Don Vecchi, il mio maestro

La redazione de L’Incontro mi chiede un “contributo” sulla testimonianza di un uomo, di cittadino e di prete di monsignor Valentino Vecchi.

Lo faccio con qualche riluttanza perché mi è difficile inquadrare questa persona per molti versi complessa, come è sempre difficile esprimere un giudizio obbiettivo su personalità particolari dotate di risorse umane non comuni e soprattutto vissute in tempi ormai lontani dai nostri. Monsignor Vecchi operò a Mestre mezzo secolo fa e per i nostri tempi in cinquantanni i mutamenti di sensibilità e di valutazione sono tali che nel passato avevano bisogno forse di due secoli.

Comunque mi sento moralmente costretto da una promessa da me fatta mentre monsignore era molto vicino alla morte. Nel breve dialogo, avvenuto nella sua camera da letto nella canonica di San Lorenzo, tra l’altro monsignore mi disse: “Don Armando, tu che sai scrivere, parla pure di me quando non ci sarò più”. Immagino, anzi sono certo, che alludeva ai suoi sogni, ai suoi progetti e al suo messaggio, che egli ben sapeva bene quanta difficoltà trovava di essere accolto e di attecchire in città e soprattutto nell’apparato ecclesiale, che molto spesso gli fu ostile. Gli dissi di si ed onestamente ho tentato di farlo come le mie modeste risorse intellettuali me lo hanno permesso.

Ora a Mestre, a motivo dei nostri centri tutti conoscono don Valentino Vecchi, ma temo che conoscano solamente un nome o forse un mito, ma quasi null’altro. Don Franco e soprattutto il bravo giornalista Paolo Fusco, scrissero in maniera molto più esauriente dei miei poveri articoletti su Lettera aperta, su Il Prossimo e soprattutto su L’Incontro. Comunque vorrei dare pubblica testimonianza su ciò che penso monsignor Vecchi abbia donato a me personalmente, alla Chiesa e alla nostra città.

Comincio con quello che io di certo ho ricevuto e di cui sono assolutamente grato: monsignore mi aiutò economicamente in un momento molto difficile per me e per la mia famiglia. Poco prima di diventare prete subii due lunghi ricoveri nell’ospedale dell’isola delle Grazie, con costi impossibili per una povera famiglia come la mia. Ebbene monsignore se ne fece totalmente carico in maniera immediata e spontanea: il lato economico costituisce sempre un segno di solidarietà che lascia traccia!

Monsignore poi mi ha tolto i complessi del campagnolo, che a Venezia sono particolarmente pesanti, mi ha messo in contatto diretto con i più significativi artisti del tempo e mi ha introdotto nel mondo meraviglioso dell’arte, come mi ha fatto incontrare i protagonisti della vita amministrativa e politica del tempo.

Monsignore mi ha passato il desiderio e il bisogno della ricerca e della sperimentazione, si veda il viaggio ai fini pastorali in Francia, che allora era mosca nocchiera della liturgia, e si veda la scoperta di un bollettino parrocchiale, che una volta tornato divenne “La Borromea”.

Monsignore mi ha passato inoltre il suo modo di vivere: il senso dell’avventura e della sfida assieme alla concretezza degli obbiettivi da raggiungere. Mi ha insegnato ad usare il dialogo, seppure dialettico, alla pari con il prossimo normale così come con quello che si pensa importante. Monsignore, al contrario di quello che pensavano allora, perché per le sue mani passavano fior di milioni, mi ha insegnato a vivere poveramente (egli non ha mai posseduto una automobile e spesso vestiva con gli indumenti usati offertogli dalla San Vincenzo) e mi ha inculcato che se la carità vuole essere veramente tale deve incarnarsi nelle opere ed in particolare nelle strutture. “Don Armando – mi diceva – se fai la carità fai bene, ma se costruisci qualcosa per i poveri tu ne aiuterai molti, in maniera seria e per almeno un secolo!”. Il mio vecchio parroco mi ha anche insegnato ad avere coraggio e ad osare quel che molti ritengono impossibile!

Per quanto riguarda la città e la Chiesa di Mestre sono convinto che il contributo di questo sacerdote sia stato ancor più innovativo e valido. Monsignore passò a tutti l’idea che Mestre non doveva accettare di ridursi in una città dormitorio succursale di Venezia. A questo scopo si impegnò a dar vita a strutture per la città: il nuovo patronato, Ca’ Letizia, villa Giovanna con la scuola di lingue, il palazzo della carità, l’agorà, il rifugio San Lorenzo per i giovani non distante da Misurina, il palazzo delle associazioni con “La Graticola”, la casa di San Vito di Cadore, e la scuola per il seminario a Paderno del Grappa. A livello informativo e culturale diede vita all’istituto di cultura “Laurentianum”, e quello di “Santa Maria delle Grazie” in via Poerio, alla pubblicazione Borromea mensile e settimanale.

Per quanto riguarda la Chiesa e la pastorale ha promosso l’istituzione del delegato patriarcale per Mestre e terraferma; s’è battuto perche la chiesa mestrina non fosse formata da un arcipelago di parrocchie autonome, ma diventasse invece una realtà ecclesiale a livello cittadino con un disegno unitario; s’è impegnato inoltre perché villa Tivan, sul Terraglio, diventasse la sede del Patriarca in terraferma.

Monsignore non ebbe vita facile con il “palazzo” e con la curia, comunque ha sempre portato avanti i suoi progetti senza “rompere” e accettando spesso mortificazioni dai soliti burocrati di turno. Il merito forse maggiore di don Valentino Vecchi è quello di aver messo in discussione il passato e proposto idee ed iniziative quanto mai innovative per quel tempo. Purtroppo la stagione del post concilio, ha rappresentato anche per la Chiesa mestrina un tempo di restaurazione e di appiattimento, ma rimane comunque la speranza che una seminagione così ardita ed intelligente possa prima o poi dar frutto.

Io che ho vissuto per di più di vent’anni accanto a questo prete prima in seminario e poi in parrocchia, e che spesso ho chiamato “mio maestro”, conosco pure i suoi limiti, le sue collere e perfino le sue ambizioni. Ma ritengo che sia stato un maestro di vita, certo non di fede da santarelli incantati, ma di una fede che non ha avuto paura di sporcarsi lasciandosi coinvolgere dalle vicende reali di questo povero mondo. Il mio “Vangelo” secondo don Vecchi non è certamente uno di quelli canonici, ma accetto pure che sia ritenuto apocrifo!


La nuova congregazione

Il cardinale Patriarca Angelo Roncalli mi ordinò prete nella basilica di San Marco nel 1954 e dopo pochi giorni l’allora vicario generale mi chiamò a fare il cappellano ai Gesuati. Seppi poi che fu il parroco di quella parrocchia, che era stato anche il parroco della mia infanzia ad Eraclea, a fare questa richiesta. Due anni dopo lo stesso “vice Patriarca” mi spostò improvvisamente in Duomo a Mestre. Venni a sapere poi che il cappellano di allora era stato allontanato per certi comportamenti non troppo corretti nei riguardi dei ragazzi. Ci fu un certo scandalo e l’allora parroco monsignor Aldo Da Villa, che mi aveva conosciuto e mi aveva “scoperto” appassionato nel sostenere le mie idee, pensò che potevo essere il prete giusto per tamponare lo smarrimento che la vicenda pruriginosa aveva provocato tra i giovani della parrocchia.

L’inizio fu difficile, però l’entusiasmo delle primizie del mio sacerdozio mi aiutò a superare le difficoltà iniziali. Dapprima mi occupai della gioventù dell’Azione cattolica, quindi mi furono affidati gli scout dei quali avevo fatto una bella esperienza quando ero a Santa Maria dei Rosario alle Zattere. In verità il movimento era allora mal ridotto, ma in pochi anni rifiorì in maniera veramente promettente: tre branchi, tre reparti, due noviziati e due clan ed altrettante unità nel settore femminile. Penso che raggiungemmo in quegli anni i due/trecento ragazzi a San Lorenzo martire e nel contempo ci espandemmo in molte parrocchie della città.

I diciotto anni passati nella parrocchia di piazza Ferretto furono entusiasmanti; a tutt’oggi godo ancora della simpatia di quei ragazzini, che ora sono nonni e bisnonni. Non passa settimana che qualche uomo o donna più che maturi non venga a dirmi: “Don Armando si ricorda che..?” Chi semina sono certo che prima o poi, tanto o poco, raccoglie e io sto ancora raccogliendo da quella semina.

Voglio raccontare in proposito ai giovani preti una bellissima storia, proveniente da quel tempo e da quella comunità. Un paio di mesi fa mi si presentò una signora sui sessant’anni dal portamento asciutto e ascetico che dopo qualche confidenza mi ha detto: “Finora ho tentato di conoscere e amare il Signore mediante l’ascesi e la preghiera, ora vorrei continuare a farlo mediante il servizio ai poveri”. Con suor Teresa riuscimmo a trovarle al Don Vecchi un piccolo alloggio, più simile a una cella da eremiti che a un appartamento per anziani e da una settimana questa donna di Dio fa parte della nostra famiglia. Sono sicuro che ella metterà a disposizione del Signore, vestito da povero, i prossimi trent’anni della sua vita!

Una volta, vedendo il nostro numeroso esercito di volontari, il cardinale patriarca Marco Cé mi chiese tra “il serio e il faceto”: “Perché don Armando non pensi di fondare un ordine religioso?” Allora pensavo che erano fin troppi gli ordini religiosi e poi sono sempre stato convinto che oggi sia giunto il tempo d’amare e servire il Signore senza troppe monache e troppe regole, ma ascoltando la voce del proprio cuore e facendo del nostro meglio a favore del prossimo in difficoltà. Comunque, anche senza cerimonie e autorizzazioni vaticane, al Don Vecchi è nata una nuova “congregazione religiosa” composta da Suor Michela, Suor Angela, Suor Teresa, da me e dalla “novizia” appena entrata. Non ci siamo ancora dati un nome, perché siamo poco convinti che serva, però abbiamo sogni e progetti da vendere.


Lino e Stefano

Quando scelsi, circa dodici anni fa, la testata per il periodico che mi permettesse di dialogare ancora con i miei cittadini, faticai alquanto per trovare il nome tanto che ne dovetti scartare molti, prima di arrivarci. Finalmente la mia ricerca approdò su L’incontro, un termine particolare che mi parve che nessun altro giornalista avesse scoperto, mentre rappresentava una testata davvero ricca di potenzialità. Voglio perciò raccontarvi il seguito di uno dei tantissimi incontri della mia vita: molto spesso banali, deludenti e senza seguito, però ve ne sono alcuni, che coltivati con un po’ di attenzione e di amore, sono diventati significativi ed importanti.

Incontrai Lino, uno dei due gerenti del Centro don Vecchi di Marghera, in un momento per lui molto amaro e difficile; gli era morta, dopo un penoso percorso, la moglie amata, i figli ormai cresciuti avevano scelto le loro strade e lui, andato in pensione, si sentiva solo e disorientato, soprattutto, almeno nell’inconscio, avvertiva il bisogno di dare senso alla vita aiutando il suo prossimo. Nell’infanzia aveva ricevuto in famiglia e in parrocchia una forte educazione cristiana, per cui portava in cuore una naturale propensione a rendersi utile e a offrire la ricchezza dei valori che aveva maturato da giovane. Da queste premesse era nato il suo impegno nel sindacato durante la sua vita lavorativa in fabbrica, ma contemporaneamente si prodigava in altre associazioni benefiche di volontariato. Una presidente di una di queste associazioni, donna forte e determinata, vedendolo solo e smarrito brancolare nella noia gli disse: “Va da don Armando, vedrai che avrà certamente qualcosa da farti fare!”.

Lino a quel tempo era anziano, ma non tanto vecchio da non poter essere più utile ad alcuno. Il Don Vecchi di Marghera era ormai pronto, ma non avevo qualcuno a cui affidarlo. Come si sa la Divina Provvidenza, non so per quale motivo, aspetta quasi sempre l’ultimo momento per darti una mano, ma forse lo fa per provare la tua fiducia. Lino si improvvisò direttore di comunità e ci riuscì: talvolta con la sue “prediche”, più spesso con il suo esempio, sempre con la sua preghiera. In quel tempo aveva come amico un giovanotto un po’ malconcio a causa di un incidente stradale: lo introdusse alla chetichella quasi come un “figlio d’anima”. Così cominciò la loro avventura come responsabili di una delle nostre comunità. Il più bello però venne dopo, quando anche il centro di Campalto fu terminato, ma ancora una volta non ero riuscito a trovare un capo a cui affidarlo.

Con gesto molto nobile e generoso, per il quale sarò loro sempre grato, mi dissero: “Don Armando, qui a Marghera ormai ci sono Luciano e Teresa che possono sobbarcarsi questo impegno, se vuole ci trasferiamo noi a Campalto”. Lino e il suo amico presero armi e bagagli e si trasferirono nella nuova struttura. Il passare degli anni rese più fragile il vecchio Lino e, pur non avendo perso per nulla la sua capacità di “predicare” e procurarsi aiutanti, lasciò a Stefano, tecnico di altissima capacità dell’Elettrolux, spesso in giro per il mondo per lavoro, il compito di “governare” la struttura. Stefano, tanto sicuro quanto esperto, è altrettanto e forse ancora più sicuro nel dare direttive, fare scelte e proporre con decisione la sua filosofia. Comunque la coppia funziona a meraviglia e spero che funzioni ancora per molto tempo, anche se ultimamente ho capito che loro non sono ormai più in grado di proporsi per una nuova avventura in un’altra struttura. Comunque spero che la Fondazione Carpinetum sappia che possono operare molto tempo ancora!


Seminare bellezza

La telefonata con cui Rita Bellini mi ha detto che desiderava donare tutte le sue opere di carattere sacro alla Fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi è stata per me una sorpresa, una felice sorpresa!

Ho conosciuto questa pittrice veneziana molti anni fa, quando nella mia comunità parrocchiale organizzavo una “Biennale d’arte” sacra a tema. In una di queste, di circa una ventina di anni fa, il tema riguardava San Francesco. In quell’occasione Rita presentò un opera di grandi dimensioni sul “Cantico delle Creature”. Nella mia memoria di quell’opera è rimasto il ricordo di un canto di gioia ed ebbrezza espresso con tutti i colori forti della sua tavolozza. Più che al disegno, questa artista affidò al colore il compito di esprimere l’estasi interiore che nasceva dalle parole umili, pulite e piene di incanto del poverello di Assisi di fronte alla grande opera di Dio creatore, che ha voluto esprimere il suo amore, o meglio la sua tenerezza, nei riguardi dei Suoi figli mediante la bellezza della natura.

Questo ricordo, ormai lontano nel tempo, mi ha indotto ad accettare senza riserve il dono un po’ impegnativo perché si tratta di una cinquantina di opere di notevoli dimensioni.

Di primo acchito di fronte a questa rassegna di quadri di carattere religioso nella quale il figurativo rimane ancora quasi un pretesto, perché l’artista continua ad affidare alle tonalità il compito di cantare il mistero di Dio, m’è venuto da pensare che sarà piuttosto difficile ai miei anziani la “lettura” di questi quadri tanto lontani dalle loro esperienze artistiche, che si rifanno al manierismo abbastanza bigotto di fine Ottocento e della prima metà del Novecento, salvo poi pensare che pure loro devono imparare “la lingua” degli artisti del terzo millennio. Se non avranno la capacità di cogliere i particolari di tutte le “parole” del messaggio della pittura dei nostri giorni, sono convinto che pur nell’inconscio percepiranno il messaggio di questo Dio misterioso, però ineffabile ed ancora affettuoso con noi sue creature.

Sono sempre stato dell’idea che la bellezza è capace di salvare perché essa rimane e rimarrà sempre voce e messaggio del Signore. Ora abbiamo allestito una mostra presso la nostra galleria San Valentino di Marghera con le opere più significative, augurandomi poi di trovare la possibilità nel prossimo don Vecchi 7 di dedicare alle opere di Rita Bellini una mostra permanente, che si aggiungerà a quella di Vittorio Felisati, di Umberto Ilfiore e di Toni Rota.

Per ora non mi resta che ringraziare questa cara pittrice, che continua a seminare a larghe mani la bellezza nella nostra città ed ad additarla all’ammirazione e alla gratitudine dei nostri concittadini.


I nostri protagonisti: Danilo

In quest’ultimo tempo mi è venuto in mente di parlare ai miei amici di chi sono i protagonisti della nostra splendida impresa e del “miracolo” a livello solidale che si è avverato in questi ultimi vent’anni. Di certo è riconosciuto un po’ da tutti il fatto che i Centri don Vecchi siano il fiore all’occhiello di Mestre, ma magari non tutti sanno che il “polo solidale” è cresciuto in simbiosi e non è meno importante e prezioso. “Il miracolo” dei magazzini a favore dei poveri, ossia quel complesso tanto efficiente di attività solidale, che non teme confronti almeno nel Triveneto, rappresenta pure qualcosa di miracoloso. Una delle componenti più importanti di questa attività in favore del prossimo sono i magazzini San Martino, il più grande ipermercato non soltanto di Mestre, di indumenti nuovi e usati per i cittadini non abbienti. Oggi vorrei presentarvi il ritratto del fondatore e del manager indiscusso di questo enorme ipermercato del tessile. L’autore di questo complesso quanto mai efficiente ed originale si chiama Danilo Bagaggia. Questo capitano d’industria, che s’è formato presso la grande azienda dei fratelli Coin, pur venendo dalla gavetta, ha percorso con tenacia e capacità tutta la strada arrivando fino ai più alti livelli. Noi abbiamo avuto la fortuna di poterlo “rubare” all’azienda in cui è cresciuto a livello professionale per farne il promotore dei nostri magazzini. Il signor Danilo, che ha i suoi settantanni, portati molto bene, è partito nella sua nobile impresa nel 2002 e in quindici anni ha costituito il suo “impero” beneficiando di tutte le esperienze che s’è fatto dai Coin e applicando le leggi di mercato con assoluta decisione e rigore. Attualmente la sua e nostra “azienda” copre un’area di circa ottocento metri quadrati, s’avvale di una forza lavoro di 110 volontari, ai quali è richiesta una risposta lavorativa, che qualsiasi azienda del settore esige dai propri dipendenti.

Nei magazzini San Martino ognuno ha la sua mansione, ognuno svolge la sua attività in maniera diligente, deve trattare la “clientela” nella maniera più cortese e appropriata. Non sono ammesse assenze ingiustificate e ognuno deve comportarsi come e meglio che se fosse a libro paga. Quando si apre il “negozio” tutto deve essere perfettamente in ordine. Con questa efficienza pure gli utili a livello morale sono molto lusinghieri. Un giorno il signor Bagaggia, che è diventato da tempo amico carissimo e collaboratore preziosissimo, mi ha confidato: “Per tutta la vita ho sognato di avere una mia azienda, senza purtroppo riuscirci, ora però, che sono in pensione, ho la soddisfazione di aver creato e di dirigere il primo e il più grande ipermercato solidale del tessile, almeno di tutto il Nordest”. Il mio maestro monsignor Valentino Vecchi mi diceva che la vera ricchezza di un Paese è costituita dai capitani d’industria: mi pare che nel suo campo, con Danilo, Mestre e la carità abbiano la fortuna di averne uno, di grande capacità e valore!


I nostri protagonisti: Teresa

I nostri protagonisti: Teresa

Ho la sensazione che mentre tutti a Mestre hanno sentito parlare dei Centri don Vecchi, e credo pure che la stragrande maggioranza ne abbia una buona opinione, purtroppo invece pochissimi vi abbiano messo piede e quasi nessuno conosca il “meccanismo” umano che ci fa vivere e fa vivere bene. Quindi non vorrei mai che questa realtà, che credo rappresenti uno degli aspetti innovativi e migliori nella nostra Città, possa ridursi a una nozione o a una icona, per quanto apprezzata, ma appesa a un chiodo della galleria dei ritratti delle componenti della nostra città. Per questo motivo ho deciso di cercare di diffondere i “meccanismi” segreti che sorreggono questo “miracolo” sociale.

Oggi tenterò di descrivere il volto e il cuore del personaggio che dirige ad anima l’ultimo nato della Fondazione Carpinetum, il don Vecchi sei, il centro destinato ai disabili, ai coniugi separati e alle famiglie in forte difficoltà esistenziale. La vita non è facile in questo centro, perché ospita una sessantina di persone che per i ben pensanti rappresentano il frutto amaro della nostra società irrequieta, e con pochi punti di riferimento sicuri. La persona che è la responsabile si chiama Teresa, una giovane donna, che ha fatto un serio percorso di volontariato in un paese del sud d’Italia, e che poi le irrequiete norme che regolano il mondo della scuola ha deposto come una naufraga nella nostra Città. Questa concittadina acquisita da una dozzina di anni esercita la professione di maestra e dedica tutto il tempo libero e tutta la sua ricchezza umana alle persone che sono giunte bisognose, dopo peripezie difficili, nelle nostre strutture: gente di tutte le età, di tutte le esperienze, scelte solamente per il denominatore comune del bisogno. Teresa spesso è costretta a nascondere la tenerezza e il suo amore di donna sotto “l’armatura” della decisione, della capacità di imporsi e di far osservare le regole, indispensabili per poter vivere in comunità. Qualcuno dice che è perfino troppo forte e decisa, mentre io sono convinto che ella deve spesso imporsi la decisione per tenere il timone di questa comunità per nulla omogenea e per nulla facile da condurre. Spesso provo tanta tenerezza per una creatura che non sempre può lasciarsi andare a una naturale amabilità e dolcezza per una donna e debba assumere posizioni più rigide perché la vita scorra ordinata e serena.

Talvolta però, vedendo quanta è la amabilità con cui si lascia andare verso i bambini, ma pure con quanta comprensione tratti le giovani mamme provate dalla vita, o giovani uomini che arrancano sotto il peso di fallimenti familiari o lavorativi, provo per lei comprensione, ed ammirazione, stima e bisogno di esserle accanto perché non si senta sola di fronte a drammi umani veramente dolorosi. Sono convinto che sia giusto e doveroso che la nostra città sia cosciente che non ci sono solo tra noi donne effimere e deludenti, ma che a Mestre si possono incontrare pure creature forti, generose come Teresa che scelgono di spendere il meglio di sé, della propria giovinezza e del proprio cuore per chi, pur non conoscendolo, scopre che ha bisogno di essere incoraggiato, sorretto e amato.


Onore alla memoria

Da circa un anno e mezzo è tornata alla casa del Padre la concittadina Annamaria Malvestio, che ha seguito sempre con tanta attenzione e generosità lo sviluppo dei Centri don Vecchi e mi ha accompagnato con stima ed affetto nella realizzazione del progetto di offrire agli anziani in disagio economico un alloggio decoroso e funzionale a costi accessibili anche per chi gode solamente della pensione sociale.

La signora Annamaria ha suggellato questa collaborazione anche dopo la sua morte, disponendo che una parte del suo notevole patrimonio fosse destinata ad una decina di strutture solidali, tra i quali c’è stata pure la Fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi. Proprio in questi giorni s’è concluso l’iter testamentario che ha portato nelle casse della Fondazione circa 80 mila euro.

Porto a conoscenza della cittadinanza questo evento perché Mestre possa onorare i suoi cittadini più saggi ed altruisti e si venga a sapere che lo sviluppo pressoché “miracoloso” dei nostri centri è dovuto in parte notevole a questi lasciti testamentari che hanno permesso che in circa vent’anni la nostra città potesse fruire di più di quattrocento alloggi quanto mai degni e signorili per gli anziani meno abbienti, i quali a motivo di questa generosità possono vivere serenamente la loro vecchiaia in ambienti protetti e soprattutto alla portata anche di chi dispone di poco.

Segnalo pure questa scelta tanto meritoria perché sia di esempio e sprono a tutti coloro che dispongono di qualche bene e che non hanno doveri verso parenti diretti affinché tengano conto di questa scelta così meritoria e socialmente utile.

Segnalo pure alla cittadinanza l’impegno e la bravura con i quali l’avvocato Ugo Ticozzi, tanto affezionato alla Fondazione Carpinetum, ha portato a termine questa eredità, che ha presentato dei passaggi quanto mai impegnativi.

Una volta ancora tocco con mano che se gli obbiettivi sono nobili e condivisibili e quando tutti i membri della comunità lavorano per il bene comune è possibile realizzare opere notevoli. Questa ultima eredità sta spronando il Consiglio di amministrazione della Fondazione Carpinetum a sognare con maggiore concretezza e realismo il Centro don Vecchi sette da costruire agli Arzeroni, località in cui dispone di una superficie idonea e di un permesso a costruire da parte del Comune.


Un’altra eredità per la Fondazione

Il signor Angelo Furlan, è morto a Venezia il 28 marzo scorso. Ha donato per testamento l’arredo della sua casa ai magazzini San Giuseppe del Centro don Vecchi.

Della liquidità che possedeva ha lasciato il 27% alla Casa di riposo Santa Maria dei Battuti, il 27% al Centro Nazaret, il 27% a don Armando Trevisiol già parroco di Carpenedo a favore delle sue opere di assistenza e il restante 19% alla nipote. La somma totale da suddividere ammonta a circa 90.000 euro, motivo per cui potremo disporre per i progetti della Fondazione di circa 25.000 euro.

Non posso che ringraziare il saggio e munifico benefattore però sento il dovere di additare pure la sua scelta all’ammirazione e alla riconoscenza dell’intera cittadinanza che trarrà beneficio anche da questa scelta.

Celebrerò quanto prima una messa in suffragio per il bene della sua anima, sperando che questa bella testimonianza di solidarietà spinga tanti altri cittadini a fare altrettanto per continuare a fare del bene in città.


L’insegnamento di Giuliana

Di recente sono intervenuto in maniera che qualcuno ha giudicato persino eccessivamente dura nei riguardi di più di un anziano che chiede di entrare in uno dei Centri don Vecchi e poi si comporta come se l’alloggio che gli è stato assegnato (dopo aver dichiarato di essere in grave bisogno economico) rappresentasse un qualcosa di anonimo e sganciato da una comunità viva e cristiana. Poi mi capita spesso di osservare che costui usa l’alloggio ottenuto come fosse un “pied a terre” comportandosi come un estraneo qualunque, non inserito per nulla nella vita della comunità e non collabora in alcun modo alle necessità del centro in cui abita.

Nel mio intervento ho detto a chiare lettere che non intendiamo per nessun motivo diventare degli affitta alloggi a buon mercato, ma domandiamo collaborazione di tutti per costruire una comunità di fratelli, per mantenere i costi così ridotti in maniera che anche gli anziani più poveri possano vivere in un ambiente signorile in un contesto di collaborazione attiva.

Credo che finché avrò vita ribadirò questo concetto, non vorrei però che si potesse pensare che tutti i residenti si comportino così. Ci sono infatti degli splendidi anziani che sentono il Don Vecchi come la loro dimora e che danno il meglio di sé non solo per il bene di chi vive nelle strutture, ma si impegnano anche seriamente in tutte quelle meravigliose attività del centro a favore dei poveri della città. Sono decine e decine gli abitanti impegnati per le necessità della struttura, ma anche per tutte le attività caritative che vengono svolte in favore del prossimo.

Ho sentito il dovere di fare questo nuovo intervento perché la città conosca anche la faccia migliore della medaglia e soprattutto perché in questi giorni è venuta a mancare, e lo dico senza enfasi e retorica, ma per pura verità, una delle più belle figure di questo impegno e di questo servizio a favore dei poveri.

E’ morta il 7 giugno a novantanni Giuliana Marin. Era una donna minuta di statura con due occhi vivi e sempre sorridente, sempre serena e laboriosa. Abitava in un appartamentino al secondo piano, lindo e ordinato, e dedicava la gran parte del suo tempo per l’umile ma necessario servizio di preparare le montagne di frutta e verdura che ogni giorno sono raccolte e distribuite ai poveri. Da una ventina di anni passava, silenziosa e instancabile, il pomeriggio presso “la Bottega Solidale” a Carpenedo, e più di recente ha continuato il suo umile ma prezioso lavoro presso il chiosco di frutta e verdura del Don Vecchi.

Giuliana poi cantava nel coro Santa Cecilia, era fedele alle prove e al sabato sera presso “la sala dei 300” al Don Vecchi e alla domenica nella “Cattedrale tra i cipressi” al cimitero metteva la sua voce per animare la Santa Messa.

Cristiana convinta e fedele, era sempre disponibile e serena, ha svolto il suo servizio con entusiasmo e rigore. Vedova da molti anni visse per la figlia che amava, ma era pur sempre disponibile per tutti. Ringrazio veramente il Signore di aver incontrato questa piccola e grande figura di donna che ha dato a tutti il meglio di sé sorridente e felice di poter essere utile al suo prossimo.


Il medico del Don Vecchi

Mercoledì 12 aprile è dolcemente tornata alla casa del Padre, dopo aver devotamente ricevuto il sacramento degli infermi, la signora Maria Carrer, la carissima mamma della dottoressa Carla Casarin, medico che da quasi un quarto di secolo cura i residenti del Centro don Vecchi.

Io sono sempre stato legato da vincoli di stima e di affetto a questa cara famiglia per essere stato il loro parroco per 35 anni e soprattutto perché, circa 40 anni fa, ho accompagnato al camposanto il marito della defunta. Il signor Casarin è morto giovane lasciando alla sua sposa i suoi due figli appena adolescenti da crescere. Questa cara signora affrontò la vita con tanto coraggio e tanta fede riuscendo a portare alla laurea tutti e due i suoi figli: Carla medico e Giuseppe ingegnere.

Quando ho progettato il Don Vecchi ho escluso fin da subito di assumere un medico che sarebbe costato alquanto ai residenti, però ho offerto un ambulatorio ove un medico di famiglia potesse assisterli all’interno della struttura senza però pesare sulle loro magre risorse economiche.

Al tempo dell’apertura del primo centro, nel 1994, la dottoressa Carla s’era appena laureata e aveva davanti a sé la sfida di acquisire un certo numero di pazienti. Le offrii quindi l’ambulatorio e perciò la gran parte dei nuovi residenti la scelsero come loro medico di famiglia. Fu una fortuna per noi e per lei, noi perché abbiamo avuto modo di avere in casa una professionista preparata, intelligente, affabile, paziente e perfino bella – un po’ di grazia non guasta mai – e per lei, perché questa nostra scelta la lanciava nell’ambito della professione. La carriera poi della dottoressa Carla Casarin quasi subito ebbe un esito brillante, tanto che attualmente ha il massimo di pazienti consentiti dalle norme attuali.

Oggi, nonostante fare il medico al Don Vecchi sia una delle cose più faticose e difficili di questo mondo, ella è rimasta da noi e io intendo la sua presenza come una vocazione piuttosto che un normale lavoro redditizio. Assistere un centinaio di anziani qui da noi è di certo molto più impegnativo che curare un migliaio di giovani, perché un giovane andrà dal medico sì e no una volta all’anno, mentre i nostri anziani tentano di andarci due volte al giorno, a motivo delle molte magagne da cui sono affetti e dalle infinite manie che sono proprie della loro veneranda età. Al Centro don Vecchi andare dal medico è abbastanza simile al desiderio di incontrare una persona giovane e simpatica con la quale passare una mezzoretta raccontando le storie più diverse: dai guai familiari ai bisticci con i vicini!

Attualmente i sei Centri don Vecchi si avvalgono di una mezza dozzina di medici, ma la dottoressa Carla, a motivo della sua “anzianità” di professione, del suo atteggiamento affettuoso, sorridente e rasserenante rimane il medico del Don Vecchi per antonomasia. Approfitto di questa circostanza dolorosa, che ha colpito la dottoressa Carla, non solamente per esprimere il nostro più affettuoso e caloroso cordoglio, perché tutti la consideriamo come una figlia o forse meglio ancora come una dolce nipote; ma pure per dirle quanto le vogliamo bene e quanto le siamo riconoscenti per le sue prestazioni mediche e soprattutto per la sua paziente e calda umanità.


In ricordo di Marisa

Marisa era una mia coetanea, classe 1929, che abitava come me presso il Centro don Vecchi di viale Don Sturzo. La signora Marisa aveva fatto la “fruttarola” per tutta la sua vita, motivo per cui aveva grande esperienza nel rapporto che si deve tenere con gli altri, ella era una veneziana che più veneziana non si può, motivo per cui aveva una parlata simpatica, scorrevole e vivace; profumava di laguna nella mentalità, nel pensiero, nell’approccio col prossimo: spiritosa, sorniona nella battuta ed accattivante nel rapporto, tanto che interloquiva sempre con i suoi “tesoro, amor mio”.

Marisa non amava troppo ritirarsi in casa, difatti passava tutti i pomeriggi tenendo banco presso un crocchio di coetanee che passavano il tempo e godevano delle sue battute. Marisa, innamorata del figlio ed innamoratissima dei nipoti che ce li dipingeva come dei portenti di ragazzi, con me aveva un feeling particolare essendo, come ho detto, mia coetanea.

Sono veramente addolorato per questa perdita, però in quest’occasione mentre sento il bisogno di salutare ed affidare al buon Dio questa donna, debbo rivelarvi un piccolo segreto. Marisa era felicissima di abitare al Don Vecchi, struttura che considerava la più bella delle soluzioni per anziani e diceva un po’ a tutti questa sua felicità.

Al Don Vecchi bazzicano di frequente giornalisti, operatori televisivi per inchieste e soprattutto per la novità circa la domiciliarità degli anziani poveri; normalmente chiedono a me come ideatore del Don Vecchi le notizie che possono interessare ai lettori circa questa struttura decisamente innovativa. Poi per esigenza del mestiere chiedevano di poter interrogare pure qualche vecchio residente. Allora con aria e previsione certa della risposta, dicevo al crocchio di amiche, tra le quali non mancava mai la signora Marisa: “I signori avrebbero piacere che diceste anche voi come vi trovate in questa casa di riposo”. Ella puntualmente e per me in maniera prevista e desiderata, balzava in piedi e con gli occhi spalancati ed in atteggiamento di stupore sbalordito affermava: “Cosa? Questa casa di riposo? Ah cari signori, questo è un centro benessere!” E snocciolava quindi di seguito le meraviglie del Don Vecchi!

Marisa è morta nel sonno dopo un paio di settimane di malessere. Ci mancherà perché era una persona particolare, ma nel contempo rimaniamo felici perché cento, mille volte ci ha confidato e detto a tutti che al Don Vecchi ha vissuto i più begli anni della sua vita. (d.A.)


Addio a un testimone di solidarietà

La stampa cittadina ha segnalato con un certo rilievo la morte del dottor Vittorio Coin, già presidente della notissima impresa d’abbigliamento della nostra città. I quotidiani locali hanno parlato della competenza e dei meriti di questo imprenditore che giustamente devono essere sottolineati. Dal canto mio, vorrei aggiungere una nota per esprimere stima e ammirazione a questo nostro concittadino. In proposito, di primo mattino m’è giunta una telefonata della figlia del dottor Vittorio Coin, informandomi che suo padre era mancato durante la notte aggiungendo poi che, avendo avuto egli molta stima su quanto andiamo facendo con i Centri don Vecchi e con le nostre varie attività caritative, ha ritenuto doveroso darmi la dolorosa notizia. Questa telefonata ha fatto emergere dalla mia memoria alcuni episodi della vita di questo concittadino, che non solo ha ben meritato nei riguardi della città con la sua attività commerciale dando lavoro e benessere a tanta gente, ma pure ha avuto attenzione per i poveri e chi si occupa di loro.
Eccovi alcuni episodi degni di nota.

  • Un paio di anni fa, invitato dal signor Danilo Bagaggia, ex dipendente della Coin e attuale direttore del più grande ipermercato di carattere solidale del Triveneto, ha visitato i nostri magazzini, ha partecipato alla cena dei 110 volontari, ci ha offerto una cifra notevole e ci ha promesso il suo aiuto.
  • L’attuale associazione “Vestire gli ignudi” gestisce un enorme ipermercato di vestiti, per metà usati e per metà nuovi, offerti dalla Oviesse. È certo che una volta è stato lui a fare questa scelta e poi, quando è uscito dall’azienda, ha certamente presentato favorevolmente la nostra attività, tanto che continuiamo a ricevere una gran quantità di indumenti nuovi.
  • Lo scorso anno, in occasione delle sue nozze d’argento, ha invitato gli amici a non fargli regali ma a offrire il corrispondente alla nostra Fondazione. In quell’occasione abbiamo incassato ben euro 27.000.

Mi piace indicare questi lati nascosti della personalità di questo imprenditore, lati che dimostrano la sua bravura di gestore di una grande azienda ma soprattutto la sua alta statura umana.


San Martin Lutero?

Qualche volta la storia condanna un uomo che può essere compreso dopo qualche secolo. Prima di esprimere un giudizio bisogna avere una grande pazienza

Durante tutta la mia infanzia, ma pure durante la mia giovinezza, m’era stato dipinto Martin Lutero, l’autore della Riforma protestante, come un traditore della fede, un crapulone dalla vita disordinata che ha spaccato la Chiesa. Da qualche anno però sto facendo marcia indietro, anzi una conversione ad “u”! Sto leggendo un bel volume di Graziella Lugato, dal titolo “Visite pastorali antiche nella parrocchia di San Lorenzo di Mestre. Dal Concilio di Trento alla bolla papale Ob Nova”.

Per me, che ho speso in quella parrocchia quindici anni di esaltante vita pastorale, queste notizie mi incuriosiscono quanto mai. Ho appena letto che il parroco d’allora, don Camillo, che aveva ereditato dallo zio don Andrea il beneficio (cioè la rendita inerente al titolo) viveva normalmente a Venezia perché “l’aria di Mestre non gli conferiva”, e veniva a Mestre, in parrocchia di San Lorenzo, due o tre volte all’anno e vi rimaneva uno o due giorni al massimo!

Questa era la parrocchia del Duomo al tempo di Martin Lutero, c’è da figurarsi come fosse il Vaticano a quei tempi! Mi vien da pensare che il buon Dio abbia scelto il monaco tedesco per la necessaria riforma della Chiesa e non certo per la contro riforma e quindi dovremmo trovare pure un altare anche nella nostra chiesa di San Lorenzo da dedicare a Martin Lutero!

Sono ormai molti anni che sto rivedendo e correggendo certa cultura che mi hanno propinato a buon mercato! Mi spiace solamente che sono arrivato troppo tardi in questa verifica e rilettura dell’apologetica ecclesiastica.

È vero: una revisione critica del nostro pensiero e delle nostre convinzioni è sempre faticosa perché fa traballare e scombina l’architettura della struttura mentale nella quale abbiamo inquadrato la nostra visione del mondo e del messaggio cristiano. Tuttavia ritengo doveroso, che pur con pacatezza e pazienza, dobbiamo mantenerci in costante verifica del nostro modo di pensare e di vivere se vogliamo essere onesti con noi stessi e con le persone con cui viviamo.

Fortunati noi che abbiamo l’opportunità, grazie all’insegnamento di Papa Francesco, di veder tutti noi non come dei nemici o dei competitori, ma sempre e comunque come fratelli.


Non lasciatevi rubare la speranza

Una delle frasi ricorrenti nei discorsi di Papa Francesco, oltre a quelle che si riferiscono alle “periferie” delle nostre città, della nostra cultura, della nostra chiesa ed altre infinite esortazioni a credere nel Dio della misericordia, è quella ribadita spesso con convizione di “non lasciarci rubare la speranza”.

Papa Francesco, a differenza di tantissimi pontefici, pur santi, è un Papa del tutto declinato al positivo, e sta finendo per passarci alcuni principi “chiari e distinti”.

L’ammonimento del Pontefice a non farci rubare la speranza dai pessimisti, dai burocrati, dai politici corrotti, dagli ecclesiastici di mestiere e dai nichilisti del nostro tempo, è per me, e penso per l’umanità, uno dei regali più belli e più preziosi ch’egli ci possa fare.

Ho la sensazione che questo seme sparso con tanta convinzione e tanto coraggio, stia mettendo radici e qualche germoglio anche in me, piuttosto fragile e pessimista. Chiedo a voi miei amici di darmi un minuto per confidarvi come ho felicemente scoperto che la semente del Papa pare stia attecchendo anche nel mio animo.

Il discorso è povero e quasi banale, però per me è stata una felice scoperta.
Eccovi la piccola storia: in una delle mie rarissime visite a mio fratello Roberto ho notato che aveva in giardino un arbusto fiorito con delle campanule bianche, gialle e rosa che pendevano dal ramo con la testa all’in giù. Amante delle piante, ne chiesi un paio a mio fratello, appresi poi in seguito ch’erano piante lacustri e che non sopportavano ne il sole ne il gelo. Queste piante da un paio d’anni rallegrano il parco del don Vecchi. L’autunno scorso, essendosi riprodotte in esubero, pensai di non portarle dentro casa ma di lasciarle accostate ad una parete a sud, protette dal tetto e dai poggioli, sennonché mi accorsi che erano state bruciate dal ghiaccio.

La cosa mi dispiacque quanto mai, ero amareggiato di non poter più godere di quel bel fiore. Sennonché suor Teresa, nel cui cuore il germe della speranza del Papa ha attecchito più che nel mio, mi rassicurò che il gelo non aveva intaccato le radici. Cosicché tagliai il fusto esterno e misi al sole questi vasi con i soli monconi di ramo, apparentemente secchi.

A metà maggio, con i primi tepori primaverili spuntarono dei germogli, che ora sono quanto mai rigogliosi. Ogni volta che guardo questi vasi mi pare che mi ripetano: il secco, il guasto è quello che appare, ma nel cuore della nostra gente le radici cristiane prima o poi metteranno germogli!


Una strana scoperta

Forse stavo frequentando il liceo quando qualcuno, che non ricordo più chi sia stato, mi ha passato il quindicinale “Adesso”.

Ho cominciato fin d’allora a leggere con tanta passione questo periodico, diretto da Primo Mazzolari; per quei tempi era un periodico assolutamente d’avanguardia nel campo cristiano.

Ho poi continuato a leggerlo in maniera un po’ clandestina perché anche la gerarchia locale del tempo era molto sospettosa nei suoi riguardi. Ho avuto poi modo quindi di seguire le vicissitudini di don Mazzolari, che da prete aperto ai tempi nuovi subì una vera “persecuzione” da parte del cosiddetto Sant’ufficio della curia vaticana, tanto da costringerlo prima a chiudere il giornale per poi riaprirlo facendone direttore responsabile un suo amico, e continuando a scrivere nascondendosi dietro un pseudonimo. Comunque la mano della curia vaticana è stata particolarmente pesante, arrivando a proibirgli non solamente di scrivere, ma perfino di predicare, confinandolo a Bozzolo una piccola parrocchia di campagna.

La venuta del Concilio però ridimensionò il concetto di chiesa, ma soprattutto l’avvento di Papa Giovanni al soglio pontificio riabilitò questo prete, che soffrì in silenzio gravissime umiliazioni da parte di un’organizzazione ecclesiastica, ottusa, chiusa al domani e burocratica quanto mai.

In questi giorni m’è capitato di leggere “Impegno” il periodico edito dalla Fondazione don Mazzolari, ove ancora una volta sono venuto ancor più a conoscenza della “persecuzione” subita da questo prete intelligente ed obbediente fino all’impossibile. Riflettendo su questa vicenda ecclesiastica è venuto da pensare di quanto io sia stato fortunato di vivere nella stagione di Papa Francesco. Se fosse continuato lo spirito inquisitore di un tempo, credo che date le mie intemperanze almeno una scomunica l’avrei presa!

Ai nostri tempi si è amareggiati per il calo dei fedeli o per qualche altro scandalo che continua a sporcare il volto della chiesa, ma quanto più bella, più viva, più evangelica è la chiesa dei nostri tempi!

Ora capisco l’ottimismo di Papa Giovanni, che da studioso di storia della chiesa qual’era, ci diceva quando era nostro Patriarca, che mai come ora la comunità cristiana vive momenti inebrianti.

La lettura poi delle vicende di don Mazzolari con i dicasteri della Santa sede mi ha ricordato pure che in tempi lontani un parroco a cui ero sembrato troppo avanzato di idee, per alcune domeniche mi proibì di predicare; mi faceva dir messa, ma predicava lui! Comunque la cosa si concluse presto e per mia fortuna senza sanzioni canoniche!