e ne ho costituito uno di giovani.

In seguito sono nati il gruppo “Il Mughetto” per l’assistenza ai disabili e il “San Camillo” per l’assistenza ai malati. In quegli anni abbiamo aperto Villa Flangini ad Asolo per le vacanze degli anziani, il “Ritrovo”, circolo ricreativo per gli anziani e, nel contempo, abbiamo iniziato a stampare il mensile “L’anziano” per persone della terza e della quarta età. Poi è iniziata l’avventura dei Centri don Vecchi 1, 2, 3, 4 e il mio successore, don Gianni Antoniazzi, ha realizzato il 5, 6 e 7. Abbiamo aperto il sito “Mestre solidale” per fornire alle persone in difficoltà informazioni sugli enti di beneficenza presenti sul territorio.

A un certo punto sembrava che la Provvidenza e tramite l’architetto Giovanni Zanetti ci mettessero a disposizione un’area di 40.000 m² a Favaro, così ho iniziato a sognare “la cittadella della solidarietà”, che riprendeva il vecchio progetto elaborato con la San Vincenzo. Il patriarca Scola, venuto a conoscenza dell’iniziativa, parve sostenerla e, infatti, promosse due o tre incontri invitando gli enti caritativi di Mestre che, con un’espressione brillante, definì la “pala d’oro” della chiesa veneziana”.

Purtroppo un inghippo imprevisto per il terreno e il successivo trasferimento a Milano di monsignor Scola hanno mandato di nuovo tutto in fumo. Sennonché, come dimostrano la costruzione del villaggio solidale degli Arzeroni, costituito dai Centri don Vecchi 5, 6, 7 e da 30.000 m di terreno acquistato per realizzare l’ipermercato della solidarietà, la Provvidenza sta rilanciando il mio sogno. “Il Polo solidale” del don Vecchi, che comprende il magazzino dei mobili e dell’arredo per la casa, lo spaccio dei generi alimentari in scadenza, quello dei generi alimentari del Banco solidale e il chiosco di frutta e verdura, ha dato vita a un’agenzia caritativa che credo non abbia eguali in tutto il Veneto!

Questo “miracolo di solidarietà”, infatti, ha indotto la Fondazione Carpinetum a costruire l’ipermercato della carità che spero possa diventare un modello per altre strutture simili in ogni diocesi del nostro paese. Questa nuova situazione potrebbe fornire lo spazio adeguato per la creazione di un “governo” o almeno di un organismo di studio, progettazione e coordinamento delle attività solidali di matrice religiosa e laica esistenti nella nostra città.

Confesso quindi che continuo a sognare a occhi aperti e a fare quanto è in mio potere, forte della realizzazione di 500 alloggi per anziani e dell’associazione “Il Prossimo” che già aiuta in maniera molto seria decine di migliaia di poveri ogni anno. Confido che ciò possa senz’altro rappresentare una buona base di partenza. Comunque, se la cosa non dovesse andare in porto, ho già pronto il testamento per lasciare in eredità ai posteri questo progetto irrealizzato.


La “mia” Ca’ Letizia

La stampa cittadina in questi ultimi tempi ha riportato le mie opinioni riguardo alla mensa dei poveri di Ca’ Letizia. Forse per imperizia nell’illustrare il mio pensiero (ricordo a tutti che ho quasi 91 anni), non mi sono sempre ritrovato in quello che è stato scritto, quindi tento di precisare le mie idee.

A proposito dell’ubicazione attuale della mensa, a tutti coloro che hanno protestato fin dall’apertura, ho citato le parole che il diacono San Lorenzo, amministratore della carità della Chiesa, pronunciò duemila anni fa al prefetto romano che voleva vedere le ricchezze della Chiesa. Presentando i poveri che aiutava, disse: “Questa è la ricchezza della Chiesa!” Anch’io la penso così. I poveri che aiutiamo sono il distintivo e la gloria per noi cristiani! Di conseguenza, non esiste alcun motivo al mondo per allontanarli o renderli invisibili agli occhi della nostra città anzi è un dovere che la città conosca questa situazione. E a quei cittadini del centro che pretendono di avere qualche riguardo in più rispetto di chi vive in periferia vorrei dire che i poveri sono prodotti dalla città, ed essa deve pertanto farsene carico, aiutandoli in maniera civile e corretta. Questo vale sia per la Chiesa sia per la comunità civile.

Vengo poi alla mensa che ho conosciuto e per la quale mi sono impegnato: essa è una realtà più articolata e più ricca di quanto non riveli il termine “mensa dei poveri”. Ai miei tempi, e spero anche oggi, offriva la cena e poi anche la colazione, aveva aperto una rivista mensile “Il Prossimo” che tentava di creare una cultura solidale, gestiva un magazzino di indumenti, offriva un servizio di docce e di parrucchiere, mandava in vacanza ogni estate decine e decine di anziani poveri e di adolescenti di “Macallé” e di “Ca’ Emiliani”. Inoltre organizzava il caldo Natale con gli scout per regalare un po’ di calore nella stagione invernale, invitava al Laurentianum per parlare di solidarietà oratori qualificati come padre David Maria Turoldo, Oliviero dal Sermig di Torino, monsignor Povoni, assistente della San Vincenzo nazionale e tanti altri.

Ca’ Letizia incontrava ogni mese i responsabili della carità di tutte le parrocchie di Mestre per studiare e organizzare insieme piani di intervento a favore degli indigenti. Ogni anno, in collaborazione con i maestri delle scuole elementari di Mestre, organizzava un concorso per educare i cittadini di domani alla solidarietà. La San Vincenzo ha promosso una campagna per la costruzione di asili nido, che all’epoca erano quasi inesistenti. Nel contempo si è battuta per ridurre la retta dei degenti in casa di riposo ed è arrivata a chiedere alla Regione una verifica amministrativa dei costi! E come dimenticare i gruppi di assistenza che operavano all’ospedale all’Angelo, al Policlinico e nelle case di riposo?

Non dobbiamo infine sottovalutare il volontariato di adulti che svolgeva il servizio in mensa o le centinaia e centinaia di studenti delle superiori che hanno avuto modo di conoscere da vicino il mondo della povertà servendo a tavola il centinaio di poveri che ogni sera si ritrovavano a Ca’ Letizia per la cena.

Chiudere Ca’ Letizia significa turbare i difficili equilibri di una realtà grande ma fragile, che è vissuta in maniera del tutto autonoma, senza ricevere alcun contributo da parte del Comune e pochissimi aiuti dalla diocesi. Non è certamente un dogma di fede non spostare la sede di un ente così complesso e nel contempo così importante per la solidarietà cittadina. Mi auguro che in questa operazione venga salvaguardato il passato e soprattutto che si approfitti per rilanciare strutture e iniziative solidali nella nostra città.

In passato questa associazione benefica ha avuto presidenti di valore e prestigio come l’ingegner Lui, direttore dell’aeroporto, il ragionier Enzo Bianchi, amministratore delegato della Coin, il direttore della Crea, società delle acque, dell’attuale dottor Dottor Bozzi e di tanti altri eminenti cittadini di grande sensibilità sociale. E come non menzionare la signorina Aprilia Semenzato, vicepresidente fin dalla nascita di Ca’ Letizia, che ha donato i migliori anni della sua giovinezza e della sua maturità alla causa dei poveri di Mestre.

Mi permetto di terminare con un consiglio che ho già espresso alla stampa cittadina: monsignor Vecchi ha costruito un asilo attiguo alla casa di riposo di via Spalti, previo accordo con il suddetto ente, una struttura che è rimasta in funzione fino ad alcuni anni fa. Alla scadenza dei 25 o 30 anni concordati, l’edificio è stato riconsegnato alla casa di riposo e da cinque o sei anni è in stato di completo abbandono. L’ubicazione e la vicinanza con l’asilo notturno rappresenta, a mio avviso, una soluzione davvero ottimale. Un accordo tra Comune e diocesi accontenterebbe i cittadini di via Querini, il sindaco e il Patriarca e salverebbe l’associazione San Vincenzo che è stata, ed è bene che rimanga, la “coscienza” vigile e operativa della nostra città a livello di solidarietà.


Obiettivi futuri

Penso che non dispiaccia avere un’idea su quali siano gli obiettivi a lunga scadenza che la Fondazione Carpinetum si ripromette di realizzare, soprattutto per quanto riguarda l’assistenza per chi si trovi in ogni tipo di difficoltà. Li indico per punti:

  1. Le opere realizzate e da realizzarsi siano sempre un segno limpido, forte, coerente e in linea con la sensibilità e le esigenze della società contemporanea, della carità predicata da Cristo, maestro e salvatore.
  2. Creare un gruppo di studio per analizzare le nuove povertà e per rispondere concretamente alle situazioni esistenziali in cui vive l’uomo del nostro tempo.
  3. Completare la risposta di soli-darietà offrendo servizi a livello medico-legale, psicologico, magari federandosi con gruppi e iniziative cittadine già esistenti.
  4. Favorire ogni iniziativa promossa dal mondo sia ecclesiale che laico che tenda a farsi carico dei cittadini più fragili e bisognosi di aiuto.
  5. Incrementare, attraverso il settimanale “L’incontro”, la stampa e la televisione locale, ogni iniziativa di ordine solidale.
  6. Creare a livello di aiuto pratico (indumenti, generi alimentari, mobili, arredo per la casa e altro) una rete che raggiunga le singole comunità cristiane perché possa “scoprire” il bisogno che spesso non emerge, dando risposte adeguate.
  7. Collaborare e “tallonare” l’ente pubblico, Comune e Regione, perché impegnino maggiori investimenti di ordine sociale.
  8. Promuovere con ogni mezzo il volontariato per creare una cultura di vicinanza e solidarietà.
  9. Sollecitare in maniera decisa gli organismi ecclesiali ufficialmente preposti per la carità a compiere una funzione di promozione e di coordinamento affinché nelle singole parrocchie la carità occupi uno spazio pari a quello della catechesi e dell’evangelizzazione e si esprima con strutture, organismi e iniziative concrete atte a produrre questo valore essenziale della religione.
  10. Far fare ai giovani che si preparano al sacerdozio esperienze vive e forti, che lascino il segno, nelle comunità cristiane che sono all’avanguardia in questo settore.

Concludo dando una risposta a chi pensasse che queste sono solamente delle belle utopie, dicendo che chi non coltiva sogni e progetti è un uomo da compiangere perché arrischia di non cogliere le ricchezze e i doveri dell’oggi e del domani.


Due altri sogni

Qualche mese fa, in uno dei rari incontri che abbiamo avuto, don Gianni, il mio successore in parrocchia, sempre oberato da infiniti e assillanti impegni pastorali, mentre parlavamo dei progetti della Fondazione Carpinetum, mi ha chiesto a bruciapelo: “Quanti anni pensi di avere ancora da vivere, don Armando?” Questa bizzarra domanda, che di solito non si pone alle persone in età avanzata, mi ha lasciato perplesso e stordito. Consapevole del fatto che l’età media degli anziani di cui celebro il funerale in cimitero è compresa tra gli ottanta e i novant’anni, ho risposto: “Se mi va bene, avrò al massimo un paio d’anni!” Per natura, sono sempre stato un grande sognatore, ma vi confesso che oggi mi guardo bene dal sognare progetti che richiedono tempi lunghi per essere realizzati. Quando, mio malgrado, cado in tentazione, dico a me stesso “Cala, trinchetto“, come recitava il famoso spot televisivo.

A voi, cari lettori, che mi avete letto per tanti anni sulle pagine di lettera aperta, di Carpinetum, de L’incontro e su questo sito, e che forse qualche volta mi avete anche compatito, confido che da mesi c’è un pensiero che mi tormenta come una zanzara molesta: vorrei fare qualcosa per quei 500 senzatetto che dormono in balia dello smog che incombe sul cielo della nostra città.

A dire il vero, ho domandato a un amico geometra di realizzare un progettino per un alloggio di almeno una ventina di posti letto, da assegnare per un paio di euro a notte. L’idea è offrire una piccola stanza, sobria ed essenziale, dove si possa riposare. Chi mi conosce sa che per me i sogni non valgono quasi niente, se non diventano mattoni. La Provvidenza mi ha fatto incontrare una persona disposta ad accollarsi l’onere finanziario del progetto, però non è finita qui.

Qualche giorno fa, ho letto su Il Gazzettino che 20 mila studenti universitari faticano a trovare una camera in città per meno di 300 euro al mese. Di fronte a questa triste notizia, che è solo l’ultima delle molte che campeggiano sui nostri quotidiani, la mia mente si è messa di nuovo in moto e sono giunto a una conclusione: a fare investimenti improduttivi ci pensano già i Cinquestelle, quindi è meglio che io mi spenda per aiutare ragazzi intelligenti e volonterosi destinati a diventare architetti, medici, operatori economici e quant’altro, che potrebbero far uscire il Paese dall’inedia sociale. Sono convinto che credere nei giovani sia sempre un buon investimento. Di conseguenza, ho deciso di passare quanto prima il progetto, e il relativo finanziamento, alla Fondazione affinché possa valutare l’eventualità di aggiungere un’adiacenza all’ipermercato della solidarietà, che dovrebbe aprire i battenti entro la prossima estate. Cari lettori, voi cosa ne pensate?

Qualcuno mi ha proposto di aiutare la mensa dei poveri che, stando a quanto affermano i giornali, sarà trasferita da via Querini in un luogo imprecisato. A me, in realtà, risulta che saranno la Curia, la Caritas e il Comune a provvedere, quindi ritengo che per questo sia giusto cedere loro il passo. Comunque, se qualche concittadino avesse un suggerimento da offrirmi, sarò ben lieto di prenderlo in considerazione.


Il buon esempio

Al Centro don Vecchi vive ormai da più di quindici anni una signora che, avendo avuto un grave incidente automobilistico, è rimasta sola e gravemente disabile. Avendo io incontrato questa creatura vent’anni fa in condizione di grave preoccupazione per trovare un alloggio confacente alle sue condizioni, fortuna volle che si rendesse libero un appartamento al Don Vecchi 2, così che abbiamo potuto offrirglielo.

Questa signora colta e gentile si è inserita in maniera serena nella nostra comunità, partecipando intensamente alla vita comune in tutti gli aspetti che il Don Vecchi può offrire ai residenti, conducendo sempre una vita esemplare, serena, positiva, felice. Qualche giorno fa con volto più che felice e riconoscente di sempre, ha suonato alla porta del mio appartamento per offrirmi una somma veramente significativa. Mi raccontò come dovette sudare degli anni con gli avvocati per poter ottenere l’eredità lasciatale dal padre, dicendomi che la legge di quel Paese non è applicata in maniera molto serena tanto che ha dovuto spenderne una buona parte per le spese legali.

Consegnandomi la busta con la generosa offerta, mi disse quanto era felice di poter dimostrare tutta la sua riconoscenza per aver potuto vivere serena per tanti anni in questa nostra struttura fatta a misura d’uomo e più ancora per chi è affetto da disabilità. Dicendomi come voleva che impiegassi il suo denaro, ha manifestato il desiderio che andasse soprattutto per le necessità del centro in cui vive e semmai per i residenti che si trovassero in qualche difficoltà particolare. Un dono del genere ci è quanto mai utile perché un centro con 120 alloggi ha sempre enormi esigenze per la manutenzione.

Questo gesto di riconoscenza mi è molto più gradito per i sentimenti che esso manifesta che per le necessità alle quali possiamo dare risposta grazie ad esso. Segnalo alla città questo dono perché i cinquecento alloggi che attualmente possiamo mettere a disposizione dei cittadini che si trovano in disagio sono sempre nati dalla generosità di persone come questa, particolarmente sensibili alle difficoltà del prossimo e coerenti nel comportarsi con i valori che professano.


I Don Vecchi in pillole

I Centri don Vecchi sono sorti in città con lo scopo di aiutare gli anziani in difficoltà e sono caratterizzati dagli elementi di cui ho spesso parlato e che desidero qui puntualizzare.

Finalità economiche ed abitative:

  • offrire alloggi alla portata anche di chi gode solamente della pensione sociale;
  • offrire domicili protetti che tengano conto dei deficit fisici, morali e sociali dei residenti;
  • “costringere” gli anziani a rimanere autonomi fino all’ultimo istante di vita;
  • creare delle comunità solidali;
  • dare disponibilità assoluta dell’alloggio utilizzato.

Costi. “L’affitto” risulta dalla somma di questi tre elementi:

  • costi condominiali, 6 euro al metro quadro in misura del proprio alloggio;
  • utenze, ognuno paga quanto consuma effettivamente;
  • contributo di solidarietà: chi ha un reddito superiore alla pensione sociale è invitato a versare un contributo proporzionato alla consistenza del suo reddito per aiutare chi ha meno possibilità.

Supporti sociali:

  • pranzo a mezzogiorno: 5 euro
  • gita mensile: 10 euro
  • intrattenimento culturale ricreativo ogni mese
  • assistenza religiosa con Messa settimanale in cappella
  • assistenza giorno e notte: suonando il n. 333 accorre immediatamente un assistente per aiutare secondo il bisogno; telesoccorso
  • medico di famiglia con ambulatorio all’interno del centro
  • aiuto per pratiche mediche e sociali
  • biblioteca
  • parrucchiere all’interno del centro
  • bar o distributori di bevande, caffè e dolciumi a prezzo ridotto
  • assistenza elettrica e idraulica a costi ridotti
  • pulizia nei locali comuni
  • arredo signorile
  • citofono, cordicella di chiamata, lampade di sicurezza ad accensione automatica
  • lavatrice e asciugatrice private e comuni
  • telefono interno gratis
  • trasporti con mezzi pubblici a portata di mano
  • rampe e ascensori
  • grandi parchi
  • televisione a tariffa ridotta: 4 euro l’anno
  • possibilità di fruire di molte stanze e servizi a disposizione della comunità per socializzare
  • riscaldamento e condizionatore estivo nei luoghi comuni
  • opportunità di vivere in una comunità che offre molte possibilità di amicizia
  • unica regola: quella che esige la buona educazione!

Condizioni per l’accoglienza:

  • avere un reddito che non permetta un alloggio o una vita dignitosa;
  • pur avendo un reddito medio-alto, aver bisogno di un alloggio protetto per motivi di ordine esistenziale (per es. lontananza dai propri congiunti);
  • essere totalmente autosufficienti o garantire qualche aiuto da parte dei famigliari o di personale ingaggiate personalmente per un servizio parziale.

Consiglio per chi si candida

È consigliabile che al momento della presentazione della domanda di accesso, che va protocollata in segreteria, il richiedente vada a visitare il Centro don Vecchi nel quale desidererebbe essere inserito.


La credibilità dei praticanti

Molti anni fa ho letto una bella “vita” di Gandhi, grande testimone di fede e di solidarietà umana. Di questa lontana lettura m’è rimasto nel cuore soprattutto una dichiarazione, che mi pare sia terribilmente attuale. Ad alcune persone che, come me, erano rimaste colpite dal suo pensiero su Dio, sui rapporti che devono intercorrere fra gli uomini, sulla sua scelta radicale della non violenza, era sembrato che il pensiero fosse l’interfaccia della dottrina e della testimonianza di Cristo e un giorno gli chiesero: “Come mai non si fa cristiano?” Gandhi rispose: “Non avrei alcuna difficoltà ad aderire al cristianesimo, quello che però mi trattiene da questa scelta è il comportamento dei cristiani che conosco perché vivono nel mio Paese!”

Questi cristiani erano gli inglesi che dominavano, sfruttavano l’India e si comportavano da padroni nei riguardi degli abitanti di quel Paese. Credo che sia vero che alcune persone che coltivano ideali alti e nobili forse si tengono lontano dalla pratica religiosa, perché il comportamento di tanti fedeli che praticano la Chiesa è ben lontano dalla proposta di Cristo.

Recentemente mi è capitato di leggere su Sole sul nuovo giorno, il mensile dei Centri don Vecchi, una specie di decalogo sulla credibilità dei praticanti. Confesso che questa lettura che mi ha messo positivamente in crisi. Ho pensato quindi opportuno pubblicarlo sperando che faccia lo stesso effetto anche per i lettori de L’incontro e di questo blog.

Dopo venti secoli di cristianesimo sarebbe veramente ora che tutti capissimo che i cristiani non si riconoscono per le loro pratiche religiose, ma per la loro prassi di vita. Un giorno ho sentito un parroco che affermava che “i cristiani si riconoscono da come e quando si presentano alla balaustra” (un tempo si faceva la comunione inginocchiati sul gradino della balaustra che separava il presbiterio dall’aula della chiesa). Oggi io penso di dover affermare con convinzione e con forza che i cristiani si riconoscono dalla vita che conducono e dalla coerenza che hanno con la proposta di Cristo!

Il decalogo della credibilità
Non alludo alla cristianità in generale, ma a ciascuno di noi, parrocchiani dello nostra piccola parrocchia:

  • Se fossimo cristiani, non staremmo in questa chiesa stranieri l’uno accanto all’altro, gli anziani da questa parte, i giovani raggruppati dall’altra.
  • Se fossimo cristiani, non ci precipiteremmo fuori dalla chiesa, le chiavi dell’automobile già in mano, guardando diritto davanti a noi per non cogliere lo sguardo del vicino di casa, che potrebbe trovar posto nella nostra vettura.
  • Se fossimo cristiani, conosceremmo le preoccupazioni degli altri, forse anche il loro nome… Ma so io chi mi sta accanto, domenica dopo domenica? Non potremmo essere più estranei l’uno all’altro!
  • Se fossimo cristiani, che ci piaccia o no questa chiesa, non la frequenteremmo come un luogo qualunque ma come si frequenta la cosa del Padre e dei fratelli: con rispetto, amore, gioia.
  • Se fossimo cristiani, ci porteremmo subito verso il Tabernacolo, anziché nasconderci negli angoli o in fondo alla chiesa, magari fra le due porte, per scappar via subito, sollevati da una mal sopportata cerimonia; e parteciperemmo, invece, consapevoli ad ogni funzione.
  • Se fossimo cristiani, le mura di questa chiesa conterrebbero a stento una gran folla, poiché noi avremmo convinto gli altri, che oggi non sono presenti, quanto sia bello essere cristiani: attraverso la nostra letizia, la nostra sicurezza, la nostra disponibilità, attraverso tutta la nostra vita.
  • Se fossimo cristiani dovremmo essere facilmente individuabili, perché diversi dagli altri come la notte dal giorno, il sole dalla luna: e solo per il fatto che siamo cristiani. Ma non sarà che se ci distinguiamo dagli altri è per una preminenza che ci isola anziché per una partecipazione che ci accomuna?
  • Se fossimo cristiani non ci sarebbero nella parrocchia né povertà né bisogno, né solitudine. Nessuno, qui, vivrebbe inosservato né inosservato morirebbe.
  • Se fossimo cristiani, le nostre porte non abbisognerebbero di serrature, né le finestre di spranghe; polizia e tribunali sarebbero un di più, perché siamo cristiani.
  • In fondo, se fossimo cristiani potremmo cambiare il mondo solamente stando in parrocchia. Ma il mondo non cambia. E adesso sappiamo il perché. Amen.

Il nuovo libro di Federica

Il nuovo libro di Federica

Ricevo, fin troppo spesso, complimenti dai miei concittadini a motivo dei Centri don Vecchi. Sarei un baro se dicessi che essi non facciano piacere. Le nostre strutture si rifanno a una dottrina sicuramente nuova e più adeguata alle esigenze profonde e alle istanze degli anziani del nostro tempo. Ora, poi, che ci siamo aperti al recupero e all’aiuto delle famiglie che si sono sfasciate e alle emergenze abitative più gravi, sono ancora più contento! Ripeto, sono felice e orgoglioso perché i nostri centri fanno a gara per signorilità e confort con gli alberghi della nostra città. Sono orgoglioso perché riusciamo a offrire ai meno abbienti appartamenti eleganti e soprattutto assolutamente gratis, e ancora di più perche finalmente la nostra comunità cristiana, sta esprimendo segni di solidarietà umana e cristiana che rappresentano una punta di diamante in questo settore della nostra società.
Ma la ricchezza dei nostri centri non si ferma a questo punto perché ci sono dei residenti che sono delle autentiche perle di disponibilità, di impegno, di generosità e di servizio verso gli altri meno fortunati e soprattutto verso la fascia dei bisognosi che ogni giorno bussano alle nostre porte, sempre aperte, per offrire una risposta positiva e fraterna. Sono infinitamente orgoglioso di quelle donne che si danno da fare da mane a sera allo “spaccio alimentare” al magazzino dei mobili e dell’arredo per la casa, al “supermercato dei vestiti”, al “chiosco della frutta e della verdura” e al “banco alimentare”. Per non parlare delle signore che si spendono ogni giorno per offrire un tocco di gentilezza sia al “bar” che al Senior Restaurant, tutte gentili e servizievoli. Vi confesso che queste donne mi paiono “bellissime” e gli uomini nobili e simpatici.

Avverto di essermi un po’ dilungato in questa premessa, ma sentivo il bisogno di mostrarvi lo sguardo e l’orizzonte in cui si colloca l’autenticità di una “perla di grande valore” che pur si trova al Centro don Vecchi di Carpenedo. Alcuni anni fa mi chiese un appartamentino una splendida ragazza dagli occhi neri e luminosi, che cercava la vita indipendente. Il limite al movimento con cui convive sin dall’infanzia non ha fermato per nulla la sua vitalità, il suo coraggio, la sua voglia di vivere, di amare e di essere attiva nella nostra società! Federica Causin è il suo nome.

Questa ragazza, divenuta la mascotte del nostro piccolo mondo di anziani perché ha la metà dell’età media dei nostri residenti, si è laureata in Lingue, lavora presso una azienda dell’hinterland, è traduttrice di romanzi per una nota casa editrice ed è totalmente autonoma tanto che non si fa mancar nulla: vacanze, gite, vita associativa, amicizie, un serio apostolato e tant’altro! Data la sua cultura le è venuto spontaneo inserirsi fra i giornalisti del nostro prestigioso settimanale ed è diventata ben presto una “penna” profonda e piacevole. Qualcuno dei suoi numerosi amici l’ha spinta a pubblicare in proprio qualcosa che le usciva dalla sua esperienza specifica, tanto che la nostra editrice le ha pubblicato prima il volume Diversamente normali e poi Il volo del gabbiano, volumi che hanno avuto uno splendido successo di critica ma soprattutto dei lettori.

In questi giorni è uscita la sua terza fatica letteraria: Simmetrie asimmetriche, s’intitola questo libro veramente delizioso per impostazione grafica e soprattutto per i contenuti. Alcuni amici e un generoso tipografo le hanno dato una mano tanto che n’è venuto fuori un volumetto di 150 pagine splendido, interessante sia per il pensiero sempre fresco, entusiasta, positivo e ottimista, che per l’aspetto quanto mai gradevole.

Vi assicuro che è veramente un bel libro, così interessante e ricco di pensiero che ho sentito di sceglierlo pure per la mia meditazione mattutina! Io non sono un critico letterario, ma so che potrei farne una presentazione abbastanza dignitosa, perché se lo merita! Però desidero che siate voi, miei cari lettori, a scoprire i suoi pregi, perché sarà una bella sorpresa. Perciò invito i residenti dei Centri don Vecchi, i lettori de L’incontro e i mestrini tutti ad acquistarlo, perché sono assolutamente certo che tutti, colti o meno, lo leggerete volentieri e con profitto! Vi svelerò l’intimo segreto, che fa pure onore a Federica Causin: come ha già scelto per i volumi precedenti, ella devolverà tutti i diritti d’autore alla Fondazione Carpinetum. Cosa si può desiderare di più? Prendetelo, ne vale la pena. Il volume si può trovare presso le segreterie dei Centri don Vecchi, costa solamente 5 euro, ma ne vale moltissimo di più! Buona lettura!


Impegniamoci insieme

Qualche giorno fa un mio vecchio parrocchiano mi ha chiesto che cosa pensassi sulla Chiesa e sui cristiani di oggi. Gli ho detto qual è la mia opinione, però sono stato quanto mai amareggiato e deluso di non essere stato capace di farglielo capire con il mio comportamento e le mie scelte pastorali, nonostante sia stato per 35 anni parroco di questo concittadino.

Ho pensato quindi, ispirandomi a Impegno con Cristo di don Primo Mazzolari, di precisare un po’ meglio le mie convinzioni e le mie proposte. Vi suggerisco questi spunti:

  • Impegniamoci a costruire una “Chiesa”, non una “sagrestia”.
  • Impegniamoci a far maturare un popolo cristiano libero, ricco di speranza, capace di dialogo, senza complessi, non a dar vita a un teatrino con tanti manichini e tanti costumi che odorano di naftalina con attori che declamano senza convinzione e passione frasi imparaticce di un gergo abbandonato dai più.
  • Impegniamoci ad avere l’ebbrezza della nostra libertà e della nostra dignità, confrontandoci con amici e nemici, con inferiori e superiori, con rispetto, ma senza servilismi.
  • Impegniamoci e non lasciamoci tentare dalla vita facile, dalla carriera promettente o dalla tranquillità ad ogni costo, lasciandoci andare all’adulazione e al silenzio anche di fronte alla stupidità o al sopruso.
  • Impegniamoci ad aspettare il Risorto nel domani diffidando delle restaurazioni, dei vecchi codici e delle nuove regole ascoltando invece la voce del cuore e dello Spirito.
  • Impegniamoci ad osare, a vivere in attacco piuttosto che in difesa, a sbagliare per troppo amore piuttosto che per cialtroneria intellettuale, per fedeltà fasulla o per comoda obbedienza formale.
  • Impegniamoci a scoprire il volto del Maestro e del Salvatore nel cuore, nelle parole, e nelle scelte degli uomini e delle donne che incontriamo sulla nostra strada piuttosto che nei vecchi “santini” o nei testi logori della vecchia teologia.
  • Impegniamoci ad usare con rispetto e venerazione le parole senza ubriacarci di frasi fatte vecchie o moderne, ricordandoci sempre che un fatto piccolo vale mille pero’.
  • Impegniamoci ad aver paura del ghetto, della gente che ha risolto tutto, dei cristiani che amano le serre, temendo ancora la mela marcia e il compagno cattivo.
  • Impegniamoci perché anche l’ultimo ateo possa capire e condividere la scelta di aiutare i poveri.
  • Impegniamoci a ricordare che il Signore chiama a ogni ora del giorno ogni creatura, e che i fiori belli nascono e fioriscono dentro e fuori dalla nostra comunità.
  • Impegniamoci a ricordare che lo Spirito Santo è venuto per i capi ma anche per i poveri gregari come noi.
  • Impegniamoci infine perché tutti sappiano che saremo giudicati sull’amore e non sulle tesi dell’ultimo sociologo e dell’ultima opera scritta da un teologo.

Il volto nobile di Mestre

Come voi lettori ormai sapete bene, quando indosso i panni del “giornalista”, prediligo le notizie positive, soprattutto se riguardano la nostra città. A dispetto dei risultati modesti e discontinui che ho ottenuto, ho sempre tentato di dare voce e visibilità alla “cronaca bianca”, grazie alle mie rubriche: Il diario di un parroco di periferia, I fioretti dell’anno duemila, Il giornale in bianco. Pur avendo deciso di concludere queste esperienze per raggiunti limiti di età, se mi capita d’imbattermi in una notizia significativa, che racconta il bene, non riesco a tenerla per me e m’impegno a divulgarla affinché i miei concittadini prendano coscienza del fatto che a Mestre non ci sono solo “rami secchi” che fanno rumore mentre cadono. Esiste anche una “foresta di bene” che continua a crescere in silenzio e con umiltà.

Rompo gli indugi e vengo all’ultima notizia che mi ha spinto a prendere in mano la penna. Il mio intento è far sapere a tutti che possiamo ancora contare su testimonianze splendide che ci aiutano a lodare il Signore e a credere in una società più solidale e fraterna. Di recente la dottoressa Giustina Saccardo Scaldaferro, mia coetanea, mi ha consegnato 12 mila euro a favore dell’Ipermercato solidale, per il quale la Fondazione Carpinetum a fine giugno ha posato la prima pietra agli Arzeroni e confida di arrivare all’inaugurazione il prossimo anno.

Permettetemi di compiere un balzo nel passato per collocare la generosa offerta appena ricevuta in una cornice che ne sottolinea il valore e l’importanza. Nella primavera del 1995, con una scelta decisamente azzardata, avevo appena firmato il contratto per la costruzione del Centro Don Vecchi 2. Mancava 1 miliardo e mezzo delle allora lire per coprire l’intera spesa e temevo davvero di aver fatto il passo più lungo della gamba, come si suol dire. In quel frangente, la signora Saccardo mi offrì 23 milioni di lire. In seguito, a me, che avevo soltanto collaborato con sua sorella Rosanna, ha consegnato altri 350 milioni di lire, ereditati dal defunto marito. Nell’arco di un paio d’anni, ha destinato alle mie opere un altro miliardo e mezzo di vecchie lire, soltanto per citare le somme più consistenti, alle quali negli ultimi vent’anni si sono aggiunte altre donazioni meno ingenti ma ugualmente significative.

Vi racconto queste cose per alimentare la fiamma della speranza in un mondo migliore. Certo, data l’entità, queste offerte non sono passate inosservate, tuttavia non sono gli unici segni di solidarietà che sono sotto i nostri occhi ogni giorno. Vorrei ricordare i volontari che tutte le mattine si alzano alle quattro per andare a prendere la frutta e la verdura al mercato di Padova e Treviso, chi per vent’anni ha organizzato il più grande magazzino del Triveneto di indumenti per i poveri, chi serve a tavola al Senior Restaurant, chi fa il giro dei supermercati dell’hinterland per raccogliere i generi alimentari in scadenza, chi gestisce i 500 alloggi dei Centri don Vecchi e, non ultime, le persone che assistono i nostri anziani. Alla signora Giustina Saccardo e alla schiera di “militi ignoti della carità”, di cui io e il buon Dio conosciamo il nome, ma soprattutto la generosità e lo spirito di sacrificio, presto la voce e la penna molto volentieri.

Voglio ringraziarli, a nome dell’intera città, perché fanno da contrappeso lle tante meschinità di cui ci informano i mass media.


Lo sviluppo di un seme

Monsignor Valentino Vecchi era molto amico dei fratelli imprenditori Coin e spesso approfittava della loro gentilezza e disponibilità. Ricordo che ogni anno il mio vecchio parroco, sul finire dell’estate, organizzava per noi, suoi collaboratori, un incontro di due, tre giorni per verificare e programmare le attività pastorali dell’anno nuovo. Eravamo ospiti del signor Aristide nella sua splendida villa di Asolo, dove ci attendevano un interessante dibattito su temi che riguardavano l’essere preti nel nostro tempo, la bellezza dei colli, la squisita ospitalità e i pranzi che la signora Coin ci preparava.

Una volta, Aristide, che gestiva insieme ai fratelli i grandi magazzini di tessuti, ci raccontò, con legittimo orgoglio, la storia della splendida impresa commerciale che suo padre aveva creato e ci disse che aveva iniziato in modo molto umile. Ogni giorno partiva da Mirano, dove abitava, mettendo su un carretto la mercanzia che poi andava a vendere nei paesi vicini, quando c’era il mercato. Dall’intelligenza e dallo spirito di sacrificio di questo modestissimo commerciante è nato il colosso dei magazzini di tessuti e indumenti targati Coin. Da quell’esperienza ho potuto imparare molto anche per i miei progetti da parroco.

Quando passo in via San Donà, davanti al palazzo settecentesco della canonica, lancio sempre un’occhiata al chiosco di legno, incastrato tra la canonica e la chiesa, che in tempi ormai lontani avevo “battezzato” La bottega solidale. La bottega, dal 1995, ha iniziato a distribuire generi alimentari ai poveri della parrocchia e della città. In questa esperienza mi ha accompagnato, aprendo l’attività, la signora Adriana Groppo che, pronta di parola ed esperta nel commercio, in pochi mesi lo ha fatto diventare il “negozio” più frequentato di Carpenedo. Infatti, davanti alla porta c’era sempre una fila molto lunga di “acquirenti”. Alla signora Adriana si è unito presto un buon numero di signore che servivano al banco, si occupavano della cernita delle derrate alimentari sotto una tenda in patronato, mentre alcuni signori si recavano dai generosi benefattori per ritirare il necessario.

Questa sarebbe una piccola “storia epica”, iniziata quando sono riuscito a recuperare il chiosco che monsignor Romeo Mutto, mio vecchio predecessore in parrocchia, aveva affittato per una “pipa di tabacco”. Gli affittuari, due coniugi che avevano aperto un chiosco di fiori, furono molto riluttanti a riconsegnarlo alla parrocchia perché pagavano un affitto pressoché simbolico. Mio fratello Luigi, falegname, fece un restauro radicale. Grazie all’aiuto di qualcuno, di cui non ricordo il nome, ottenni il condono edilizio e qualcun altro organizzò il trasporto della merce con un carrettino, dalla tenda della cernita al minuscolo negozio. Alla signora Adriana subentrò poi il signor Mario Scagnetti che ampliò l’attività benefica.

Un paio di anni fa, l’attuale parroco, don Gianni Antoniazzi, la fece confluire nel grande “polo solidale” che era nato nel frattempo e che operava in maniera più efficiente, organica e consistente presso il Centro don Vecchi di via dei Trecento campi. A dire la verità, vedere questa “bottega”, che ha chiuso i battenti, ormai da molto, suscita in me un pizzico di nostalgia, perché mi ricorda i “tempi eroici” del sogno, del progetto e della sua realizzazione. Nel contempo però mi rincuora e mi fa sperare che anche “l’ipermercato solidale” degli Arzeroni diventerà presto una realtà e che questa nuova “avventura della solidarietà” vedrà la luce quanto prima e potrà contare su una nutrita schiera di volontari preparati, capaci di far crescere il piccolo seme che noi pionieri abbiamo gettato con coraggio, fiducia e spirito di sacrificio.

Io ormai sono troppo vecchio e non potrò partecipare a questo grande progetto, che permetterà alla carità di Mestre di compiere un passo da gigante, tuttavia confesso che sarei tentato di chiedere al Signore ancora un po’ di tempo per vedere “le meraviglie” che faranno i miei successori. Comunque non cederò alla tentazione, perché sarà bello vedere il primo ipermercato nazionale anche da una delle tante e belle nuvole bianche del cielo di Dio!


Un altro chiarimento

Abito ormai da quasi quindici anni al Centro don Vecchi di Carpenedo. Pago il dovuto come tutti, senza privilegi di sorta, e confesso che, tutto sommato, mi trovo bene. Essendo inserito al “civico” 59 Don Vecchi 2 in via dei Trecento campi, ho modo di sentire le chiacchiere e le valutazioni di chi vi abita da più o meno tempo e di chi vorrebbe ottenere un alloggio. Sono convinto che la buona parte dei residenti si trova bene ed è profondamente riconoscente. C’è però qualcuno, anche se pochi, che, quando gli si chiede più o meno esplicitamente una qualche collaborazione, fa capire che essendo coperto con la “retta” può disporre della propria vita come crede! E’ poi comune tra i richiedenti alloggio la solita domanda: “Quanto si paga?” Sono convinto che, nonostante di questo problema se ne sia già parlato molte volte, permangono dei dubbi e degli equivoci su cui è veramente opportuno tornare ancora perché vi sia chiarezza al riguardo. La domanda è talora timida e titubante, talaltra un po’ sfacciata.

Voglio parlare apertamente perché spero che prima o poi si faccia davvero chiarezza. Eccovi la risposta precisa senza dar adito a qualsiasi equivoco: per avere un alloggio al Don Vecchi non si paga niente, perché gli alloggi sono offerti gratis. So che molti, senza dimestichezza con le nostre case e con qualche pregiudizio, possono rimanere stupiti o dubbiosi, però le cose stanno assolutamente così. E questo è possibile non perché riusciamo a far miracoli, ma perché, non dovendo pagare il denaro per le costruzioni, perché è tutto frutto di donazioni, e avendo una amministrazione leggerissima, fatta esclusivamente da volontari, ci è possibile fare queste offerte ai nostri concittadini o meglio ai nostri fratelli in maggior disagio economico.

Quindi sia chiaro che mai nessuno paga l’affitto in quanto gli alloggi sono offerti, per usare il linguaggio giuridico, “a titolo di comodato gratuito”. Gli inquilini del Don Vecchi devono invece pagarsi le utenze, ognuno in base a quanto consumano, e i costi del condominio che sono calcolati pressappoco in 7 euro al metro quadrato dell’alloggio, soldi che però non hanno nulla a che fare con la nostra amministrazione.

C’è invece una cosa bellissima e finalmente giusta e cristiana: chi ha un reddito più o meno superiore alla pensione sociale versa un contributo relativo all’entità del reddito per chi non potrebbe beneficiare degli alloggi senza questo aiuto. Riassumo: fino alla pensione minima si pagano solamente le utenze e i costi condominiali. Gli alloggi del Don Vecchi sono offerti gratuitamente agli anziani o ai concittadini in disagio economico. Agli altri fratelli che pur avendo una pensione più alta della minima, sono pure “poveri” per altri motivi, non è negato l’alloggio ma viene chiesto un contributo come doveroso gesto di solidarietà. Per questo motivo si domanda ai residenti, che hanno possibilità di collaborare, di prestarsi come volontari nello svolgimento dei servizi a favore della comunità.

Debbo infine precisare che la Fondazione Carpinetum fa l’impossibile per contenere i costi, però per non trovarsi in difficoltà amministrative esige in maniera assoluta che i residenti all’inizio del mese paghino il costo delle utenze dei consumi condominiali. Chi avesse difficoltà per saldare anche questi costi marginali, deve ricorrere ai parenti, alle parrocchie, al Comune o al proprio garante.

Abitare al Don Vecchi costa meno di qualsiasi altro alloggio e di questo, come promotori e responsabili, ne andiamo decisamente fieri!


Lo stile dei Don Vecchi

Io sono amante dell’arte e per molti anni ho condiviso con tanti artisti della nostra città le problematiche che li tormentano nella ricerca di poter esprimere al meglio il sogno di tradurre nelle forme e nel colore i loro progetti di bellezza e di armonia. Io non dipingo, ma sono invece angosciato dal sogno e dal desiderio di tradurre nella sensibilità del nostro tempo la proposta di Gesù Cristo, costituita dal comandamento della solidarietà umana, quel valore che fino a qualche decennio fa era denominato: la carità, parola forse un po’ caduta in disuso.

Esco subito allo scoperto affermando con estrema chiarezza che i Centri don Vecchi sono nati dal dovere, per noi cristiani, di tradurre in termini di attualità uno dei diversi modi di esprimere oggi l’amore verso il prossimo. Il messaggio della fraternità universale è estremamente più vasto e complesso. Però noi ci siamo riservati il compito di dar vita solamente ad una tessera minuscola di questo grande mosaico, cioè quella dell’aiuto serio, dignitoso e in linea con la sensibilità odierna, di offrire un domicilio agli anziani poveri in perdita di autosufficienza. Prima conclusione: i nostri centri nascono esclusivamente dal dovere di mettere in pratica il messaggio di Gesù offrendo ai nostri fratelli più fragili una soluzione coerente con l’annuncio evangelico.

Chi dirige e chi beneficia degli alloggi della Fondazione Carpinetum deve sapere che queste realtà nascono dal pensiero di Gesù e chi chiede di abitarvi, sia credente o meno, cristiano o di altra religione, deve adeguarsi allo stile e alla finalità di questa proposta cristiana. Nessuno sarà mai costretto a compiere atti religiosi particolari, ma ognuno deve assolutamente adeguarsi a questo modo di leggere e di vivere la propria vita. Tutto quello che si discostasse da questa scelta sappia che non solo non è gradito, ma anche che non è bene che tenti di inserirsi nelle nostre strutture perché verrebbe a trovarsi come un pesce fuor d’acqua!

La richiesta di un alloggio in uno dei nostri centri presuppone, richiede spirito di altruismo, di collaborazione, di rispetto della persona, di dignità, di correttezza di linguaggio e di comportamenti, di tolleranza e di ricerca del bene comune. Abitare al Don Vecchi non è come abitare in qualsiasi ostello, residenza collettiva o struttura ricettiva; suppone invece, già dalla richiesta, una scelta di carattere ideale che si rifà, tutto sommato, ai valori essenziali del messaggio cristiano.

Chi non accettasse o non condividesse questi presupposti sappia che non è opportuno che domandi un alloggio al Don Vecchi, perché questa richiesta non può ridursi ad una scelta di convenienza economica o di comodità, ma esige una convinzione di ordine ideale, in linea con chi ha dato vita a questa esperienza particolare, che ha sognato e sognerà sempre il tentativo di realizzare una piccola comunità che si rifaccia nella sostanza al pensiero cristiano. Capisco le difficoltà, ma questo è il nostro progetto; chi non lo condividesse, è bene che cerchi altrove la risposta a ciò di cui ha bisogno. Per parlarci chiaro e a scanso di equivoci: lui stesso rischierebbe seriamente di trovarsi a vivere da persona fuori contesto e per noi ci sarebbe un sicuro motivo di disagio, perché la sua presenza suonerebbe come una stonatura rispetto al perseguimento di queste nostre finalità. (12/continua)


Il settimo Centro

All’inizio del 2017 tutti i Centri vivevano una vita ormai serena e, più o meno bene, s’erano create delle équipes di responsabili per ogni struttura. Migliorare è sempre possibile e doveroso, ma il Consiglio della Fondazione Carpinetum poteva “dormire sonni” abbastanza tranquilli.

V’era tuttavia un problema estremamente impegnativo e urgente da risolvere. Infatti, fortunatamente, al Don Vecchi di Carpenedo in maniera sorprendente era cresciuto un complesso di associazioni di volontariato che, passo dopo passo, era diventato una splendida realtà e che io ho chiamato con enfasi “Il polo solidale del Don Vecchi”. Infatti si sono reclutati un paio di centinaia di volontari, s’è creata una struttura efficiente, s’è aperto un vasto numero di “fornitori” e uno ancora maggiore di “clienti”. Mi riferisco ai gruppi di volontariato che gestiscono la raccolta e la distribuzione di indumenti, mobili, arredi per la casa, ausili per i disabili, generi alimentari, frutta e verdura e ogni altro bene che può dare risposta alle attese dei poveri. In parole povere è sbocciata una bella primavera della carità nel Centro di Carpenedo.

Inizialmente gli spazi, seppur angusti, erano sufficienti. Ora però sono assolutamente inadeguati all’attività a cui devono servire. E’ nato così il sogno di una struttura ad hoc che possa rispondere a questo scopo. La Fondazione, amante come me delle parole e delle immagini in grande, ha cominciato a parlare di un Ipermercato della solidarietà. Per arrivare a realizzare questo sogno c’erano e ci sono tantissimi problemi, uno dei quali è il terreno per fabbricare una struttura del genere. Andate a monte alcune trattative, si è cominciato ad ipotizzare che tale struttura potesse realizzarsi in località Arzeroni presso i due Centri già esistenti. C’erano anche problemi per l’acquisto, per il cambio di uso dell’area e infine c’era il pericolo di andare alle calende greche.

Quindi il Consiglio della Fondazione decise di procedere prima con il settimo fabbricato, già che tutto era pronto. Questo Centro sarebbe stato praticamente il prolungamento del fabbricato numero 6 sempre in località Arzeroni e si prevedevano 56 appartamentini bilocali con terrazza e ripostiglio destinati ad anziani poveri e autonomi, più una dozzina di stanze singole “formula uno”. Questo Centro don Vecchi sette è stato inaugurato lo scorso 29 giugno.

Anche per questa struttura l’intervento della Provvidenza è stato pronto, generoso ed efficace. Due anziani coniugi di Mestre, Milena e Giulio Rocchini, hanno lasciato in eredità alla Fondazione il loro appartamento, un garage e contanti per un totale di quasi un milione e mezzo di euro. La signora Malvestio ci ha donato quasi mezzo milione di euro. A queste donazioni si aggiungono le “azioni” che i mestrini continuano a sottoscrivere, il contributo delle associazioni di volontariato, ancora qualche offerta, quale un lascito della signora De Rio, e il dono del parziale arredo da parte dell’Associazione “Vestire gli ignudi”.

Il progetto è sempre quello dell’architetto Giovanna Mar e delle sue giovani colleghe Francesca Cecchi e Anna Casaril, le quali hanno destinato quasi tutto lo spazio ad abitazione, mentre hanno ritenuto opportuno utilizzare gli spazi del sesto Centro, quanto mai abbondanti, per la socializzazione e la vita comunitaria. La città sappia che sono a disposizione questi altri 56 appartamenti per anziani, giovani coppie e una dozzina di stanze per soggiorni temporanei di persone di altre città che lavorano a Mestre o per chi abbia una necessità temporanea.

Anche questa avventura, per gloria di Dio, per la generosità dei mestrini e per la bravura del Consiglio della Fondazione Carpinetum, è giunta a lieto fine. (13/continua)


Il Centro numero 6

Una volta ottenuta l’area per il Don Vecchi cinque, in località Arzeroni – al tempo sconosciuta ai più – l’architetto Giovanna Mar, che era subentrata nello studio di suo padre, in collaborazione con le due giovani professioniste Francesca Cecchi ed Anna Casaril, presentò al Comune un piano volumetrico che prevedeva in quella localizzazione la costruzione di quattro centri della dimensione delle strutture precedenti, avendo constatato che il numero ottimale di alloggi era compreso tra i 50 e i 60.

Fatti i doverosi passaggi burocratici e amministrativi, la Fondazione Carpinetum ottenne la concessione edilizia per altre tre strutture di queste dimensioni. Quindi non appena abbiamo cominciato a raggranellare “qualche soldino” e soprattutto avendo ricevuto un contributo molto consistente da parte della dottoressa Giustina Saccardo Scaldaferro (persona che ci fu vicina e ci aiutò con somme veramente notevoli fin dall’inizio della nostra bella impresa ai primi degli anni Novanta) cominciammo a sognare un’altra struttura con finalità solidali, ma diverse da quelle precedenti per stare al passo con le esigenze dei nuovi tempi.

Mi pare sia giusto fare un cenno specifico su come andarono le cose riguardo il finanziamento: una sorella della signora, responsabile della biblioteca del Comune di Venezia, che aveva un animo estremamente aperto alle attese del prossimo in difficoltà, nel suo testamento lasciò il legato alla sorella di donare alle missioni, o ai poveri, il ricavato di un bacaro ch’ella possedeva a Venezia in zona San Marco. La dottoressa Saccardo una volta ancora ebbe fiducia in noi e ci donò il ricavato, una somma quanto mai consistente, dalla vendita di questo esercizio. A questa elargizione si aggiunsero un’eredità lasciataci da Vittorio Coin, un’altra offerta da parte del dottor Toni Rota e altri contributi più o meno consistenti.

Di mio, in questa impresa, ci misi, oltre al suggerimento sull’area comunale, quello di realizzare una struttura per padri e madri separati, problema che oggi rappresenta un’altra delle ultime “nuove povertà”. E poi alloggi per disabili che sognano una vita indipendente, altri per i famigliari dei degenti nei nostri ospedali e che arrivano da fuori città ed altri ancora per qualche famiglia particolarmente bisognosa. Il mio suggerimento fu condiviso dal Consiglio di amministrazione, cosicché a fine giugno del 2016 il nostro patriarca Francesco Moraglia inaugurò pure il Don Vecchi sei comprensivo di 56 alloggi.

Questa realizzazione presentò qualche difficoltà in più nella gestione perché non avevamo esperienze precedenti alle spalle. Comunque sia, a distanza di tre anni, possiamo affermare che il risultato è stato ancora una volta molto positivo. Il nuovo edificio, come del resto tutti gli altri, si presenta signorile, arredato con mobili, quadri e lampadari di estremo buon gusto ed offre ai visitatori una bella galleria di opere del pittore mestrino Toni Rota. Tanto che i residenti hanno la sensazione di dimorare in un albergo di qualità, piuttosto che in una struttura per cittadini in difficoltà. (11/continua)