Quanto costa vivere ai Centri Don Vecchi

Sono convinto che a Mestre non ci sia più alcun cittadino che non abbia sentito parlare, fortunatamente bene, dei Centri Don Vecchi, tuttavia sono ancora troppo pochi coloro che ne hanno visitato almeno uno. Solo chi visita e si informa, anche sommariamente, di come si vive in uno dei Don Vecchi può accertare quanto sia innovativa, umana e conveniente la vita in queste strutture.

Nel passato ho pubblicato un opuscolo con alcuni esempi concreti circa i costi e i vantaggi. Qualche giorno fa, essendomi capitato di conoscere quanto paga un nuovo residente al centro di Carpenedo, m’è parso doveroso far conoscere ai concittadini di come stanno le cose.

Questo signore occupa da solo un alloggio monolocale, di circa 25 metri quadrati che è composto di: angolo cottura, soggiorno, zona notte e bagno. Ebbene il suo “affitto” che comprende costi condominiali, acqua fredda e calda, luce, gas, canone telefonico, canone tv, riscaldamento e tassa rifiuti, tutto compreso è di 161 euro al mese. Con altri 150 euro pranza pure a mezzogiorno: pane, acqua, primo piatto, secondo con contorno, purè, insalata, dessert. Il tutto in un ambiente signorile con spazi enormi interni ed esterni per la vita comune.

Dico tutto questo per far conoscere ai concittadini che i “miracoli” avvengono soprattutto dove si amministra in maniera oculata e saggia.


Rubelli per il Don Vecchi 7

Con questa iniziativa speriamo di ricavare almeno qualche decina di migliaia di euro da destinare al finanziamento del Centro don Vecchi 7 a favore degli anziani di modeste condizioni economiche della nostra città.

Come tutti sanno la Fondazione Carpinetum di solidarietà cristiana, da me fondata, è attualmente gestita dal Consiglio di amministrazione il cui presidente è don Gianni Antoniazzi, parroco di Carpenedo. A tutt’oggi la Fondazione amministra 438 alloggi con 500 residenti. Tali centri sono situati a Carpenedo, Marghera, Campalto e Mestre nella località Arzeroni.

Giacendo presso la segreteria un numero molto elevato di domande inevase, la Fondazione ha deciso di fabbricare, sempre agli Arzeroni, una nuova struttura di 57 alloggi bilocali (cucina e soggiorno – camera da letto – ripostiglio – bagno e terrazzo), alloggi offerti parzialmente arredati con angolo cottura e un grande armadio guardaroba. Attualmente il fabbricato ha già raggiunto il terzo piano e si pensa che questo nuovo centro potrà essere inaugurato verso la tarda primavera del prossimo anno.

Gli anziani che aspirano ad avere un alloggio possono quindi già ritirare il modulo della domanda presso la segreteria della direzione in via dei Trecento campi n. 6 (centralino tel. 041/5353000). Questo settimo centro metterà a disposizione pure una ventina di stanze per persone di altri paesi, ma che lavorano o studiano a Mestre e Venezia.

Il costo previsto di questa nuova struttura è di 3.900.000 euro, parte dei quali sono già disponibili avendo ricevuto la Fondazione alcune eredità di una certa consistenza: proventi da coniugi Milena e Giulio Rocchini, Vittorio Coin, sig. Da Rol, sigg.ri Furlan e sig. Filisdei e dalle sottoscrizioni di azioni di 50 euro delle quali informiamo ogni settimana sull’Incontro e nel sito della Fondazione Carpinetum. Nonostante tutti questi contributi la Fondazione è ancora ben lontana dall’aver raccolto tutta la somma necessaria.

A questo proposito è giunta in questi ultimi giorni, quanto mai gradita, l’offerta della ditta veneziana Rubelli che è, a livello mondiale, una delle più conosciute e prestigiose aziende che produce tessuti di altissima qualità. I titolari di questa ditta sono persone particolarmente amiche di monsignor Valentino Vecchi, sacerdote che consideravano come loro consigliere spirituale: quando sono venuti a conoscenza di questa impresa che sarà pure dedicata alla memoria di monsignor Vecchi, il quale è stato uno dei protagonisti della crescita civile di Mestre del dopo guerra, hanno deciso di mettere a disposizione della Fondazione due furgoni dei loro prestigiosi prodotti tessili per onorare la memoria del loro indimenticabile amico e per concorrere all’opera benefica dei Centri don Vecchi.

Pertanto, per il primo di ottobre sarà allestito nella sala Carpineta al piano terra del Centro don Vecchi di Carpenedo, con ingresso sempre da via dei Trecento campi, uno stand dedicato ai tessuti Rubelli. Questi tessuti saranno messi in offerta dalle ore 15 alle ore 18 tutti i giorni per i cittadini interessati, ma contemporaneamente desiderosi di collaborare alla realizzazione della nuova struttura a favore degli anziani poveri. Un signore, venuto a conoscenza dell’iniziativa, s’è offerto a comprare l’intero stock, ma la Fondazione ha preferito mettere tale merce a disposizione di tutti stabilendo un’offerta minima che ognuno potrà aumentare dato il valore aggiunto di questo materiale così pregiato. L’inaugurazione di questa bella iniziativa benefica avrà luogo alle ore 16 di lunedì 1 ottobre alla presenza dell’avvocato Alessandro Favaretto Rubelli e del presidente della Fondazione Carpinetum don Gianni Antoniazzi.


Operai specializzati

Ai Centri don Vecchi tra i tanti tanti problemi da risolvere c’è pure quello di tagliare l’erba durante i mesi estivi. Essendo fortunatamente abbastanza rilevante la superficie verde di ognuno degli attuali sei centri, per rendere più piacevole e riposante l’ambiente dove vivono i nostri anziani, risulta difficile fare in modo che i prati siano sempre rasati a dovere.

In passato ci siamo rivolti alle cooperative sociali, che di solito si dedicano a questi lavori, però ci siamo accorti che i costi erano abbastanza rilevanti e i risultati non molto soddisfacenti perché riducendo i tagli dell’erba a motivo del costo, l’aspetto del prato è spesso sgraziato e imbruttito da certe erbacce che crescono più velocemente dell’erba da prato e disturbano la regolarità del tappeto verde.

Al Centro don Vecchi di Marghera è stato assunto da un paio d’anni un “operaio” veramente meraviglioso: non fuma, è sempre silenzioso, lavora in maniera assidua, si accontenta di una paga pressoché insignificante e alla sera si ritira nel suo cantuccio per riposarsi e per ricaricarsi per il giorno dopo. Il robottino lavora ed è bravo più di qualsiasi giardiniere esperto tanto che il prato ha l’aspetto di un tappeto di velluto verde, sempre ordinato e curato con infinita attenzione.

In questo ultimo periodo abbiamo avuto una bella opportunità cosicché è stato deciso di ripetere l’esperienza anche per i prati dei Centri don Vecchi 5 e 6 degli Arzeroni, che svolgono un ruolo determinante per incorniciare le due strutture in un’atmosfera particolarmente silenziosa e rilassante. Ci è sembrato doveroso fare questa scelta a favore di quel centinaio di residenti che anche quest’anno non possono permettersi le vacanze estive tra i boschi e prati delle nostre montagne.

“L’ingaggio” di questi due “nuovi operai” è stato piuttosto oneroso, comunque di un costo assolutamente inferiore a quello dei calciatori: si accontentano di uno stipendio mensile irrilevante e siamo certi che vestiranno nella maniera più armoniosa l’erba del prato e incorniceranno in maniera quanto mai graziosa le piante che vi dimorano. Gli uccelli multicolori della voliera, ma soprattutto gli occhi stanchi dei nostri vecchi, potranno godere dei benefici del loro servizio senza spostarsi da casa.

“Dulcis in fundo” un benefattore si è fatto carico dell’ingaggio e dello stipendio dei due nuovi robottini. Cosa possono desiderare di più e di meglio gli anziani della nostra città? Il nostro dono vuole essere ancora una volta un piccolo segno di affetto e di riconoscenza che Mestre prova per loro.


Centro don Vecchi 7

“L’ultimo dei sette fratelli” consterà di 57 alloggi per anziani e persone che si trovano in reali difficoltà di ordine economico. Ci saranno anche 12 stanze per persone che, pur abitando fuori Mestre, lavorano nella nostra città: avranno una camera arredata, con bagno personale e con la possibilità di cucinare, pranzare, lavare gli indumenti in locali predisposti a questo scopo e passare il tempo libero in ambienti signorili all’interno della struttura. Gli appartamenti, invece, saranno tutti bilocali: camera, soggiorno, bagno, ripostiglio e terrazzino. Tutti gli alloggi verranno consegnati forniti di angolo cottura ultramoderno, un grande armadio guardaroba e il frigorifero congelatore; per il resto dell’arredo ognuno potrà portarsi i propri mobili. La nuova struttura avrà uno stile sobrio, ma quanto mai decoroso e signorile perché tutti i nostri centri si qualificano anche per l’arredo, la pulizia e il buon gusto.

Il contratto prevede la consegna del manufatto entro maggio o giugno del prossimo anno. Il costo dell’opera finora s’aggira attorno ai quattro milioni di euro. Ben s’intende che si è partiti disponendo della metà della spesa, come abbiamo sempre fatto anche per le altre strutture. Ora però si pone il problema di recuperare l’altra metà del costo. In passato ho venduto le stelle del soffitto della chiesa di Carpenedo, un’altra volta il lastricato del sentiero che attornia l’edificio con mattoncini su cui è stato inciso il nome delle persone care da voler ricordare. Ora penso di mettere sul mercato, come ho già fatto per il Don Vecchi 5 e per il 6 delle azioni dal costo di 50 euro o euro 25. Come si può aver riscontro sulla rubrica settimanale dell’Incontro e sul sito della Fondazione Carpinetum, gli investimenti sono quanto mai numerosi anche se non troppo consistenti. Contiamo, però, come è avvenuto in passato, ci sia qualche benefattore particolare ad offrire un contributo più consistente e risolutivo.

Sarà mia premura coinvolgere la città in questa nobile impresa perché il Centro don Vecchi 7 sia, come per tutti gli altri, il risultato dell’impegno di tutti i nostri concittadini. Mestre ha oggi un ospedale nobile e degno, fra qualche mese pure un museo d’avanguardia ma il fiore all’occhiello, nel settore della solidarietà, rimangono i Centri don Vecchi della Fondazione Carpinetum e siamo decisamente impegnati a mantenere questo primato.


Un sogno da avverare

Qualche giorno fa, sfogliando un vecchio libro, ho trovato tra le pagine una piccola cartolina della Madonna di Luini. La Vergine è presentata raccolta, pudica e bella. Era l’immagine della mia consacrazione sacerdotale. Sul retro una frase di San Paolo, il mio nome e la data: 27 giugno 1964. Me ne ero dimenticato persino io e tanto più il caro mondo che mi è vicino. Solamente Cecilia, la piccola scout dei miei primi anni di sacerdozio, che aveva trovato pure lei l’immaginetta in un libro della nostra biblioteca, mi ha fatto gli auguri.

Mi capita spesso, ma mi pare naturale, di lasciarmi prendere dai ricordi della mia lunga vita di prete e di riprovare le emozioni di tempi tanto lontani, vissuti con tanta intensità, e di analizzare vecchie storie che si sono concluse con alterne vicende. Alcuni giorni fa l’Università popolare mi ha chiesto un articolo sul mio rapporto con i poveri a Mestre e perciò sono stato costretto a ripercorrere certe imprese: alcune delle quali mi sono riuscite, mentre altre restano un sogno bello tra le nuvole di un cielo che fa sognare!

Tra queste ultime rientra il progetto di mettere in rete tutte le attività benefiche della nostra città. Non lo vedrò certo realizzato nel suo insieme, ma mi è rimasta qualche speranza di vederne realizzata almeno una parte, se il Signore mi concederà ancora qualche anno di vita.

L’architetto Giovanni Zanetti, il professionista che ha progettato e realizzato il Don Vecchi tre e il Don Vecchi quattro, un giorno di una decina di anni fa, mi prospettò che avrebbe avuto la possibilità di ottenere gratis una superficie di circa 20.000 metri quadrati a Favaro Veneto per l’iniziativa della quale mi aveva sentito parlare. La proposta, un po’ interessata, dei padroni del terreno era legata al fatto che il Comune concedesse loro di realizzare un albergo su un terreno contiguo. La mia testa cominciò a ipotizzare la cittadella della solidarietà, ossia un centro in cui i poveri potessero trovare le risposte per ognuna delle loro attese, dando vita al coordinamento cittadino della solidarietà. Ebbi perfino l’avallo e l’appoggio del cardinale patriarca Angelo Scola, ma non se ne fece niente un po’ perché tramontò presto la possibilità del dono e un po’ perché ebbi tutti contro, a cominciare dalla Caritas.

Svanita questa ipotesi, trasferii idealmente il progetto, ridotto a una sede per i magazzini della carità, nel grande campo incolto della società dei 300 campi, contiguo al centro Don Vecchi di Carpenedo. Già molti anni prima, un consiglio di amministrazione aperto e illuminato di questa società mi aveva offerto l’area dove ora sorge il Don Vecchi uno. Mi parve bellissimo che la parrocchia del posto, questa antica Società benefica e il nuovo centro si accordassero per dar vita assieme a una grande iniziativa, forse la prima in Italia. Purtroppo “il diavolo ci mise la coda”, perché il vecchio parroco di allora, un gruppetto di parrocchiani preoccupati di avere nel quartiere la “poveraglia” e un consigliere della stessa società boicottarono ferocemente l’iniziativa. Così anch’essa è caduta presto rovinosamente.

Pensavo che questa vicenda fosse finita, senonché la costruzione del Don Vecchi 5, 6 e ora del 7 ci ha messo sulla strada di acquistare un terreno di circa 30.000 metri quadri attiguo a questi centri ora serviti dalla nuova strada e dagli autobus cittadini. È già stato firmato un preliminare d’acquisto e mi auguro che presto firmeremo anche il rogito e che, tra un anno, si possa pensare alla nuova sistemazione dei magazzini della carità. Non mancano difficoltà di ogni genere ma sappiamo che chi la dura la vince!

Scrivo queste vicende per la storia, perché ritengo giusto ricordare che i percorsi dei progetti di solidarietà sono particolarmente duri e difficili, ma talvolta si avverano. Spero di offrire qualche elemento in più a chi scriverà la storia di Mestre solidale.


Lo spaccio solidale

Monsignor Valentino Vecchi, con quella sua vena di paternalismo che usava spesso nei riguardi di noi suoi giovani preti, ci ripeteva abbastanza di frequente che la vera ricchezza di un paese sono i “capitani d’industria” e con questo discorso voleva indicare il ruolo determinante per il successo di un qualsiasi gruppo sociale. Servono le virtù che hanno le persone che possiedono attitudini naturali al comando, come: l’impegno, la costanza, la generosità e lo spirito di sacrificio, con i quali queste persone si dedicano a qualsiasi impresa umana.

Io sono perfettamente d’accordo, ma il guaio è che di queste persone non se ne trovano moltissime e quando si scoprono, la maggioranza delle volte esse sono impegnate per i fatti loro anche dopo la pensione. Bisogna dire però che ogni tanto capita la fortuna o meglio la grazia di incontrarne qualcuno e di ottenere la disponibilità di occuparsi delle nostre imprese solidali. Io vi confesso che sono costantemente a caccia di queste persone perché di frequente abbiamo dei “rami di impresa” molto promettenti, ma che hanno bisogno estremo di un “capo” che sappia organizzare, gratificare i volontari, mettere pace, fiutare il mercato ed essere quanto mai intraprendente nello sviluppare “l’azienda”.

Vengo a un esempio: un paio d’anni fa s’è aperta la possibilità di ottenere dai supermercati i generi alimentari in scadenza. La legge poi sta spingendo perché tutto questo ben di Dio non venga buttato, ma sia recuperato a favore dei concittadini in difficoltà di ordine economico. La cosa però non è proprio facile perché alle aziende è più comodo e meno costoso buttare le merci piuttosto che fare bolle di consegna ed altro ancora, e da parte nostra occorrono furgoni, autisti disponibili nei giorni e nelle ore fissate dai supermercati, luoghi per lo stoccaggio, celle frigorifere, personale per la distribuzione, mezzi economici per la benzina, riparazioni automezzi, guanti, sacchetti, luce ecc….

Un po’ alla volta, comunque, presso il Centro don Vecchi ha preso consistenza questa attività di raccolta e distribuzione di generi alimentari, attività che abbiamo denominato “spaccio solidale”. Ormai ci elargiscono ogni giorno i loro prodotti i sette supermercati Cadoro, quattro della catena Alì, la catena Despar di via Paccagnella, i mercati generali di frutta e verdura di Padova, Treviso e Santa Maria di sala. Abbiamo reclutato un gruppo qualificato di signore e di uomini per la selezione e distribuzione. Questi generi alimentari sono distribuiti gratuitamente, si chiede solamente un piccolo contributo per le spese di gestione.

Purtroppo i locali sono inadeguati e sempre più insufficienti. La vera fortuna poi è quella di aver assoldato a titolo gratuito il “manager” ossia “il capitano di industria” di cui ci parlava don Vecchi il quale pian piano è diventato la mente e il cuore di questa attività quanto mai promettente: il signor Alfio, ha abbandonato tutti i precedenti impegni e da più di un anno si dedica anima e corpo a questa bella impresa sociale, facendo ben sperare per il futuro. Abbiamo ancora tanti problemi soprattutto per distribuire le eccedenze, ma di questi problemi vi parlerò in un prossimo articolo.


Insieme per fare comunità

Credo sia ormai passata nell’opinione pubblica l’idea che nei Centri don Vecchi si paga poco e si sta bene. Questa convinzione, vera e facilmente verificabile, mi fa felice. Non mi pare però che sia altrettanto chiaro a chi sono destinati i centri e quali doveri comporti chiedere ed ottenere un alloggio.

Ho letto da qualche parte che, dopo Mazzini, in Italia nessuno ha più parlato dei doveri del cittadino. Politici, sindacalisti e imprenditori, per ottenere consenso, hanno parlato solamente e fin troppo dei diritti che i cittadini devono chiedere e pretendere. Vengo al Don Vecchi per chiarire ancora una volta a chi sono destinate queste strutture, riassumendo per sommi capi la destinazione.

I centri sono stati ideati e destinati ad anziani di modeste condizioni economiche, autosufficienti e che desiderano vivere una vita autonoma. Suddetti centri sono stati costruiti specificatamente tenendo conto di queste condizioni. Le case di riposo sono totalmente diverse dai centri Don Vecchi.

Cosa si intende per anziani poveri? È presto detto, perché il termine “povero” sottintende molte cose: povero per motivi economici, ma anche povero per solitudine. Siccome i centri sono stati fondati e vivono sul valore della solidarietà, a chi si trova in condizioni economiche abbastanza consistenti viene chiesto, per entrare, di versare un contributo anche per chi è in condizioni economiche meno floride.

Nei Centri Don Vecchi non si chiede un affitto, ma solo un rimborso spese che si cerca in ogni modo di contenere. Chi fa richiesta di entrare in questa struttura si impegna a versare, sempre e a tempo debito, quanto gli viene richiesto. I centri possono contare solamente su questi piccoli rimborsi per vivere e perciò non possono fare deroghe o riduzioni a chicchessia, anche perché non ricevendo contributi da alcuno sono altresì impegnati a dare risposte anche ad altri anziani che finora non godono dei benefici di chi vi risiede già.

Per ridurre i costi di gestione, e quindi i rimborsi dei residenti, l’amministrazione è il più leggera possibile; si combattono gli sprechi e si tenta di avvalersi del volontariato. Ad esempio, se si fosse costretti ad assumere dipendenti per la vigilanza, per il giardinaggio, per servire a tavola e al punto di ristoro, per chiudere le porte, per distribuire la posta, per rispondere al telefono e per gestire la segreteria del centro, i costi si gonfierebbero e aumenterebbero anche i rimborsi. Di conseguenza, non potrebbero essere accolti gli anziani meno abbienti e verrebbe meno la scelta di fondo di aiutare i più poveri.

Si è ripetuto all’infinito che la Fondazione Carpinetum non vuole in maniera più assoluta ridursi a un’agenzia immobiliare che affitta a chiunque alloggi a poco prezzo perché sogna e sognerà sempre di costruire una comunità di cittadini, di amici che si aiutano a vivere una vita dignitosa, collaborativa e serena. Perciò chi non fosse disponibile alla collaborazione secondo le sue possibilità, chi non volesse stabilire rapporti caldi, cordiali e solidali con gli altri residenti ma pretendesse di pensare ai fatti suoi, di estraniarsi dalla vita della comunità e di impegnarsi in altre mille attività seppur buone, ma fuori dalle necessità della comunità, deve sapere che questa struttura non è stata creata per lui e deve quindi rivolgersi altrove per trovare risposte alle sue aspettative di vita.

Queste parole possono suonare sgradite a qualcuno ma ognuno è informato chiaramente sull’impianto dell’opera e le condizioni sono liberamente sottoscritte. Comunque chi non le condividesse non deve sentirsi vincolato a rimanere al Don Vecchi, anzi ci farebbe felici se cercasse una dimora diversa e più consona alle sue attese.


Benefattori di grande cuore

È diventato ormai un detto popolare, specie nel mondo dei credenti, l’affermazione di uno dei protagonisti del celeberrimo romanzo di Alessandro Manzoni: “La c’è la Provvidenza!” Renzo Tramaglino tra tante disavventure tocca con mano che il buon Dio “scrive dritto anche sulle righe storte”, come afferma un proverbio spagnolo.

Chi ha trascorso una lunga vita nel mondo della solidarietà, come è accaduto a me, ha avuto modo di sperimentare la validità di questa frase che Manzoni mette in bocca al povero Renzo, il quale per molto tempo fu immerso in un mondo di disgrazie e di disavventure. Posso affermare senza timore di smentita che più di una volta, trovandomi in situazioni pressoché disperate, si è aperta improvvisamente e inaspettatamente una porta che ha risolto problemi economici che sembravano irresolubili.

Mi permetto di raccontare ai lettori l’ultima volta, che risale a questi giorni, in cui mi è capitato di esclamare con riconoscenza: “La c’è la Provvidenza!” Ho già scritto qualche giorno fa che all’inizio di luglio l’impresa Dema di Jesolo ha aperto il cantiere edile in quel degli Arzeroni per costruire il Don Vecchi 7: 57 appartamenti bilocali e 20 stanze da offrire a persone che, pur abitando lontano da Mestre, lavorano nella nostra città. Scrissi già che Mestre sembra avere un occhio di riguardo per i Centri don Vecchi, perché si può toccare con mano come attualmente mezzo migliaio di anziani, in condizioni economiche disagiate, possano trascorrere gli ultimi anni in ambienti signorili, con la possibilità di essere protagonisti delle loro scelte, senza dover dipendere dal Comune o dai figli, che spesso sono gravati anche loro da preoccupazioni di carattere finanziario.

Ebbene, l’altro giorno lo scavatore aveva appena cominciato a preparare le buche per le fondamenta, quando due bellissime notizie hanno rinfrancato e dato coraggio ai membri del consiglio di amministrazione della Fondazione Carpinetum, che si sono fatti carico di questa impresa solidale!

La prima è il dono dell’arredo per i 57 appartamenti. L’associazione di volontariato Vestire gli ignudi, che ha come presidente suor Teresa Del Buffa, vice presidente e direttore generale Danilo Bagaggia e consiglieri Ugo Bembo, Barbara Navarra e io stesso, ha racimolato tutti i risparmi degli anni scorsi e quelli dell’anno corrente per donare l’angolo cottura, un grande armadio guardaroba e il frigorifero a ognuno dei 57 alloggi, con una spesa complessiva di quasi centomila euro. Scrivo questo a onore e riconoscenza nei riguardi di questo saggio e intraprendente consiglio di amministrazione, che già veste i poveri di tutta Mestre e nel contempo riesce a raggranellare qualcosa di consistente per offrire alloggio ai concittadini più sfortunati. Dopo questa elargizione spero che molti mestrini si offrano come volontari per impegnarsi in questo servizio tanto benemerito, che è diventato ormai un protagonista della Mestre solidale.

La seconda notizia è ancora più bella: un gruppo consistente di amici mi ha messo a disposizione quattrocentomila euro per il progetto del Don Vecchi 7. Questa somma è il risultato di quella sottoscrizione di “azioni” di cui il nostro periodico informa ogni settimana. Malgrado queste splendide e meravigliose notizie, è mio dovere informare che siamo ancora ben lontani dalla totale copertura dei costi necessari per realizzare la nuova struttura. Questi benefattori spero siano gli apripista dei concittadini che ci auguriamo, vogliano partecipare al progetto, secondo le proprie risorse.


Quadri per il nuovo Centro don Vecchi

Abbiamo ripetuto più volte che i Centri don Vecchi offrono a Mestre la più grande pinacoteca esistente in città. Basti pensare che in quelli già esistenti ci sono ben tre gallerie permanenti: quella di Vittorio Felisati con 90 quadri, quella di Umberto Ilfiore con 80 e quella di Toni Rota con una trentina. Ora si pensa di allestirne un’altra con un centinaio di quadri della pittrice Rita Bellini. Si suppone che sulle pareti dei corridoi e delle sale dei nostri centri, vi siano appesi più di tremila opere pittoriche. è vero che s’è appena cominciato a scavare le fondamenta del Don Vecchi 7, ma ci pare opportuno rivolgere un appello ai concittadini che possiedono quadri, anche di grandi dimensioni e non sanno dove collocarli di ricordarsi di noi, donandoli alla Fondazione Carpinetum. Informazioni allo 041/5353000 o allo 041/5353204.


Grazie all’azienda Rubelli

Qualche giorno fa il giornalista del Gazzettino Fulvio Fenzo mi ha intervistato sul Centro don Vecchi 7 al quale l’impresa Dema di Jesolo sta lavorando. Sono previsti 57 appartamenti con cucina ed ingresso, camera da letto da una o due persone, bagno, terrazzino e ripostiglio.

Alla domanda su come la nostra Fondazione Carpinetum riesca a reperire le somme ingenti che servono per queste costruzioni, risposi che una parte era stata accantonata e una parte la stiamo reperendo facendo conto come è sempre avvenuto nel passato, che la Provvidenza ci mandi qualche benefattore insigne (in quest’ultimo periodo è già stato raccolto mezzo milione di euro). E’ sempre avvenuto cosi, perché non dovrebbe capitare anche stavolta?

A questo proposito sento il dovere di informare la città di una prima avvisaglia di uno di questi interventi “sollecitati” dalla Provvidenza. Venuti a sapere dell’inizio del Don Vecchi 7, due signori cari e vecchi amici di monsignor Valentino Vecchi, i coniugi Rubelli, ci hanno già fatto un dono. Forse non tutti sanno che la ditta Rubelli produce e distribuisce a livello internazionale i più preziosi e ricercati tessuti: arazzi, sete, soprarizzi, velluti pregiati ed altro ancora. Proprio un paio di mesi fa la stampa cittadina ha informato che questa ditta ha restaurato un antico palazzo veneziano per farne la sede di rappresentanza dell’impresa.

Ebbene questi imprenditori, saputo dell’iniziativa della Fondazione, hanno voluto onorare la memoria di monsignor Vecchi regalandoci un intero furgone di tessuti quanto mai ambiti e preziosi e ci hanno promesso un ulteriore invio ad ottobre, quando offriremo ai mestrini queste ricche e preziose stoffe.

Infatti, l’associazione “Vestire gli Ignudi” sta già studiando un progetto per una mostra che speriamo sia di gradimento al pubblico e da cui speriamo di poter ricavarne parecchie migliaia di euro. Neppure questo contributo sarà sufficiente a coprire il costo di 2.900.000 euro necessari per realizzare il Don Vecchi 7, però speriamo che a questo primo e significativo intervento ne segua almeno qualche altro.

Per ora non ci rimane che additare all’ammirazione e alla gratitudine della città questa impresa che, sensibile alle istanze degli anziani indigenti, ha promosso questa bella e tanto nobile iniziativa.


Don Vecchi, il mio maestro

La redazione de L’Incontro mi chiede un “contributo” sulla testimonianza di un uomo, di cittadino e di prete di monsignor Valentino Vecchi.

Lo faccio con qualche riluttanza perché mi è difficile inquadrare questa persona per molti versi complessa, come è sempre difficile esprimere un giudizio obbiettivo su personalità particolari dotate di risorse umane non comuni e soprattutto vissute in tempi ormai lontani dai nostri. Monsignor Vecchi operò a Mestre mezzo secolo fa e per i nostri tempi in cinquantanni i mutamenti di sensibilità e di valutazione sono tali che nel passato avevano bisogno forse di due secoli.

Comunque mi sento moralmente costretto da una promessa da me fatta mentre monsignore era molto vicino alla morte. Nel breve dialogo, avvenuto nella sua camera da letto nella canonica di San Lorenzo, tra l’altro monsignore mi disse: “Don Armando, tu che sai scrivere, parla pure di me quando non ci sarò più”. Immagino, anzi sono certo, che alludeva ai suoi sogni, ai suoi progetti e al suo messaggio, che egli ben sapeva bene quanta difficoltà trovava di essere accolto e di attecchire in città e soprattutto nell’apparato ecclesiale, che molto spesso gli fu ostile. Gli dissi di si ed onestamente ho tentato di farlo come le mie modeste risorse intellettuali me lo hanno permesso.

Ora a Mestre, a motivo dei nostri centri tutti conoscono don Valentino Vecchi, ma temo che conoscano solamente un nome o forse un mito, ma quasi null’altro. Don Franco e soprattutto il bravo giornalista Paolo Fusco, scrissero in maniera molto più esauriente dei miei poveri articoletti su Lettera aperta, su Il Prossimo e soprattutto su L’Incontro. Comunque vorrei dare pubblica testimonianza su ciò che penso monsignor Vecchi abbia donato a me personalmente, alla Chiesa e alla nostra città.

Comincio con quello che io di certo ho ricevuto e di cui sono assolutamente grato: monsignore mi aiutò economicamente in un momento molto difficile per me e per la mia famiglia. Poco prima di diventare prete subii due lunghi ricoveri nell’ospedale dell’isola delle Grazie, con costi impossibili per una povera famiglia come la mia. Ebbene monsignore se ne fece totalmente carico in maniera immediata e spontanea: il lato economico costituisce sempre un segno di solidarietà che lascia traccia!

Monsignore poi mi ha tolto i complessi del campagnolo, che a Venezia sono particolarmente pesanti, mi ha messo in contatto diretto con i più significativi artisti del tempo e mi ha introdotto nel mondo meraviglioso dell’arte, come mi ha fatto incontrare i protagonisti della vita amministrativa e politica del tempo.

Monsignore mi ha passato il desiderio e il bisogno della ricerca e della sperimentazione, si veda il viaggio ai fini pastorali in Francia, che allora era mosca nocchiera della liturgia, e si veda la scoperta di un bollettino parrocchiale, che una volta tornato divenne “La Borromea”.

Monsignore mi ha passato inoltre il suo modo di vivere: il senso dell’avventura e della sfida assieme alla concretezza degli obbiettivi da raggiungere. Mi ha insegnato ad usare il dialogo, seppure dialettico, alla pari con il prossimo normale così come con quello che si pensa importante. Monsignore, al contrario di quello che pensavano allora, perché per le sue mani passavano fior di milioni, mi ha insegnato a vivere poveramente (egli non ha mai posseduto una automobile e spesso vestiva con gli indumenti usati offertogli dalla San Vincenzo) e mi ha inculcato che se la carità vuole essere veramente tale deve incarnarsi nelle opere ed in particolare nelle strutture. “Don Armando – mi diceva – se fai la carità fai bene, ma se costruisci qualcosa per i poveri tu ne aiuterai molti, in maniera seria e per almeno un secolo!”. Il mio vecchio parroco mi ha anche insegnato ad avere coraggio e ad osare quel che molti ritengono impossibile!

Per quanto riguarda la città e la Chiesa di Mestre sono convinto che il contributo di questo sacerdote sia stato ancor più innovativo e valido. Monsignore passò a tutti l’idea che Mestre non doveva accettare di ridursi in una città dormitorio succursale di Venezia. A questo scopo si impegnò a dar vita a strutture per la città: il nuovo patronato, Ca’ Letizia, villa Giovanna con la scuola di lingue, il palazzo della carità, l’agorà, il rifugio San Lorenzo per i giovani non distante da Misurina, il palazzo delle associazioni con “La Graticola”, la casa di San Vito di Cadore, e la scuola per il seminario a Paderno del Grappa. A livello informativo e culturale diede vita all’istituto di cultura “Laurentianum”, e quello di “Santa Maria delle Grazie” in via Poerio, alla pubblicazione Borromea mensile e settimanale.

Per quanto riguarda la Chiesa e la pastorale ha promosso l’istituzione del delegato patriarcale per Mestre e terraferma; s’è battuto perche la chiesa mestrina non fosse formata da un arcipelago di parrocchie autonome, ma diventasse invece una realtà ecclesiale a livello cittadino con un disegno unitario; s’è impegnato inoltre perché villa Tivan, sul Terraglio, diventasse la sede del Patriarca in terraferma.

Monsignore non ebbe vita facile con il “palazzo” e con la curia, comunque ha sempre portato avanti i suoi progetti senza “rompere” e accettando spesso mortificazioni dai soliti burocrati di turno. Il merito forse maggiore di don Valentino Vecchi è quello di aver messo in discussione il passato e proposto idee ed iniziative quanto mai innovative per quel tempo. Purtroppo la stagione del post concilio, ha rappresentato anche per la Chiesa mestrina un tempo di restaurazione e di appiattimento, ma rimane comunque la speranza che una seminagione così ardita ed intelligente possa prima o poi dar frutto.

Io che ho vissuto per di più di vent’anni accanto a questo prete prima in seminario e poi in parrocchia, e che spesso ho chiamato “mio maestro”, conosco pure i suoi limiti, le sue collere e perfino le sue ambizioni. Ma ritengo che sia stato un maestro di vita, certo non di fede da santarelli incantati, ma di una fede che non ha avuto paura di sporcarsi lasciandosi coinvolgere dalle vicende reali di questo povero mondo. Il mio “Vangelo” secondo don Vecchi non è certamente uno di quelli canonici, ma accetto pure che sia ritenuto apocrifo!


E la pista ciclopedonale?

Delle vicende del Centro don Vecchi 4 di Campalto ho già parlato più volte, ma siccome il tempo passa tanto veloce e la nostra società è sommersa da una montagna di parole, penso che non sia male che io ritorni sull’argomento. Sono ormai uno degli ultimi che può far memoria di questi fatti. Purtroppo una grossa questione che riguarda questo centro è ancora viva ed attuale!

Riassumo la storia in quattro righe. Il compianto don Franco De Pieri aveva acquistato una vecchia bicocca nata come locanda, trasformata poi in una colonia per bambini e finita come struttura per alloggiare i tossicodipendenti dei quali questo prete generoso si occupava ormai da anni. La struttura non era ormai più sufficiente né adatta allo scopo per il quale don Franco l’aveva acquistata e poi, fortunatamente, questo prete generoso e intraprendente era riuscito a farsi mettere a disposizione il dismesso forte Rossarol di Tessera. Aveva quindi urgente bisogno di soldi freschi, mentre a me serviva un altro spazio per aprire una nuova struttura per gli anziani, date le molte e pressanti domande per ottenere un alloggio presso uno dei nostri centri. L’architetto Giovanni Zanetti, che conosceva don Franco e me per motivi professionali, mi convinse ad acquistare l’immobile fatiscente per ristrutturarlo e in seguito a farne un nuovo centro per anziani. Tra due preti con gli stessi ideali, nati inoltre nello stesso paese, fu facile raggiungere un’intesa. Don Franco tamponò i suoi debiti e io cominciai a sognare il nuovo centro. La cosa però non andò così, perché il rudere sarebbe rimasto ancora, nonostante tutto, un rudere! Lo buttammo giù e costruimmo il nostro centro con i suoi 64 alloggi.

Sennonché, il giorno dopo l’inaugurazione, scoprimmo amaramente che in via Orlanda c’era un traffico infernale, che rendeva assolutamente impossibile uscire dal centro senza correre il rischio di perdere la vita. A una settimana dall’inaugurazione, l’auto della figlia di una residente, mentre tentava di uscire dal centro, fu centrata in pieno e scaraventata nel fossato prospiciente. Con infinite peripezie e rinnovate richieste all’Anas riuscimmo ad ottenere il permesso di mettere in sicurezza l’uscita, spendendo svariate decine di migliaia di euro di tasca nostra. Il problema non era però risolto per chi andava a Campalto a piedi o in bicicletta. Un vecchio residente del centro affermò un giorno: “Il don Vecchi 4 è una prigione dorata, ma sempre prigione rimane!”

Trafficammo così tanto con l’assessore precedente all’attuale, che finì per assicurarci che, quanto prima, avrebbe provveduto a far costruire una pista ciclopedonale per congiungere il don Vecchi e il cimitero a Campalto. A riprova di questa volontà, fece eseguire da “Insula” un progetto di fattibilità, poi però questo amministratore non venne più rieletto. Non ci perdemmo d’animo; non potevamo infatti permetterci di desistere, perché ne andava della vita dei nostri vecchi! Fortunatamente l’Anas, che sta costruendo una nuova strada e ci ha portato via mezzo parco del centro, ha deliberato e trasmesso al Comune mezzo milione di euro per costruire la pista pedonale.

Pensavamo che il Comune ci desse i soldi per iniziare subito i lavori. A questo scopo, abbiamo fatto fare un nuovo progetto da una dei migliori professionisti di Mestre, pagando sempre di tasca nostra. Nel frattempo, però, pare che i soldi siano passati da Renato Boraso, assessore alla viabilità, che ci aveva fatto le più lusinghiere promesse di una pronta attuazione, a Francesca Zaccariotto, ora assessore ai Lavori pubblici, chissà per quali misteri. Fatto sta che si dice che voglia far fare un altro progetto: il terzo. Nel frattempo, dopo cinque anni, gli anziani di Campalto sono ancora imprigionati. Ebbene, non vorremmo mai che il Comune li condannasse all’ergastolo da trascorrere in questa prigione, dorata, ma pur sempre prigione!


Un gioco che fa vincere

Il lunedì mattina si stampa L’Incontro. Io vi dedico una mezzoretta e lo leggo fresco di stampa, prima di mezzogiorno o nelle prime ore del pomeriggio. Essendo però il periodico monografico, qualche volta devo fare un “fioretto” per leggerlo tutto, perché alla fin fine risulta sempre un po’ ripetitivo, anche se i vari autori affrontano lo stesso argomento con uno stile o delle angolature ben diversi.

In uno degli ultimi numeri ho letto che uno dei più gravi pericoli sociali del nostro tempo consiste nel gioco d’azzardo: fenomeno di cui già conoscevo la gravità, ma non nella maniera così rovinosa come l’ho potuta apprendere dalla lettura, seppur veloce, del nostro periodico. Nella sostanza si dice che la gente gioca d’azzardo nella speranza di vincere molto e senza troppa fatica. I giornalisti de L’Incontro affermano con autorità e numeri alla mano che questa è solamente una triste illusione perché vale esattamente il contrario: giocando si perde sempre e comunque!

Io, lo sapete, ho novantanni e, come si diceva un tempo, l’età talvolta può offrire almeno un po’ di saggezza. Dall’alto della mia età, quindi, vi posso assicurare che c’è invece un “gioco” poco conosciuto, perché poco reclamizzato per guadagnare veramente sempre, molto velocemente e senza correre il rischio di perdere o di logorarsi i nervi per la tensione psicologica che il gioco comporta. Il discorso, di primo acchito può sembrare una chimera e una pura illusione perché purtroppo la vita insegna che l’acquisire ricchezza costa sempre e costa tanto. Eppure mio padre mi ha insegnato il “gioco di Colombo”: cioè il far stare in piedi un uovo su un tavolo bello liscio, fatto altrettanto difficile, anzi impossibile. E invece è un gioco per nulla rischioso e di sicuro effetto, basta un colpetto nella parte inferiore dell’uovo sul tavolo ed esso sta in piedi sicuramente.

Eccovi dunque la soluzione più sicura e più facile per far soldi senza fatica e con assoluta sicurezza che io vi propongo: investire poco o tanto, in rapporto di quel che si possiede, sulla carità. Questa soluzione ha perfino l’avallo del Figlio di Dio: “Otterrete il centuplo e la vita eterna”. Io vi posso garantire almeno la prima parte, ma ho motivi per ritenere valida anche la seconda.

Eccovi la prova che io stesso ho sperimentato e con notevole successo e soddisfazione: quando facevo il cappellano a San Lorenzo monsignor Valentino Vecchi mi dava cinquantamila lire al mese per le mie spese personali: 25 euro. Da parroco la mia paga mensile era di 850 euro, quindi sono stato sempre un povero in canna e ho sempre avuto bisogno di denaro e di molto denaro per realizzare i miei progetti a favore di quel prossimo che la Chiesa ha affidato alle mie cure. Nonostante questo, investendo sui poveri nei miei 62 anni di impegno sacerdotale ho realizzato un patrimonio di una notevole consistenza: se faccio un conto, seppur a spanne, del valore del patronato, dell’asilo, della Malga dei Faggi, di villa Flangini e dei 6 Centri don Vecchi, trenta milioni di euro sono veramente poco! Solo questo patrimonio edilizio vale di certo molto di più di una sessantina di miliardi di vecchie lire! Ma se a questo aggiungo il fatto umano del benessere offerto a chi ne beneficia e della mia personale soddisfazione il valore è certamente superiore!

Allora carissimi lettori ed amici miei: non lasciamoci vincere dall’illusione di guadagni facili e non lasciamoci abbindolare dalla dea bendata da cui si spera di ottenere vincite impossibili, ma investiamo nell’aiuto al prossimo, nella solidarietà e nella carità cristiana. Facendo ciò a me è andata molto bene!

Vorrei aggiungere anche un secondo consiglio: ora le nostre banche sono tutte traballanti e pericolose, io perciò i soldi li ho investiti tutti in titoli celesti ed ho versato fino all’ultimo centesimo presso la banca di San Pietro. Come vi ho già detto colà si offrono interessi superlativi e i soldi son sicuri! Ora poi è stato messo nel mercato della carità un nuovo prodotto, dal titolo abbastanza noto: “Fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi.” Questa Fondazione cerca liquido perché impegnata nella costruzione di 56 alloggi per anziani poveri e pertanto cerca nuovi clienti. Se avete qualcosa messa da parte e volete un investimento sicuro ad alto rendimento, anche questa è una ottima opportunità.


Lo scambio dei libri

Monsignor Mario D’Este fu mio docente di Morale per tutti i quattro anni di Teologia. Questo prete mi ha fatto veramente del bene perché, oltre ad offrirmi un insegnamento quanto mai valido di questa materia che illustra il comportamento al quale un cristiano si deve attenere in rapporto agli insegnamenti di Gesù, spesso ci parlava della testimonianza che un sacerdote deve offrire al “popolo di Dio”.

Ricordo che durante una lezione ci parlò di un sacerdote veneziano dalla vita veramente esemplare. Ci disse che questo uomo di Dio era pure uno studioso molto serio che amava quanto mai la lettura e che pian piano, durante la sua lunga vita, s’era fatto una bellissima biblioteca aggiornata e con moltissimi testi di valore. Pare poi che fosse non solamente orgoglioso per quanto era andato raccogliendo, ma era quanto mai geloso dei suoi amati libri.

Sennonché i suoi colleghi scoprirono con molto stupore che da qualche tempo aveva incominciato a donare a destra e a manca i libri della sua biblioteca. Finchè un collega gli domandò meravigliato: “Come mai ti stai disfacendo di quello che era l’orgoglio della tua vita?”. Ed egli rispose: “Sono vecchio e presto dovrò lasciare comunque la mia raccolta di libri, trovo più giusto donarli uno ad uno perché ora questa offerta rappresenta un gesto di simpatia mentre, quando sarò morto, il lasciare il mio patrimonio diventerà una necessità che non rappresenta per nulla un segno di amicizia e di fraternità!”.

Questo racconto è rimasto impigliato della mia memoria per più di mezzo secolo e finalmente questa buona semente ha incominciato a germogliare. Io sono stato un manovale a livello ecclesiastico e non una persona studiosa e colta, perciò la mia biblioteca è ben più modesta di quella del mio vecchio collega veneziano, però mi sono detto “perché anch’io non faccio un qualcosa del genere con i miei libri di formazione religiosa, piuttosto che essi continuino a coprirsi di polvere negli scaffali?”. Poi piano piano ha preso forma il mio modesto progetto che si rifà al mio confratello ben più illustre.

Sto cominciando con il mettere in un espositore all’ingresso della mia “cattedrale tra i cipressi”, in cimitero, qualche volume, scrivendo che chi fosse interessato ad averlo o a leggerlo, lo prendesse pure perché glielo regalo volentieri. Poi avendo preso piede l’iniziativa ho invitato pure chi avesse qualche volume di cultura religiosa ad aggiungerlo ai miei.

L’iniziativa ha preso piede, tanto che ogni settimana arrivano nuovi volumi e altri partono perché qualche fedele ne è interessato. Sono ben cosciente che la mia iniziativa non darà corpo alla nuova evangelizzazione, ma di certo ne può offrire una qualche piccola tessera del mosaico che illustra il messaggio di Gesù.

Offro quindi soprattutto ai miei colleghi sacerdoti, ma anche ai fedeli interessati all’avvento del regno di Dio, questa piccola “ricetta”, sognando che presto in tutte le parrocchie di Mestre si realizzi questo interscambio di volumi, mediante cui, senza spesa alcuna, possa realizzarsi un aggiornamento e un approfondimento di cultura religiosa. Il mio vuol essere soltanto un piccolo contibuto per sostenere la nuova evangelizzazione.


L’affidamento alla Vergine

Qualche giorno fa don Gianni mi ha telefonato per dirmi: “Don Armando, abbiamo scelto per il prossimo numero de L’incontro l’argomento della salute. Ora sapendo che lei ha avuto qualche seria batosta a proposito della salute, le chiedo di offrire ai lettori una sua testimonianza”.

L’argomento è stato scelto per questo numero del settimanale perché si celebra la festa della Madonna della Salute, la ricorrenza che per la pietà popolare della nostra gente è una delle più sentite. In questa occasione i concittadini sentono il bisogno di accendere una candela e dire almeno un’ave Maria nella stupenda basilica del Longhena. Adesso poi, che i veneziani sono approdati in terraferma, si sono aperte due succursali: quella della chiesa di via Torre Belfredo e quella delle Catene, ambedue molto frequentate in occasione del 21 novembre di ogni anno. Però non mi è stata chiesta una riflessione su questo evento religioso particolarmente sentito dai veneziani dell’isola e da quelli di terraferma, quanto piuttosto una testimonianza personale sulle alterne vicende che la mia salute fisica ha attraversato.

Allora non ho alcun motivo per non dichiarare pubblicamente alcuni passaggi un po’ difficili in proposito: a vent’anni ho avuto il tifo con un ricovero prolungato all’isola delle Grazie e quindi una pleurite come conseguenza dell’indebolimento per il prolungato digiuno. Una ventina di anni fa ho subito un intervento al colon per un tumore, poi venne l’asportazione della cistifellea, quindi una serie infinita di interventi per eliminare dei polipi vescicali che per anni continuavano a riprodursi. Infine ho subìto l’asportazione di un rene per un altro tumore, il tutto con i relativi cicli di chemioterapie.

Come potete vedere il mio curriculum è di tutto rispetto, nonostante ciò ho quasi novant’anni, sono abbastanza autonomo e non ho che da ringraziare il Signore perché la mia vita è stata intensa, laboriosa e nonostante tutto bella e anche felice.

La gente dice: “Quando si ha la salute si ha tutto!” Poi in realtà non si accontenta della salute, ma cerca pure il benessere, l’affermazione, la stima e altro ancora. Ma tutto questo non conta se alla salute non si accompagna la serenità interiore, la gioia dello scoprire la vita e il creato come il più bel dono di Dio, la certezza di essere in cammino verso il nuovo “giorno”. La salute fisica si rivela come un dono incompleto e talvolta anche deludente.

Lasciatemi aggiungere che spesso quella che tutti chiamano “la malattia” talora è invece una medicina portentosa per scoprire il volto più bello della nostra vita. Quando sono tornato a casa dai lunghi periodi di degenza trascorsi in ospedale, ho scoperto un mondo meraviglioso del quale prima non mi ero mai accorto: la gente più bella, la natura e le opere dell’uomo meravigliose; i fiori, le piante, le stelle, i prati, i boschi e i fiumi: quali regali stupendi che il buon Dio ci dona ogni giorno come sorpresa del suo Amore!

Per me, e lo dico serenamente, le prove fisiche sono sempre state in definitiva dei doni e non disgrazie, doni che mi hanno fatto scoprire il volto più bello della vita e che mi hanno spinto ancora a dare un po’ della mia scoperta e della mia gioia a chi ho incontrato sulla mia strada. Credo che la chiave che ci può aprire a questa scoperta, sta in quella preghiera che ci permette questa lettura positiva della vita: “Padre nostro”. Se sono convinto che Dio mi vuole un bene di padre, allora debbo essere convinto e sicuro che tutto quello che mi manda è sempre un segno di quanto mi ama e sempre a mio vantaggio. Anche se in certi frangenti confusi e tormentati tutto questo non mi è sembrato vero, dopo un po’ mi è sempre capitato di verificarlo. A qualcuno di certo verrà da chiedermi: “Allora questo anno chiederà alla Madonna della Salute qualche altra prova?” “No”; mi piacerebbe avere ancora un po’ di tempo per vedere l’ipermercato della carità e il Centro don Vecchi 7, stare ancora un poco assieme a quelle persone che mi vogliono bene e alle quali voglio tanto bene, vedere ancora la prossima primavera!

Però so che la cosa più importante, di cui ho assoluto bisogno, per “star bene veramente” è quella di fidarmi completamente del Signore, di essere certo che tutto quello che avverrà sarà comunque per il mio bene. Alla Madonna anche quest’anno chiederò: “Aiutami Vergine Santa ad avere assoluta fiducia in tuo figlio Gesù, perché io credo, però tu aumenta la mia fede!” Accompagnerò pure questa preghiera recitando un'”Ave Maria” ed accendendo un lumino come tutti i miei concittadini.