I Don Vecchi in pillole

I Centri don Vecchi sono sorti in città con lo scopo di aiutare gli anziani in difficoltà e sono caratterizzati dagli elementi di cui ho spesso parlato e che desidero qui puntualizzare.

Finalità economiche ed abitative:

  • offrire alloggi alla portata anche di chi gode solamente della pensione sociale;
  • offrire domicili protetti che tengano conto dei deficit fisici, morali e sociali dei residenti;
  • “costringere” gli anziani a rimanere autonomi fino all’ultimo istante di vita;
  • creare delle comunità solidali;
  • dare disponibilità assoluta dell’alloggio utilizzato.

Costi. “L’affitto” risulta dalla somma di questi tre elementi:

  • costi condominiali, 6 euro al metro quadro in misura del proprio alloggio;
  • utenze, ognuno paga quanto consuma effettivamente;
  • contributo di solidarietà: chi ha un reddito superiore alla pensione sociale è invitato a versare un contributo proporzionato alla consistenza del suo reddito per aiutare chi ha meno possibilità.

Supporti sociali:

  • pranzo a mezzogiorno: 5 euro
  • gita mensile: 10 euro
  • intrattenimento culturale ricreativo ogni mese
  • assistenza religiosa con Messa settimanale in cappella
  • assistenza giorno e notte: suonando il n. 333 accorre immediatamente un assistente per aiutare secondo il bisogno; telesoccorso
  • medico di famiglia con ambulatorio all’interno del centro
  • aiuto per pratiche mediche e sociali
  • biblioteca
  • parrucchiere all’interno del centro
  • bar o distributori di bevande, caffè e dolciumi a prezzo ridotto
  • assistenza elettrica e idraulica a costi ridotti
  • pulizia nei locali comuni
  • arredo signorile
  • citofono, cordicella di chiamata, lampade di sicurezza ad accensione automatica
  • lavatrice e asciugatrice private e comuni
  • telefono interno gratis
  • trasporti con mezzi pubblici a portata di mano
  • rampe e ascensori
  • grandi parchi
  • televisione a tariffa ridotta: 4 euro l’anno
  • possibilità di fruire di molte stanze e servizi a disposizione della comunità per socializzare
  • riscaldamento e condizionatore estivo nei luoghi comuni
  • opportunità di vivere in una comunità che offre molte possibilità di amicizia
  • unica regola: quella che esige la buona educazione!

Condizioni per l’accoglienza:

  • avere un reddito che non permetta un alloggio o una vita dignitosa;
  • pur avendo un reddito medio-alto, aver bisogno di un alloggio protetto per motivi di ordine esistenziale (per es. lontananza dai propri congiunti);
  • essere totalmente autosufficienti o garantire qualche aiuto da parte dei famigliari o di personale ingaggiate personalmente per un servizio parziale.

Consiglio per chi si candida

È consigliabile che al momento della presentazione della domanda di accesso, che va protocollata in segreteria, il richiedente vada a visitare il Centro don Vecchi nel quale desidererebbe essere inserito.


Lo sviluppo di un seme

Monsignor Valentino Vecchi era molto amico dei fratelli imprenditori Coin e spesso approfittava della loro gentilezza e disponibilità. Ricordo che ogni anno il mio vecchio parroco, sul finire dell’estate, organizzava per noi, suoi collaboratori, un incontro di due, tre giorni per verificare e programmare le attività pastorali dell’anno nuovo. Eravamo ospiti del signor Aristide nella sua splendida villa di Asolo, dove ci attendevano un interessante dibattito su temi che riguardavano l’essere preti nel nostro tempo, la bellezza dei colli, la squisita ospitalità e i pranzi che la signora Coin ci preparava.

Una volta, Aristide, che gestiva insieme ai fratelli i grandi magazzini di tessuti, ci raccontò, con legittimo orgoglio, la storia della splendida impresa commerciale che suo padre aveva creato e ci disse che aveva iniziato in modo molto umile. Ogni giorno partiva da Mirano, dove abitava, mettendo su un carretto la mercanzia che poi andava a vendere nei paesi vicini, quando c’era il mercato. Dall’intelligenza e dallo spirito di sacrificio di questo modestissimo commerciante è nato il colosso dei magazzini di tessuti e indumenti targati Coin. Da quell’esperienza ho potuto imparare molto anche per i miei progetti da parroco.

Quando passo in via San Donà, davanti al palazzo settecentesco della canonica, lancio sempre un’occhiata al chiosco di legno, incastrato tra la canonica e la chiesa, che in tempi ormai lontani avevo “battezzato” La bottega solidale. La bottega, dal 1995, ha iniziato a distribuire generi alimentari ai poveri della parrocchia e della città. In questa esperienza mi ha accompagnato, aprendo l’attività, la signora Adriana Groppo che, pronta di parola ed esperta nel commercio, in pochi mesi lo ha fatto diventare il “negozio” più frequentato di Carpenedo. Infatti, davanti alla porta c’era sempre una fila molto lunga di “acquirenti”. Alla signora Adriana si è unito presto un buon numero di signore che servivano al banco, si occupavano della cernita delle derrate alimentari sotto una tenda in patronato, mentre alcuni signori si recavano dai generosi benefattori per ritirare il necessario.

Questa sarebbe una piccola “storia epica”, iniziata quando sono riuscito a recuperare il chiosco che monsignor Romeo Mutto, mio vecchio predecessore in parrocchia, aveva affittato per una “pipa di tabacco”. Gli affittuari, due coniugi che avevano aperto un chiosco di fiori, furono molto riluttanti a riconsegnarlo alla parrocchia perché pagavano un affitto pressoché simbolico. Mio fratello Luigi, falegname, fece un restauro radicale. Grazie all’aiuto di qualcuno, di cui non ricordo il nome, ottenni il condono edilizio e qualcun altro organizzò il trasporto della merce con un carrettino, dalla tenda della cernita al minuscolo negozio. Alla signora Adriana subentrò poi il signor Mario Scagnetti che ampliò l’attività benefica.

Un paio di anni fa, l’attuale parroco, don Gianni Antoniazzi, la fece confluire nel grande “polo solidale” che era nato nel frattempo e che operava in maniera più efficiente, organica e consistente presso il Centro don Vecchi di via dei Trecento campi. A dire la verità, vedere questa “bottega”, che ha chiuso i battenti, ormai da molto, suscita in me un pizzico di nostalgia, perché mi ricorda i “tempi eroici” del sogno, del progetto e della sua realizzazione. Nel contempo però mi rincuora e mi fa sperare che anche “l’ipermercato solidale” degli Arzeroni diventerà presto una realtà e che questa nuova “avventura della solidarietà” vedrà la luce quanto prima e potrà contare su una nutrita schiera di volontari preparati, capaci di far crescere il piccolo seme che noi pionieri abbiamo gettato con coraggio, fiducia e spirito di sacrificio.

Io ormai sono troppo vecchio e non potrò partecipare a questo grande progetto, che permetterà alla carità di Mestre di compiere un passo da gigante, tuttavia confesso che sarei tentato di chiedere al Signore ancora un po’ di tempo per vedere “le meraviglie” che faranno i miei successori. Comunque non cederò alla tentazione, perché sarà bello vedere il primo ipermercato nazionale anche da una delle tante e belle nuvole bianche del cielo di Dio!


Lo stile dei Don Vecchi

Io sono amante dell’arte e per molti anni ho condiviso con tanti artisti della nostra città le problematiche che li tormentano nella ricerca di poter esprimere al meglio il sogno di tradurre nelle forme e nel colore i loro progetti di bellezza e di armonia. Io non dipingo, ma sono invece angosciato dal sogno e dal desiderio di tradurre nella sensibilità del nostro tempo la proposta di Gesù Cristo, costituita dal comandamento della solidarietà umana, quel valore che fino a qualche decennio fa era denominato: la carità, parola forse un po’ caduta in disuso.

Esco subito allo scoperto affermando con estrema chiarezza che i Centri don Vecchi sono nati dal dovere, per noi cristiani, di tradurre in termini di attualità uno dei diversi modi di esprimere oggi l’amore verso il prossimo. Il messaggio della fraternità universale è estremamente più vasto e complesso. Però noi ci siamo riservati il compito di dar vita solamente ad una tessera minuscola di questo grande mosaico, cioè quella dell’aiuto serio, dignitoso e in linea con la sensibilità odierna, di offrire un domicilio agli anziani poveri in perdita di autosufficienza. Prima conclusione: i nostri centri nascono esclusivamente dal dovere di mettere in pratica il messaggio di Gesù offrendo ai nostri fratelli più fragili una soluzione coerente con l’annuncio evangelico.

Chi dirige e chi beneficia degli alloggi della Fondazione Carpinetum deve sapere che queste realtà nascono dal pensiero di Gesù e chi chiede di abitarvi, sia credente o meno, cristiano o di altra religione, deve adeguarsi allo stile e alla finalità di questa proposta cristiana. Nessuno sarà mai costretto a compiere atti religiosi particolari, ma ognuno deve assolutamente adeguarsi a questo modo di leggere e di vivere la propria vita. Tutto quello che si discostasse da questa scelta sappia che non solo non è gradito, ma anche che non è bene che tenti di inserirsi nelle nostre strutture perché verrebbe a trovarsi come un pesce fuor d’acqua!

La richiesta di un alloggio in uno dei nostri centri presuppone, richiede spirito di altruismo, di collaborazione, di rispetto della persona, di dignità, di correttezza di linguaggio e di comportamenti, di tolleranza e di ricerca del bene comune. Abitare al Don Vecchi non è come abitare in qualsiasi ostello, residenza collettiva o struttura ricettiva; suppone invece, già dalla richiesta, una scelta di carattere ideale che si rifà, tutto sommato, ai valori essenziali del messaggio cristiano.

Chi non accettasse o non condividesse questi presupposti sappia che non è opportuno che domandi un alloggio al Don Vecchi, perché questa richiesta non può ridursi ad una scelta di convenienza economica o di comodità, ma esige una convinzione di ordine ideale, in linea con chi ha dato vita a questa esperienza particolare, che ha sognato e sognerà sempre il tentativo di realizzare una piccola comunità che si rifaccia nella sostanza al pensiero cristiano. Capisco le difficoltà, ma questo è il nostro progetto; chi non lo condividesse, è bene che cerchi altrove la risposta a ciò di cui ha bisogno. Per parlarci chiaro e a scanso di equivoci: lui stesso rischierebbe seriamente di trovarsi a vivere da persona fuori contesto e per noi ci sarebbe un sicuro motivo di disagio, perché la sua presenza suonerebbe come una stonatura rispetto al perseguimento di queste nostre finalità. (12/continua)


Il settimo Centro

All’inizio del 2017 tutti i Centri vivevano una vita ormai serena e, più o meno bene, s’erano create delle équipes di responsabili per ogni struttura. Migliorare è sempre possibile e doveroso, ma il Consiglio della Fondazione Carpinetum poteva “dormire sonni” abbastanza tranquilli.

V’era tuttavia un problema estremamente impegnativo e urgente da risolvere. Infatti, fortunatamente, al Don Vecchi di Carpenedo in maniera sorprendente era cresciuto un complesso di associazioni di volontariato che, passo dopo passo, era diventato una splendida realtà e che io ho chiamato con enfasi “Il polo solidale del Don Vecchi”. Infatti si sono reclutati un paio di centinaia di volontari, s’è creata una struttura efficiente, s’è aperto un vasto numero di “fornitori” e uno ancora maggiore di “clienti”. Mi riferisco ai gruppi di volontariato che gestiscono la raccolta e la distribuzione di indumenti, mobili, arredi per la casa, ausili per i disabili, generi alimentari, frutta e verdura e ogni altro bene che può dare risposta alle attese dei poveri. In parole povere è sbocciata una bella primavera della carità nel Centro di Carpenedo.

Inizialmente gli spazi, seppur angusti, erano sufficienti. Ora però sono assolutamente inadeguati all’attività a cui devono servire. E’ nato così il sogno di una struttura ad hoc che possa rispondere a questo scopo. La Fondazione, amante come me delle parole e delle immagini in grande, ha cominciato a parlare di un Ipermercato della solidarietà. Per arrivare a realizzare questo sogno c’erano e ci sono tantissimi problemi, uno dei quali è il terreno per fabbricare una struttura del genere. Andate a monte alcune trattative, si è cominciato ad ipotizzare che tale struttura potesse realizzarsi in località Arzeroni presso i due Centri già esistenti. C’erano anche problemi per l’acquisto, per il cambio di uso dell’area e infine c’era il pericolo di andare alle calende greche.

Quindi il Consiglio della Fondazione decise di procedere prima con il settimo fabbricato, già che tutto era pronto. Questo Centro sarebbe stato praticamente il prolungamento del fabbricato numero 6 sempre in località Arzeroni e si prevedevano 56 appartamentini bilocali con terrazza e ripostiglio destinati ad anziani poveri e autonomi, più una dozzina di stanze singole “formula uno”. Questo Centro don Vecchi sette è stato inaugurato lo scorso 29 giugno.

Anche per questa struttura l’intervento della Provvidenza è stato pronto, generoso ed efficace. Due anziani coniugi di Mestre, Milena e Giulio Rocchini, hanno lasciato in eredità alla Fondazione il loro appartamento, un garage e contanti per un totale di quasi un milione e mezzo di euro. La signora Malvestio ci ha donato quasi mezzo milione di euro. A queste donazioni si aggiungono le “azioni” che i mestrini continuano a sottoscrivere, il contributo delle associazioni di volontariato, ancora qualche offerta, quale un lascito della signora De Rio, e il dono del parziale arredo da parte dell’Associazione “Vestire gli ignudi”.

Il progetto è sempre quello dell’architetto Giovanna Mar e delle sue giovani colleghe Francesca Cecchi e Anna Casaril, le quali hanno destinato quasi tutto lo spazio ad abitazione, mentre hanno ritenuto opportuno utilizzare gli spazi del sesto Centro, quanto mai abbondanti, per la socializzazione e la vita comunitaria. La città sappia che sono a disposizione questi altri 56 appartamenti per anziani, giovani coppie e una dozzina di stanze per soggiorni temporanei di persone di altre città che lavorano a Mestre o per chi abbia una necessità temporanea.

Anche questa avventura, per gloria di Dio, per la generosità dei mestrini e per la bravura del Consiglio della Fondazione Carpinetum, è giunta a lieto fine. (13/continua)


Il Centro numero 6

Una volta ottenuta l’area per il Don Vecchi cinque, in località Arzeroni – al tempo sconosciuta ai più – l’architetto Giovanna Mar, che era subentrata nello studio di suo padre, in collaborazione con le due giovani professioniste Francesca Cecchi ed Anna Casaril, presentò al Comune un piano volumetrico che prevedeva in quella localizzazione la costruzione di quattro centri della dimensione delle strutture precedenti, avendo constatato che il numero ottimale di alloggi era compreso tra i 50 e i 60.

Fatti i doverosi passaggi burocratici e amministrativi, la Fondazione Carpinetum ottenne la concessione edilizia per altre tre strutture di queste dimensioni. Quindi non appena abbiamo cominciato a raggranellare “qualche soldino” e soprattutto avendo ricevuto un contributo molto consistente da parte della dottoressa Giustina Saccardo Scaldaferro (persona che ci fu vicina e ci aiutò con somme veramente notevoli fin dall’inizio della nostra bella impresa ai primi degli anni Novanta) cominciammo a sognare un’altra struttura con finalità solidali, ma diverse da quelle precedenti per stare al passo con le esigenze dei nuovi tempi.

Mi pare sia giusto fare un cenno specifico su come andarono le cose riguardo il finanziamento: una sorella della signora, responsabile della biblioteca del Comune di Venezia, che aveva un animo estremamente aperto alle attese del prossimo in difficoltà, nel suo testamento lasciò il legato alla sorella di donare alle missioni, o ai poveri, il ricavato di un bacaro ch’ella possedeva a Venezia in zona San Marco. La dottoressa Saccardo una volta ancora ebbe fiducia in noi e ci donò il ricavato, una somma quanto mai consistente, dalla vendita di questo esercizio. A questa elargizione si aggiunsero un’eredità lasciataci da Vittorio Coin, un’altra offerta da parte del dottor Toni Rota e altri contributi più o meno consistenti.

Di mio, in questa impresa, ci misi, oltre al suggerimento sull’area comunale, quello di realizzare una struttura per padri e madri separati, problema che oggi rappresenta un’altra delle ultime “nuove povertà”. E poi alloggi per disabili che sognano una vita indipendente, altri per i famigliari dei degenti nei nostri ospedali e che arrivano da fuori città ed altri ancora per qualche famiglia particolarmente bisognosa. Il mio suggerimento fu condiviso dal Consiglio di amministrazione, cosicché a fine giugno del 2016 il nostro patriarca Francesco Moraglia inaugurò pure il Don Vecchi sei comprensivo di 56 alloggi.

Questa realizzazione presentò qualche difficoltà in più nella gestione perché non avevamo esperienze precedenti alle spalle. Comunque sia, a distanza di tre anni, possiamo affermare che il risultato è stato ancora una volta molto positivo. Il nuovo edificio, come del resto tutti gli altri, si presenta signorile, arredato con mobili, quadri e lampadari di estremo buon gusto ed offre ai visitatori una bella galleria di opere del pittore mestrino Toni Rota. Tanto che i residenti hanno la sensazione di dimorare in un albergo di qualità, piuttosto che in una struttura per cittadini in difficoltà. (11/continua)


L’approdo agli Arzeroni

Per quanto riguarda il Don Vecchi successivo, il quinto per intenderci, direi che il mio impegno direttoriale si è fermato alla individuazione del nuovo sito. Con Lanfranco Vianello, che a quel tempo era consigliere della Fondazione Carpinetum, andammo all’Ufficio dell’Edilizia Privata per avere indicazioni circa una superficie di proprietà comunale perché il costo del terreno edificabile a Mestre era veramente proibitivo. Il funzionario ci indicò una superficie, in quel degli Arzeroni, nella quale, ci disse, c’era perfino un parcheggio pubblico attrezzato. A questo punto entrò in campo don Gianni Antoniazzi, il nuovo parroco di Carpenedo e nuovo presidente della Fondazione Carpinetum. La situazione catastale dell’area indicata era davvero imbrogliatissima. Don Gianni, con grande perizia, riuscì a trovare il bandolo della matassa per avere prima la disponibilità del terreno e, poi, l’autorizzazione a costruire, dato che pure quel terreno era ad uso agricolo.

A questo punto le decisioni, pur rendendomi informato e compartecipe, furono prese da don Gianni, dal geometra Andrea Groppo, assieme a tutto il Consiglio. Qualche curioso, che prendesse interesse a questa bella storia, potrebbe chiedere giustamente: “Come avete fatto a trovare i soldi?” In merito a questa domanda credo di dover rispondere che anche a questo proposito “ci mise un dito, ancora una volta, la Provvidenza”. Credo dunque che sia opportuno e giusto che ve ne informi sul come avvenne.

L’assessore Remo Sernagiotto, che a quel tempo era a capo delle Politiche sociali della Regione, un giorno venne a visitare il Don Vecchi due e ne rimase quanto mai ammirato ed entusiasta. Tanto da confidarci che stava perseguendo un progetto a favore degli anziani proprio al limite dell’autosufficienza e quindi bisognosi di avere qualche supporto più consistente di quello più modesto che noi invece avevamo deciso per i nostri residenti. In quell’occasione, con nostra sorpresa, ci propose di fare noi una sperimentazione del suo progetto. Noi acconsentimmo con entusiasmo ed egli, per realizzarlo, ci offrì un mutuo di due milioni e ottocentomila euro a tasso zero, estinguibile in 25 anni. Aggiunse una piccola diaria di 25 euro al giorno per ogni residente al fine di aumentare il servizio.

Allora don Gianni si rivolse, anche su mio suggerimento, allo studio quanto mai affermato dell’architetto Paolo Mar, il quale si avvalse di sua figlia Giovanna, pure lei architetto, con la collaborazione di due giovani professioniste, Francesca Cecchi ed Anna Casaril. Insieme stilarono un piano volumetrico per tutta l’area e un progetto particolare per la nuova struttura, una struttura particolare comprendente 65 alloggi, che prevedeva l’autonomia dei residenti con angolo cottura, bagno e veranda, ma pure con la possibilità di una assistenza infermieristica. La struttura si rifaceva, tutto sommato, al modello delle residenze sociosanitarie. Ne vennero fuori delle cellule abitative tutte monolocali di 28,50 metri quadri di superficie abitabile. In questa struttura sovrabbondano gli spazi comunitari.

L’inaugurazione ebbe luogo a metà maggio del 2014 alla presenza dell’attuale patriarca monsignor Francesco Moraglia. Il guaio di questa programmata sperimentazione fu che la Fondazione riempì la struttura di novantenni, evidentemente fragili e bisognosi di aiuto, mentre, nel frattempo, Sernagiotto aveva pensato bene di candidarsi al Parlamento Europeo. I suoi successori si lavarono le mani, così la Fondazione si trovò una casa riempita di anziani “traballanti” senza che potessimo disporre della diaria promessa per assumere il personale necessario per l’assistenza.

Fu giocoforza necessario convocare le famiglie, spiegare ciò che era accaduto e invitarle a farsi totalmente carico dell’assistenza. Pur con qualche mugugno dei parenti, si dovette arrivare a questa conclusione. (10/continua)


Il Centro di Campalto

Il parroco che venne dopo di me, dovendo affrontare per la prima volta la guida della parrocchia di Carpenedo, comunità abbastanza popolosa, ma soprattutto molto articolata e con una gestione molto impegnativa, pensò bene di chiedere alla Curia di sganciare la gestione di questi Centri dalla conduzione della vita specificatamente parrocchiale, cosicché si pensò di dar vita ad una Fondazione. Poi, per mantenere il controllo dei Centri, che i parrocchiani pretendevano che fossero saldamente legati a Carpenedo, si stabilì nello statuto che tre consiglieri fossero nominati dal parroco di Carpenedo e due dal Patriarca.

Io a quel tempo fungevo da direttore generale, ma in realtà “avevo carta bianca” nelle decisioni. Avendo inaugurato il Don Vecchi di Marghera e mantenendosi sempre alto il numero delle richieste di alloggio, sempre su suggerimento dell’architetto Giovanni Zanetti iniziai la trattativa con don Franco De Pieri per l’acquisto di un vecchio stabile di via Orlanda. Stabile che lui aveva adibito ad alloggio per i tossicodipendenti, ma che a quel tempo aveva abbandonato avendo ottenuto in concessione dal Comune l’ex Forte Rossariol in quel di Tessera.

Il vecchio edificio che don Franco era disposto a vendermi su un terreno di 10 mila metri quadrati era un vecchio manufatto, nato come locanda, poi trasformato in orfanotrofio e infine come prima comunità di recupero. La struttura era molto malandata, ma sempre a detta dell’architetto Zanetti, che in quella circostanza si adoperò pure in veste di mediatore, con un opportuno restauro si sarebbero potute ricavare una trentina di stanze.

Questi pareri non mi convincevano troppo, tanto che dopo l’acquisto decidemmo subito di abbattere il manufatto per costruire un edificio che si rifacesse ai nostri obiettivi specifici di alloggi per anziani. Il motivo che mi determinò all’acquisto fu anche un altro: avevo constatato che don Franco era un prete che osava sognare e non aveva paura di compromettersi per aiutare i nuovi poveri. La sua determinazione mi convinse. Don Franco si trovava, a quel tempo, in grave situazione finanziaria ed aveva assoluto bisogno di denaro fresco. Ci accordammo per 750 mila euro, somma forse superiore al valore reale. In quella occasione tentai la messa sul “mercato” di “azioni”, ben s’intende “ideali”, che la stampa cittadina denominò “Bond Paradiso” perché io, avvalendomi del discorso di Gesù che garantisce il centuplo e la vita eterna per chi è generoso, a chi li acquistava promettevo sempre con grande liberalità “la felicità eterna”. Funzionò! Correva il 2011.

Mi imbarcai dunque in questa nuova avventura, sia per rispondere alle molteplici richieste di alloggio, perché la città cominciava a prendere coscienza che i Don Vecchi rappresentavano una risposta ottimale e coerente alla sensibilità del nostro tempo, ma anche perché condividevo appieno il progetto di don Franco nei riguardi del recupero dei tossicodipendenti.

Neanche in questa occasione mancarono le difficoltà: ostilità dei vicini, traffico caotico di via Orlanda, necessità assoluta di mettere in sicurezza l’ingresso, nuove norme per l’edilizia e altro ancora. E il finanziamento? L’edificio fu pagato in parte con denaro che avevo lasciato in parrocchia, una parte notevole con l’aiuto delle associazioni di volontariato legate al Don Vecchi quali “Carpenedo solidale” e soprattutto “Vestire gli ignudi”, e un’altra parte ancora coi soldi ricevuti dalla dottoressa Beltrame, dell’eredità di Mario Tonello, di Enrico Rossi e di Lucilla Patron, nonché di altri benefattori insigni.

Questo quarto Centro fu inaugurato, come dicevo, nel 2011 dal Delegato per la Terraferma monsignor Fausto Bonini, perché la sede patriarcale era vacante. (9/continua)


Santi benefattori

Come i lettori del blog e de L’Incontro avranno senza dubbio notato, da qualche settimana tento di scrivere la storia dei Centri don Vecchi, come riesce a farlo un novantenne. Gli articoli escono settimanalmente, quindi può diventare un po’ difficile non perdere il filo logico del racconto di un’impresa che mi ha visto impegnato per una trentina d’anni.

Ho deciso di narrare, seppur per sommi capi, la nascita di questo progetto per “brevettarlo” di fronte all’opinione pubblica in modo che, in futuro, sia possibile riconoscere la differenza tra il mio sogno e le possibili interpretazioni che verranno realizzate. Inoltre, volevo rispondere alla legittima curiosità dei miei colleghi e dei miei concittadini che spesso mi chiedono come sono stato in grado di reperire le ingenti somme necessarie.

Chi avrà voglia e pazienza di leggere, verrà a conoscenza di una storia piuttosto complessa. In uno degli articoli di prossima pubblicazione ricordo di aver scritto che, dopo aver saldato il debito del Don Vecchi 7, le offerte pressoché quotidiane che riceviamo verranno destinate alla realizzazione dell’Ipermercato solidale in quel degli Arzeroni. Tuttavia, per onestà, ho puntualizzato che siccome l'”azione” sottoscritta, la “mezza azione”, la “mezza abbondante” o la “quasi mezza” non bastano a coprire le spese cospicue, servono contributi più significativi, a più zeri. Concludendo la mia confidenza, ho ammesso che, per affrontare questo compito molto impegnativo, ho chiesto aiuto come nel passato, alla divina Provvidenza, l’unico sostegno sempre efficace.

Da allora, ho atteso con curiosità per vedere chi avrebbe accettato di diventare uno strumento nelle mani del buon Dio. L’apertura del cantiere dell’ipermercato è prevista per il prossimo mese. Al momento stiamo installando i prefabbricati e l’imponente gru che servirà per costruire la nuova struttura. Quindi la divina Provvidenza si è già messa all’opera presentandomi i primi benefattori di cui il Signore ha pensato di servirsi.

Immagino vi farà piacere conoscere i loro nomi e l’entità delle loro offerte. La signora Leda Marescalchi di Venezia ha messo a mia disposizione prima 25.000 euro, che il defunto marito aveva destinato a questo scopo, poi altri 25.000 euro ricavati dalla vendita di buoni postali che erano i risparmi per la sua vecchiaia. La seconda benefattrice è una signora già molto nota per le sue donazioni precedenti, la dottoressa Giustina Saccardo Scaldaferro, che ha offerto 12.300 euro. Il terzo benefattore è un’associazione, il Rotary Club di Mestre, che ci ha donato 10.000 euro. La quarta persona è una signora di Carpenedo, alla quale non ho chiesto se potevo pubblicare il suo nome, che mi ha affidato 5.000 euro. La quinta è la signora Lisa Paola Rubelli che prima ci ha messo a disposizione i tessuti della sua azienda, dalla cui vendita abbiamo realizzato un bel gruzzoletto, e poi a Pasqua ci ha inviato 2.000 euro. La sesta è una signora che nel suo testamento ha destinato il 20% di quanto possiede alla Fondazione Carpinetum.

Tenendo conto che il cantiere non è ancora aperto, mi pare che l’inizio sia incoraggiante! Sono dunque sicuro che la Provvidenza non si dimenticherà né di noi, né dei poveri di Mestre.


Il Don Vecchi di Marghera

Dopo l’apertura del secondo Centro don Vecchi, la stessa dottoressa Francesca Corsi, benemerita funzionaria del Comune di Venezia, mi fece osservare ch’era opportuno “coprire” tutti i quartieri della città in modo da permettere agli anziani di vivere il più vicino possibile ai luoghi nei quali erano sempre vissuti, per poter mantenere le relazioni già consolidate nel tempo. Mi parve quindi opportuno pensare anche ad altre zone della città, nelle quali il problema della casa per gli anziani poveri era allo stesso modo presente e urgente.

Conobbi per caso l’architetto Giovanni Zanetti, che a quel tempo aveva costruito la scuola materna della Gazzera, il quale mi informò che quella parrocchia avrebbe avuto del terreno per costruire una struttura del genere. Alla Gazzera era allora parroco monsignor Luigi Stecca, mio compagno di classe, motivo per cui mi fu facile aprire un dialogo, anche perché egli mi sembrò favorevole a una iniziativa del genere. Sennonché il progetto andò a monte perché il Consiglio pastorale della sua comunità fu più propenso a pensare ai ragazzi che agli anziani. Però lo stesso architetto, che a quel tempo stava realizzando la chiesa dei Santi Francesco e Chiara a Marghera, la cui edificazione era rimasta bloccata a metà per mancanza di fondi, mi disse che il relativo parroco, don Ottavio Trevisanato, avrebbe potuto mettermi a disposizione un’area prospiciente la chiesa in costruzione, purché io l’avessi aiutato a portare avanti la costruzione della sua chiesa.

L’approccio fu subito positivo e la conclusione fu uno dei più begli esempi di “affari” tra preti. Lui mi disse che avrebbe avuto bisogno di quattrocentocinquanta milioni di vecchie lire e io, senza contrattare per nulla, gli diedi questa somma. Lui, pur senza contrattare, mi diede in cambio quattromila metri quadri di terreno per costruire quello che sarebbe diventato il Don Vecchi ter. L’architetto fu giustamente Giovanni Zanetti, persona alla quale sempre la Provvidenza aveva dato il compito di portare avanti questa nuova avventura.

E i soldi per tirarlo su? In quell’occasione disponevo dell’eredità della villetta all’inizio di via Santa Maria dei Battuti, che la signora Maria Gianmanco mi aveva destinato. E disponevo altresì di un’altra eredità lasciatami da un’anziana di Marghera, persona che mi aveva aiutato in precedenza tante altre volte e che ha concluso la sua vita buona e generosa lasciandomi per opere di bene l’appartamento in cui abitava e un grande negozio. Un farmacista, anch’egli di Marghera, acquistò questi due immobili e sapendo come avrei impegnato il ricavato, mi offrì una somma più che generosa.

Le cose andarono un po’ per le lunghe e io andai in pensione alla fine di quell’anno, il 2005. Mi subentrò in parrocchia don Danilo Barlese, al quale lasciai tutta la somma occorrente per pagare la nuova struttura che comprendeva e avrebbe messo a disposizione degli anziani ben 57 alloggi.
Inaugurò il fabbricato, poi denominato “Don Vecchi tre”, l’allora Patriarca, il cardinale Angelo Scola, nel 2008. (8/continua)


Il secondo centro

All’inizio del 1995 alla segreteria del Don Vecchi 1 continuavano a giungere nuove domande di anziani che chiedevano un alloggio, tanto che quando abbiamo cominciato il secondo centro ne avevamo due-trecento in attesa.

Per costruire nuovamente c’era sempre il problema di trovare una superficie disponibile. Per fortuna a monte della prima struttura c’era pure un’altra area di circa 10 mila metri quadrati, anch’essa di proprietà della stessa Società dei 300 campi, affittata ad un contadino che abitava da quelle parti. Mi feci coraggio e chiesi alla società di vendermi quest’area. C’era però l’inghippo dell’affittuario. Lo convinsi a rinunciare a quell’area puntando sul discorso dell’opera di carità che intendevamo fare e, non so se per questo motivo o se per la promessa di offrirgli “una mancia abbastanza considerevole”. La società dei 300 campi mi cedette l’area al prezzo di 350 milioni di vecchie lire.

Col consiglio del giovane geometra Andrea Groppo, pure lui mio vecchio scout, che ora è vicepresidente della Fondazione Carpinetum e che allora fu per me più che il braccio destro, abbiamo aperto un bando di concorso. Vinse questo concorso l’impresa Hausotec, il progettista della quale era il giovane e brillante architetto Francesco Sommavilla e l’impresario suo fratello.

Il costo era particolarmente elevato perché la nuova struttura comprendeva 138 alloggi e molte altre sale per la vita comunitaria. Quando sottoscrissi il contratto mi mancava ben un miliardo e mezzo di vecchie lire! Ora capisco che in quell’occasione forse ho sfidato la Divina Provvidenza e l’ho fatto con un po’ troppa impudenza.
Comunque il Signore fu buono come sempre e mi aiutò suggerendo a me la “trovata” di “vendere le pietre col cuore”, ossia l’iniziativa di offrire ai concittadini l’opportunità di intestare ad un loro caro defunto una mattonella del grande viale che gira attorno all’intero fabbricato. Raggranellai più di un centinaio di milioni, sempre delle vecchie lire.
Il Signore poi suggerì ad alcuni concittadini di concorrere in maniera seria a quest’opera di bene. Essendo ormai novantenne non ricordo più tutti i nomi e la consistenza delle offerte dei benefattori più insigni, comunque ad esempio la signora Corà mi donò un miliardo, i coniugi Teti e Roberto Ricoveri 250 milioni, la dottoressa Giustina Saccardo Scaldaferro 350 milioni, la signora Coletti 20 milioni. E a queste offerte più consistenti se ne aggiunse una miriade di altre da benefattori generosi.

Non mancarono le difficoltà con l’impresa, perché forse avevamo “tirato” troppo nel contrattare, sta di fatto che, quando il 27 maggio 2001 sempre il cardinale Marco Cè inaugurò il Don Vecchi 2, avevo totalmente saldato il costo dell’edificio. Diedi quindi per scontate l’amicizia e la fiducia che il buon Dio mi aveva dimostrato e i suggerimenti della dottoressa Francesca Corsi, mia alunna alle Magistrali, che, a quel tempo, era funzionario addetto all’assistenza di anziani e disabili del Comune di Venezia.

Questa seconda struttura è forse la più felice nelle sue articolazioni architettoniche e la più rispondente alla vita, parzialmente autonoma, degli anziani. Essa offre, come avevamo previsto, 136 alloggi di varie misure, molti locali per l’uso comune, la grandissima hall, una sala per le conferenze, capace di 100 posti a sedere, oltre alla sala per la presidenza, gli uffici di amministrazione, la cappella, una palestra completamente attrezzata e uno spazio sconfinato nell’interrato di tutto l’edificio. La trovata più intelligente è stata quella di costruire una galleria coperta che congiunge il primo al secondo fabbricato, mettendo quindi in comune i vari servizi. Anche questo secondo complesso si riempì in un battibaleno. (7/continua)


Il primo centro

Dopo un’attenta valutazione sull’impresa alla quale affidare la costruzione abbiamo scelto una grossa ditta di Jesolo che aveva lavorato moltissimo per enti religiosi e che ci sembrò quanto mai seria: l’Eurocostruzioni di Sergio Menazza. I lavori procedettero tanto celermente che dopo un anno il fabbricato era già pronto.

L’architetto scelse, come schema costruttivo, la “casa romana”, cioè un cortile interno, chiuso dai quattro lati dal fabbricato. Il complesso è costituito da 57 alloggi di diversa misura per singoli e per coppie, una grande sala da pranzo, la segreteria, l’ambulatorio per il medico, una cucina capiente con relativa dispensa, una cappella da 50 posti, un locale per la parrucchiera e altre salette di disbrigo.

Il primo Centro don Vecchi, come tutti gli altri che sono stati costruiti in seguito, è strutturato con alloggi bilocali o monolocali di varie superfici, dotati di impianti e sistemi di chiamata tali da garantire ai residenti una certa sicurezza, pur nell’ambito della più assoluta autonomia e privacy, all’interno delle singole unità abitative. Sono inoltre dotate di ambienti e spazi comuni per la ristorazione, la vita di relazione, il relax fisico, le attività ricreative e culturali, in modo da assicurare una vita quanto mai vicina alla normalità, ma nello stesso tempo protetta e supportata dai servizi che suppliscono alle carenze dell’età. Ai Don Vecchi è attivato un adeguato sostegno al soddisfacimento dei bisogni primari e assistenziali dei residenti, si favoriscono la socializzazione, le relazioni interne ed esterne, l’impiego del tempo libero e il mantenimento delle capacità fisiche.

A inaugurare solennemente questo primo centro fu l’allora Patriarca, il cardinale Marco Cè, alla presenza di più di cinquecento persone. La stampa locale ne parlò tanto e tanto bene che la struttura in un battibaleno fu riempita, tanto che più di 250 domande rimasero inevase.

A questa prima impresa partecipò in maniera determinante uno dei miei ragazzi di un tempo, il ragioniere Rolando Candiani che, andato in pensione prematuramente, si dedicò corpo e anima a questa avventura, coinvolgendo pure sua moglie Graziella. Questi due intelligenti e generosi collaboratori hanno il merito di aver impostato l’impianto amministrativo e d’aver creato una bella comunità, anche perché io ero impegnato in parrocchia a tempo pieno.

Non va dimenticato che il finanziamento di ognuno dei Centri don Vecchi è sempre stata una grossa sfida. Questo primo centro lo realizzammo impiegando qualche risparmio con un contributo consistente, a titolo di sperimentazione, da parte della Regione e soprattutto “vendendo” le stelle della chiesa dei Santi Gervasio e Protasio. La chiesa di Carpenedo, costruita dal Meduna in stile neogotico, ha infatti tutto il soffitto dipinto di azzurro e trapunto di stelle. Per far cassa i parrocchiani sono stati invitati a “comperare” qualcuna di queste stelle da dedicare ai loro defunti.

Confesso che le ho “vendute” tutte, anzi forse qualcuna in più di quelle che gli imbianchini erano riusciti a farci stare sul soffitto! Comunque con questo espediente riuscimmo a racimolare più di qualche decina di milioni di vecchie lire, tanto che fummo in grado di raggiungere una tale copertura economica che quando si terminò l’edificio non solo pagammo tutti, ma ci rimase persino qualche risparmio per il futuro. (6/continua)


L’avvio del progetto

(continua dal post precedente) I guai però cominciarono ben presto. Il terreno aveva destinazione agricola e quindi ci voleva una delibera di cambio d’uso da parte del Comune, cosa possibile secondo le norme vigenti perché l’opera prospettata aveva una destinazione squisitamente sociale. Questa mutazione d’uso avvenne dopo infinite difficoltà.

Il Comune, seguendo progetti a me ignoti, aveva già destinato l’area alla costruzione di abitazioni popolari. Senonché, per mia fortuna, gli abitanti del rione, guidati dal parroco di allora, che era don Rinaldo Gusso, ora in pensione, preoccupati che quella zona si dequalificasse per la presenza di tanta povera gente, si opposero in maniera così decisa da costringere il Comune, che nel frattempo mi aveva espropriato suddetto terreno, a desistere dal suo proposito, cosicché per una decina di anni l’area rimase senza alcuna destinazione.

Venni a sapere, in maniera accidentale, che nel caso il Comune entro 10 anni dall’espropriazione di un terreno non realizzi l’opera per cui l’aveva espropriato, il vecchio proprietario poteva rivendicarne il possesso. Cosa che feci con estrema determinazione. Il progetto prospettato però era talmente innovativo, e il Comune così lento a capire i tempi nuovi, che le cose andarono molto per le lunghe. Si pensi che arrivai a minacciare il sindaco, che allora era l’avvocato Ugo Bergamo, che se entro una certa data non mi avesse fatto avere la concessione edilizia, ogni giorno avrei fatto suonare le campane a morto in segno di protesta. Non so se per questa minaccia o per altri motivi, ottenni finalmente il sospirato permesso a costruire.

Il compianto geometra Pettenò aveva già presentato un progetto in Comune, ma con il passare degli anni era perfino andato perduto. Incaricammo quindi l’architetto Renzo Chinellato di redigere un nuovo progetto, dopo esserci documentati visitando alcune realizzazioni a Pordenone e Udine, ma fu soprattutto una struttura realizzata in Toscana, precisamente a Lastra Signa, a darci delle idee più convincenti perché le finalità erano analoghe a quelle che noi, magari confusamente, sognavamo.

Alla conclusione di questa ricerca arrivammo a precisare queste caratteristiche di fondo:

  • offrire una residenza dignitosa agli anziani in precarie condizioni economiche e bisognosi di un alloggio protetto;
  • promuovere l’autosufficienza fino al limite estremo mantenendo l’anziano in situazione di normalità di vita e nello stesso tempo offrirgli supporti che sopperiscano all’attenuarsi delle sue facoltà fisiche e mentali;
  • favorire la socializzazione fra i residenti promuovendo uno spirito, uno stile e un senso di comunità solidale, così da favorire concretamente lo sviluppo di un radicale senso di solidarietà; in questo senso gli anziani più attivi o più abbienti andavano incoraggiati a farsi carico di quelli con maggiori difficoltà fisiche ed economiche, che risiedano o meno all’interno dei centri.

Il primo centro e i sei che seguirono sono stati dedicati alla memoria di monsignor Valentino Vecchi, arciprete del duomo e delegato pastorale per Mestre e la Terraferma, sacerdote che, superata l’impostazione campanilistica delle parrocchie di Mestre, per primo promosse strutture e cultura poste a servizio dell’intera città. Dopo tante tribolazioni cominciò concretamente l’avvio di questa bella avventura. (5/continua)


Un passo decisivo

Il “Piavento di Carpenedo”, con le sue anziane residenti, costituiva già una piccola testimonianza di una comunità cristiana che continuava a farsi carico, ormai da secoli, pur in misura pressoché simbolica e con una soluzione ben miserella, dei suoi vecchi in difficoltà, tuttavia questa soluzione rimaneva assolutamente inadeguata come capienza e non in linea con le esigenze più elementari del nostro tempo. Dopo l’intervento di restauro in questa struttura potevano dimorare sei signore; ognuna disponeva di una sola stanza, relativamente piccola, dove dormire e farsi da mangiare. Le difficoltà nascevano dal fatto che in uno spazio così ridotto spesso nascevano incomprensioni e frequenti liti e poi questa piccolissima struttura offriva dimora a un numero irrisorio di persone in rapporto a una comunità che contava quasi 6.500 abitanti.

Quindi cominciai prima a sognare e poi a progettare una struttura ben più capiente e più adeguata alle esigenze del nostro tempo. Ipotizzai fin da subito un centro molto più ampio, con alloggi pur piccoli ma che offrissero la possibilità di una vita autonoma, più confortevole e soprattutto alla portata anche di chi godeva solamente della pensione sociale. L’inizio dell’avvio di questo progetto nacque in seguito ad un’offerta fattami da un’altra antica società operante a Carpenedo fin dall’anno 1200 e giunta fino ai giorni nostri: la Trecento campi.

Accenno solamente per sommi capi a questo ente benefico. Il vescovo di Treviso, poiché la parrocchia di Carpenedo fino al 1926 apparteneva a quella diocesi, “illo tempore” aveva costituito un “livello”, ossia aveva assegnato agli abitanti di questa parrocchia che viveva ai confini della diocesi, l’uso di 300 campi di bosco ove essi, povera gente, potessero approvvigionarsi di legna e tagliare l’erba per le bestie. Ripeto che questa società è giunta fino ai nostri giorni ed è, dopo infinite peripezie, così strutturata: i capi famiglia eleggono un consiglio di 15 membri, questo a sua volta elegge una deputazione, praticamente il governo, che poi elegge il presidente. Il parroco di questa comunità per statuto funge da “ispettore” che può partecipare alle riunioni del consiglio e della deputazione con il compito di garantire che siano rispettate le finalità sociali della società.

Io ero, fin dall’inizio, in ottimi rapporti con i membri di questi organismi che, a quel tempo, erano formati da persone sagge e sensibili alle problematiche dei poveri, tanto che venendo a sapere dei miei progetti decisero di mettermi a disposizione una certa somma. Io però chiesi loro di mettermi invece a disposizione una superficie per edificare la sognata struttura per anziani poveri. Dopo le varie consultazioni e delibere mi offrirono quattromila metri di terreno di proprietà della società adiacenti al viale don Luigi Sturzo e confinanti con il terreno che la famiglia Mistro lavorava in affitto da suddetta società. Quindi feci così un altro passo, abbastanza significativo, verso quel progetto che cominciava a prender forma. (4/continua)


Il Piavento

Dalle piccole esperienze delle quali ho parlato nel mio secondo “capitolo” circa una soluzione abitativa degna e possibile per anziani, pian piano nacque un indirizzo più preciso e definito.

Questa scoperta della necessità di trovare soluzioni che rendessero meno angosciosa la situazione degli anziani, specie di quelli che vivevano soli – situazione che può configurarsi nel discorso delle “nuove povertà” – ebbe come spinta ultima due esperienze di ordine pratico.

La prima fu determinata dall’aver constatato, dopo la prima visita a tutte le famiglie della parrocchia, in occasione della benedizione delle case, che almeno un sesto degli abitanti aveva più di settant’anni e che moltissimi di loro vivevano da soli perché la “famiglia patriarcale” nella nostra città era scomparsa ormai da molto tempo; quindi più di mille anziani vivevano in questa condizione quanto mai triste e solitaria.
La seconda fu che proprio in quegli anni era stato abolito il blocco degli affitti e perciò gli anziani, che normalmente godevano di pensioni esigue, s’erano trovati spiazzati e in grossissime difficoltà per pagare l’affitto di casa.

Una ipotesi di soluzione a questo problema mi venne dal fatto che in parrocchia, in via Vallon, esisteva, ed esiste ancora, una casupola di due piani nella quale vivevano otto anziane, casupola che io ho restaurato completamente destinando una stanza a soggiorno per un po’ di vita in comune e costruendo due bagni da una seconda stanza, perché fino ad allora le anziane fruivano di un solo bagno posto fuori dall’edificio e per nulla riscaldato.

Questa casa, che dopo la ristrutturazione tutti ritennero e ritengono una “villetta” e che si denomina Piavento, era il frutto di un lascito di un antico parroco di Carpenedo, don Lorenzo Piavento, che al tempo della scoperta dell’America aveva destinato nel suo testamento a “donzelle di buoni costumi”. La casupola fu poi innalzata di un piano da parte di monsignor Romeo Mutto con la vendita di un podere adiacente, nel quale oggi ci sono i negozi di mobili.

La ragione sociale di questo piccolo immobile era quella di “Opera pia”, ente che una ventina di anni fa lo Stato voleva accorpare ad uno più grande, ma che noi difendemmo con i denti perché rimanesse in gestione alla parrocchia. Tanta fu la determinazione che riuscimmo a tenerlo legato alla parrocchia sotto la ragione sociale “Fondazione Piavento onlus”, ente del quale il parroco pro tempore di Carpenedo rimane presidente nominando altri due consiglieri per amministrarlo. (3/continua)


Radici prossime

Ho già riferito che nel 1971 tutta la dottrina riguardante la vita parrocchiale era messa in discussione. Il tempo dagli anni Settanta agli Ottanta fu un tempo assai difficile a motivo della contestazione, soprattutto per me che dovetti affrontare in prima persona, e per la prima volta, i complessi problemi di una parrocchia di periferia di 6.500 anime.

Fin dall’inizio di questo mio servizio cominciai ad elaborare un mio progetto di ordine pastorale, partendo da convinzioni già acquisite sia da un punto di vista concettuale che pratico. Fin da allora ero già profondamente convinto che la religione voluta da Gesù è segnata da due dimensioni ugualmente importanti e derivanti dal comandamento “ama Dio con tutte le tue potenzialità e il prossimo come te stesso”. La dimensione verticale riguarda la fede e l’annuncio evangelico che si esplicano attraverso la catechesi e la liturgia; mentre quella orizzontale si esprime mediante la carità. Quindi il problema della carità, che molto spesso era ed è purtroppo marginale negli interessi e nei progetti dei parroci e dei cristiani impegnati, è invece, almeno per me, a pari grado con quello della evangelizzazione, della catechesi, del culto e della preghiera. Pertanto, fin dall’inizio del mio ministero, cominciai a pensare come impostare e realizzare questa componente così essenziale per una vita realmente cristiana e il problema si presentò subito di difficile soluzione perché in questo campo c’erano poche e fragili esperienze alle quali rifarsi.

I primi passi li spesi per rafforzare e rendere più efficienti le associazioni caritative già esistenti: la conferenza della San Vincenzo maschile e quella femminile, alle quali aggiunsi in seguito anche una per i giovani. Nacquero poi, il gruppo “Il Mughetto” per l’assistenza ai disabili, il “Gruppo San Camillo” per l’assistenza agli ammalati e alle persone sole e in difficoltà, “Il Ritrovo” per gli anziani, Villa Flangini ad Asolo (foto) per le vacanze dei vecchi, il restauro radicale dell’opera “Piavento”, la casa che accoglieva otto anziane in difficoltà abitative. E via via ho aperto le residenze “Ca’ Dolores”, “Ca’ Elisa”, “Ca’ Teresa” e “Ca’ Elisabetta” sempre per anziane in difficoltà, il “Foyer San Benedetto” per l’accoglienza dei parenti dei degenti nei nostri ospedali che abitavano lontani da Mestre.

Man mano che si realizzavano questi obiettivi, notavo da un lato che aumentava il consenso tra i concittadini e dall’altro andavo scoprendo che c’era molto, molto ancora da fare per dare volto reale alla carità, ma soprattutto darle un volto comprensibile alla sensibilità dei nostri tempi. (2/continua)