Quanto costa vivere ai Centri Don Vecchi

Sono convinto che a Mestre non ci sia più alcun cittadino che non abbia sentito parlare, fortunatamente bene, dei Centri Don Vecchi, tuttavia sono ancora troppo pochi coloro che ne hanno visitato almeno uno. Solo chi visita e si informa, anche sommariamente, di come si vive in uno dei Don Vecchi può accertare quanto sia innovativa, umana e conveniente la vita in queste strutture.

Nel passato ho pubblicato un opuscolo con alcuni esempi concreti circa i costi e i vantaggi. Qualche giorno fa, essendomi capitato di conoscere quanto paga un nuovo residente al centro di Carpenedo, m’è parso doveroso far conoscere ai concittadini di come stanno le cose.

Questo signore occupa da solo un alloggio monolocale, di circa 25 metri quadrati che è composto di: angolo cottura, soggiorno, zona notte e bagno. Ebbene il suo “affitto” che comprende costi condominiali, acqua fredda e calda, luce, gas, canone telefonico, canone tv, riscaldamento e tassa rifiuti, tutto compreso è di 161 euro al mese. Con altri 150 euro pranza pure a mezzogiorno: pane, acqua, primo piatto, secondo con contorno, purè, insalata, dessert. Il tutto in un ambiente signorile con spazi enormi interni ed esterni per la vita comune.

Dico tutto questo per far conoscere ai concittadini che i “miracoli” avvengono soprattutto dove si amministra in maniera oculata e saggia.


Operai specializzati

Ai Centri don Vecchi tra i tanti tanti problemi da risolvere c’è pure quello di tagliare l’erba durante i mesi estivi. Essendo fortunatamente abbastanza rilevante la superficie verde di ognuno degli attuali sei centri, per rendere più piacevole e riposante l’ambiente dove vivono i nostri anziani, risulta difficile fare in modo che i prati siano sempre rasati a dovere.

In passato ci siamo rivolti alle cooperative sociali, che di solito si dedicano a questi lavori, però ci siamo accorti che i costi erano abbastanza rilevanti e i risultati non molto soddisfacenti perché riducendo i tagli dell’erba a motivo del costo, l’aspetto del prato è spesso sgraziato e imbruttito da certe erbacce che crescono più velocemente dell’erba da prato e disturbano la regolarità del tappeto verde.

Al Centro don Vecchi di Marghera è stato assunto da un paio d’anni un “operaio” veramente meraviglioso: non fuma, è sempre silenzioso, lavora in maniera assidua, si accontenta di una paga pressoché insignificante e alla sera si ritira nel suo cantuccio per riposarsi e per ricaricarsi per il giorno dopo. Il robottino lavora ed è bravo più di qualsiasi giardiniere esperto tanto che il prato ha l’aspetto di un tappeto di velluto verde, sempre ordinato e curato con infinita attenzione.

In questo ultimo periodo abbiamo avuto una bella opportunità cosicché è stato deciso di ripetere l’esperienza anche per i prati dei Centri don Vecchi 5 e 6 degli Arzeroni, che svolgono un ruolo determinante per incorniciare le due strutture in un’atmosfera particolarmente silenziosa e rilassante. Ci è sembrato doveroso fare questa scelta a favore di quel centinaio di residenti che anche quest’anno non possono permettersi le vacanze estive tra i boschi e prati delle nostre montagne.

“L’ingaggio” di questi due “nuovi operai” è stato piuttosto oneroso, comunque di un costo assolutamente inferiore a quello dei calciatori: si accontentano di uno stipendio mensile irrilevante e siamo certi che vestiranno nella maniera più armoniosa l’erba del prato e incorniceranno in maniera quanto mai graziosa le piante che vi dimorano. Gli uccelli multicolori della voliera, ma soprattutto gli occhi stanchi dei nostri vecchi, potranno godere dei benefici del loro servizio senza spostarsi da casa.

“Dulcis in fundo” un benefattore si è fatto carico dell’ingaggio e dello stipendio dei due nuovi robottini. Cosa possono desiderare di più e di meglio gli anziani della nostra città? Il nostro dono vuole essere ancora una volta un piccolo segno di affetto e di riconoscenza che Mestre prova per loro.


Centro don Vecchi 7

“L’ultimo dei sette fratelli” consterà di 57 alloggi per anziani e persone che si trovano in reali difficoltà di ordine economico. Ci saranno anche 12 stanze per persone che, pur abitando fuori Mestre, lavorano nella nostra città: avranno una camera arredata, con bagno personale e con la possibilità di cucinare, pranzare, lavare gli indumenti in locali predisposti a questo scopo e passare il tempo libero in ambienti signorili all’interno della struttura. Gli appartamenti, invece, saranno tutti bilocali: camera, soggiorno, bagno, ripostiglio e terrazzino. Tutti gli alloggi verranno consegnati forniti di angolo cottura ultramoderno, un grande armadio guardaroba e il frigorifero congelatore; per il resto dell’arredo ognuno potrà portarsi i propri mobili. La nuova struttura avrà uno stile sobrio, ma quanto mai decoroso e signorile perché tutti i nostri centri si qualificano anche per l’arredo, la pulizia e il buon gusto.

Il contratto prevede la consegna del manufatto entro maggio o giugno del prossimo anno. Il costo dell’opera finora s’aggira attorno ai quattro milioni di euro. Ben s’intende che si è partiti disponendo della metà della spesa, come abbiamo sempre fatto anche per le altre strutture. Ora però si pone il problema di recuperare l’altra metà del costo. In passato ho venduto le stelle del soffitto della chiesa di Carpenedo, un’altra volta il lastricato del sentiero che attornia l’edificio con mattoncini su cui è stato inciso il nome delle persone care da voler ricordare. Ora penso di mettere sul mercato, come ho già fatto per il Don Vecchi 5 e per il 6 delle azioni dal costo di 50 euro o euro 25. Come si può aver riscontro sulla rubrica settimanale dell’Incontro e sul sito della Fondazione Carpinetum, gli investimenti sono quanto mai numerosi anche se non troppo consistenti. Contiamo, però, come è avvenuto in passato, ci sia qualche benefattore particolare ad offrire un contributo più consistente e risolutivo.

Sarà mia premura coinvolgere la città in questa nobile impresa perché il Centro don Vecchi 7 sia, come per tutti gli altri, il risultato dell’impegno di tutti i nostri concittadini. Mestre ha oggi un ospedale nobile e degno, fra qualche mese pure un museo d’avanguardia ma il fiore all’occhiello, nel settore della solidarietà, rimangono i Centri don Vecchi della Fondazione Carpinetum e siamo decisamente impegnati a mantenere questo primato.


Onore alla memoria

Da circa un anno e mezzo è tornata alla casa del Padre la concittadina Annamaria Malvestio, che ha seguito sempre con tanta attenzione e generosità lo sviluppo dei Centri don Vecchi e mi ha accompagnato con stima ed affetto nella realizzazione del progetto di offrire agli anziani in disagio economico un alloggio decoroso e funzionale a costi accessibili anche per chi gode solamente della pensione sociale.

La signora Annamaria ha suggellato questa collaborazione anche dopo la sua morte, disponendo che una parte del suo notevole patrimonio fosse destinata ad una decina di strutture solidali, tra i quali c’è stata pure la Fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi. Proprio in questi giorni s’è concluso l’iter testamentario che ha portato nelle casse della Fondazione circa 80 mila euro.

Porto a conoscenza della cittadinanza questo evento perché Mestre possa onorare i suoi cittadini più saggi ed altruisti e si venga a sapere che lo sviluppo pressoché “miracoloso” dei nostri centri è dovuto in parte notevole a questi lasciti testamentari che hanno permesso che in circa vent’anni la nostra città potesse fruire di più di quattrocento alloggi quanto mai degni e signorili per gli anziani meno abbienti, i quali a motivo di questa generosità possono vivere serenamente la loro vecchiaia in ambienti protetti e soprattutto alla portata anche di chi dispone di poco.

Segnalo pure questa scelta tanto meritoria perché sia di esempio e sprono a tutti coloro che dispongono di qualche bene e che non hanno doveri verso parenti diretti affinché tengano conto di questa scelta così meritoria e socialmente utile.

Segnalo pure alla cittadinanza l’impegno e la bravura con i quali l’avvocato Ugo Ticozzi, tanto affezionato alla Fondazione Carpinetum, ha portato a termine questa eredità, che ha presentato dei passaggi quanto mai impegnativi.

Una volta ancora tocco con mano che se gli obbiettivi sono nobili e condivisibili e quando tutti i membri della comunità lavorano per il bene comune è possibile realizzare opere notevoli. Questa ultima eredità sta spronando il Consiglio di amministrazione della Fondazione Carpinetum a sognare con maggiore concretezza e realismo il Centro don Vecchi sette da costruire agli Arzeroni, località in cui dispone di una superficie idonea e di un permesso a costruire da parte del Comune.


Un carico di dolcezza

Tutti abbiamo bisogno di dolcezza, specie gli anziani che spesso si sentono messi da parte. Quanto ci giunge gradito un saluto affettuoso, un sorriso caldo, una carezza e talvolta un bacetto fraterno! Ma tra queste delicatezze, nessuno disdegna e anzi ambisce a un dolcetto alla crema, una spumiglia, una francesina. Al Centro don Vecchi si può affermare senza timore di smentita che i nostri vecchi sono veramente sommersi da queste attenzioni così dolci e care. Talvolta la dottoressa Casarin, il medico per antonomasia delle nostre case, mostra qualche preoccupazione a motivo del diabete. Io, invece, mi preoccupo per i peccati di gola! Chi sono le persone che stanno viziando i nostri anziani? Voglio indicarvi questi concittadini: i titolari della “Dolciaria mestrina” mandano quasi ogni giorno vassoi su vassoi di brioche e Silvia, la giovane titolare di “Caffè Retrò”, invia molto spesso delle prelibatezze di dolci. Paolo e Mariagrazia Ceccon, i secolari gestori della celebre pasticceria vicino alla chiesa di Carpenedo, mandano di frequente le loro notissime prelibatezze. I titolari dei due negozi di “Dolci e Delizie” non lasciano passare un giorno senza far avere ogni ben di Dio avanzato dalla giornata. Questi amici non sono solamente benemeriti per le loro attenzioni ai nostri anziani, ma sono pure tra i pasticceri più seri perché quel che avanzano dalla produzione giornaliera non la riciclano, come potrebbe accadere! A tutte queste persone care e generose i 500 anziani dei 6 Centri don Vecchi ricambiano con un bacio e un abbraccio quanto mai affettuosi.


Il medico del Don Vecchi

Mercoledì 12 aprile è dolcemente tornata alla casa del Padre, dopo aver devotamente ricevuto il sacramento degli infermi, la signora Maria Carrer, la carissima mamma della dottoressa Carla Casarin, medico che da quasi un quarto di secolo cura i residenti del Centro don Vecchi.

Io sono sempre stato legato da vincoli di stima e di affetto a questa cara famiglia per essere stato il loro parroco per 35 anni e soprattutto perché, circa 40 anni fa, ho accompagnato al camposanto il marito della defunta. Il signor Casarin è morto giovane lasciando alla sua sposa i suoi due figli appena adolescenti da crescere. Questa cara signora affrontò la vita con tanto coraggio e tanta fede riuscendo a portare alla laurea tutti e due i suoi figli: Carla medico e Giuseppe ingegnere.

Quando ho progettato il Don Vecchi ho escluso fin da subito di assumere un medico che sarebbe costato alquanto ai residenti, però ho offerto un ambulatorio ove un medico di famiglia potesse assisterli all’interno della struttura senza però pesare sulle loro magre risorse economiche.

Al tempo dell’apertura del primo centro, nel 1994, la dottoressa Carla s’era appena laureata e aveva davanti a sé la sfida di acquisire un certo numero di pazienti. Le offrii quindi l’ambulatorio e perciò la gran parte dei nuovi residenti la scelsero come loro medico di famiglia. Fu una fortuna per noi e per lei, noi perché abbiamo avuto modo di avere in casa una professionista preparata, intelligente, affabile, paziente e perfino bella – un po’ di grazia non guasta mai – e per lei, perché questa nostra scelta la lanciava nell’ambito della professione. La carriera poi della dottoressa Carla Casarin quasi subito ebbe un esito brillante, tanto che attualmente ha il massimo di pazienti consentiti dalle norme attuali.

Oggi, nonostante fare il medico al Don Vecchi sia una delle cose più faticose e difficili di questo mondo, ella è rimasta da noi e io intendo la sua presenza come una vocazione piuttosto che un normale lavoro redditizio. Assistere un centinaio di anziani qui da noi è di certo molto più impegnativo che curare un migliaio di giovani, perché un giovane andrà dal medico sì e no una volta all’anno, mentre i nostri anziani tentano di andarci due volte al giorno, a motivo delle molte magagne da cui sono affetti e dalle infinite manie che sono proprie della loro veneranda età. Al Centro don Vecchi andare dal medico è abbastanza simile al desiderio di incontrare una persona giovane e simpatica con la quale passare una mezzoretta raccontando le storie più diverse: dai guai familiari ai bisticci con i vicini!

Attualmente i sei Centri don Vecchi si avvalgono di una mezza dozzina di medici, ma la dottoressa Carla, a motivo della sua “anzianità” di professione, del suo atteggiamento affettuoso, sorridente e rasserenante rimane il medico del Don Vecchi per antonomasia. Approfitto di questa circostanza dolorosa, che ha colpito la dottoressa Carla, non solamente per esprimere il nostro più affettuoso e caloroso cordoglio, perché tutti la consideriamo come una figlia o forse meglio ancora come una dolce nipote; ma pure per dirle quanto le vogliamo bene e quanto le siamo riconoscenti per le sue prestazioni mediche e soprattutto per la sua paziente e calda umanità.


Centro don Vecchi di Marghera

A fine febbraio ho terminato la visita e la benedizione ai residenti del Centro don Vecchi di Marghera in via Carrara.

Ho sempre ritenuto che chi è incaricato della cura pastorale debba visitare il più frequentemente possibile i residenti dei 400 alloggi gestiti dalla fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi, ma non debba lasciar passare al massimo un anno senza fare una visita ad ognuno dei nuclei familiari che risiedono nei sei centri. Ritengo opportuno riferire in relazione a quest’ultima visita fatta al centro di Marghera, portando a conoscenza della città qualche impressione ricevuta in questa esperienza.

Il Centro don Vecchi di Marghera si trova accanto alla chiesa parrocchiale della comunità cristiana dei Santi Francesco e Chiara. E’ stato costruito sul terreno di quest’ultima mediante un accordo tra le parrocchie di Carpenedo e quella di Marghera. La parrocchia di Carpenedo ha offerto 750 milioni di lire perché fosse terminata la costruzione della chiesa parrocchiale, mentre la parrocchia di Marghera in cambio ha messo a disposizione 4000 metri quadrati di terreno, superficie sulla quale s’è costruito il centro su progetto dell’architetto Giovanni Zanetti.

Era da qualche tempo che non entravo in quella struttura, ma l’impatto è stato come sempre quanto mai gradevole da ogni punto di vista. Il fabbricato sorge al centro di un grande prato verde, che a sua volta è delimitato da un “muro” in arbusti squadrati come la lama di un rasoio. Dopo l’entrata luminosa del centro una vecchina ordinata e sorridente dalla guardiola mi ha accolto con un affettuoso saluto. Sulla sinistra ho potuto ammirare una bella mostra di acquerelli della galleria San Valentino collocata nella hall del fabbricato. Poi ho cominciato a bussare ad una ad una alle 57 porte che si aprono nel lungo corridoio di ogni piano, le pareti del quale sono tappezzate di quadri non di gran pregio artistico, ma quanto mai piacevoli e armoniosi.

Quasi tutti gli appartamenti sono arredati con buon gusto e taluni perfino con signorilità. L’accoglienza è sempre estremamente cordiale, riconoscente, i colloqui affettuosi, mediante cui ho avuto modo di apprendere le vicende spesso tristi della vita di ogni inquilino: vedove, divorziati, persone sole, pensioni sempre misere e talvolta non adeguate, figli disoccupati, comunque tutti estremamente felici per aver trovato un rifugio confortevole e fraterno. Ho rilevato qualche situazione veramente precaria da un punto di vista economico, alla quale fortunatamente potrò offrire un aiuto mediante la bella somma messa a disposizione dall’associazione “Vestire gli ignudi”.

Dalla visita poi ho avuto la riconferma che la mente e il cuore di quella piccola comunità di anziani sono i coniugi Teresa e Luciano Ceolotto, che da volontari la gestiscono come fosse la loro famiglia. A questi cittadini, quanto mai generosi e benemeriti, giunga la riconoscenza della Chiesa mestrina e dell’intera città.


In ricordo di Marisa

Marisa era una mia coetanea, classe 1929, che abitava come me presso il Centro don Vecchi di viale Don Sturzo. La signora Marisa aveva fatto la “fruttarola” per tutta la sua vita, motivo per cui aveva grande esperienza nel rapporto che si deve tenere con gli altri, ella era una veneziana che più veneziana non si può, motivo per cui aveva una parlata simpatica, scorrevole e vivace; profumava di laguna nella mentalità, nel pensiero, nell’approccio col prossimo: spiritosa, sorniona nella battuta ed accattivante nel rapporto, tanto che interloquiva sempre con i suoi “tesoro, amor mio”.

Marisa non amava troppo ritirarsi in casa, difatti passava tutti i pomeriggi tenendo banco presso un crocchio di coetanee che passavano il tempo e godevano delle sue battute. Marisa, innamorata del figlio ed innamoratissima dei nipoti che ce li dipingeva come dei portenti di ragazzi, con me aveva un feeling particolare essendo, come ho detto, mia coetanea.

Sono veramente addolorato per questa perdita, però in quest’occasione mentre sento il bisogno di salutare ed affidare al buon Dio questa donna, debbo rivelarvi un piccolo segreto. Marisa era felicissima di abitare al Don Vecchi, struttura che considerava la più bella delle soluzioni per anziani e diceva un po’ a tutti questa sua felicità.

Al Don Vecchi bazzicano di frequente giornalisti, operatori televisivi per inchieste e soprattutto per la novità circa la domiciliarità degli anziani poveri; normalmente chiedono a me come ideatore del Don Vecchi le notizie che possono interessare ai lettori circa questa struttura decisamente innovativa. Poi per esigenza del mestiere chiedevano di poter interrogare pure qualche vecchio residente. Allora con aria e previsione certa della risposta, dicevo al crocchio di amiche, tra le quali non mancava mai la signora Marisa: “I signori avrebbero piacere che diceste anche voi come vi trovate in questa casa di riposo”. Ella puntualmente e per me in maniera prevista e desiderata, balzava in piedi e con gli occhi spalancati ed in atteggiamento di stupore sbalordito affermava: “Cosa? Questa casa di riposo? Ah cari signori, questo è un centro benessere!” E snocciolava quindi di seguito le meraviglie del Don Vecchi!

Marisa è morta nel sonno dopo un paio di settimane di malessere. Ci mancherà perché era una persona particolare, ma nel contempo rimaniamo felici perché cento, mille volte ci ha confidato e detto a tutti che al Don Vecchi ha vissuto i più begli anni della sua vita. (d.A.)


Dateci il marciapiede

Quattro anni fa avevo già fatto domanda all’allora assessore alla Mobilità Ugo Bergamo di studiare e realizzare un percorso pedonale tra il Centro don Vecchi 4 e il centro del paese. Questa richiesta nasceva dal fatto che gli anziani, data la pericolosità di via Orlanda, rimanevano reclusi nell’area di residenza. Il discorso sembrava che andasse avanti, tanto che il Comune aveva fatto fare uno studio di fattibilità.

Con l’arrivo della nuova amministrazione ho ripreso i contatti con il nuovo assessore Renato Boraso, ottenendo rassicurazione che l’opera era possibile e che il Comune avrebbe fatto suo il progetto, anche per il fatto che quel tratto di strada sarebbe passato dalla competenza dell’Anas a quella del Comune. Peraltro, l’Anas ha un cantiere nei dintorni tanto che gran parte del verde del don Vecchi è stato espropriato: motivo per cui la soluzione sembrava di vicina realizzazione.

Nel frattempo, però, i giorni e i mesi continuavano a passare, nonostante l’ex dirigente delle strade gestite dalla Provincia e quindi esperto della materia, Lanfranco Vianello, a nome mio avesse preso contatto con l’assessore ottenendo sempre promesse, che sono rimaste solo promesse!

Essendo passata la “luna di miele” dopo il primo anno e mezzo di governo della giunta Brugnaro ed essendo pure convinto che quando si parla per il bene della collettività e soprattutto delle persone più deboli, al Comune non si debba presentarsi con il cappello in mano, ma coscienti d’essere cittadini, m’è parso di dover informare l’opinione pubblica di questo stallo, visto che di dipendenti da impegnare ne avrebbe perfin troppi. Mi auguro che a questo scritto, al quale ne seguirebbe uno alla settimana se necessario, arrivi finalmente una risposta concreta.


L’amara sorpresa

Una delle accuse che le persone abituate a pensare solo ai fatti propri spesso rivolgono a chi si sforza di aiutare il prossimo è quella di soccorrere i mendicanti di professione, i fannulloni e le persone viziose trascurando i veri poveri cioè quelli che hanno dignità, che non chiedono nulla e soffrono in silenzio.

Non riesco proprio né a stimare né tantomeno ad approvare chi non sa fare altro che criticare senza impegnarsi in prima persona, sono però costretto ad ammettere che nella loro critica c’è qualcosa di vero. In quest’ultimo periodo della mia vita, pur non riuscendo a non dare un euro a chi mi tende la mano con fare mieloso ed avvilito, sto impegnandomi più del solito per tentare di aiutare i concittadini che con dignità preferiscono soffrire in silenzio piuttosto che stendere la mano. Credo che molti conoscano già il mio sogno, che spero stia per trasformarsi in un progetto concreto e realizzabile, di aprire un “ristorante” per le famiglie con un reddito molto basso, per le persone disoccupate o in mobilità. Più ci penso più mi appare un progetto difficile da realizzare, sono però sereno perché l’Arcangelo Gabriele ha detto a Maria che “Nulla è impossibile a Dio”.

Mentre sto perseguendo questa meta, inaspettatamente, l’Associazione di Volontariato “Vestire gli Ignudi” mi ha messo a disposizione una certa somma per offrire il pranzo (euro 5 al giorno) ai residenti dei Centri Don Vecchi con minori entrate. Ho chiesto alla segreteria di svolgere un’indagine e il risultato mi ha messo letteralmente in crisi. Al Don Vecchi tutti vestono benino, nessuno, se non i soliti due o tre scioperati, chiede mai nulla ma i numeri che l’indagine ha evidenziato mi hanno fatto accapponare la pelle! Ho letto con estrema tristezza le note sulle condizioni dei cinquanta residenti: tre non hanno alcun reddito, due dispongono di 250 euro, una quarantina dispone di un reddito compreso tra i 250 e i 500 euro mensili (la maggior parte va dai 300 ai 400 euro) per non parlare poi di quelli con un reddito compreso tra i 500 e gli 800 euro. Spero che gli utili di “Vestire gli Ignudi” mi permettano di offrire il pranzo ad almeno cinquanta residenti sia nel 2015 sia nel 2016.

Vi informo di questa situazione sperando che chi ha del superfluo si ricordi di chi non ha il necessario!


Annotazioni feriali

Tanto tempo fa ricordo di avervi parlato di un evento che, anche se apparentemente marginale, mi ha indotto a riflettere. Un’anziana signora della mia vecchia parrocchia era solita sedersi su un banco in fondo alla chiesa, assorta nei suoi pensieri ma anche attenta a quello che avveniva attorno a lei.

Un giorno in cui era sola soletta mi misi a sedere al suo fianco e le domandai quale fosse la sua preghiera preferita e che cosa dicesse al Signore nel lungo tempo che trascorreva solitaria in silenzio. Mi rispose con un certo spirito: “Mi spiace di deluderla don Armando, recito sì qualche Ave Maria per me e per i miei cari però mi piace anche osservare quello che avviene in questo luogo sacro apparentemente sempre silenzioso e pressoché statico ma che in realtà per me rappresenta quasi un “teatrino” che mi interessa e mi diverte” e cominciò a snocciolarmi i comportamenti dei fedeli che entravano e uscivano dalla chiesa. C’era la vecchietta che per accendere una candela infilava nella cassetta una serie infinita di centesimi, quasi si beasse del suono che producevano sulla lamiera; c’era l’altra che accarezzava la statua di Sant’Antonio con una tenerezza struggente; c’era qualche ragazza, a suo dire scostumata, che veniva in chiesa con un abito senza maniche; c’erano alcune amiche che tornando dal mercato entravano per riposarsi e poi finivano con conversare senza tregua.

Ho capito allora perché si divertisse tanto con quel “teatrino” particolare e da quel giorno ho imparato anch’io a “divertirmi” nell’osservare la vita dei miei coinquilini apparentemente monotona e normale ma, osservando attentamente, varia ed interessante. Ci sono le vecchie nonne che ogni giorno partono, come se fossero stipendiate, per vigilare i nipoti; ci sono ospiti che si recano nei vari “empori” del Don Vecchi per fare acquisti di frutta, verdura e generi alimentari a buon mercato; ce ne sono altri che fanno il giretto nell’interrato per curiosare tra i vestiti e osservare i clienti; ce ne sono altri ancora che passano l’intero pomeriggio a chiacchierare nella piazzetta a nord e altri molto affezionati al bar per non parlare poi delle chiacchiere lungo i corridoi intasati dai relativi deambulatori oggi tanto di moda. Non parrebbe ma, nel teatrino nel quale ogni giorno vanno in scena, i comportamenti dei trecento residenti costituiscono un diversivo quanto mai vario ed interessante per chi ha paura di annoiarsi e non sa come passare il tempo!


All’incasso? No!

In occasione delle elezioni comunali e regionali, la Fondazione dei Centri Don Vecchi non si è limitata ad accogliere tutti i candidati dei diversi raggruppamenti politici distribuendo i loro messaggi e i loro programmi elettorali ma ha anche offerto, a tutti i politici che si sono succeduti, un modesto rinfresco. La nostra non è stata solamente una forma di cortesia ma la volontà di cogliere l’opportunità di far conoscere “dal vivo”, ai futuri amministratori, la nostra esperienza che fa risparmiare una montagna di euro alle relative amministrazioni e nel contempo permette agli anziani di vivere una vita più degna e più umana.

Da pochi giorni abbiamo avuto modo di conoscere i volti e i nomi dei nuovi assessori che si occuperanno delle politiche sociali. Sarà quindi nostra premura, non appena questi amministratori si saranno insediati ed avranno preso visione dell’immensità dei problemi che con tanta insistenza si sono offerti di risolvere, chiedere loro di impegnarsi nell’affrontare e concretizzare le esigenze che abbiamo evidenziato quando sono venuti a chiedere il nostro voto. Mi pare sia giusto che i lettori conoscano le nostre richieste che poi in realtà sono anche le nostre offerte.

  1. A fine anno la Fondazione metterà a disposizione 55 appartamenti a favore delle criticità abitative.
  2. La Fondazione desidera mettersi in rete con le amministrazioni pubbliche per sviluppare un servizio sempre più integrato.
  3. Si richiede la realizzazione della pista ciclopedonale per collegare il Don Vecchi 4 con il centro di Campalto promessa dalla precedente amministrazione.
  4. Si chiede di predisporre una fermata degli autobus dell’A.C.T.V. nei pressi dei Don Vecchi 5 e 6 agli Arzeroni per collegarli alla città.
  5. Si chiede al Comune di mantenere il contributo per assicurare il monitoraggio estendendolo anche al Don Vecchi 5. Per chi non lo sapesse il contributo ammonta a euro 2,5 al giorno per ognuno dei cinquecento residenti!
  6. Si chiede alla Regione di mettere in rete i Don Vecchi 5 e 6 assicurando loro un congruo aiuto.

Per evitare illazioni preciso che non stiamo presentando il conto per il nostro supporto ai nuovi eletti ma cerchiamo di ottenere i miglioramenti e gli aiuti più volte promessi a favore degli ospiti dei Centri Don Vecchi.


Gli Arzeroni

Almeno una volta alla settimana mi reco al Don Vecchi 5, la struttura con la quale è cominciata la nascita del “Villaggio Solidale degli Arzeroni”, per consegnare un certo numero di copie de “L’Incontro”.

L’avventura del quinto Centro, che nell’intenzione dell’assessore regionale Remo Sernagiotto doveva rappresentare un progetto pilota per sperimentare una soluzione più economica ma soprattutto socialmente più valida per quella zona grigia di anziani che si collocano tra gli ottantacinque e i novantacinque anni, è cominciata praticamente all’inizio di settembre dello scorso anno.

Il progetto è stato avviato con un indirizzo non ben definito perché non si è avuto il coraggio di optare per una scelta radicale realizzando una struttura per anziani che, anche se al limite dell’autosufficienza fossero ancora relativamente autonomi ma, temendo che la sperimentazione potesse fallire si è tentato di adattarlo anche per l’accoglienza di persone non autosufficienti. Devo constatare però che, nonostante tutto, il progetto è risultato positivo.

Un secondo elemento che ha provocato preoccupazioni, tentennamenti e paure è stato determinato dal venir meno di quel contributo regionale che doveva consentire di assumere un certo numero di assistenti per sopperire al maggior deficit di autonomia dei nuovi residenti, quasi tutti appartenenti alla fascia della quinta età. Anche questo secondo ostacolo però è stato brillantemente superato in quanto la Fondazione ha imposto ai familiari una maggior presenza, presenza che, alla prova dei fatti, non solo è risultata possibile ma anzi ottimale.

La terza gamba che si è temuto facesse barcollare il progetto è stata l’ubicazione del Centro che, pur essendo vicino alla zona commerciale, risulta comunque un po’ decentrato e mal servito dagli autobus e questo ci ha fatto pensare di non poter contare sul volontariato, elemento essenziale per abbattere i costi: anche questa difficoltà però è stata brillantemente superata.

Nell’ultima visita ho riscontrato un clima sereno e soprattutto ho trovato uno staff di volontari estremamente motivato, coordinato ed efficiente. Portare a regime l’iniziativa si è rivelata un’impresa abbastanza concitata che ha generato paure e preoccupazioni però oggi possiamo affermare con assoluta tranquillità che questo progetto pilota per la quinta età è felicemente decollato e sta dimostrandosi quanto mai valido anche senza ulteriori contributi della Regione. Tuttavia se potessimo attingere a questa disponibilità riusciremmo ad apportare ulteriori miglioramenti dimostrando così che è possibile arrivare alla fine della vita come persone e non come pesi da sopportare.


La quinta età

Non so quando sia nata la moda di catalogare gli uomini in funzione degli anni comunque so che almeno da quasi mezzo secolo si dice che gli anziani fanno parte della terza età. I sociologhi, i politici e i medici hanno fatto studi ed hanno tentato di offrire risposte specifiche alle esigenze dei cittadini di età compresa tra i sessanta e i settantacinque anni.

Da vent’anni a questa parte però essendosi allungata la vita, soprattutto nei Paesi della vecchia Europa, si è cominciato a parlare sempre più frequentemente di quarta età che, a parere degli esperti, va dai settantacinque ai novant’anni circa. Ormai c’è anche una letteratura particolare che si interessa di questa nuova categoria di anziani e ne sappiamo qualcosa anche noi dei Don Vecchi che abbiamo accolto, nella quinta struttura, anziani “autosufficienti” ultranovantenni.

Sono convinto però che la catalogazione non sia ancora terminata e spererei proprio di “passare alla storia” come il primo che si è occupato delle problematiche della quinta età, periodo della vita di un uomo non ancora esplorato compiutamente. Come esploratore di questo settore di vita voglio offrire qualche testimonianza di persone che hanno già passato la soglia dei cento anni. La signora Gianna Gardenal, residente al Don Vecchi con alle spalle cento anni a gennaio, mi ha confidato: “Io sono pronta alla chiamata ma avendo molta pazienza sono disposta ad aspettare ancora tranquillamente”. Ad un vecchio prete, che è a mezzo servizio per l’età, il nipote ha suggerito: “Zio non continuare ad andare troppo in chiesa perché a nostro Signore, vedendoti, non venga il desiderio di chiamarti in cielo”. Una terza centenaria ha confidato al figlio: “Io non ho troppa fretta, aspetto volentieri”. Il Centro Studi della Fondazione si è già messo all’opera per trovare soluzioni adeguate.


La dolcezza della vecchiaia

Un tempo i nostri vecchi erano venerati e rispettati come testimoni della saggezza e dell’esperienza. Nel popolo ebraico, nell’antica Grecia e nella Roma di un tempo godevano del rispetto delle nuove generazioni purtroppo, ai giorni nostri, continuano a goderne solo nei paesi dell’Africa e dell’Estremo Oriente. In Italia dal sessantotto in poi pare che questo rispetto e questa venerazione siano quasi totalmente spariti. Spesso i vecchi sono relegati nelle case di riposo trattati come bambini dell’asilo o lasciati soli soletti nella loro casa con una badante straniera oppure abbandonati a se stessi come relitti nei grandi condomini anonimi ed indifferenti. Ricordo che ai tempi della contestazione una cara vecchietta mi chiese quasi preoccupata di non capire il linguaggio dei nipoti adolescenti: “Don Armando che cosa significa Matusa perché spesso i miei nipoti mi chiamano così?”. Ebbi pietà di lei e non le spiegai che quel termine significava: cariatide, superato o rimbambito ma minimizzai dicendole solamente che quel termine corrispondeva al nuovo gergo parlato dai nostri ragazzi.

Ormai da anni non tratto più con i giovani perché al Don Vecchi l’età media è di ottantaquattro anni e quando vi entra come nuovo inquilino un settantenne tutti lo guardano come se fosse un ragazzino o un adolescente. In cimitero poi i miei fedeli non sono tutti anziani ma comunque la maggioranza è composta da persone mature, confesso però, con grande soddisfazione, che mi sento molto amato e che tante persone, uomini e donne, mi trattano con grande tenerezza e tanto rispetto. Spesso mi chiedo che cosa posso aver mai fatto per godere di tanta simpatia e tanto affetto. Ringrazio il Signore che mi ha donato una vecchiaia non solo serena ma anche circondata da tante attenzioni. L’amabilità dei miei concittadini mi rende quanto mai gradevole questa stagione della vita e per tutto questo ringrazio di cuore il Signore.