Ristorante Serenissima: cena ad un euro, perché ho chiuso

La stampa e la televisione ne hanno parlato talmente tanto del mio progetto di offrire un pranzo ad un euro per i concittadini in disagio economico e che soffrono in silenzio e con dignità la loro difficoltà che mi pare quasi superfluo ritornare sull’argomento, però sento il bisogno di chiarire qualche aspetto su questo progetto non riuscito. È da una vita che mi occupo dei poveri, perché, lo ripeto ancora una volta, a mio parere è aria fritta la vita religiosa e la fede se non diventano carità.

A riprova di questa affermazione ricordo il mio impegno per la San Vincenzo della nostra città, l’apertura di Ca’ Letizia con i suoi servizi di mensa serale, di fornitura di vestiti, delle docce, del barbiere, le vacanze degli anziani e gli adolescenti, il caldo Natale. Il mensile “Il Prossimo”, poi a Carpenedo l’apertura de “Il Rtrovo” per gli anziani, di Villa Flangini per le vacanze degli anziani poveri, del gruppo “Il Mughetto” per i disabili, del gruppo San Camillo per gli ammalati, poi i cinque Centri don Vecchi con i relativi 400 alloggi per anziani autosufficienti in difficoltà economiche, infine: Il Polo Solidale del don Vecchi con i suoi magazzini per vestiti, mobili, arredo per la casa, Banco di distribuzione di generi alimentari, il chiosco per la frutta e verdura, lo spaccio alimentare per la distribuzione degli alimentari in scadenza. Ciò premesso, nonostante i miei quasi 90 anni, non ho perso la voglia e sento ancora il dovere di farmi prossimo nei riguardi di chi è in difficoltà. Quindi, essendomi presentata l’occasione di raggiungere un tassello di questo curriculum, durato una vita, l’ho colto al volo. Le cose sono andate così: avendo letto su Avvenire che il manager della ristorazione in Milano, signor Pellegrini, offre mille pasti a sera ad un euro per i poveri, il mio angelo custode mi ha subito suggerito: “Perché non chiedi al catering Serenissima Ristorazione che fornisce i pasti ai residenti dei cinque Centri?” Avendo anche sentito dire che il signor Mario Putin, che è il fondatore e presidente di questa grande società di Vicenza, fornisce in Europa 200.000 pasti al giorno, perché non chiedergli un centinaio di cene al giorno? Il mio angelo custode è quanto mai intelligente e buono, e quindi una volta tanto gli ho dato ascolto. Non ci pensai un giorno e feci la richiesta a questo signore, che fino il giorno prima neppure sapevo che esistesse. A giro di posta mi giunse la risposta che avrebbe mandato Tommaso, uno dei suoi figli, per vedere cosa si poteva fare. Dopo pochi giorni giunse questo figlio di Putin, che cura la parte economica dell’azienda, e forse, vedendo il Centro don Vecchi ha capito che siamo persone serie e ci ha dato là su due piedi il via all’operazione. Il proseguo della vicenda lo conoscono un po’ tutti, perché demmo vita ad un battage pubblicitario tanto che mezza Italia ne è venuta a conoscenza.

Le testate televisive e giornalistiche andarono a gara per pubblicizzare questa insolita iniziativa benefica. Chiesi aiuto ai due miei vecchi collaboratori Graziella e Rolando Candiani, domandai il permesso alla Fondazione Carpinetum di utilizzare la sala da pranzo del Don Vecchi che alla sera era libera, in poco tempo abbiamo reclutato 60 volontari come camerieri ed organizzato al meglio l’iniziativa. Ci siamo messi in contatto con tutte le componenti cittadine che ritenevamo avessero sensibilità e conoscenza del settore del disagio sociale: i parroci, la San Vincenzo, la Caritas, la municipalità, l’apparato della sicurezza sociale, illustrando nei dettagli il progetto. Non volevo in maniera assoluta creare una nuova mensa per i poveri perché a Mestre ce ne sono già quattro: Ca’ Letizia, i frati cappuccini, la parrocchia di Altobello e la mensa Papa Francesco di Marghera. Queste mense funzionano benissimo, sono dignitose e soprattutto sono più che sufficienti per rispondere ad un tipo di povertà, che si rifà alla mendicità cronica, al disagio sociale, alla mancanza di tetto ed altro ancora. Con queste mense sono in contatto costante, tanto che ogni qualvolta abbiamo degli esuberi di alimenti li mandiamo ad esse. Quindi l’aspetto specifico ed innovativo della nostra iniziativa era quello di intercettare ed aiutare quelle persone, che per i motivi più disparati quali: disoccupazione, mobilità, malattia, famiglia monoreddito, o pensione insufficiente, pur decise di reinserirsi nel tessuto sociale normale, passavano un momento di difficoltà e che per educazione e dignità non bussano mai alle porte del Comune, delle canoniche o di suddette mense per i poveri. Questo discorso lo abbiamo fatto a chiare lettere alla stampa, alla televisione e a tutti i collaboratori sociali che abbiamo interessato con ogni mezzo attraverso comunicati stampa, lettere e telefonate.

Esito? Certamente insufficiente! In tre mesi abbiamo avuto come ospiti abbastanza intermittenti una cinquantina di persone, raccogliticce, che spesso avendo appreso dalla stampa l’iniziativa ed avendo scoperto che l’ambiente è bello, che si mangiava bene, però pareva non avessero alcuna voglia di superare il momento di disagio per reinserirsi normalmente nella società. Fare una diagnosi di questa situazione mi è alquanto difficile: o non ci sono poveri di questo tipo? O non c’è stata collaborazione sufficiente da parte degli operatori sociali: parrocchie, assistenti sociali, associazioni specifiche del settore? O io sono inviso da queste realtà, o le persone bisognose di questo tipo non riescono ad uscire allo scoperto e superare il disagio d’aver bisogno degli altri, oppure c’è un po’ di tutto questo! Comunque tutto ciò non mi permetteva moralmente di caricare di un onere consistente il benefattore che si è dimostrato tanto generoso senza che ci fosse un risultato tale da giustificare l’impegno finanziario, quello delle spese e del disagio del Centro e quello di tutti i collaboratori che hanno generosamente messo a disposizione il loro tempo, sottraendolo ai loro impegni. Siccome io non sono un uomo per tutte le stagioni soprattutto considero come mia unica padrona di casa la mia coscienza, avendo la sensazione di non aver raggiunto lo scopo del progetto che avevo sognato ho deciso di chiudere.

Ho piena coscienza di aver deluso e scontentato un po’ tutti: i signori Candiani, tanto generosamente una volta ancora a disposizione, i volontari, la Fondazione, il Comune, l’opinione pubblica e soprattutto il gruppo di utenti. Questo mi dispiace veramente, ma mi sarebbe dispiaciuto ancora di più fare qualcosa che per me non era del tutto morale.

Aggiungo che ho tentato di trovare una soluzione alternativa per chi aveva trovato comoda la soluzione della cena ad un euro. Per le famiglie ho ottenuto i generi alimentari ogni settimana del Banco Alimentare dell’associazione Carpenedo Solidale e pure i generi alimentari in scadenza dallo spaccio alimentare del don Vecchi, per gli anziani del Centro ho ottenuto il pranzo al prezzo dimezzato di euro2,50 e all’altra decina di utenti ho consigliato le mense dei Cappuccini e della San Vincenzo. Comunque tutte le persone che sono rimaste dispiaciute per la mia decisione possono continuare l’esperienza della cena, io fornisco loro l’indirizzo di chi mi ha generosamente aiutato: per la Fondazione Carpinetum il presidente don Gianni Antoniazzi, via San Donà 2; per il catering Serenissima Ristorazione il signor Mario Putin, via della Scienza 46 Vicenza, telefono 0444.348400.

L’opzione per cui sarei ancora disposto a mettermi in gioco sarebbe quella della fornitura, per asporto, a favore delle famiglie, dopo aver vagliato scrupolosamente la loro situazione. Questo però sarebbe possibile solamente se fosse potenziata la struttura del nostro centro di cottura ed aumentato il personale addetto.

Della scelta mi assumo tutte le responsabilità, e contemporaneamente ringrazio di tutto cuore chi si è messo a disposizione per la riuscita dell’impresa: la Fondazione, il signor Putin della “Serenissima Ristorazione”, i signori Candiani, tutti i volontari e la cuoca che s’è sobbarcata tanto lavoro straordinario perché il progetto andasse a buon fine. Da ultimo confido che ho capito ancor più lucidamente che a novant’anni è meglio che si lascino ai giovani queste “avventure” qualora essi avvertano il dovere di dare concretezza e verifica alla carità cristiana.


La povertà dignitosa

Io, sia alla San Vincenzo che in parrocchia e soprattutto alla mensa di Ca’ Letizia, ho toccato con mano che cosa sia la povertà con poca o con nessuna dignità: poveri grami, drogati, senza tetto, gente con poco comprendonio,viziosi, fannulloni, rissosi e via di seguito; sembra infatti che fra Mestre e Venezia vi siano almeno alcune centinaia di soggetti del genere. Sono comunque sempre stato convinto che si debbano aiutare anche questi fratelli meno fortunati o meno dotati d’intelligenza e di volontà.

Le prove di questa convinzione sono la mia pluridecennale militanza nella San Vincenzo e il mio impegno nella creazione e nella gestione della prima mensa per poveri a Mestre, con l’apertura del Ristoro di Ca’ Letizia, più di cinquant’anni anni fa assieme al mio vecchio parroco Monsignor Vecchi.

In verità soprattutto nei trentacinque anni in cui sono stato parroco ho incontrato anche qualche “caso” in cui la malattia o la morte del capo famiglia aveva ridotto all’indigenza alcune famiglie e per quanto ho potuto, soprattutto con la San Vincenzo, abbiamo cercato e talvolta siamo riusciti a offrire soluzioni efficaci. Questi casi però sono stati relativamente pochi. Nella mia comunità di quasi seimila anime si potevano contare sulle dita di due mani ma, se si cambia dimensione e ci si riferisce ad una città di 200.000 abitanti, questi “casi” diventano più consistenti.

Con l’apertura del “Ristorante Serenissima” intendevo intercettare questa “povertà dignitosa” e non quella di mestiere o di abitudine ma finora non ci sono ancora riuscito. Sono forse cinque o sei le famiglie in queste condizioni che vengono a cenare nel nostro “ristorante” (dico “ristorante” non per vezzo ma perché è tale!) e forse sono una decina i frequentatori singoli mentre gli altri trenta, quaranta sono “parenti prossimi” di quelli che frequentano le quattro mense per poveri esistenti a Mestre.

Non ho ancora perso la speranza di riuscire ad aiutare “i poveri dignitosi” ma sono vicino a perderla ma per ora mi conforta l’escamotage di offrire la possibilità dell’asporto della cena per consumarla a casa propria in famiglia e ogni sera le cene asportate sono più di una ventina. Confesso che mi sarei aspettato un risultato migliore dai parroci e dall’apparato quanto mai consistente degli operatori dell’Assessorato alla Sicurezza Sociale, comunque sono ancora lontano dallo sventolare la bandiera bianca. La vita è un combattimento!


Appelli caduti nel vuoto

Carissimi amici, sono consapevole che spesso approfitto della vostra cortesia e benevolenza, comunque per vostra consolazione vi preannuncio che con la fine di quest’anno cesserò di tediarvi ripetendo spesso le solite cose. A mia giustificazione vorrei citare una bella preghiera che qualcuno ha composto pensando ai limiti che l’età impone all’anziano. Nella preghiera che è intitolata: “Le beatitudini dell’anziano” c’è una frase che recita pressappoco così: “Beati quelli che non mi fanno osservare che quella cosa l’ho detta più volte e perciò la ascoltano come fosse la notizia più interessante del mondo”.

Fatta questa premessa e offertavi questa “beatitudine” interessata vengo al motivo per il quale vi chiedo, per l’ennesima volta, di pazientare se ritorno su un argomento che so di aver già trattato: l’apertura del “Ristorante Serenissima” per le famiglie in difficoltà. Questo “ristorante” è aperto da tre giorni però delle 110 cene offerteci dal signor Mario Putin del “Catering Serenissima” finora ne utilizziamo solo 40 per mancanza di “clienti”. Lo staff che mi ha aiutato nell’organizzazione di questa “impresa” ce l’ha messa tutta: ha scritto a tutti i parroci, ha preso contatto con le assistenti sociali del Comune, con la Municipalità, con la Caritas e con la San Vincenzo. La collaborazione delle testate giornalistiche locali: Gazzettino, La Nuova, il Corriere, Gente Veneta e delle emittenti Raitre, Tele Venezia, Tele Chiara, Rete Veneta, Antenna Tre, Telepace è stata veramente meravigliosa e non avrebbero potuto fare di meglio. La risposta all’appello per la ricerca di volontari è stata entusiasmante: sessanta volontari di tutte le estrazioni sociali e di tutte le età si sono offerti in pochissimi giorni. La disponibilità della famiglia Putin del catering “Serenissima Ristorazione” è stata prontissima e generosa, come pure quella della cuoca che è di una bravura eccezionale.

Fatta questa premessa sono costretto a concludere che o a Mestre non ci sono più poveri, ma di questo dubito fortemente perché ogni settimana più di 3000 persone si presentano al Don Vecchi per ritirare i generi alimentari, oppure chi dovrebbe conoscere chi è povero e bisognoso di aiuto ed essere qualificato per offrire l’aiuto necessario o non conosce queste persone oppure non è interessato alla loro sorte. Questo discorso è assai amaro però non saprei a quale altra causa imputare questa poca adesione.


Il ristorante Serenissima

Quando usciranno queste mie note, le sorti della nuova e pressoché unica esperienza di un ristorante vero e proprio destinato alle famiglie e ai singoli che con dignità affrontano il loro disagio economico saranno già segnate, mi auguro di tutto cuore in maniera assolutamente positiva. Mi pare però opportuno fare il punto e tirare le conclusioni della fase preparatoria. Nel momento in cui sto scrivendo mancano meno di una manciata di giorni alla sua inaugurazione. Devo sottolineare che in questa avventura le cose positive sono moltissime però vi sono anche delle lacune abbastanza deludenti che spero si risolvano nelle prossime settimane. Credo che di ogni impresa in cui si cimenta l’uomo sia doveroso sottolineare il bianco e il nero: il bianco per offrire speranza e positività e il nero per combattere i demoni dell’indifferenza e del disimpegno. Comincio con il sottolineare le positività di questa avventura

Ritengo doveroso ricordare a tutti la prontezza e l’assoluta disponibilità con le quali la famiglia Putin di Vicenza, che gestisce la grande impresa “Serenissima Ristorazione”, ha risposto alla richiesta di questo vecchio prete, a loro sconosciuto, che chiedeva 110 pasti al giorno gratis per i poveri.

Quando si è posto il problema dello staff di governo ho richiamato in servizio Graziella e Roberto Candiani, ormai “pensionati” dopo 20 anni di assoluta dedizione al prossimo, e il sì è stato immediato ed entusiasta.

L’esigenza di reperire “manovalanza”, dopo il deludente comportamento degli scout sui quali, avendone fatto l’assistente per mezzo secolo contavo in maniera assoluta, si è risolta quando mi sono rivolto direttamente alla città e in una settimana ben 60 volontari di ogni ceto e di ogni età si sono offerti per svolgere questo servizio.

Infine desidero ringraziare per la splendida collaborazione ricevuta i giornali e le emittenti locali: sono stati veramente magnifici e non avrebbero potuto fare di meglio.

Tra le note dolenti mi duole annoverare la mancata risposta delle parrocchie, delle assistenti sociali, della Caritas, della San Vincenzo e della Municipalità, soggetti che dovrebbero essere gli specialisti del settore.

Mi auguro che alla sordità e alla lentezza iniziale segua un impegno serio, positivo ed efficiente. Purtroppo non tutte le ciambelle riescono con il buco.


Gli angeli dalle trombe d’argento

Proprio un paio di giorni fa ho dichiarato la mia fede senza tentennamenti nella presenza degli angeli e nel grande supporto che essi possono offrire a noi poveri e fragili mortali. Si, è vero che ho manifestato più di qualche perplessità e riserva sull’angelo anatroccolo del giardino pensile del nostro ospedale, spero però che, a differenza di quanto avviene nelle migliori famiglie dove spesso capita di incontrare qualche pecora nera, l’angelo dell’ospedale sia almeno tanto brutto quanto buono perché il suo servizio tra le corsie è quanto mai indispensabile.

Veniamo però al mio rapporto personale con questi spiriti celesti e in particolare con l’Angelo a cui il Signore ha affidato l’impegnativo incarico di farmi da custode. Tutti i miei amici conoscono già da tempo l’ultima impresa in cui mi sono impegnato nonostante i miei quasi novant’anni: ossia l’apertura al Don Vecchi del “Ristorante Serenissima” a favore delle famiglie e delle persone in difficoltà che non si presentano alle porte del Comune o delle parrocchie in atteggiamento lagnoso e senza pudore ma preferiscono portare la loro croce amara in silenzio e con molta dignità.

Credo che tutti ormai sappiano che il “Catering Serenissima Ristorazione”, del signor Mario Putin, ha offerto gratuitamente 110 pasti serali, ogni giorno dal lunedì al venerdì di ogni settimana, e che la Fondazione dei Centri Don Vecchi ha messo a disposizione la sala e tutto quanto necessario. La ricerca del personale a cui affidare il servizio di sala è stato l’ultimo ostacolo da superare. Ho quindi pensato di rivolgermi agli scout dei quali, senza vanagloria penso di essere stato a Mestre uno dei “padri fondatori” e il cui obiettivo è il servizio ma, con mia grande delusione, hanno nicchiato e non hanno aderito con prontezza alla mia richiesta.

Io non sono uno che ha l’abitudine di elemosinare le cose che ritengo essere un dovere e mi sono ricordato della preghiera di don Zeno Saltini, il prete romagnolo che fondò Nomadelfia “la città dei fratelli e dei figli di Dio”, e mi sono rivolto direttamente a queste creature celesti con queste parole: “Angeli suonate le vostre trombe d’argento per chiamare a raccolta gli uomini di buona volontà, voi conoscete i loro nomi, dove abitano e i loro numeri di telefono: Angeli ho veramente bisogno di voi”. Ebbene amici, volete sapere come è andata a finire? In una settimana si sono offerti una sessantina di volontari, vecchi e giovani, professionisti e operai, uomini e donne! Volete dunque che non creda agli angeli?


Non accetto d’essere etichettato

Don Gianni, parroco di Carpenedo e presidente della Fondazione dei Centri Don Vecchi, ha annunciato la decisione del Consiglio di Amministrazione di aderire all’invito, esplicito ed accorato, di Papa Francesco, rivolto ad ogni comunità cristiana d’Europa, di mettere a disposizione dei profughi almeno un alloggio. La Fondazione ha quindi destinato loro due alloggi. Nel frattempo don Gianni ha annunciato anche che la felice opportunità di poter offrire ogni sera la cena a 110 persone, al prezzo simbolico di un euro per gli adulti e gratuitamente per i bambini, si è concretizzata. La stampa ma soprattutto molti faziosi hanno interpretato questa opera benefica come una compensazione all’impegno nei confronti della gente che fugge dalla guerra, tanto che a migliaia, leghisti ed assimilati, hanno applaudito convinti che don Gianni avesse fatto propria la loro pretesa egoistica di preoccuparsi “prima degli italiani e semmai poi degli altri!”.

In questi giorni, per lanciare la proposta delle cene nel nuovo “Ristorante Serenessima”, ho avuto modo di incontrare più volte giornalisti di tutte le testate e di varie emittenti locali, cogliendo così l’occasione per ribadire con forza che gli uomini onesti sono cittadini del mondo e fratelli di ogni persona che abita questo mondo. Spero di aver colto nel segno.

Tante volte nel passato mi hanno etichettato di destra, di sinistra o di centro e altrettante volte ho ribadito con forza che io sto con tutti e con nessuno perché mi preoccupo per ogni uomo, qualsiasi sia il colore della sua pelle, il suo credo e la sua provenienza. Non accetto etichette di sorta. Ho fatto mie da decenni le parole di don Lorenzo Milani a Pajetta, il comunista impegnato contro i “padroni”. “Pajetta oggi sono con te per creare nel nostro Paese più giustizia però sappi, caro Pajetta, che il giorno in cui tu dovessi abbattere le cancellate dei ricchi e diventassi un despota proletario io allora sarei dall’altra parte, dalla parte dei più deboli e degli sconfitti e ti combatterei con tutte le mie forze”.

Io mi sono sempre trovato bene attenendomi a questi principi, ho sempre tirato dritto e ho sempre affermato che riconosco un’unica padrona di casa: la mia coscienza.


Sono purtroppo in pena!

Credo che tutti i lettori ormai sappiano che io scrivo quando ho tempo e soprattutto quando penso d’avere qualcosa da comunicare per il bene della fede, dei poveri e della mia città. Tanti lettori infatti mi dicono di aver scoperto che certi temi sviluppati nelle mie “Riflessioni” si riferiscono ad eventi vecchi di almeno un paio di mesi ma quando l’articolo viene stampato, anche se fa riferimento ad episodi datati, il messaggio che volevo trasmettere generalmente non perde la sua efficacia. Cosa pretendete, amici miei, da un prete di quasi novant’anni? Che cosa vi aspettate da me?

Vorrei rendervi partecipi della confidenza di un mio insegnante di settant’anni fa: “Caro Armando, sappi che io usualmente quando acquisto il giornale, per poterne valutare efficacemente la consistenza e la correttezza dei contenuti, lo lascio sul tavolo per almeno un mese”. Io non commento notizie e fatti datati per scelta come faceva lui ma per necessità, spero comunque che le ansie, le preoccupazioni, i sogni e i progetti di un vecchio prete possano essere di una qualche utilità anche per gli altri.

Vengo al sodo: oggi è il primo di ottobre e lunedì 19 ottobre sogniamo di aprire il “Ristorante” per i poveri occulti: i cittadini monoreddito, quelli che hanno stipendi da fame o peggio ancora sono disoccupati, cassaintegrati, ecc. So per certo che l’accettare quest’offerta richiederà loro molto coraggio anche se la proposta offre un ambiente signorile, un servizio inappuntabile ed un centro di cottura eccellente. Lo staff che si è fatto carico di questa impresa, e che ha come responsabili i coniugi Graziella e Rolando Candiani, ha fatto l’impossibile per far conoscere questa iniziativa benefica. Tutte le emittenti televisive e le testate dei giornali cittadini ne hanno parlato più volte ed inoltre abbiamo scritto a tutti i parroci, alle assistenti sociali e alle agenzie della solidarietà cittadina.

L’organizzazione del Ristorante è più che adeguata a ricevere un numero consistente di commensali grazie anche al contributo dell’Associazione Vestire gli Ignudi e al reclutamento di più di una trentina di volontari. Per me rimane un’incognita e una preoccupazione: le parrocchie conoscono veramente i loro parrocchiani in difficoltà e hanno strumenti per contattarli e convincerli ad approfittare di questa opportunità? Confesso che mi spiacerebbe “perdere” ma se ciò avvenisse saprei di aver fatto l’impossibile per “vincere”.


Gli amici telematici

Mi sorprendono e mi stupiscono alquanto i miei colleghi preti, sia anziani e purtroppo anche giovani, che non hanno compreso l’assoluta necessità di utilizzare i nuovi mezzi di comunicazione.

A me piace il suono delle campane e quando ero parroco più di qualche parrocchiano si lamentava che le suonavo troppo. Un giorno ho avvertito la necessità di utilizzare il campanile della mia parrocchia, di quelle di Caorle, di Jesolo, di Mira, di Burano e perfino il campanile di San Marco per collocare i trasmettitori di Radio Carpini con cui riuscivamo a trasmettere il messaggio in cui credo ad almeno un milione di potenziali ascoltatori.

Lo stesso successo lo abbiamo ottenuto con la carta stampata e in queste ultime settimane stiamo raggiungendo una tiratura di quasi seimila copie per il settimanale “L’incontro”.

Spessissimo incontro persone che si rivolgono a me come fossi un loro amico d’infanzia e quando chiedo loro se mi conoscono tutti mi ripetono: “Come si fa a non conoscerla sappiamo tutto di lei e delle sue imprese solidali.” Questo mi rende molto felice perché mi conferma che “ho fatto centro”. Una volta un primario dell’Angelo mi disse: “Ce l’ho con lei”, al che obiettai: “Perché?” e lui continuò: “Perché mi turba la coscienza con i suoi scritti!”. Non poteva dirmi cosa più bella.

I miei amici sanno che in questo periodo sono tutto preso dall’apertura del nuovo ristorante per i poveri che vivono in silenzio e con dignità la loro difficile situazione ma come avrei potuto comunicare questa notizia ai miei quattrocentomila concittadini di Mestre e Venezia? Mi sono detto: “So io cosa fare!”. Qualche telefonata e le testate cittadine: Il Gazzettino, La Nuova Venezia e Il Corriere del Veneto mi hanno subito offerto il loro “megafono”. Qualche altra telefonata e “Rai Tre”, “Televenezia”, “Telechiara” e “Rete Veneta” mi hanno subito messo a disposizione i loro teleschermi”. Non so se riuscirò a bucare ma se non avessi questi amici telematici sono certo che fallirei.


Il male oscuro

Credo che sia abbastanza ovvio affermare che le malattie più pericolose sono quelle di cui non si sa di essere affetti. Mi è capitato più volte che qualcuno mi abbia confidato che mentre pensava di stare bene un male subdolo e senza sintomi evidenti stava minando la sua salute tanto che quando se n’è reso conto era tardi e talvolta troppo tardi.

Ho letto tempo fa un interessante articolo di Carlo Carretto, il famoso presidente dei giovani di Azione Cattolica, che quando venne rimosso dal suo ruolo perché ritenuto scomodo dalle gerarchie ecclesiastiche, ha scelto di farsi religioso nell’Ordine dei “Piccoli Fratelli di Gesù” di Charles De Foucauld. Carretto scriveva che la febbre o un qualsiasi dolore sono una grazia del cielo perché rappresentano un campanello d’allarme che ci avverte del pericolo perché sono i sintomi del male subdolo ed oscuro che ci sta minacciando.

Qualche giorno fa una troupe di Raitre è venuta da Roma al Don Vecchi per fare un “servizio” sul nuovo ristorante, destinato alle famiglie in difficoltà, e sull’impegno della Fondazione dei Centri Don Vecchi a favore dei poveri. L’intervistatrice non mi è parsa un granché perché mi è sembrato cercasse di pescare nel torbido facendo emergere la diffidenza nei riguardi degli extracomunitari e dei profughi piuttosto che sottolineare quanto la Fondazione ha fatto e sta facendo per i vecchi, per chi ha bisogno e anche per i fratelli che fuggono dalla guerra e dalla miseria.

Pensavo che le immagini tragiche che la televisione ci mostra ogni giorno di quegli uomini, donne, bambini, affamati, stanchi, disorientati avessero turbato, impietosito e fatto emergere sentimenti di pietà, di condivisione e di generosità e che l’esplicito monito di Papa Francesco “a non voltarsi dall’altra parte, invitando ogni comunità a farsi carico di una famiglia” avessero convinto tutti. Invece con infinita sorpresa e tristezza ho sentito riserve, preoccupazioni, stupide paure, egoismo, timore per il proprio benessere e per la propria tranquillità. Cari vecchi lasciate che vi dica che, anche senza saperlo, portate dentro di voi i peggiori virus e i più malefici bacilli quali l’egoismo, il razzismo, la mancanza di generosità e di consapevolezza che siamo tutti fratelli, che dobbiamo darci una mano e pensare ai più poveri e ai più provati. Vecchi miei curatevi e presto perché questi bacilli portano alla morte del cuore e dell’anima. Se poi il bacillo dell’egoismo si diffondesse sareste i primi a subirne le conseguenze perché nessuno penserebbe più a voi come è stato fatto finora.


Televenezia

In Via Piraghetto, nella sede di Televenezia, c’ero già stato in precedenza per un’intervista però, quando un ex generale dei carabinieri che collabora con quell’emittente mi ha chiesto di partecipare ad una rubrica che lui conduce, ho accettato subito e con entusiasmo.

Avevo un rospo nell’animo che non sapevo come buttare fuori e finalmente l’intervista televisiva mi permetteva di chiarire ai miei concittadini la vicenda dei profughi, dell’aiuto ai poveri di casa nostra e del pasticcio che è nato quando don Gianni, presidente della Fondazione Carpinetum, ha comunicato alla stampa che al Don Vecchi non abbiamo pensato solamente ai profughi, mettendo a loro disposizione due alloggi, ma anche ai poveri di casa nostra con l’apertura del ristorante che offrirà la cena ai concittadini che soffrono in silenzio e con dignità. La stampa ha dato un’interpretazione faziosa e reazionaria di questo annuncio quasi che la Fondazione volesse scusarsi con Salvini per aver pensato ai profughi e non alla nostra gente.

Spero che i miei successivi interventi al Gazzettino, al Corriere del Veneto, a Raitre, a Telechiara, a Rete Veneta e a Televenezia e la lettera che ho inviato a tutti i parroci e agli operatori sociali della città abbiano rimesso le cose a posto. La Fondazione non fa solo chiacchiere, come sta facendo Salvini, ma fatti: attualmente ha messo a disposizione degli anziani poveri quattrocento appartamenti e offre aiuto a più di tremila famiglie distribuendo vestiti, mobili, frutta, verdura, generi alimentari dimostrando abbondantemente, se mai ce ne fosse bisogno, la sua attenzione e il suo impegno concreto nei confronti della povera gente mestrina, italiana, dei paesi dell’Est e della sponda africana e ora, con il ristorante, sarà offerta la cena a centodieci famiglie in difficoltà indipendentemente dal colore della pelle e dalla religione professata.

L’opportunità di parlare per mezz’ora a ruota libera dagli studi di Televenezia comunque mi ha permesso di affermare, in modo chiaro e senza ambiguità, che la solidarietà deve essere per tutti altrimenti non è assolutamente solidarietà e che atteggiamenti razzisti, discriminatori, ed egoisti sono una autentica infamia per chi li promuove ma anche per chi li custodisce nel proprio animo.


Il nuovo ristorante

Non sto a ripetere ai miei amici come è nato il progetto di aprire un ristorante per le persone in difficoltà che soffrono in silenzio, che si vergognano di chiedere aiuto e che non bussano alle porte del comune o della parrocchia.

Per almeno cinquant’anni sono stato l’assistente della San Vincenzo cittadina motivo per cui, infinite volte, mi sono sentito ripetere, soprattutto da quelli che normalmente non scuciono un solo euro per i poveri e che sanno solo criticare, che noi aiutiamo i fannulloni, quelli che sono poveri per mestiere, quelli che dovrebbero essere costretti a guadagnarsi il pane con il sudore della loro fronte mentre trascuriamo i veri poveri, quelli che meriterebbero di essere aiutati. Accusare e criticare è la cosa più facile di questo mondo mentre risolvere i problemi concreti è ben più difficile. Comunque sono sempre stato convinto che nella critica ci sia un po’ di verità.

Quando mi si è presentata inaspettatamente un’opportunità che sa di miracolo, nonostante i miei quasi novant’anni ho sentito il dovere di raccogliere le poche forze residue e di tuffarmi, anima e corpo, in questa nuova esaltante avventura solidale. Come Napoleone, mi si perdoni il paragone, mi sono rivolto ancora una volta alla mia gloriosa vecchia guardia: Graziella e Rolando Candiani che per vent’anni mi hanno affiancato nelle battaglie fortunatamente vinte per i Don Vecchi. Ho poi dato fuoco alle polveri attraverso: Gazzettino, Corriere del Veneto, Gente Veneta e tutte le testate televisive che sono riuscito a contattare per coinvolgere l’opinione pubblica, quindi ho cominciato a parlare ovunque e con tutti di questo progetto ambizioso ma nobile, progetto volto a convincere tutti coloro che sono in difficoltà affinché trovino l’umiltà per accogliere positivamente l’aiuto che viene loro fraternamente offerto. Ora per tornare a Napoleone sto vivendo la vigilia tormentata di questa impresa solidale. Spero, con tutte le mie forze, che dopo aver vinto tante battaglie questa non sia la mia Waterloo.