La mia “parrocchia”

Dimoro al Centro don Vecchi da ormai tredici anni, ossia dal giorno in cui sono andato in pensione, dopo aver esercitato per trentacinque anni il servizio di parroco a Carpenedo.

Data la mia veneranda età, prossima ai novant’anni, sono un inquilino come tutti gli altri: vivo in un quartierino di quarantanove metri quadrati e pago la pigione come ogni altro residente. Non svolgo più alcuna mansione all’interno della Fondazione, se non quella di curare l’aspetto religioso dell’aggregato delle “sei parrocchiette”, dei sei centri Don Vecchi, per un totale di poco più di cinquecento anime, come si dice in gergo ecclesiastico.

Svolgo la mia attività pastorale anche nella chiesa del cimitero che, per amore verso chi la frequenta, chiamo “la cattedrale tra i cipressi”, dove trovo più consolazioni e conforto di quante ne abbiano i preti che reggono maestose cattedrali gotiche o romaniche. I miei “fedeli” sono veramente cari, perché ogni domenica gremiscono la chiesa e creano un clima di calda fraternità e di amicizia che mi conforta e scalda il mio cuore di vecchio prete, fortunatamente ancora appassionato di anime.

Ma torniamo ai Don Vecchi. Da sognatore quale sono sempre stato, pensavo che una così bella struttura, creata dalla mia vecchia comunità cristiana per dare un segno concreto di attenzione verso il prossimo, sarebbe diventata una specie di “convento” dove dedicarsi alla preghiera, all’amore fraterno e all’attesa del vicino incontro con il Signore, però le mie aspettative sono state deluse. Nella mia attuale piccola “parrocchia”, infatti, ci sono anime pie, devote e zelanti, ma non mancano gli indifferenti, i non praticanti e forse c’è anche qualche non credente.

Che cosa faccio per portare in paradiso questo piccolo gregge? Tento di esercitare al meglio la carità aiutando in qualsiasi modo chiunque si trovi in difficoltà per ragioni economiche o di salute e non goda dell’attenzione dei figli, convinti di aver sufficientemente provveduto, perché hanno trovato loro una collocazione in quella che ritengono sia una “casa di riposo”. In realtà, è in assoluto la struttura più signorile e confortevole e costa meno di due terzi rispetto ad altre sistemazioni.

Ogni sabato celebro la Messa e predico la confortante parola del Signore, con tutta la fede e l’entusiasmo di cui sono capace, anche se purtroppo non vedo i risultati nei quali continuo a sperare. Nonostante le mie “predichette” e i miei costanti inviti, soltanto la metà dei residenti del Don Vecchi è presente alla celebrazione ogni settimana. La scarsa assiduità di questi anziani che, come me, sono a un passo dall’incontro finale con il buon Dio, è una spina che mi addolora e mi preoccupa perché so che il Signore mi domanderà “dove sono gli altri tuoi fratelli?”.

Da un paio di settimane ho ripreso la visita pastorale ai residenti, quella pratica che un tempo si chiamava “benedizione delle case” e che ho esercitato ogni anno per le duemilaquattrocento famiglie della parrocchia di Carpenedo.

Il risultato, da un punto di vista umano, è splendido, gratificante, oserei dire esaltante, perché credo che ben pochi preti ricevano le manifestazioni d’affetto e di riconoscenza che accompagnano le mie visite in questi giorni. Mi viene da pensare che la stragrande maggioranza dei residenti mi voglia davvero bene, visto che spesso la riconoscenza si manifesta con un abbraccio caldo e fraterno che mi riempie il cuore di gioia. Ho, però, un cruccio, perché, io che vorrei tutto, mi dico che va bene, ma so che potrebbe andare meglio.


Scambiamoci libri

Sono sempre più convinto che sia necessario investire di più nella ricerca, e non solo nel campo della tecnica e della scienza, ma anche in quello della pastorale, soprattutto per chi si occupa della proposta religiosa. Ho la sensazione che in questo settore ci sia la tendenza a rifugiarsi troppo spesso nelle esperienze e nelle soluzioni del passato e penso perciò sia opportuno informare i cristiani della nostra città, ma soprattutto i sacerdoti e gli operatori pastorali più impegnati, di una minuscola iniziativa di “carità di cultura religiosa” che stiamo sperimentando da circa un anno nella chiesa prefabbricata del nostro cimitero, quella che io per grande amore chiamo “la cattedrale tra i cipressi”.

Quest’iniziativa è nata da un ricordo che mi viene da molto lontano. Ai tempi degli studi di teologia, il mio docente di Morale, monsignor Mario D’Este, ci raccontò la bella testimonianza di un prete veneziano, molto colto e amante dei libri di carattere religioso, che si era fatto con il tempo una bellissima e vasta biblioteca di cui era gelosissimo. In età ormai avanzata, con enorme sorpresa dei colleghi, cominciò a donare i suoi libri a destra e a manca. A chi per curiosità gli chiese il motivo di questa scelta, rispose: “Sono vecchio, presto dovrò comunque lasciare i miei amati libri, quindi ho pensato che donandoli avrei fatto contento qualcuno e soprattutto sarei stato coerente con il mio dovere di evangelizzare i miei concittadini”.

Sull’onda di questo ricordo, io stesso mi sono chiesto: “Perché dovrei tenere tanti volumi, che ho acquistato o che mi sono stati regalati?”. Io, che possedevo soltanto “volumi da guanciale”, non testi eruditi e preziosi, sono comunque arrivato alla decisione di mettere un piccolo espositore nella mia chiesa con la scritta: “Chi desidera questi libri li prenda pure, se poi ha qualche volume di carattere religioso che ha già letto, sarei felice che me lo donasse per metterlo a disposizione di chi desiderasse averlo”.

Mi sembra che l’iniziativa stia funzionando perché, in pochi mesi, i “miei” fedeli hanno prelevato più di cinquecento volumi, più o meno importanti, che trattano problematiche religiose. Ora è sorta però una difficoltà che mi ha spinto a scrivere queste righe: i concittadini che prendono i volumi sono più di quelli che li offrono! In ogni caso spero che un po’ alla volta si possa raggiungere un equilibrio tra il dare e l’avere che consenta all’iniziativa di continuare. Da una vita tento di rispondere alle attese di ordine economico dei miei concittadini in difficoltà, ma adesso ho scoperto che si può e si deve fare anche la carità del pensiero religioso perché sono moltissimi i nuovi “poveri” di questo genere.

Cristo afferma che “l’uomo non vive di solo pane, ma anche della parola del Padre”, perciò non mi resta che fare questa proposta ai miei colleghi e ai cristiani di Mestre: dono volentieri questo “nuovo brevetto” perché lo usino liberamente anche nelle chiese e nei loro ambienti di servizio al prossimo.


Don Vecchi, il mio maestro

La redazione de L’Incontro mi chiede un “contributo” sulla testimonianza di un uomo, di cittadino e di prete di monsignor Valentino Vecchi.

Lo faccio con qualche riluttanza perché mi è difficile inquadrare questa persona per molti versi complessa, come è sempre difficile esprimere un giudizio obbiettivo su personalità particolari dotate di risorse umane non comuni e soprattutto vissute in tempi ormai lontani dai nostri. Monsignor Vecchi operò a Mestre mezzo secolo fa e per i nostri tempi in cinquantanni i mutamenti di sensibilità e di valutazione sono tali che nel passato avevano bisogno forse di due secoli.

Comunque mi sento moralmente costretto da una promessa da me fatta mentre monsignore era molto vicino alla morte. Nel breve dialogo, avvenuto nella sua camera da letto nella canonica di San Lorenzo, tra l’altro monsignore mi disse: “Don Armando, tu che sai scrivere, parla pure di me quando non ci sarò più”. Immagino, anzi sono certo, che alludeva ai suoi sogni, ai suoi progetti e al suo messaggio, che egli ben sapeva bene quanta difficoltà trovava di essere accolto e di attecchire in città e soprattutto nell’apparato ecclesiale, che molto spesso gli fu ostile. Gli dissi di si ed onestamente ho tentato di farlo come le mie modeste risorse intellettuali me lo hanno permesso.

Ora a Mestre, a motivo dei nostri centri tutti conoscono don Valentino Vecchi, ma temo che conoscano solamente un nome o forse un mito, ma quasi null’altro. Don Franco e soprattutto il bravo giornalista Paolo Fusco, scrissero in maniera molto più esauriente dei miei poveri articoletti su Lettera aperta, su Il Prossimo e soprattutto su L’Incontro. Comunque vorrei dare pubblica testimonianza su ciò che penso monsignor Vecchi abbia donato a me personalmente, alla Chiesa e alla nostra città.

Comincio con quello che io di certo ho ricevuto e di cui sono assolutamente grato: monsignore mi aiutò economicamente in un momento molto difficile per me e per la mia famiglia. Poco prima di diventare prete subii due lunghi ricoveri nell’ospedale dell’isola delle Grazie, con costi impossibili per una povera famiglia come la mia. Ebbene monsignore se ne fece totalmente carico in maniera immediata e spontanea: il lato economico costituisce sempre un segno di solidarietà che lascia traccia!

Monsignore poi mi ha tolto i complessi del campagnolo, che a Venezia sono particolarmente pesanti, mi ha messo in contatto diretto con i più significativi artisti del tempo e mi ha introdotto nel mondo meraviglioso dell’arte, come mi ha fatto incontrare i protagonisti della vita amministrativa e politica del tempo.

Monsignore mi ha passato il desiderio e il bisogno della ricerca e della sperimentazione, si veda il viaggio ai fini pastorali in Francia, che allora era mosca nocchiera della liturgia, e si veda la scoperta di un bollettino parrocchiale, che una volta tornato divenne “La Borromea”.

Monsignore mi ha passato inoltre il suo modo di vivere: il senso dell’avventura e della sfida assieme alla concretezza degli obbiettivi da raggiungere. Mi ha insegnato ad usare il dialogo, seppure dialettico, alla pari con il prossimo normale così come con quello che si pensa importante. Monsignore, al contrario di quello che pensavano allora, perché per le sue mani passavano fior di milioni, mi ha insegnato a vivere poveramente (egli non ha mai posseduto una automobile e spesso vestiva con gli indumenti usati offertogli dalla San Vincenzo) e mi ha inculcato che se la carità vuole essere veramente tale deve incarnarsi nelle opere ed in particolare nelle strutture. “Don Armando – mi diceva – se fai la carità fai bene, ma se costruisci qualcosa per i poveri tu ne aiuterai molti, in maniera seria e per almeno un secolo!”. Il mio vecchio parroco mi ha anche insegnato ad avere coraggio e ad osare quel che molti ritengono impossibile!

Per quanto riguarda la città e la Chiesa di Mestre sono convinto che il contributo di questo sacerdote sia stato ancor più innovativo e valido. Monsignore passò a tutti l’idea che Mestre non doveva accettare di ridursi in una città dormitorio succursale di Venezia. A questo scopo si impegnò a dar vita a strutture per la città: il nuovo patronato, Ca’ Letizia, villa Giovanna con la scuola di lingue, il palazzo della carità, l’agorà, il rifugio San Lorenzo per i giovani non distante da Misurina, il palazzo delle associazioni con “La Graticola”, la casa di San Vito di Cadore, e la scuola per il seminario a Paderno del Grappa. A livello informativo e culturale diede vita all’istituto di cultura “Laurentianum”, e quello di “Santa Maria delle Grazie” in via Poerio, alla pubblicazione Borromea mensile e settimanale.

Per quanto riguarda la Chiesa e la pastorale ha promosso l’istituzione del delegato patriarcale per Mestre e terraferma; s’è battuto perche la chiesa mestrina non fosse formata da un arcipelago di parrocchie autonome, ma diventasse invece una realtà ecclesiale a livello cittadino con un disegno unitario; s’è impegnato inoltre perché villa Tivan, sul Terraglio, diventasse la sede del Patriarca in terraferma.

Monsignore non ebbe vita facile con il “palazzo” e con la curia, comunque ha sempre portato avanti i suoi progetti senza “rompere” e accettando spesso mortificazioni dai soliti burocrati di turno. Il merito forse maggiore di don Valentino Vecchi è quello di aver messo in discussione il passato e proposto idee ed iniziative quanto mai innovative per quel tempo. Purtroppo la stagione del post concilio, ha rappresentato anche per la Chiesa mestrina un tempo di restaurazione e di appiattimento, ma rimane comunque la speranza che una seminagione così ardita ed intelligente possa prima o poi dar frutto.

Io che ho vissuto per di più di vent’anni accanto a questo prete prima in seminario e poi in parrocchia, e che spesso ho chiamato “mio maestro”, conosco pure i suoi limiti, le sue collere e perfino le sue ambizioni. Ma ritengo che sia stato un maestro di vita, certo non di fede da santarelli incantati, ma di una fede che non ha avuto paura di sporcarsi lasciandosi coinvolgere dalle vicende reali di questo povero mondo. Il mio “Vangelo” secondo don Vecchi non è certamente uno di quelli canonici, ma accetto pure che sia ritenuto apocrifo!


Un gioco che fa vincere

Il lunedì mattina si stampa L’Incontro. Io vi dedico una mezzoretta e lo leggo fresco di stampa, prima di mezzogiorno o nelle prime ore del pomeriggio. Essendo però il periodico monografico, qualche volta devo fare un “fioretto” per leggerlo tutto, perché alla fin fine risulta sempre un po’ ripetitivo, anche se i vari autori affrontano lo stesso argomento con uno stile o delle angolature ben diversi.

In uno degli ultimi numeri ho letto che uno dei più gravi pericoli sociali del nostro tempo consiste nel gioco d’azzardo: fenomeno di cui già conoscevo la gravità, ma non nella maniera così rovinosa come l’ho potuta apprendere dalla lettura, seppur veloce, del nostro periodico. Nella sostanza si dice che la gente gioca d’azzardo nella speranza di vincere molto e senza troppa fatica. I giornalisti de L’Incontro affermano con autorità e numeri alla mano che questa è solamente una triste illusione perché vale esattamente il contrario: giocando si perde sempre e comunque!

Io, lo sapete, ho novantanni e, come si diceva un tempo, l’età talvolta può offrire almeno un po’ di saggezza. Dall’alto della mia età, quindi, vi posso assicurare che c’è invece un “gioco” poco conosciuto, perché poco reclamizzato per guadagnare veramente sempre, molto velocemente e senza correre il rischio di perdere o di logorarsi i nervi per la tensione psicologica che il gioco comporta. Il discorso, di primo acchito può sembrare una chimera e una pura illusione perché purtroppo la vita insegna che l’acquisire ricchezza costa sempre e costa tanto. Eppure mio padre mi ha insegnato il “gioco di Colombo”: cioè il far stare in piedi un uovo su un tavolo bello liscio, fatto altrettanto difficile, anzi impossibile. E invece è un gioco per nulla rischioso e di sicuro effetto, basta un colpetto nella parte inferiore dell’uovo sul tavolo ed esso sta in piedi sicuramente.

Eccovi dunque la soluzione più sicura e più facile per far soldi senza fatica e con assoluta sicurezza che io vi propongo: investire poco o tanto, in rapporto di quel che si possiede, sulla carità. Questa soluzione ha perfino l’avallo del Figlio di Dio: “Otterrete il centuplo e la vita eterna”. Io vi posso garantire almeno la prima parte, ma ho motivi per ritenere valida anche la seconda.

Eccovi la prova che io stesso ho sperimentato e con notevole successo e soddisfazione: quando facevo il cappellano a San Lorenzo monsignor Valentino Vecchi mi dava cinquantamila lire al mese per le mie spese personali: 25 euro. Da parroco la mia paga mensile era di 850 euro, quindi sono stato sempre un povero in canna e ho sempre avuto bisogno di denaro e di molto denaro per realizzare i miei progetti a favore di quel prossimo che la Chiesa ha affidato alle mie cure. Nonostante questo, investendo sui poveri nei miei 62 anni di impegno sacerdotale ho realizzato un patrimonio di una notevole consistenza: se faccio un conto, seppur a spanne, del valore del patronato, dell’asilo, della Malga dei Faggi, di villa Flangini e dei 6 Centri don Vecchi, trenta milioni di euro sono veramente poco! Solo questo patrimonio edilizio vale di certo molto di più di una sessantina di miliardi di vecchie lire! Ma se a questo aggiungo il fatto umano del benessere offerto a chi ne beneficia e della mia personale soddisfazione il valore è certamente superiore!

Allora carissimi lettori ed amici miei: non lasciamoci vincere dall’illusione di guadagni facili e non lasciamoci abbindolare dalla dea bendata da cui si spera di ottenere vincite impossibili, ma investiamo nell’aiuto al prossimo, nella solidarietà e nella carità cristiana. Facendo ciò a me è andata molto bene!

Vorrei aggiungere anche un secondo consiglio: ora le nostre banche sono tutte traballanti e pericolose, io perciò i soldi li ho investiti tutti in titoli celesti ed ho versato fino all’ultimo centesimo presso la banca di San Pietro. Come vi ho già detto colà si offrono interessi superlativi e i soldi son sicuri! Ora poi è stato messo nel mercato della carità un nuovo prodotto, dal titolo abbastanza noto: “Fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi.” Questa Fondazione cerca liquido perché impegnata nella costruzione di 56 alloggi per anziani poveri e pertanto cerca nuovi clienti. Se avete qualcosa messa da parte e volete un investimento sicuro ad alto rendimento, anche questa è una ottima opportunità.


Lo scambio dei libri

Monsignor Mario D’Este fu mio docente di Morale per tutti i quattro anni di Teologia. Questo prete mi ha fatto veramente del bene perché, oltre ad offrirmi un insegnamento quanto mai valido di questa materia che illustra il comportamento al quale un cristiano si deve attenere in rapporto agli insegnamenti di Gesù, spesso ci parlava della testimonianza che un sacerdote deve offrire al “popolo di Dio”.

Ricordo che durante una lezione ci parlò di un sacerdote veneziano dalla vita veramente esemplare. Ci disse che questo uomo di Dio era pure uno studioso molto serio che amava quanto mai la lettura e che pian piano, durante la sua lunga vita, s’era fatto una bellissima biblioteca aggiornata e con moltissimi testi di valore. Pare poi che fosse non solamente orgoglioso per quanto era andato raccogliendo, ma era quanto mai geloso dei suoi amati libri.

Sennonché i suoi colleghi scoprirono con molto stupore che da qualche tempo aveva incominciato a donare a destra e a manca i libri della sua biblioteca. Finchè un collega gli domandò meravigliato: “Come mai ti stai disfacendo di quello che era l’orgoglio della tua vita?”. Ed egli rispose: “Sono vecchio e presto dovrò lasciare comunque la mia raccolta di libri, trovo più giusto donarli uno ad uno perché ora questa offerta rappresenta un gesto di simpatia mentre, quando sarò morto, il lasciare il mio patrimonio diventerà una necessità che non rappresenta per nulla un segno di amicizia e di fraternità!”.

Questo racconto è rimasto impigliato della mia memoria per più di mezzo secolo e finalmente questa buona semente ha incominciato a germogliare. Io sono stato un manovale a livello ecclesiastico e non una persona studiosa e colta, perciò la mia biblioteca è ben più modesta di quella del mio vecchio collega veneziano, però mi sono detto “perché anch’io non faccio un qualcosa del genere con i miei libri di formazione religiosa, piuttosto che essi continuino a coprirsi di polvere negli scaffali?”. Poi piano piano ha preso forma il mio modesto progetto che si rifà al mio confratello ben più illustre.

Sto cominciando con il mettere in un espositore all’ingresso della mia “cattedrale tra i cipressi”, in cimitero, qualche volume, scrivendo che chi fosse interessato ad averlo o a leggerlo, lo prendesse pure perché glielo regalo volentieri. Poi avendo preso piede l’iniziativa ho invitato pure chi avesse qualche volume di cultura religiosa ad aggiungerlo ai miei.

L’iniziativa ha preso piede, tanto che ogni settimana arrivano nuovi volumi e altri partono perché qualche fedele ne è interessato. Sono ben cosciente che la mia iniziativa non darà corpo alla nuova evangelizzazione, ma di certo ne può offrire una qualche piccola tessera del mosaico che illustra il messaggio di Gesù.

Offro quindi soprattutto ai miei colleghi sacerdoti, ma anche ai fedeli interessati all’avvento del regno di Dio, questa piccola “ricetta”, sognando che presto in tutte le parrocchie di Mestre si realizzi questo interscambio di volumi, mediante cui, senza spesa alcuna, possa realizzarsi un aggiornamento e un approfondimento di cultura religiosa. Il mio vuol essere soltanto un piccolo contibuto per sostenere la nuova evangelizzazione.


L’affidamento alla Vergine

Qualche giorno fa don Gianni mi ha telefonato per dirmi: “Don Armando, abbiamo scelto per il prossimo numero de L’incontro l’argomento della salute. Ora sapendo che lei ha avuto qualche seria batosta a proposito della salute, le chiedo di offrire ai lettori una sua testimonianza”.

L’argomento è stato scelto per questo numero del settimanale perché si celebra la festa della Madonna della Salute, la ricorrenza che per la pietà popolare della nostra gente è una delle più sentite. In questa occasione i concittadini sentono il bisogno di accendere una candela e dire almeno un’ave Maria nella stupenda basilica del Longhena. Adesso poi, che i veneziani sono approdati in terraferma, si sono aperte due succursali: quella della chiesa di via Torre Belfredo e quella delle Catene, ambedue molto frequentate in occasione del 21 novembre di ogni anno. Però non mi è stata chiesta una riflessione su questo evento religioso particolarmente sentito dai veneziani dell’isola e da quelli di terraferma, quanto piuttosto una testimonianza personale sulle alterne vicende che la mia salute fisica ha attraversato.

Allora non ho alcun motivo per non dichiarare pubblicamente alcuni passaggi un po’ difficili in proposito: a vent’anni ho avuto il tifo con un ricovero prolungato all’isola delle Grazie e quindi una pleurite come conseguenza dell’indebolimento per il prolungato digiuno. Una ventina di anni fa ho subito un intervento al colon per un tumore, poi venne l’asportazione della cistifellea, quindi una serie infinita di interventi per eliminare dei polipi vescicali che per anni continuavano a riprodursi. Infine ho subìto l’asportazione di un rene per un altro tumore, il tutto con i relativi cicli di chemioterapie.

Come potete vedere il mio curriculum è di tutto rispetto, nonostante ciò ho quasi novant’anni, sono abbastanza autonomo e non ho che da ringraziare il Signore perché la mia vita è stata intensa, laboriosa e nonostante tutto bella e anche felice.

La gente dice: “Quando si ha la salute si ha tutto!” Poi in realtà non si accontenta della salute, ma cerca pure il benessere, l’affermazione, la stima e altro ancora. Ma tutto questo non conta se alla salute non si accompagna la serenità interiore, la gioia dello scoprire la vita e il creato come il più bel dono di Dio, la certezza di essere in cammino verso il nuovo “giorno”. La salute fisica si rivela come un dono incompleto e talvolta anche deludente.

Lasciatemi aggiungere che spesso quella che tutti chiamano “la malattia” talora è invece una medicina portentosa per scoprire il volto più bello della nostra vita. Quando sono tornato a casa dai lunghi periodi di degenza trascorsi in ospedale, ho scoperto un mondo meraviglioso del quale prima non mi ero mai accorto: la gente più bella, la natura e le opere dell’uomo meravigliose; i fiori, le piante, le stelle, i prati, i boschi e i fiumi: quali regali stupendi che il buon Dio ci dona ogni giorno come sorpresa del suo Amore!

Per me, e lo dico serenamente, le prove fisiche sono sempre state in definitiva dei doni e non disgrazie, doni che mi hanno fatto scoprire il volto più bello della vita e che mi hanno spinto ancora a dare un po’ della mia scoperta e della mia gioia a chi ho incontrato sulla mia strada. Credo che la chiave che ci può aprire a questa scoperta, sta in quella preghiera che ci permette questa lettura positiva della vita: “Padre nostro”. Se sono convinto che Dio mi vuole un bene di padre, allora debbo essere convinto e sicuro che tutto quello che mi manda è sempre un segno di quanto mi ama e sempre a mio vantaggio. Anche se in certi frangenti confusi e tormentati tutto questo non mi è sembrato vero, dopo un po’ mi è sempre capitato di verificarlo. A qualcuno di certo verrà da chiedermi: “Allora questo anno chiederà alla Madonna della Salute qualche altra prova?” “No”; mi piacerebbe avere ancora un po’ di tempo per vedere l’ipermercato della carità e il Centro don Vecchi 7, stare ancora un poco assieme a quelle persone che mi vogliono bene e alle quali voglio tanto bene, vedere ancora la prossima primavera!

Però so che la cosa più importante, di cui ho assoluto bisogno, per “star bene veramente” è quella di fidarmi completamente del Signore, di essere certo che tutto quello che avverrà sarà comunque per il mio bene. Alla Madonna anche quest’anno chiederò: “Aiutami Vergine Santa ad avere assoluta fiducia in tuo figlio Gesù, perché io credo, però tu aumenta la mia fede!” Accompagnerò pure questa preghiera recitando un'”Ave Maria” ed accendendo un lumino come tutti i miei concittadini.


Da “PROPOSTA” – 10 settembre 2017

Da “PROPOSTA” – 10 settembre 2017
settimanale della parrocchia San Giorgio di Chirignago

Il settimanale di questa parrocchia è composto solamente da un foglio A4, ma quasi sempre è zeppo di cose interessanti. Questa settimana lo propongo all’attenzione dei visitatori di questo sito quasi per intero, incorniciando brevemente gli articoli che segnalo.

  1. Il saluto di don Andrea. Il cappellano lascia la parrocchia per diventare parroco di ben tre parrocchie a Venezia. Questo giovane prete si accomiata dalla comunità con una bellissima lettera di congedo. Oltre i convenevoli di rito in questa lettera si avverte che questo prete ha fatto una stupenda esperienza personale nella parrocchia in cui ha fatto il cappellano e porta con sé la consapevolezza che la parrocchia può essere anche oggi una comunità ricca di vita e capace di educare le nuove generazioni. E’ di una importanza assoluta che un giovane prete faccia un’esperienza forte nei primi anni di sacerdozio. Il cardinale Luciani perseguiva il progetto che tutti i giovani preti dovessero passare alcuni anni in parrocchie di particolare vivacità pastorale perché si convincessero che molto è possibile ancora.
  2. Il secondo articolo dà notizia che secondo una tradizione ormai collaudata a Chirignago il 18 ottobre i fedeli sono invitati a fare un pellegrinaggio (a piedi) al Santo di Padova. Sono del parere che una parrocchia che voglia essere tale deve offrire svariate proposte pastorali in modo che ognuno possa trovare quella più giusta per lui per crescere nella fede.
  3. L’articoletto che sento il dovere di segnalare è una lettera di una suora di colore che opera in Kenia la quale ringrazia la parrocchia di Chirignago che ha “adottato” il suo villaggio e lo aiuta costantemente anche da un punto di vista economico. Ogni comunità parrocchiale dovrebbe gemellarsi con una dei paesi di missione perché ha dei doveri di coscienza nei riguardi dei fratelli più poveri d’oltremare.

 

IL SALUTO DI DON ANDREA

Cosa scrivo? Bilanci? Ringraziamenti? Bilanci no. Quelli economici li faccio in Curia, quelli esistenziali li lasciamo fare a Qualcun altro. Motivazioni e sentimenti? Li ho espressi nel Proposta del 30 luglio 2017 presente in internet. Meglio parlare di soddisfazioni e delusioni. Soddisfazioni ne ho avute tantissime. Ne richiamo tre. La soddisfazione più grande? Quello che mi ha dato sempre tanta gioia? Vedere tanti giovani alla messa delle 11 e alla messa dei giovani il mercoledì mattina. Quella è e sarà il regalo più grande che la comunità giovanile mi potrà fare. Sapere che continuano ad andare sempre e tutti alla domenica a incontrare Gesù nell’Eucaristia, l’unica persona che non ti trascura mai, l’unica a cui un giorno potrai chiedere aiuto e consolazione. Gli altri avranno sempre tanto da fare, anche il tuo sposo o la tua sposa. Lui no. Avrà sempre cuore e tempo per te e questo rapporto lo costruisci adesso o mai più, nell’incontro domenicale con lui. È stato fantastico quest’anno vedere che Chiara, la prima bambina che ho battezzato, ha ricevuto la cresima e frequenta sempre la messa!
La seconda: i campeggi e i campi estivi e invernali, esperienza di famiglia grazie agli animatori, ai cuochi, ai capi e a tutte le persone che li rendono possibili curando gli aspetti logistici. Ho visto come queste brevi ma intense esperienze contribuiscono a costruire la comunità che poi vive a Chirignago: amicizie, riflessioni, i servizi fatti insieme cantando i tormentoni estivi… che bello! Ho avuto il dono di essere presente alla maggior parte di questi, grazie alla delicatezza del don che mi permetteva di stare via più di un mese e mezzo, portando lui da solo tutte le fatiche della parrocchia. Due aspetti dei campi: anzitutto Caracoi. Su questo angolo di paradiso posso dire solo che dentro di me è e resterà per sempre la mia seconda casa. Poi i campi mobili col clan. Scuole di provvidenza. Quando tutto sembra perso, quando non sai cosa fare ti arriva la persona, il luogo, il dono inaspettato da chi non hai mai visto in vita tua. Potrei scrivere un libro con volti e luoghi che mi hanno insegnato quanto ci sia vicino il Signore.
Terza soddisfazione: il coretto, la prima realtà che ho servito e amato da quel 7 novembre 2003. Tante gioie costruite e condivise con la cara amica Lorella e con tutti i collaboratori maestri e suonatori che con costanza inimitabile accoglievano e animavano questo gruppo di bambini arrivato a contare 50 elementi. Cantare a messa, cantare davanti a papa Benedetto, cantare a Venezia o a Salisburgo erano cose che sognavo e che con fatica lentamente abbiamo costruito.
Delusioni.
Me ne vengono in mente solo due, Ma alla fine ho deciso di tenermele pe me.
Ringraziamenti
Sarà duro ma, per non dilungarmi qui e per far capire quanto li abbia nel cuore, quelli preferisco farli a voce durante la messa. E semmai, verranno pubblicati nel prossimo numero.
Scuse.
A chi dovevo le ho già chieste, talvolta anche troppo, convinto che la comunione e la pace valga più di tutto il resto. A chi ho ferito e non l’ho mai saputo, chiedo invece umilmente perdono. Per questo chiedo scusa alla Comunità Capi per non essere passato alla loro ultima riunione.
IL resto l’ho già detto in questi anni o, a chi passera a Venezia, lo dirò.
Chi va prete si rovina la vita? Dai fatti mi pare proprio di no. Auguro a tutti i più giovani di trovarsi a 45 anni felici come me. Tanti miei coetanei ahimè non lo sono. Io si. E il merito è di tutti voi che se avete ricevuto da me 10, mi avete sempre restituito 100! Grazie Chirignago, mio primo amore. Sarai sempre nelle mie preghiere e nelle benedizioni che, ogni sera guardando dalla mia casa alle Zattere verso ovest, darò ancora ai miei bambini , ai miei giovani, agli anziani e a tutti coloro che in questi anni hanno camminato con me. Vi voglio e vi vorrò sempre tanto bene! vostro

Don Andrea

 

PELLEGRINAGGIO AL SANTO DI PADOVA

Nonostante i tanti impegni che si accavalleranno uno sull’altro, desidero non perdere la tradizione del pellegrinaggio a piedi da Chirignago al Santo. Lo faremo SABATO 14 OTTOBRE (con qualsiasi tempo). Ridurremo di un’ora la strada perché faremo in pul-man un tratto particolarmente brutto e pericoloso. La partenza sarà comunque alle 4 del mattino, celebreremo la S. Messa nella basilica padovana e poi pranzeremo allegramente insieme.
Come è avvenuto quando siamo andati a Monteberico faremo due pulman: uno per i pellegrini a piedi (partenza ore 4.00) ed uno per i pellegrini che non camminano (partenza ore 9.00)
Il costo sarà, come nel passato e per tutti di Euro 35 (pranzo compreso)
Iscrizioni fino ad esaurimento posti in canonica.

drt

PS…
Per il catechismo dei bambini della prima comunione Katia mi sostituirà; per le confessioni ci sarà don Sandro.

 

ISCRIZIONI ACR
Cari genitori e ragazzi
DOMENICA 17 SETTEMBRE, alla conclusione della messa delle 9.30, troverete sotto al portico gli animatori del gruppo ACR, pronti a raccogliere le vostre iscrizioni!
Il gruppo ACR è aperto per tutti i ragazzi dalla 3° ELEMENTARE alla 3° MEDIA,
Per avere informazioni chiamate uno dei seguenti numeri.

ELISA, RICCARDO


Il sogno nel cassetto

Un mio giovane ex parrocchiano mi ha raggiunto qualche giorno fa facendomi una strana e sorprendente richiesta. Mentre mi porgeva un’agenda mi disse: “Don Armando, il giorno dell’inaugurazione del Centro don Vecchi sei, nel suo intervento, ha affermato che bisogna impegnarsi a fondo affinché i sogni diventino realtà. Le chiedo di mettermi per iscritto la strategia che lei ha usato per realizzarli”.

Evidentemente, non provai solamente sorpresa, ma pure molto imbarazzo. Io, nella mia vita, mi sono sempre mosso per istinto, non avendo di certo “formule segrete” per far mettere radici ai miei sogni, pur accorgendomi oggi che, per grazia di Dio, sono parecchi quelli che durante la mia vita si sono concretizzati. Non ne faccio una elencazione completa per non essere accusato ancora una volta di autoreferenzialità.

Però, posso accennare alla realizzazione di Cà Letizia, alla “seminagione” cittadina degli scout, della San Vincenzo e dei maestri cattolici quando ero a Mestre e poi a Carpenedo: della costruzione del patronato, del “Germoglio” per i bambini, della Malga dei Faggi, di Villa Flangini, del restauro del Piavento, e prima degli appartamenti per gli anziani e poi dei sei Centri don Vecchi e del Polo solidale per quanto riguarda le strutture, mentre per quello che concerne i mezzi pastorali di comunicazione sociale: Radiocarpini, il mensile “Carpinetum”, “Il prossimo”, “L’anziano”, e i settimanali “Lettera aperta” e “L’Incontro”.

Ben s’intende: sono progetti realizzati assieme ad una schiera sconfinata di collaboratori diretti e dell’intera comunità.

La richiesta del mio giovane amico mi ha costretto però a riflettere e a ripensare se, coscientemente o meno, mi sono riferito a delle regole, giungendo a queste conclusioni che riferisco.

Nonostante la mia veneranda età, sento il bisogno di riscoprirle in quanto nel mio animo un nuovo progetto sta scalciando, come un bimbo prossimo a vedere la luce del sole. Tento quindi di riordinarle in maniera meno istintiva di quanto sia avvenuto per il passato. Sperando tanto che le regole alle quali mi sono sempre riferito funzionino ancora per il progetto che vorrei proporre ai miei successori. L’elenco di questi criteri sarà certamente poco organico, però credo che debbo proprio a queste scelte una mia qualche riuscita.

  1. Ho sempre tentato di rifarmi al pensiero di Gesù per tutto quello che concerne l’aiuto al prossimo, insegnamento quanto mai preciso e perentorio: “Ama il prossimo tuo come te stesso”!
  2. Ho sempre tentato di dare risposte possibilmente concrete alle vecchie, ma soprattutto alle nuove povertà.
  3. Non ho mai avuto paura di sporcarmi le mani con il denaro, che ho ritenuto uno strumento indispensabile per aiutare chi ha bisogno.
  4. Ho accettato in partenza i limiti di ognuna di queste imprese.
  5. Le critiche, le insinuazioni di qualcuno mi hanno fatto soffrire, ma non ho mai voluto che mi fermassero.
  6. Ho sempre giocato a carte scoperte non ricorrendo mai a sotterfugi o compromessi di alcun genere.
  7. Ho sempre ritenuto che il governo, sia religioso che civile, siano a servizio della gente e di chi se ne occupa e non mi sono mai presentato “col cappello in mano”, ma ho chiesto il dovuto.
  8. Ho cercato di essere il più trasparente possibile e di avere una vita coerente con le proposte che andavo facendo agli altri.
  9. Ho sempre trovato il coraggio di chiedere aiuti a chi possedeva, seguendo la dottrina di monsignor Valentino Vecchi il quale diceva che era lui ad aiutare quelle persone, perché metteva loro la coscienza a posto e le aiutava a guadagnare la salvezza.
  10. Aggiungo, non per concludere il decalogo, ma perché è sempre stato un punto di forza: ho creduto che se le mie imprese fossero state in linea con la volontà del Signore, Egli non avrebbe permesso che io fallissi.

Confesso agli amici che ho rispolverato e riordinato queste convinzioni non tanto per rispondere al mio giovane amico, che non so cosa abbia in mente di fare e che sogni stia coltivando, ma perché io pure ho un altro sogno che mi piacerebbe piantare in un gran prato verde per vederlo fiorito nella primavera del 2018.

Comincio quindi, con questo articolo, a rendere partecipi i miei amici e tutta la comunità di questa idea che da qualche mese mi frulla in testa. Il Cardinal Angelo Roncalli ci insegnò che quando abbiamo qualcosa di positivo da proporre è opportuno parlarne sempre a tutti. Questo suggerimento non me lo sono mai dimenticato anche se non l’ho finora inserito nel “decalogo”. Sono convinto però che esso sia uno dei punti più importanti e quindi comincio subito col metterlo in pratica a favore del mio ultimo sogno!

Essendo sfumata l’idea della Cittadella della solidarietà, ho virato verso il progetto di dar vita a Mestre a un primo Ipermercato solidale con un grande parcheggio, tutto ciò in linea con le attuali imprese commerciali che di queste cose sono ben esperte. In questa grande struttura che si rifarebbe agli ipermercati ci dovrà esser spazio per generi alimentari anche in scadenza, gli indumenti vecchi e nuovi, i mobili antichi e moderni, sussidi per i disabili e quant’altro. Spero che il mio decalogo funzioni come ha funzionato nei miei ultimi sessant’anni di vita! Confido quindi agli amici che, dopo aver consultato e pregato il “mio Principale e Datore di lavoro”, comincerò col presentare il mio sogno al nuovo consiglio di amministrazione della Fondazione Carpinetum appena insediato. Prometto quindi, fin d’ora, ai miei concittadini che li informerò puntualmente se il segreto funzionerà ancora.


La vita non ti strapperà mai tutte le corde

C’era una volta un grande violinista di nome Paganini. Alcuni dicevano che era strano. Altri che era angelico. Traeva dal suo violino note magiche. Una sera, il teatro dove doveva esibirsi era affollatissimo. Paganini fu accolto da un’ovazione. Il maestro impugnò il violino e cominciò a suonare nel silenzio assoluto. Brevi e semibrevi, crome e semicrome, ottave e trilli sembravano avere ali e volare al tocco delle sue mani.

Improvvisamente, un suono diverso sospese l’estasi della platea. Una delle corde del violino di Paganini si ruppe. Il direttore si fermò. L’orchestra che accompagnava il violinista tacque. Il pubblico ammutolì. Ma Paganini non smise di suonare. Guardando la partitura, continuò a intessere melodie deliziose con il suo violino. Ma dopo qualche istante un’altra corda del violino si spezzò. Il direttore dell’orchestra si fermò. L’orchestra tacque nuovamente. Paganini non si fermò. Come se niente fosse, ignorò le difficoltà e continuò la sua deliziosa melodia. Il pubblico non si accorse di niente. Finché non saltò, con un irritante stridio, un’altra corda del violino. Tutti, attoniti, esclamarono: «Oh!». L’orchestra si bloccò. Il pubblico rimase con il fiato sospeso, ma Paganini continuò. L’archetto correva agile traendo suoni celestiali dall’unica corda che restava del violino. Neppure una nota della melodia fu dimenticata. L’orchestra si riprese e il pubblico divenne euforico per l’ammirazione. Paganini aggiunse altra gloria a quella che già lo circondava. Divenne il simbolo dell’uomo che sfida l’impossibile.

Libera il Paganini che c’è dentro di te. lo non so quali problemi ti affliggano. Può essere un problema personale, coniugale, familiare, non so che cosa stia demolendo la tua stima o il tuo lavoro. Una una cosa so: di sicuro non tutto è perduto. Esiste ancora, almeno, una corda e puoi continuare a suonare. Impara a scoprire che la vita ti lascerà sempre un’ultima corda. Quando sei sconfortato, non ti ritirare. È rimasta la corda della perseveranza intelligente, del «tentare ancora una volta». La vita non ti strapperà mai tutte le corde. È sempre la corda dimenticata quella che ti darà il miglior risultato: la tua fede, la tua forza interiore, la tua speranza, coloro che ti amano.


Angeli dalle trombe d’argento

Più di una volta ho citato un passaggio di una preghiera di don Zeno Saltini, il prete romagnolo che fondò Nomadelfia, la città dei fratelli. Questo prete ha realizzato, vicino a Grosseto, una comunità che ha come costituzione e codice civile solo il Vangelo. Gli abitanti di questo borgo di 300 anime hanno scelto di avere come regola per tutti gli aspetti della vita ciò che Gesù ha detto nel Vangelo.

Faccio questa premessa per inquadrare la preghiera di questo sacerdote che mi sta ispirando una scelta di vita e un nuovo metodo pastorale. La preghiera di don Saltini recita pressappoco così: “Angeli dalle trombe d’argento suonate l’accolta degli uomini di buona volontà, voci che conoscete i loro nomi, ove abitano e il loro numero di telefono, invitateli a mettersi assieme perché promuovano un mondo nuovo fondato sulla solidarietà e sull’amore”.

Mosso da queste parole, ho deciso che quando il mio o qualsiasi angelo custode mi fa incontrare uno di questi “uomini di buona volontà”, di arruolarli per aiutare la nostra città ad essere più solidale, a diventare, nonostante tutte le difficoltà e le resistenze, una città composta da fratelli che si vogliono bene e si aiutano. Il mio archivio che contiene i nomi degli uomini di buona volontà sta crescendo fortunatamente di giorno in giorno. Finora ho registrato ogni settimana i loro nomi e le loro opere buone nelle pagine di questo periodico. Però penso che sia bene che d’ora in poi informi i miei cittadini di certi gesti particolari che documentino l’inventiva e le gesta belle di questa gente che gli “angeli di buona volontà” me li fanno incontrare e che io inserisco nella mia sognata Nomadelfia, la città ideale della solidarietà e dello spirito evangelico.

Alla vigilia della Quaresima, è giunta al Centro don Vecchi una telefonata in cui si chiedeva che suor Teresa si recasse al supermercato In’s che si trova giusto a due passi da noi in viale Don Sturzo. Giunta suor Teresa al supermercato, le fu consegnato da un signore un carrello stracolmo di ogni ben di Dio e fu invitata a ritornare perché gliene sarebbe stato preparato un secondo. Ritornata la nostra suora in quel negozio, trovò un secondo carrello altrettanto pieno di ogni ben di Dio, con sopra un foglio bianco con scritto: “alla prossima volta!”

Chiesi alla mia collaboratrice il nome del benefattore, ma non trovò verso per farselo dire. Nel mio registro scriverò al numero 13.200: “xy”, però ritengo doveroso che tutti sappiano che a Mestre non ci sono solamente lestofanti, fannulloni e imbroglioni, ma pure uomini di buona volontà come questo del supermercato In’s. Questa sera nella mia preghiera ripeterò “agli angeli dalle trombe d’argento” che continuino a suonare con tutte le loro forze, perché finalmente gli uomini di buona volontà si mettano assieme a dare vita a un mondo migliore e più fraterno.


Dipendenti pubblici spesso arroganti ed inefficienti

Io sono assolutamente analfabeta per quanto riguarda l’informatica; il massimo che ho raggiunto è quello di rispondere quando suona il mio telefonino. Pure nel chiamare, pur avendo davanti agli occhi i numeri grandi, mi sbaglio di frequente. Sono arrivato alla conclusione che questi sono gli inghippi causati abbastanza di frequente dalla vecchiaia.

Fatta questa premessa, vengo a una recente esperienza, che credo non riguardi solo me. Quando mi si chiede qualche articolo scrivo a mano però non so inserirlo in computer. Uno scout incontrato negli anni verdi del mio sacerdozio, sentito questo, s’è gentilmente offerto d’aiutarmi digitando questi testi in computer. Avendo egli poi una moglie maestra, mi fa pure lei il favore di metterci qualche punto, qualche virgola e di aggiustare certi periodi malconci e prolissi.

Questi cari amici abitano però in centro città e non volendo disturbarli ulteriormente facendoli ritirare i testi, ho trovato la soluzione di spedirli per posta. In linea d’aria tra il don Vecchi, ove abito, e via Tergolina, ove abitano loro, penso che non ci siano più di due chilometri di distanza, quindi ho pensato che le mie lettere sarebbero giunte in due tre giorni, poi loro che sono giovani ed esperti mi avrebbero potuto rimandare i testi via posta elettronica e quindi in tre quattro giorni avrei potuto mandare i miei articoli in redazione.

Le cose però non sono andate così. Sono occorse più settimane perché le mie lettere giungessero a destinazione. M’è parso quindi giusto scrivere alla direzione delle poste di via Torino, pregando di fare un’inchiesta per scoprire il perché di questi ritardi eterni e chiedendo comunque di essere aggiornato sull’andamento della verifica, ma non m’è giunta risposta alcuna. Ho sempre pensato che un datore di lavoro, che paga regolarmente e perfino in anticipo un servizio, abbia almeno il diritto di pretendere una spiegazione e delle scuse. La risposta m’è arrivata dopo un paio di settimane, informandomi che non è possibile controllare i percorsi e i tempi del recapito.

Scrivo queste cose, pur convinto che siano risapute da tutti, perché credo che noi cittadini non dobbiamo presentarci col cappello in mano nei riguardi di “questi nostri dipendenti”, ma dobbiamo pretendere da loro cortesia ed efficienza. Credo pure che se fossimo in molti a protestare le cose andrebbero diversamente. E’ giusto votare, ma è troppo poco; bisogna partecipare attivamente alla vita del Paese: protestare, intervenire, sollecitare affinché la burocrazia dello Stato, del parastato e del Comune compia il proprio dovere e sia più rispettosa e cortese verso i suoi cittadini.


Libero e fedele

La Chiesa, corpo mistico di Cristo, non è formata solamente dal capo ma anche da tutte le altre sue membra.

Più volte ho affermato che nei riguardi dei radicali ho sempre avuto un rapporto di “amore e odio”. “Odio” per le loro campagne a favore del divorzio, dell’eutanasia, dell’anticlericalismo radicale ed altro ancora; “amore” invece per le loro campagne a favore del terzo mondo, per la “giustizia giusta”, per l’umanizzazione delle carceri, per la “laicità” dello Stato e altro ancora!

Col passare del tempo però mi pare che stia crescendo “l’amore” e diminuendo “l’odio”; un po’ per la scomparsa di Marco Pannella e per la malattia di Emma Bonino che hanno fiaccato la capacità di denuncia da parte di questo partitino lillipuziano ed un po’ perché vado scoprendo che anche nelle loro denunce più “radicali” c’era sempre qualcosa di sano e questo mi sta sempre più convincendo che vale ancora il detto popolare che non è giusto “buttar via il bambino con l’acqua sporca”.

Faccio questa premessa per dire che un tempo mi infastidiva e da cattolico mi irritava che i radicali l’undici settembre di ogni anno, giorno della breccia di Porta Pia, andassero “in processione” a portare una corona al monumento di Giordano Bruno. Oggi forse ci andrei anch’io pensando al bene che ha fatto alla Chiesa chi si è opposto “al Papa re” dello Stato pontificio. Specie ora, che a Papa Francesco gli sono di troppo perfino i sacri palazzi tanto che è andato a vivere a Santa Marta. Tutto questo gode perfino della “benedizione papale”! Questa testimonianza mi spingerebbe a far fare una lapide in ricordo dei bersaglieri e del generale Cadorna che ha ordinato l’assalto di Porta Pia.

Qualche giorno fa ho visto su Rai Storia un servizio che trattava questo evento e Papa Pio IX ne è uscito, almeno per me, alquanto malconcio. Questo discorso mi fa concludere che anche oggi noi preti, ma pure i fedeli laici, ci rendiamo colpevoli di queste gravi ferite alla Chiesa perché priviamo le gerarchie ecclesiastiche di un rapporto filiale, ma franco, leale, onesto, dialettico, preferendo spesso ad esso un ossequio formale, codino e servile.

Sono sempre più convinto che il rapporto, la collaborazione e l’obbedienza ai “superiori” debbano avere sempre la componente della franchezza e del dissenso che nasce però da un vero amore. Io sono tanto grato a don Primo Mazzolari, che per queste scelte subì mortificazione e condanna, per avermi donato la massima a cui si rifece sempre: “libero e fedele”.

Non sono in grado di dire se i miei vescovi abbiano apprezzato questo mio comportamento, però sono contento di non averli mai traditi e mai privati del mio apporto di pensiero, sempre nato, di volta in volta, dalla mia coscienza di uomo e di figlio di Dio.


San Martin Lutero?

Qualche volta la storia condanna un uomo che può essere compreso dopo qualche secolo. Prima di esprimere un giudizio bisogna avere una grande pazienza

Durante tutta la mia infanzia, ma pure durante la mia giovinezza, m’era stato dipinto Martin Lutero, l’autore della Riforma protestante, come un traditore della fede, un crapulone dalla vita disordinata che ha spaccato la Chiesa. Da qualche anno però sto facendo marcia indietro, anzi una conversione ad “u”! Sto leggendo un bel volume di Graziella Lugato, dal titolo “Visite pastorali antiche nella parrocchia di San Lorenzo di Mestre. Dal Concilio di Trento alla bolla papale Ob Nova”.

Per me, che ho speso in quella parrocchia quindici anni di esaltante vita pastorale, queste notizie mi incuriosiscono quanto mai. Ho appena letto che il parroco d’allora, don Camillo, che aveva ereditato dallo zio don Andrea il beneficio (cioè la rendita inerente al titolo) viveva normalmente a Venezia perché “l’aria di Mestre non gli conferiva”, e veniva a Mestre, in parrocchia di San Lorenzo, due o tre volte all’anno e vi rimaneva uno o due giorni al massimo!

Questa era la parrocchia del Duomo al tempo di Martin Lutero, c’è da figurarsi come fosse il Vaticano a quei tempi! Mi vien da pensare che il buon Dio abbia scelto il monaco tedesco per la necessaria riforma della Chiesa e non certo per la contro riforma e quindi dovremmo trovare pure un altare anche nella nostra chiesa di San Lorenzo da dedicare a Martin Lutero!

Sono ormai molti anni che sto rivedendo e correggendo certa cultura che mi hanno propinato a buon mercato! Mi spiace solamente che sono arrivato troppo tardi in questa verifica e rilettura dell’apologetica ecclesiastica.

È vero: una revisione critica del nostro pensiero e delle nostre convinzioni è sempre faticosa perché fa traballare e scombina l’architettura della struttura mentale nella quale abbiamo inquadrato la nostra visione del mondo e del messaggio cristiano. Tuttavia ritengo doveroso, che pur con pacatezza e pazienza, dobbiamo mantenerci in costante verifica del nostro modo di pensare e di vivere se vogliamo essere onesti con noi stessi e con le persone con cui viviamo.

Fortunati noi che abbiamo l’opportunità, grazie all’insegnamento di Papa Francesco, di veder tutti noi non come dei nemici o dei competitori, ma sempre e comunque come fratelli.


Natale 2016, un bimbo non può nascere in un garage senza acqua né luce

Quarant’anni fa un racconto su una famiglia meridionale e su un parto sopra una stalla fece arrabbiare la Mestre `bene’. Adesso l’emergenza e il grido di aiuto sono reali: di nessuno abbandoni questo `San Giuseppe’ immigrato. Il Natale ha senso se si riconosce Cristo incarnato nei poveri, nei sofferenti che rinnovano la grotta di Betlemme.

Dei natali della mia infanzia, ricordo il presepio con le montagne di cartone e il laghetto fatto con un vecchio specchio, Gesù bambino e le statuine, di gesso. Nonostante la proibizione dei miei genitori, noi fratelli non riuscivamo a non toccare, facendole quindi cadere con dispiacere e rimorso, come se avessimo fatto un gran danno in famiglia. Ricordo ancora la messa a mezzanotte, con un cielo non ancora “affumicato”, in cui le stelle brillavano come perle preziose e la terra era sempre coperta di ghiaccio e spesso anche di neve.

Del tempo del Seminario, il mio Natale era liturgico, quasi che Gesù non sarebbe disceso volentieri dal cielo se le candele non fossero state dritte, le vesti del prete e dei chierichetti bianche e immacolate, i fiori ordinati e le colonne della chiesa avvolte nei damaschi rossi.

Il volto del Bambinello cambiò progressivamente ed in maniera radicale quando, da giovane prete, il Natale lo celebravo a san Lorenzo con una chiesa gremita di giovani seduti per terra, canti ritmati dalle chitarre ed un Gesù atteso come un rivoluzionario alla Che Guevara piuttosto che portato in terra da angeli osannanti. Eravamo nel sessantotto e la contestazione toccava persino il volto del Redentore. I miei ragazzi, ma pure il loro giovane prete, aspettavano più il figlio dell’uomo che il figlio di Dio: un Redentore che finalmente facesse giustizia nella società iniqua e ingiusta. Il mio Natale cominciò ad umanizzarsi ed incarnarsi nelle attese e nelle sofferenze dei poveri. In quella stagione nacque il “Caldonatale”. Un centinaio di ragazzini scouts, con tricicli e motorini presi a noleggio, cominciarono a portare nelle case dei poveri le “uova” di carbon coke che il presidente della Save, l’ingegner Re, su intercessione di monsignor Vecchi, ci donava, mentre il Cavalier Dell’Abaco ci mise a disposizione un camion di antracite e la Breda gli stampi in legno dei manufatti che produceva. A pensarci oggi, quella mi sembra una bellissima avventura, ma a quei tempi fu un dramma: la ventina di tricicli, alcuni a pedali altri a motore, montati da ragazzi tra i dodici e quattordici anni, girare da mane a sera per strade affollate da automobili; per loro fu un’impresa ma per me un’angoscia mortale. Comunque quel Gesù vestito da povero, al quale i miei ragazzi portavano legna e carbone, mi piaceva sempre di più! In quel tempo cominciavamo pure alla San Vincenzo a far Natale distribuendo “Buoni Caldo” ai più derelitti della città.

Fatto parroco a Carpenedo inventammo il pasto di Natale per “Gesù bambino e la sua famiglia”. I parrocchiani, ai quali un paio di settimane prima di Natale avevamo fornito le borse, le riportavano piene zeppe di generi alimentari. Pure a ogni negozio fornivamo le ceste per la carità. I ragazzi poi, durante la “messa della carità” accostavano davanti all’altare giocattoli, vestiti, dolci per il Gesù che qualche giorno dopo sarebbe arrivato.

La chiesa gremita di ragazzi, genitori e nonni offriva uno spettacolo veramente emozionante. Era un Natale anticipato che neppure gli angeli avrebbero potuto rendere più bello!

A quel tempo, prima invitavamo gli anziani e i poveri a pranzare, il giorno di Natale, in canonica assieme al parroco, poi, essendo i locali inadeguati perché troppo piccoli trasferimmo il pranzo di Natale al Ritrovo degli anziani in via del Rigo, nella sala capace di una cinquantina di coperti. Di quel volto di “Gesù bambino” finii per innamorarmi follemente: non avrei potuto riconoscerlo altrimenti, neppure fosse vestito come re Davide o la regina di Saba!

Il Natale dell’ultima stagione della mia vita lo sto vivendo da dodici anni al “don Vecchi” assieme a “Gioacchino e Anna”, genitori della Madonna, nonni di Gesù e suoceri di san Giuseppe. Il “don Vecchi” è già di per se stesso un presepio ogni giorno dell’anno, perché in esso c’è un Gesù vivo e reale anche dopo la sua morte.

Al “don Vecchi” la solidarietà dà volto al Risorto, motivo per cui ogni giorno si celebra sia Natale che Pasqua come dice il canto sacro: “Ubi caritas, ubi Deus”!

Comunque anche i nostri anziani sentono il bisogno di fare ogni anno un presente a Gesù bambino, infatti nella hall del don Vecchi, con l’Avvento, è stato posto un cassone che potrebbe contenere un miliardo e anche più di euro, con la scritta “ogni giorno una scodella di latte per i Gesù, bambini neri come l’ebano, che mia sorella Lucia ha scoperto dimorare a Wamba, un villaggio sperduto nella savana keniota.

Questo è il Gesù bambino che lungo le stagioni della mia vita ho scoperto e che per me ha il volto più reale e sicuro del Figlio di Dio da conoscere, amare e servire. Questo Gesù mi ha liberato dal magico, dalla leggenda, dal rito e dal folclore e ha ancorato la mia fede alla vita reale di tutti i giorni e agli uomini bisognosi di aiuto e di amore.

Senonché martedì 6 dicembre di quest’anno, giorno della seconda settimana di Avvento, mentre stavo prendendo la mia “Punto” per distribuire L’Incontro, suor Teresa, che doveva aiutarmi, prima di entrare in auto già con il motore acceso, si è fermata a parlare con un giovane sui trent’anni. Quando finalmente entrò in macchina, mi raccontò che quel giovane era venuto al don Vecchi per chiedermi aiuto, confessando che la sua giovane sposa è al terzo mese di gravidanza, vivono in un garage al freddo, senza luce e senza acqua e non riescono a trovare un alloggio perché il loro “Gesù” non nasca in quello squallore. Questo giovane fa il panettiere e quindi può pagarsi l’alloggio, ma la nostra gente non si fida di questo extracomunitario. Circa quarant’anni fa, si era di Natale anche allora, scrivessi per il periodico della San Vincenzo, “Il prossimo”, un racconto in cui narravo che due coniugi del Sud, a quei tempi c’era l’enorme salita di immigrati al Nord provenienti dal Sud d’Italia, giunti a Mestre cercavano affannosamente alloggio perché la giovane sposa aspettava un bimbo. Li inviai alla San Vincenzo, alle varie parrocchie, ma ottennero sempre un rifiuto dopo l’altro. Allora li indirizzai alla sede della Croce Rossa di Mestre, ma le Dame erano intente a preparare i regali per Natale e quindi neppure li ricevettero. Infine, deluso e disperato li mandai alla casa colonica dei Pettenò che si trova, ora restaurata, vicino al cavalcavia dei Quattro Cantoni. Sapevo che quella gente di buon cuore ospitava talvolta qualche povero offrendo di dormire nel fienile, dove pure questi due coniugi furono accolti, e Gesù nacque quindi sopra la stalla! In quel frangente il presidente della Croce Rossa, che era un ammiraglio in pensione, minacciò di farmi querela perché avevo sparlato delle sue Dame. Quella storia però era un racconto, inventato ma verosimile, mentre la richiesta di martedì 6 dicembre è tragicamente reale! Non vorrei proprio che quest’anno Gesù fosse costretto a nascere in un garage della periferia! Per scongiurare questo evento fornisco ai quindici – ventimila lettori de L’Incontro il nome di “San Giuseppe”, il futuro padre, e il suo cellulare. Cari amici, vi prego non macchiamoci quest’anno di un ulteriore rifiuto ed assieme facciamo in modo che finalmente Natale sia veramente Natale per tutti noi! Se avete dubbi, telefonatemi direttamente. Solamente dando una risposta positiva a questa richiesta di alloggio, a Mestre nascerà il vero Gesù e non quello di gesso, dei panettoni e delle luminarie allestite dal Comune nelle strade più importanti di Mestre.


La crisi del volontariato

Una trentina di anni fa, quando facevo l’assistente religioso della San Vincenzo, e questo gruppo di cristiani impegnati sul fronte della solidarietà aveva “voce in capitolo” nella nostra città, invitammo il responsabile nazionale del volontariato a parlare al Laurentianum sui problemi di questo settore della nostra società. Ricordo ancora come questo signore, che oltretutto era un cristiano convinto, sciorinava numeri su numeri di gruppi di volontari operanti in tutti i settori della vita del nostro Paese.

Oggi, purtroppo, le cose non stanno più così! Per grazia di Dio ci sono ancora volontari, davvero molti; basta rifarsi ai drammi recenti dei nostri conterranei colpiti dal terremoto, però questa schiera di volenterosi, dal cuore grande e generoso, pare che non stia crescendo come sarebbe necessario in una società così complessa e fragile come la nostra. La cultura del quotidiano e la preoccupazione per il proprio benessere hanno falcidiato questo movimento di persone che avvertono l’importanza sociale del valore della solidarietà.

Tante volte incrociando uomini e donne di tutte le età, che si lasciano trascinare dai capricci dei loro cani, pronti a mettersi il guanto per raccogliere la cacca del loro amato “amico” per mettersela poi in borsa, avverto una fitta al cuore pensando agli accorati appelli rivolti ai miei concittadini affinché mettano a disposizione di chi ha bisogno qualche ora della propria settimana, appelli che molto spesso non trovano ascolto e risposta.

Al don Vecchi e nel suo indotto, contiamo su circa quattrocento volontari, ma sono pochi, troppo pochi per quello che potremmo fare per il nostro prossimo. Abbiamo bisogno di volontari di tutte le età, di tutte le esperienze di vita e di tutti i ceti. Abbiamo bisogno di operatori per i servizi più elementari ed abbiamo ancor più bisogno di chi sappia dirigere la nostra grande impresa solidale. Garantisco che è mille volte più esaltante vivere questa magnifica avventura che portare a passeggio il proprio cane anche se simpatico ed affettuoso.