Ristorazione al Don Vecchi

Purtroppo credo che alcuni mestrini considerino ancora i Centri Don Vecchi delle case di riposo, moderne magari, ma nulla più di questo. Pur avendolo scritto ormai molte volte, ritengo opportuno ripetere che le nostre strutture sono proprio l’opposto. In casa di riposo, infatti, l’anziano è a pensione, e tutte le decisioni vengono prese dalla direzione, mentre nei nostri centri i residenti rimangono protagonisti della loro vita. La direzione, semmai, li “costringe” a rimanere autonomi fino all’ultimo respiro, perché questo significa vivere da persone libere e intelligenti!

Gli appartamenti che mettiamo a disposizione, a costi accessibili anche per chi ha la pensione minima, vengono definiti “alloggi protetti” in quanto prevedono supporti di ordine strutturale, sociale e organizzativo che contribuiscono a dare sicurezza all’anziano, il quale comunque rimane libero di gestire la propria vita come meglio crede.

Vorrei soffermarmi in particolare sulla ristorazione che considero un aspetto molto innovativo della nostra proposta. Ogni alloggio è provvisto di un angolo cottura, studiato appositamente per occupare poco spazio, ma che comunque garantisce comodità e sicurezza. I residenti che si preparano i pasti in casa, possono disporre di generi alimentari, frutta e verdura a costi pressoché simbolici che l’associazione Il Prossimo mette a disposizione.
Noi suggeriamo loro di provvedere in maniera autonoma al pranzo e alla cena per mantenersi attivi e occupare il tempo in maniera costruttiva.
Ciononostante, nei nostri centri è stato allestito un ristorante, gestito dal catering “Serenissima Ristorazione” di Vicenza, che prepara il pranzo presso un centro cottura ubicato all’interno del centro Don Vecchi 1 a Carpenedo. Il pasto, servito in un locale signorile, prevede: un primo piatto, ogni giorno diverso, un secondo, che viene sempre variato e accompagnato da un contorno, frutta fresca e, per chi lo desidera, purè e verdura di stagione, oltre a un dessert generosamente offerto da molte pasticcerie di Mestre che, quasi ogni giorno, ci regalano i dolci invenduti. Con cinquanta centesimi poi ogni commensale può prendere vino, bevande e caffè a un distributore automatico. Il pranzo costa cinque euro, tuttavia ai residenti che hanno una pensione di seicento euro finora siamo riusciti ad addebitare soltanto due euro e cinquanta, grazie al contributo donato dall’associazione Vestire gli ignudi.

Due volte al mese le porte del Senior restaurant si aprono per tutti gli anziani della città e, in questa occasione, viene servito anche un antipasto.

È previsto inoltre un servizio di consegna a domicilio dei pasti per gli anziani che, per qualche motivo, non possono recarsi al ristorante. Il servizio in sala, invece, viene svolto da un gruppo di volontari, a turni di cinque o sei.

Qualcuno forse si domanderà perché questo vecchio prete, ormai novantenne, tenga a puntualizzare queste cose. Per vanteria o vanagloria? No, cari lettori! Pur essendo orgoglioso e felice della soluzione che abbiamo adottato, sono consapevole che gli artefici di questi “miracoli” sono i concittadini che credono nella solidarietà, ma so altrettanto bene che molti altri “miracoli” si potrebbero ancora concretizzare, se qualche altro mestrino si unisse a noi!


Lettera aperta al sindaco

Esimio signor sindaco Luigi Brugnaro, ci rivolgiamo a Lei per avere un aiuto per poter portare avanti le nostre attività di beneficenza.

Siamo un’associazione – Vestire gli Ignudi Onlus – Magazzini San Martino e Gran Bazar – che da ben 18 anni opera nel campo dell’assistenza agli indigenti, venendo concretamente incontro alle nuove povertà che, sempre più numerose, bussano alle nostre porte. I nostri Magazzini solidali, dal lontano novembre del 2001, infatti portano avanti un progetto d’aiuto ai meno fortunati grazie ad una rete di volontari capillarmente organizzati che consente di far funzionare, tutti i giorni, un ipermercato solidale degli indumenti e dell’oggettistica per la casa.

Tutto ciò che viene distribuito nei Magazzini, situati all’interno del Centro don Vecchi bis in via dei Trecento Campi a Carpenedo, è offerto gratuitamente dalla cittadinanza che deposita in appositi cassonetti, posti in diverse zone della città, vestiti usati ed oggettistica varia dismessa. Tali offerte di indumenti e di arredi vengono quotidianamente distribuite ai bisognosi da ben 90 volontari sostenuti da un grande spirito di squadra che, con entusiasmo e disponibilità, mettono gratuitamente il loro tempo libero a disposizione del prossimo meno fortunato. Vestire gli Ignudi, forte di una più che decennale esperienza nel settore della beneficenza, è oggi una delle Associazioni tra le più intraprendenti, efficienti e moderne del settore: aiuta i poveri ed indirettamente crea strutture di carattere solidale.

Grazie ai proventi delle nostre attività istituzionali sono stati infatti costruiti i Centri don Vecchi che attualmente si trovano a Carpenedo, Marghera, Campalto e agli Arzeroni e moltissime persone, italiane e straniere sono state aiutate grazie alla distribuzione di indumenti e oggettistica per la casa.

Purtroppo, dalla scorsa estate, siamo stati costretti a togliere dalle strade di Mestre ben sei dei nostri cassonetti dove la cittadinanza riponeva gli indumenti da donare ai poveri, come ci impone la legge regionale del 2016 che qualifica come rifiuti i vestiti depositati nei nostri cassonetti. In questi ultimi 6 mesi abbiamo così visto diminuire drasticamente la quantità di merci da distribuire ai bisognosi e non riusciamo più a far fronte alla domanda sempre crescente di aiuto da parte delle persone povere della nostra città e straniere.

Alle luce di tutto ciò, Le chiediamo accoratamente di poterci aiutare a riposizionare i cassonetti dove si trovavano prima, senza creare nessun intralcio alla viabilità e di aiutarci così a sostenere le nostre attività benefiche.

don Armando Trevisiol
con
il presidente
suor Maria Teresa de Buffa
il direttore generale
Danilo Bagaggia
il comitato esecutivo
Ugo Bembo
Barbara Navarra


Costi e ricavi al Don Vecchi (2/2)

Dal momento che, per motivi di spazio, è stato necessario suddividere il mio intervento in due parti (questo articolo, come il precedente, proviene da L’Incontro, NdA), riprendo il tema dei costi nelle nostre strutture e, dopo aver spiegato in maniera piuttosto circostanziata perché riusciamo a contenere gli addebiti a carico dei residenti, procedo a illustrare cosa rientra nella voce “affitto”, che in realtà è una sorta di rimborso spese. Spero in tal modo di contribuire a sciogliere eventuali dubbi e di dimostrare la trasparenza dell’operato della Fondazione Carpinetum.

Come dicevo, le tre componenti sono: i costi condominiali (manutenzione, pulizie e quant’altro) che ammontano a circa sei euro al metro quadrato; le utenze (luce, gas, telefono, televisione, ecc…) che vengono addebitate a seconda dei consumi; e il contributo di solidarietà che viene stabilito in base al reddito personale. Chi percepisce la pensione sociale paga soltanto i costi condominiali e le utenze, mentre a chi dispone di una pensione più elevata viene richiesto anche il contributo di solidarietà. In questo modo è possibile permettere, anche a chi ha un reddito esiguo, di abitare nei nostri centri e di usufruire di tutti i vantaggi che offrono, sempre in nome della solidarietà. L’importo varia da un minimo di cento euro a un massimo di quattrocento, con qualche eccezione più alta per chi dispone di una superficie e di un reddito sensibilmente maggiori.

In ogni caso, abitare al Centro don Vecchi rimane una soluzione vantaggiosa, non soltanto per le ragioni che ho già illustrato, ma soprattutto perché gli spazi comuni sono molti, l’ambiente è molto signorile, i servizi parecchio efficienti: medico in casa, ristorante, bar, assistenza e vigilanza, incontri ricreativi, culturali e turistici, fornitura di generi alimentari, frutta e verdura, indumenti e mobili a prezzi pressoché simbolici, spazi verdi e altro ancora.

Queste scelte rispecchiano le convinzioni di chi ha ideato le nostre strutture e oggi le gestisce. La carità cristiana non può ridursi al pacco natalizio, ma deve concretizzarsi in aiuti tangibili in modo che chi ha meno, per le più svariate ragioni, possa vivere gli ultimi anni della sua vita in maniera dignitosa e confortevole. Concludo ricordando che è possibile richiedere in segreteria le pubblicazioni, realizzate dalla Fondazione Carpinetum, che affrontano in maniera più minuziosa l’argomento di cui mi sono occupato in queste pagine. (2/fine)


Costi e ricavi al Don Vecchi (1/2)

Capita molto spesso che alcuni anziani, o qualche familiare che sta valutando l’eventualità d’inserire un proprio congiunto in una delle nostre strutture, mi chiedano a quanto ammontano le spese a carico dei residenti e, quando vengono a sapere le cifre irrisorie che chiediamo rispetto a quanto prevede il mercato di questo specifico settore, rimangono molto perplessi. Ritengo dunque opportuno motivare per punti i costi di gestione in maniera un po’ più articolata, in due puntate:

  1. Il capitale impiegato per la costruzione e per una parte consistente dell’arredo proviene tutto da donazioni di diversa entità;
  2. Gli operatori stipendiati sono ridotti al minimo;
  3. Abbiamo la fortuna di poterci avvalere di una nutrita schiera di volontari sia per la costruzione sia per la gestione delle strutture;
  4. Per scelta, tutti gli alloggi sono piccoli; le dimensioni variano da un massimo di cinquanta metri quadrati a un minimo di venti. L’esperienza maturata ci ha dato ragione, perché l’impegno di tenere in ordine la casa diventa meno oneroso per gli anziani e poi, all’ampiezza dell’appartamento, si aggiungono gli spazi comuni di cui ciascuno può disporre;
  5. La Direzione, intelligente ed oculata, è riuscita a far comprendere ai vari enti che si tratta di un’opera veramente solidale, quindi abbiamo ottenuto sconti notevoli su gas, luce, televisione ecc.;
  6. Il Comune, pur non essendo stato particolarmente generoso, ci ha concesso il cambio d’uso delle superfici, quindi abbiamo potuto costruire su terreni che abbiamo pagato come fossero agricoli. Altre superfici, invece, ci sono state date in comodato d’uso. Inoltre, per i primi quattro centri, il Comune contribuisce con 1,90 euro per ciascun residente. Non è molto, però è meglio di niente;
  7. Le nostre strutture non sono state ideate come fonti di profitto, ma come espressione della carità cristiana che la parrocchia di Carpenedo ha scelto di compiere e molti concittadini di Mestre hanno sposato il progetto sostenendolo economicamente.

La scelta di aiutare gli anziani piuttosto che favorire altri settori, che pure avrebbero bisogno di un supporto solidale da parte della comunità, è nata dopo aver constatato che gli anziani percepiscono quasi sempre pensioni modeste, di conseguenza l’affitto diventa molto spesso un onere pressoché insostenibile. (1/continua)


La dottoressa Francesca Corsi

Il 18 gennaio di cinque anni fa è morta la dottoressa Francesca Corsi, funzionaria del Comune di Venezia per quanto riguardava gli anziani e i disabili.

Questo anniversario ci offre l’opportunità di ricordarla in maniera del tutto particolare perché ella è stata quanto mai benemerita nei riguardi dei Centri don Vecchi. Infatti non solo ottenne di evitare i gravi oneri di urbanizzazione primaria e secondaria ma pure, in occasione della costruzione di tutte le nostre strutture, ci fece avere dal Comune un contributo, seppur modesto, per le prime quattro.

Morta questa intraprendente ed appassionata persona, quanto mai convinta e tenace nei riguardi di queste due categorie di persone svantaggiate, il Comune di Venezia non ha più erogato un qualsiasi contributo per i Centri don Vecchi 5 e 6.

La dottoressa seguì sempre in maniera appassionata ed intelligente le problematiche che via via si sono andate manifestando, fornendoci consigli e favorendo in ogni modo i nostri progetti, e mettendoci a disposizione la sua grande preparazione professionale.

La Fondazione Carpinetum sente il dovere di rendere onore alla memoria di questa donna quanto mai determinata e decisa nel portare avanti il suo compito a favore degli anziani e di additarla ancora una volta alla stima e alla riconoscenza della nostra Città.

Il dottor Sandro del Todesco, collega di lavoro della dottoressa Corsi, come ogni anno, in ricorrenza dell’anniversario della morte della dottoressa ha sottoscritto 3 azioni, pari a 150 euro, perché ella possa idealmente continuare a sostenere i nostri Centri don Vecchi.


Ho trovato una viola

Non sono appassionato né a leggere la cronaca, quasi sempre nera, dei quotidiani, nè mi entusiasmano più di tanto i servizi della televisione su quanto avviene di triste, di deludente o di malvagio in Italia e in tutto il mondo. Mi appassionano, invece, e mi riempiono di profonda soddisfazione interiore i fatti nobili, grandi o piccoli, che vado scoprendo nei miei incontri quotidiani e nelle mie letture. Quando incontro qualcosa di bello lo registro e lo custodisco gelosamente nella mia memoria perché mi aiuti, nonostante tutto, a pensar bene della vita e degli uomini e mi conservi la speranza e la volontà di continuare ad impegnarmi per l’avvento di un mondo migliore. Ho confessato più volte che non essendomi mai imbattuto in un organo di stampa che riferisca soprattutto su ciò che di positivo c’è nella vita e non avendolo mai trovato ho provato a farlo io stesso, però non ci sono mai riuscito, e quindi mi sono rassegnato a raccontare talvolta le cose buone che mi capita di vedere.

Faccio questo preambolo, per raccontare, a chi può interessare, il fatto in cui mi sono imbattuto. Una signora di Venezia mi aveva telefonato che sarebbe venuta al Don Vecchi per “sottoscrivere qualche azione”. Ho incontrato la signora, non giovanissima, che mi aveva contattato, la quale mi consegnò due piccole scatole di cartone, pensavo si trattasse di qualche dolcetto o qualcosa del genere, cosa che mi capita abbastanza di frequente, conoscendo la gente la mia veneranda età. Sennonché, aperte le due scatole, vi ho trovato quasi cinquantamila euro ben impacchettati e destinati ai poveri.

Potete immaginarvi lo stupore e la meraviglia che provai. Telefonai per ringraziare di cuore questa signora per il bene che potrò fare con la sua offerta così consistente e le chiesi se potevo pubblicare il suo nome. Mi chiese gentilmente di mantenere l’anonimato, cosa che faccio, però sento il sacrosanto dovere di confidare il fatto ai miei concittadini perché sappiano che a questo mondo non ci sono solamente i prepotenti, gli egoisti, i mascalzoni di ogni genere, ma per fortuna vi sono pure nell’umiltà e nella modestia anime come questa.

Anche in questa occasione mi viene in mente, come m’è capitato altre volte in occasioni simili che per me fortunatamente non sono infrequenti, il detto del principe del foro di Venezia, l’avvocato Carnelutti il quale ha scritto: che il male è come i papaveri, ne basta qualcuno perché tutto il campo di grano appaia rosseggiante, mentre il bene è come le viole, umili e modeste, che pur essendo belle e profumate, sono sempre nascoste; motivo per cui le devi cercare con attenzione.

Amici cari, mi fa felice confidarvi che questa mattina ho scoperto una bella viola e vi posso assicurare, dall’alto dei miei novantanni, che fortunatamente ve ne sono ancora molte altre anche in questo povero mondo!


Il campo dei miracoli

In questi ultimi giorni, i responsabili dello Spaccio solidale mi hanno consegnato una busta contenente una certa somma perché l’adoperassi per fare un’opera buona. Mentre me la offrivano, mi è venuta in mente una pagina di “Pinocchio”, il celebre racconto per i ragazzi di Collodi. Chi di noi da bambino non ha sognato e non si è divertito nel leggere o nell’ascoltare le avventure del povero Pinocchio, al quale non gliene andava dritta neppure una delle sue imprese? Il celebre burattino, che il nostro impareggiabile Roberto Benigni ha portato sugli schermi qualche anno fa, era ingenuo, credulone e sprovveduto tanto da farsi raggirare da quei due furbacchioni, il gatto e la volpe, i quali un giorno lo convinsero che loro conoscevano “il campo dei miracoli”, ove si poteva piantare qualche monetina per poi raccogliere monete d’oro a non finire. A Pinocchio andò decisamente male, mentre io ho scoperto invece il vero “campo dei miracoli”, un luogo in cui si semina la carità e quasi subito fiorisce denaro per fare altra beneficenza. Io e i miei amici dello Spaccio solidale non ci fidiamo, però, del gatto e della volpe, mendaci e ingannatori, ma di Uno di molto più credibile, che ha affermato che a fare del bene si riceve il centuplo.

Permettetemi, quindi, cari amici, che vi racconti una bella storia, avvenuta l’altro giorno ed assolutamente vera. Al Centro don Vecchi da un paio di anni s’è costituito un gruppetto di volontari, che ogni giorno raccoglie i generi alimentari in scadenza, la frutta e la verdura presso i supermercati Cadoro, Alì, Despar e qualche altro ancora e al pomeriggio li distribuiscono ai concittadini che sono in difficoltà. Ora il gruppo è aumentato di numero e pure arriva una maggior quantità di alimenti, come è cresciuta in modo sorprendente la “clientela”. L’allegra e volenterosa brigata passa il pomeriggio in serena compagnia per servire uomini e donne provenienti dai quattro continenti. La “botteguccia” del seminterrato del Don Vecchi di Carpenedo, ai miei vecchi occhi di novantenne appare veramente come il vero “campo dei miracoli”. Il vedere tanta gente serena, laboriosa e generosa che aiuta in maniera reale il prossimo, mi conforta, mi offre il volto bello della vita e mi aiuta a credere nella bontà e nella solidarietà, checché ne dicano il contrario la televisione e i giornali!

Cari lettori, sento il bisogno e il dovere di raccontarvi quindi l’ultimo “miracolo” che ho visto con i miei occhi. L’altra sera due responsabili di questo gruppo di amici, sorridenti per la sorpresa che stavano per farmi, mi hanno consegnato una busta dicendomi solamente: “Per un opera buona, don Armando”! Nella busta c’erano millecento e quattro euro. Durante il periodo natalizio il gruppo dello Spaccio solidale aveva fatto gli straordinari per confezionare delle ceste regalo perché anche i poveri potessero regalarle ai loro cari in segno di letizia di Natale. I beneficiari spontaneamente si erano sentiti in dovere di ricambiare offrendo una seppur piccola offerta. Madre Teresa di Calcutta ha affermato che l’immenso oceano è formato da tante piccole gocce: quest’anno noi le abbiamo contate, erano 1.104!

Cari lettori, offro anche a voi la possibilità di seminare nel nostro “campo dei miracoli” la vostra generosità. Se lo farete, diventerete di certo ricchi e tanto felici!


Sogni nel cuore

Le nuove norme antismog hanno creato grosse difficoltà di carattere finanziario legate alla gestione dei furgoni utilizzati per la raccolta e la distribuzione dei mobili, dei generi alimentari, della frutta e della verdura e degli indumenti a favore dei poveri. Suddetti mezzi, di proprietà della Fondazione Carpinetum, che sono stati messi a disposizione dall’associazione Il Prossimo in comodato d’uso, sono molti, ma purtroppo vecchi.

Sono sei furgoni grandi, bianchi con la scritta rossa, molto evidente, “Servizio per i poveri”, che essendo stati acquistati usati, oggi sono piuttosto datati. Il furgone frigorifero indispensabile per il trasporto dei generi alimentari congelati non è più fruibile perché non è conforme alle nuove norme del traffico, che sono assai restrittive. Pertanto, è stato assolutamente necessario acquistarne un altro, ancora una volta usato, visti i costi proibitivi di un mezzo nuovo. Servivano euro 17.500, una somma quanto mai consistente, dati gli attuali impegni finanziari della Fondazione, e siamo ricorsi a un prestito, che speriamo di saldare con l’aiuto di qualche anima buona. D’altro canto, se vogliamo dare un servizio serio e consistente ai concittadini in difficoltà, abbiamo assolutamente bisogno di un’organizzazione efficiente che purtroppo però ha costi ragguardevoli. Tuttavia, nonostante le difficoltà di reperire un volontariato serio ed efficiente, la nostra organizzazione di raccolta e distribuzione è in assoluto la più valida, non solo a Mestre, ma nell’intera Regione.

Termino queste confidenze amichevoli confessando di avere nel cuore un’amarezza e una speranza: l’amarezza è che a Mestre ci siano organizzazioni, che fanno affari usando mezzi di trasporto che scimmiottano i nostri e che spesso si avvalgono del mio nome e di quello dei poveri per carpire la fiducia dei concittadini. La speranza, invece, è che l’anno prossimo nasca, in quel degli Arzeroni, una struttura di carattere solidale che riprende i criteri e le logiche dei supermercati, pur perseguendo nella sostanza finalità che si rifanno totalmente alla carità cristiana. Spero quindi che, alla fine dell’anno prossimo, avrò la gioia e la soddisfazione di consegnare in eredità i nostri sogni e i nostri tentativi di porre in atto iniziative di carattere solidale. I nostri progetti, superato il concetto ottocentesco di beneficenza, si rifanno ai concetti più avanzati di condivisione, di solidarietà che diventano contributi reali ed esaustivi a favore dei fratelli più fragili.

Mi auguro anche di poter vedere la struttura, assolutamente innovativa che darà volto e vita a un nuovo modo di concepire e realizzare la carità cristiana.


La Corale Santa Cecilia

In un mio recente intervento ho esposto i problemi pastorali che vivo in qualità di pastore della mia “parrocchietta” dei Centri don Vecchi. Mi sono soffermato in particolare sui crucci che riguardano la nostra piccola comunità, perché sognavo e sogno ancora che nessuna delle mie “cinquecento” pecore esca dall’ovile e si perda.

Desidero inoltre che i lettori conoscano le nostre eccellenze, che per fortuna non sono né poche né piccole. Se ne avrò l’opportunità, spero di poter illustrare anche le altre attività che si svolgono all’interno di questo piccolo borgo di anziani particolarmente fortunati: le gite pellegrinaggio, le attività culturali e ricreative, le iniziative benefiche e altro ancora.

Con queste righe, voglio raccontare l’attività della corale Santa Cecilia che da più di quindici anni anima le liturgie del centro di Carpenedo e la celebrazione eucaristica domenicale nella “cattedrale tra i cipressi” del nostro cimitero. Tengo a precisare che il coro di Carpenedo è il più importante, ma anche Campalto e gli Arzeroni hanno il loro coro di anziani.

Il coro Santa Cecilia è stato creato una quindicina di anni fa da una residente, la signora Giovanna Miele Molin, maestra elementare in pensione, e attualmente ricopre il ruolo di codirettrice e la sua vice, signora Mariuccia Buggio, soprano e voce solista che si esibisce molto di frequente in concerti in città. Al momento il coro è composto da una quindicina di anziani. Fino a un paio di anni fa, tra loro c’era anche una residente che suonava l’organo ma purtroppo, come tanti altri suoi colleghi cantori, ci ha lasciato.

La fortuna ha voluto che il dottor Carmelo Sebastiano Ruggeri, specializzato in gerontologia, geriatria, medicina interna, gastroenterologia e farmacologia clinica, oggi in pensione, e grande appassionato di musica, si offra di accompagnare il coro durante le prove e le celebrazioni. La sua generosità è veramente esemplare e si esprime nella dedizione verso il prossimo e verso il culto di Dio. Dopo essersi accorto che lo strumento che suonava per accompagnare il coro era più che modesto, ha promosso, via Internet, una raccolta fondi tra colleghi, amici e conoscenti per l’acquisto di uno nuovo.

Così, dalla prima domenica di Avvento, la nostra “cattedrale” e il nostro coro dispongono di uno strumento quanto mai valido per cantare la lode al Signore. Sia io che la comunità cristiana del Don Vecchi e della chiesa del cimitero ringraziamo di tutto cuore l’organista, le maestre e i coristi per il loro ammirevole e disinteressato servizio al popolo di Dio.


Raccolta mobili

Attualmente a Mestre ci sono molte organizzazioni e ditte che raccolgono mobili usati. Ogni cittadino, ben s’intende, può offrire o vendere i mobili, di cui intende disfarsi, a chi crede più opportuno. Tuttavia mi pare doveroso informare che, se il cittadino vuole l’assoluta sicurezza che il suo dono vada a vantaggio dei poveri, deve chiamare il 0415353204. Risponderanno i Magazzini San Giuseppe dell’associazione “Il Prossimo” della Fondazione Carpinetum, dei Centri don Vecchi, con sede in via dei Trecento campi 6, alle spalle di viale Don Sturzo.

La segreteria telefonica è attiva 24 ore su 24, quindi chi vuole donare i propri mobili deve soltanto lasciare un messaggio e verrà contattato quanto prima per prendere accordi precisi riguardo al ritiro, che verrà effettuato dai volontari dell’ente benefico. Essi si presenteranno, muniti di cartellino di riconoscimento, a bordo di un furgone bianco con la scritta rossa “Servizi per i poveri” e con tutti i dati relativi alla struttura. Se qualcuno desiderasse parlare direttamente con la responsabile, non ha che da chiedere della signora Luciana, che è presente presso i Magazzini San Giuseppe, dal lunedì al venerdì, dalle 15:00 alle 18.00. Ricordiamo che si raccolgono soltanto mobili che possono essere donati senza bisogno di interventi restaurativi.

Il Prossimo è disposto a occuparsi anche dello sgombero, ossia di liberare un appartamento dal mobilio, ma in questo caso viene chiesto un modesto contributo, da concordare con la responsabile dei magazzini, per portare in discarica i mobili o gli arredi che sono troppo vecchi per poter essere utilizzati o non sono adatti alle necessità dei poveri.

Queste precisazioni si sono rese necessarie perché negli ultimi tempi è successo, più di una volta, che altri si siano presentati a nostro nome senza esserne autorizzati.

Rammentiamo pure che, come già avviene per gli indumenti, i generi alimentari, la frutta, la verdura e gli arredi, quello che viene ricevuto in dono dai concittadini viene offerto a titolo del tutto gratuito a persone in disagio economico che si rivolgono ai nostri magazzini in cerca d’aiuto. La modesta offerta richiesta va a coprire le spese di gestione. Eventuali utili verranno comunque destinati in beneficenza e la cittadinanza ne verrà puntualmente informata sulle pagine de L’Incontro.


La mia “parrocchia”

Dimoro al Centro don Vecchi da ormai tredici anni, ossia dal giorno in cui sono andato in pensione, dopo aver esercitato per trentacinque anni il servizio di parroco a Carpenedo.

Data la mia veneranda età, prossima ai novant’anni, sono un inquilino come tutti gli altri: vivo in un quartierino di quarantanove metri quadrati e pago la pigione come ogni altro residente. Non svolgo più alcuna mansione all’interno della Fondazione, se non quella di curare l’aspetto religioso dell’aggregato delle “sei parrocchiette”, dei sei centri Don Vecchi, per un totale di poco più di cinquecento anime, come si dice in gergo ecclesiastico.

Svolgo la mia attività pastorale anche nella chiesa del cimitero che, per amore verso chi la frequenta, chiamo “la cattedrale tra i cipressi”, dove trovo più consolazioni e conforto di quante ne abbiano i preti che reggono maestose cattedrali gotiche o romaniche. I miei “fedeli” sono veramente cari, perché ogni domenica gremiscono la chiesa e creano un clima di calda fraternità e di amicizia che mi conforta e scalda il mio cuore di vecchio prete, fortunatamente ancora appassionato di anime.

Ma torniamo ai Don Vecchi. Da sognatore quale sono sempre stato, pensavo che una così bella struttura, creata dalla mia vecchia comunità cristiana per dare un segno concreto di attenzione verso il prossimo, sarebbe diventata una specie di “convento” dove dedicarsi alla preghiera, all’amore fraterno e all’attesa del vicino incontro con il Signore, però le mie aspettative sono state deluse. Nella mia attuale piccola “parrocchia”, infatti, ci sono anime pie, devote e zelanti, ma non mancano gli indifferenti, i non praticanti e forse c’è anche qualche non credente.

Che cosa faccio per portare in paradiso questo piccolo gregge? Tento di esercitare al meglio la carità aiutando in qualsiasi modo chiunque si trovi in difficoltà per ragioni economiche o di salute e non goda dell’attenzione dei figli, convinti di aver sufficientemente provveduto, perché hanno trovato loro una collocazione in quella che ritengono sia una “casa di riposo”. In realtà, è in assoluto la struttura più signorile e confortevole e costa meno di due terzi rispetto ad altre sistemazioni.

Ogni sabato celebro la Messa e predico la confortante parola del Signore, con tutta la fede e l’entusiasmo di cui sono capace, anche se purtroppo non vedo i risultati nei quali continuo a sperare. Nonostante le mie “predichette” e i miei costanti inviti, soltanto la metà dei residenti del Don Vecchi è presente alla celebrazione ogni settimana. La scarsa assiduità di questi anziani che, come me, sono a un passo dall’incontro finale con il buon Dio, è una spina che mi addolora e mi preoccupa perché so che il Signore mi domanderà “dove sono gli altri tuoi fratelli?”.

Da un paio di settimane ho ripreso la visita pastorale ai residenti, quella pratica che un tempo si chiamava “benedizione delle case” e che ho esercitato ogni anno per le duemilaquattrocento famiglie della parrocchia di Carpenedo.

Il risultato, da un punto di vista umano, è splendido, gratificante, oserei dire esaltante, perché credo che ben pochi preti ricevano le manifestazioni d’affetto e di riconoscenza che accompagnano le mie visite in questi giorni. Mi viene da pensare che la stragrande maggioranza dei residenti mi voglia davvero bene, visto che spesso la riconoscenza si manifesta con un abbraccio caldo e fraterno che mi riempie il cuore di gioia. Ho, però, un cruccio, perché, io che vorrei tutto, mi dico che va bene, ma so che potrebbe andare meglio.


Scambiamoci libri

Sono sempre più convinto che sia necessario investire di più nella ricerca, e non solo nel campo della tecnica e della scienza, ma anche in quello della pastorale, soprattutto per chi si occupa della proposta religiosa. Ho la sensazione che in questo settore ci sia la tendenza a rifugiarsi troppo spesso nelle esperienze e nelle soluzioni del passato e penso perciò sia opportuno informare i cristiani della nostra città, ma soprattutto i sacerdoti e gli operatori pastorali più impegnati, di una minuscola iniziativa di “carità di cultura religiosa” che stiamo sperimentando da circa un anno nella chiesa prefabbricata del nostro cimitero, quella che io per grande amore chiamo “la cattedrale tra i cipressi”.

Quest’iniziativa è nata da un ricordo che mi viene da molto lontano. Ai tempi degli studi di teologia, il mio docente di Morale, monsignor Mario D’Este, ci raccontò la bella testimonianza di un prete veneziano, molto colto e amante dei libri di carattere religioso, che si era fatto con il tempo una bellissima e vasta biblioteca di cui era gelosissimo. In età ormai avanzata, con enorme sorpresa dei colleghi, cominciò a donare i suoi libri a destra e a manca. A chi per curiosità gli chiese il motivo di questa scelta, rispose: “Sono vecchio, presto dovrò comunque lasciare i miei amati libri, quindi ho pensato che donandoli avrei fatto contento qualcuno e soprattutto sarei stato coerente con il mio dovere di evangelizzare i miei concittadini”.

Sull’onda di questo ricordo, io stesso mi sono chiesto: “Perché dovrei tenere tanti volumi, che ho acquistato o che mi sono stati regalati?”. Io, che possedevo soltanto “volumi da guanciale”, non testi eruditi e preziosi, sono comunque arrivato alla decisione di mettere un piccolo espositore nella mia chiesa con la scritta: “Chi desidera questi libri li prenda pure, se poi ha qualche volume di carattere religioso che ha già letto, sarei felice che me lo donasse per metterlo a disposizione di chi desiderasse averlo”.

Mi sembra che l’iniziativa stia funzionando perché, in pochi mesi, i “miei” fedeli hanno prelevato più di cinquecento volumi, più o meno importanti, che trattano problematiche religiose. Ora è sorta però una difficoltà che mi ha spinto a scrivere queste righe: i concittadini che prendono i volumi sono più di quelli che li offrono! In ogni caso spero che un po’ alla volta si possa raggiungere un equilibrio tra il dare e l’avere che consenta all’iniziativa di continuare. Da una vita tento di rispondere alle attese di ordine economico dei miei concittadini in difficoltà, ma adesso ho scoperto che si può e si deve fare anche la carità del pensiero religioso perché sono moltissimi i nuovi “poveri” di questo genere.

Cristo afferma che “l’uomo non vive di solo pane, ma anche della parola del Padre”, perciò non mi resta che fare questa proposta ai miei colleghi e ai cristiani di Mestre: dono volentieri questo “nuovo brevetto” perché lo usino liberamente anche nelle chiese e nei loro ambienti di servizio al prossimo.


La carità produce carità

Venerdì 9 novembre i cento volontari dell’associazione onlus Vestire gli ignudi, che gestisce i magazzini San Martino di via dei Trecento campi 6, a Carpenedo, hanno festeggiato il 18º anno di attività. Si sono ritrovati per una cena solidale al Seniorestaurant del Centro don vecchi di Carpenedo.

Questa associazione benefica è di certo la più importante e la più efficiente nel campo della solidarietà. I magazzini San Martino fruiscono di una superficie di 600 metri quadrati e usano pure un grande magazzino a Mogliano, che funge da deposito. La “clientela” è quanto mai numerosa: si calcola che vi siano più di sessantamila contatti all’anno di concittadini che ottengono indumenti di ogni tipo, alcuni usati e in gran parte nuovi. Infatti, Oviesse e non solo mettono a disposizione una grande quantità di indumenti in modo che tutti possano trovare gli articoli che gradiscono e di cui hanno bisogno.

Il “manager” di questo “supermercato solidale” è Danilo Bagaggia, ora pensionato, che proviene da una vita impegnata presso i grandi magazzini Coin e perciò ha organizzato i magazzini San Martino e li gestisce con gli stessi criteri con i quali vengono gestiti i magazzini di carattere commerciale. Anche i volontari operano come qualsiasi dipendente di questo settore, con puntualità, cortesia, ordine ed efficienza.

La merce viene dispensata a titolo assolutamente gratuito; si chiede solamente una modestissima offerta per coprire i costi di gestione, che sono quanto mai ingenti. Si calcola che ogni cliente “spende” normalmente da 1,50 euro a 2 euro. Tuttavia, essendo questi magazzini sempre affollatissimi, si può contare su qualche risultato un po’ significativo, ma che comunque viene speso, fino all’ultimo centesimo, in carità.

Ultimamente con queste offerte, seppur minime, si è riusciti a dimezzare, per gli anziani meno abbienti, il costo del pranzo fornito da La Serenissima Ristorazione, che garantisce il servizio mensa ai cinquecento residenti dei Centri don Vecchi. Nel contempo si è provveduto al parziale arredo dei cinquantasette nuovi appartamenti del settimo centro attualmente in costruzione, è stata comperata una cucina nuova per il punto cottura del Seniorestaurant presente presso il Centro Don Vecchi 2 ed è stata risolta la situazione pressoché disperata di qualche residente in particolare disagio economico.

Il consiglio direttivo dell’associazione, che in maniera piuttosto insolita ha come presidente una suora, suor Teresa Dal Buffa, e come consiglieri, oltre al signor Bagaggia che è vice presidente e direttore generale, Barbara Navarra, Ugo Bembo e il sottoscritto, mi ha dato il compito di dispensare gli “utili” di quest’anno.

Proprio in occasione della cena solidale ho potuto dare relazione dettagliata di come ho distribuito questa somma, che oltre all’impiego suddetto, ci ha permesso di offrire tremila euro a ognuna delle mense per i poveri di Mestre, Venezia e Mira e mille euro a ogni gruppo caritativo presente nelle comunità parrocchiali di Mestre e dell’interland. Da noi, la carità produce carità e mette in moto un volano che speriamo faccia crescere in città la cultura della solidarietà e del servizio.

Ora Vestire gli ignudi ha chiesto duemila metri di superficie nel nuovo Ipermercato solidale che la Fondazione Carpinetum sogna di realizzare in un’area, in località Arzeroni, per la quale il Comune di Venezia ha già deliberato il cambio d’uso in modo da costruire quest’opera che ha una grande importanza sociale e che diventerà il prototipo di soluzione moderna nel settore degli indumenti di tutte le città del nostro Paese.

Il progetto desta un po’ di preoccupazione perché è collocato ai margini della città; la Fondazione è stata costretta a questa scelta perché non è riuscita a ottenere dalla Società dei Trecento campi di Carpenedo la grande area prospiciente al Centro Don Vecchi 2, attualmente in stato di abbandono, che sarebbe stata ottimale per questa iniziativa di carattere solidale assolutamente innovativa.

La ricorrenza dei diciott’anni di attività dell’associazione mi offre l’occasione di ringraziare gli oltre cento volontari che con la loro generosità sono riusciti a realizzare questa eccellenza e per invitare i concittadini a unirsi numerosi per fare in modo che Mestre possa definirsi “la città della solidarietà”.


Non è di don Armando

Un emerito ignorante ha scritto alcune righe sul maltempo e le conseguenze che ha provocato, facendole girare sui social a nome di “Armando Trevisiol”.
Anche per la volgarità del linguaggio è evidente a tutti che il testo non ha nulla a che fare col nostro caro don Armando.
E poiché non è giusto dare pubblicità a questo sciocco, chiudo qui la nota.

(intervento pubblicato da don Gianni Antoniazzi su “L’Incontro”)


Quanto costa vivere ai Centri Don Vecchi

Sono convinto che a Mestre non ci sia più alcun cittadino che non abbia sentito parlare, fortunatamente bene, dei Centri Don Vecchi, tuttavia sono ancora troppo pochi coloro che ne hanno visitato almeno uno. Solo chi visita e si informa, anche sommariamente, di come si vive in uno dei Don Vecchi può accertare quanto sia innovativa, umana e conveniente la vita in queste strutture.

Nel passato ho pubblicato un opuscolo con alcuni esempi concreti circa i costi e i vantaggi. Qualche giorno fa, essendomi capitato di conoscere quanto paga un nuovo residente al centro di Carpenedo, m’è parso doveroso far conoscere ai concittadini di come stanno le cose.

Questo signore occupa da solo un alloggio monolocale, di circa 25 metri quadrati che è composto di: angolo cottura, soggiorno, zona notte e bagno. Ebbene il suo “affitto” che comprende costi condominiali, acqua fredda e calda, luce, gas, canone telefonico, canone tv, riscaldamento e tassa rifiuti, tutto compreso è di 161 euro al mese. Con altri 150 euro pranza pure a mezzogiorno: pane, acqua, primo piatto, secondo con contorno, purè, insalata, dessert. Il tutto in un ambiente signorile con spazi enormi interni ed esterni per la vita comune.

Dico tutto questo per far conoscere ai concittadini che i “miracoli” avvengono soprattutto dove si amministra in maniera oculata e saggia.