Libero e fedele

La Chiesa, corpo mistico di Cristo, non è formata solamente dal capo ma anche da tutte le altre sue membra.

Più volte ho affermato che nei riguardi dei radicali ho sempre avuto un rapporto di “amore e odio”. “Odio” per le loro campagne a favore del divorzio, dell’eutanasia, dell’anticlericalismo radicale ed altro ancora; “amore” invece per le loro campagne a favore del terzo mondo, per la “giustizia giusta”, per l’umanizzazione delle carceri, per la “laicità” dello Stato e altro ancora!

Col passare del tempo però mi pare che stia crescendo “l’amore” e diminuendo “l’odio”; un po’ per la scomparsa di Marco Pannella e per la malattia di Emma Bonino che hanno fiaccato la capacità di denuncia da parte di questo partitino lillipuziano ed un po’ perché vado scoprendo che anche nelle loro denunce più “radicali” c’era sempre qualcosa di sano e questo mi sta sempre più convincendo che vale ancora il detto popolare che non è giusto “buttar via il bambino con l’acqua sporca”.

Faccio questa premessa per dire che un tempo mi infastidiva e da cattolico mi irritava che i radicali l’undici settembre di ogni anno, giorno della breccia di Porta Pia, andassero “in processione” a portare una corona al monumento di Giordano Bruno. Oggi forse ci andrei anch’io pensando al bene che ha fatto alla Chiesa chi si è opposto “al Papa re” dello Stato pontificio. Specie ora, che a Papa Francesco gli sono di troppo perfino i sacri palazzi tanto che è andato a vivere a Santa Marta. Tutto questo gode perfino della “benedizione papale”! Questa testimonianza mi spingerebbe a far fare una lapide in ricordo dei bersaglieri e del generale Cadorna che ha ordinato l’assalto di Porta Pia.

Qualche giorno fa ho visto su Rai Storia un servizio che trattava questo evento e Papa Pio IX ne è uscito, almeno per me, alquanto malconcio. Questo discorso mi fa concludere che anche oggi noi preti, ma pure i fedeli laici, ci rendiamo colpevoli di queste gravi ferite alla Chiesa perché priviamo le gerarchie ecclesiastiche di un rapporto filiale, ma franco, leale, onesto, dialettico, preferendo spesso ad esso un ossequio formale, codino e servile.

Sono sempre più convinto che il rapporto, la collaborazione e l’obbedienza ai “superiori” debbano avere sempre la componente della franchezza e del dissenso che nasce però da un vero amore. Io sono tanto grato a don Primo Mazzolari, che per queste scelte subì mortificazione e condanna, per avermi donato la massima a cui si rifece sempre: “libero e fedele”.

Non sono in grado di dire se i miei vescovi abbiano apprezzato questo mio comportamento, però sono contento di non averli mai traditi e mai privati del mio apporto di pensiero, sempre nato, di volta in volta, dalla mia coscienza di uomo e di figlio di Dio.


San Martin Lutero?

Qualche volta la storia condanna un uomo che può essere compreso dopo qualche secolo. Prima di esprimere un giudizio bisogna avere una grande pazienza

Durante tutta la mia infanzia, ma pure durante la mia giovinezza, m’era stato dipinto Martin Lutero, l’autore della Riforma protestante, come un traditore della fede, un crapulone dalla vita disordinata che ha spaccato la Chiesa. Da qualche anno però sto facendo marcia indietro, anzi una conversione ad “u”! Sto leggendo un bel volume di Graziella Lugato, dal titolo “Visite pastorali antiche nella parrocchia di San Lorenzo di Mestre. Dal Concilio di Trento alla bolla papale Ob Nova”.

Per me, che ho speso in quella parrocchia quindici anni di esaltante vita pastorale, queste notizie mi incuriosiscono quanto mai. Ho appena letto che il parroco d’allora, don Camillo, che aveva ereditato dallo zio don Andrea il beneficio (cioè la rendita inerente al titolo) viveva normalmente a Venezia perché “l’aria di Mestre non gli conferiva”, e veniva a Mestre, in parrocchia di San Lorenzo, due o tre volte all’anno e vi rimaneva uno o due giorni al massimo!

Questa era la parrocchia del Duomo al tempo di Martin Lutero, c’è da figurarsi come fosse il Vaticano a quei tempi! Mi vien da pensare che il buon Dio abbia scelto il monaco tedesco per la necessaria riforma della Chiesa e non certo per la contro riforma e quindi dovremmo trovare pure un altare anche nella nostra chiesa di San Lorenzo da dedicare a Martin Lutero!

Sono ormai molti anni che sto rivedendo e correggendo certa cultura che mi hanno propinato a buon mercato! Mi spiace solamente che sono arrivato troppo tardi in questa verifica e rilettura dell’apologetica ecclesiastica.

È vero: una revisione critica del nostro pensiero e delle nostre convinzioni è sempre faticosa perché fa traballare e scombina l’architettura della struttura mentale nella quale abbiamo inquadrato la nostra visione del mondo e del messaggio cristiano. Tuttavia ritengo doveroso, che pur con pacatezza e pazienza, dobbiamo mantenerci in costante verifica del nostro modo di pensare e di vivere se vogliamo essere onesti con noi stessi e con le persone con cui viviamo.

Fortunati noi che abbiamo l’opportunità, grazie all’insegnamento di Papa Francesco, di veder tutti noi non come dei nemici o dei competitori, ma sempre e comunque come fratelli.


“Corsi e ricorsi” della pastorale

Ad esser vecchi, e preti vecchi in particolare, non ci sono solamente lati deboli quali la fragilità fisica e mentale, la costante sensazione d’essere superati ed ormai fuori corso, ma a pensarci bene ci sono anche dei vantaggi perché l’età ti offre un osservatorio tale per cui puoi vedere dall’alto le vicende non solo della vita, ma pure delle tensioni religiose e pastorali che si sviluppano col succedersi degli anni.

Ad essere onesto, vi confesso che sono stato fortemente tentato di usare il termine “mode” piuttosto di quello più cauto e rispettoso di “tensioni”! Comunque vada per “le tensioni”!

Io, che tutto sommato, mi trovo per età in un osservatorio naturale che abbraccia quasi un secolo, ed essendo stato per scelta un appassionato osservatore di queste tematiche, credo di poter dire che la teoria dei “corsi e ricorsi storici” di Vico ho potuto verificarla personalmente anche in questo settore pastorale.

Ad esempio, per quello che riguarda la predica, o chiamiamola più elegantemente “l’omelia” del sacerdote, ricordo bene lo stile, le argomentazioni usate dai sacerdoti della mia infanzia, come ho potuto apprendere che, in seguito, gli “esperti del mestiere” hanno parlato di predica di stile catechistico, poi biblico, quindi carismatico, ora antropologico ed altro ancora. Così dicasi per i sacramenti dell’iniziazione cristiana: prima nell’età adolescenziale, poi con san Pio X, prima comunione e cresima ai fanciulli, ora si ritorna all’età più avanzata.

A sentire i neocatecumenali, movimento oggi quanto mai diffuso, si auspicherebbe quasi di ribattezzare gli adulti, perché il battesimo ai bambini è ritenuto una scelta abnorme ed infelice. Faccio questa lunga premessa per arrivare ad un tema di scottante attualità.

Don Sandro Vigani, sacerdote intelligente e giornalista brillante, ha scritto un articolo nel quale ha ridimensionato alquanto il valore pastorale dell’attività estiva denominata “Grest”.

I sacerdoti zelanti approfittano dell’inizio della stagione estiva per prolungare in maniera seppur annacquata la catechesi dei fanciulli e degli adolescenti, puntando evidentemente a ravvivare la proposta cristiana fatta durante l’anno e a far vivere i ragazzi all’ombra del campanile, ed ammettiamo pure, a dare una mano alle famiglie, ora che papà e mamma quasi sempre lavorano, prima che i ragazzi vadano in vacanza assieme ai genitori.

Io, purtroppo, non ho letto questo articolo, ma solamente un commento di  don  Angelo  Favero  che  ne radicolizza la tesi, ed un commento di don Gianni Antoniazzi che non smentisce la tesi di don Sandro né di don  Angelo,  ma  solamente  la attutisce dicendo che queste attività, come i campi scuola, le attività degli scout, l’impegno per i vecchi e per i poveri non sono la sostanza della vita cristiana, ma solamente un qualche supporto, avvallando tutto sommato la tesi  che dovremo maturare la religiosità dei nostri ragazzi con studi di carattere teologico e biblico.

Non so proprio come andrà a finire questa diatriba, ma dall’alto del mio osservatorio quasi centenario, penso che essa rappresenta una delle tante curve della strada del vivere umano, e a poca distanza di tempo vi sarà un’altra svolta di segno opposto, che qualcuno  riterrà  provvidenziale e qualche altro esiziale.

Io, pur non volendo far polemica, non condivido questa tesi di don Sandro, di don Angelo e pure di don Gianni, pur ritenendoli dei bravi preti, che tutto sommato con la loro critica, segno di passione e di ricerca, favoriranno una presa di posizione più cosciente e più responsabile, che favorirà la messa a punto di questo strumento pastorale rappresentato da quelle attività che un famoso mistico ha definito, tanto tempo fa, le “stampelle dell’apostolato!”

Ricordo che nel `68 i cristiani che si ritenevano all’avanguardia facevano una osservazione quanto mai altisonante, ma per me, ingenua e teorica: “la Comunità fa l’Eucarestia e l’Eucarestia fa la Comunità”; evidentemente per questi cristiani era auspicabile che sbaraccasse tutto l’impianto di allora.

Ricordo che a San Lorenzo avevamo più di millecento iscritti alle associazioni di tipo religioso e questa ventata innovativa in sei mesi le ha divelte tutte, costringendo i preti meno radicali a rimboccarsi le maniche, a ricominciare da capo con tanta fatica, a costruire quel grande macchinario che, pur non essendo la quintessenza del messaggio evangelico, mantenne vivo il messaggio dei vangeli nel cuore delle generazioni che si susseguono.

Ricordo un discorso di Monsignor Bosa, che in quel tempo, mezzo secolo fa, era l’assistente diocesano dell’azione cattolica, discorso fatto a noi giovani preti: “Se seminate nel cuore dei bambini il buon seme di Gesù, essi fattosi adulti potranno pure sbattere la porta però prima o poi si potrà gettare un ponte sulla testata che noi abbiamo costruito, altrimenti non si potrà mai avere nostalgia dell’ignoto”.

Ribadisco ancora una volta, correndo non solamente il pericolo di ripetermi e poi di vantarmi di risultati per i quali tante brave persone hanno dato il contributo che, se nella mia vecchia parrocchia non ci fossero stati i cento chierichetti, i duecento scout, i gruppi di formazione, le case in montagna, le mostre d’arte, i concerti, i gruppi degli sposi, le visite alle famiglie, i periodici, penso che ben difficilmente alla messa festiva avremmo avuto il quarantadue per cento di presenze, come invece è avvenuto.

Debbo confessare che io sono per un cristianesimo dal volto umano; infatti ho sempre preferito poche verità “chiare e distinte” come, ad esempio, “Ama Dio e il prossimo” per citare Gesù e, per citare la chiesa “le opere di carità materiali e spirituali”, alle complicazioni di carattere biblico e dogmatico.

Però io sono non solo del secolo scorso, ma pure del secondo millennio!


Il domani di Dio

Mi pare di aver capito che i problemi della vita hanno di certo una loro oggettività, però nel valutarli influisce in maniera notevole la psiche personale e lo stato d’animo con i quali si affrontano.

Faccio questa premessa volendo riflettere, tenendo ben conto della mia pochezza intellettuale, su un problema che pare interessi un po’ tutti, ma in maniera particolare il prete, perché su questo problema egli ha investito tutta la sua vita e che col tempo è divenuto il motivo e il supporto più importante della sua esistenza.

Eccovi quindi il problema: il domani di Dio, o meglio ancora, il tema del futuro della religione e della fede. Hanno un domani queste realtà o sono destinate, in tempi più o meno brevi, all’estinzione?

Ai tempi del sessantotto avevo affrontato e sofferto questo problema, ma ne ero uscito vittorioso. Allora i giovani cantavano, perfino in chiesa, nelle canzoni d’avanguardia: “Dio è morto”, però si intendeva la fine di un dio della reazione, del passato e di una religiosità arretrata che sopravviveva e si muoveva faticosamente, perché aveva mani e piedi legati dalla palla di piombo di una tradizione oscurantistica, reazionaria e formale! Tutti sappiamo com’è andato a finire il sessantotto; forse era solamente il dramma di una gioventù che si sentiva soffocata da norme, mentalità, ed autorità che non avevano intuito che la vita non sarà mai un fatto statico, perché la continua evoluzione è una legge connaturale all’esistere.
In questi ultimi tempi, poi, il divenire ha accelerato in maniera esponenziale i suoi ritmi, spiazzando un po’ tutti e in tutti gli aspetti della vita, scientifici, culturali, religiosi ed esistenziali.

Ora, però, questo problema mi pare mi si ripresenti come un fatto che coinvolge non solamente le generazioni emergenti, ma riguardi pure gli adulti e perfino gli anziani, che sono ancora “vivi” e non intendono giocarsi la vita senza pensare, indagare e discutere. Provo a riferire alcune esperienze e letture che hanno riacutizzato questa preoccupazione già presente nel mio spirito.

Recentemente ho letto una inchiesta sul domani delle religioni in “Il nostro tempo”, rivista di un circolo cattolico di Torino. In quel giornale, si riporta un’inchiesta condotta da gente intelligente ed obiettiva, che ha interrogato un numero quanto mai significativo di giovani dai 18 ai 35 anni su questa tematica e il risultato emerso è che il problema religioso per loro non esiste, perché ininfluente nella vita ed ormai insignificante.
Ai miei occhi di prete questa lettura è risultata alquanto agghiacciante.

Pochi giorni fa ho letto pure l’articolo di fondo de “Il Messaggero di Sant’Antonio” di settembre, rivista, che sotto il titolo “Omelia ai banchi vuoti della chiesa”, fa una analisi per me pressoché angosciosa, perché enumera il crollo delle vocazioni maschili e femminili, la chiusura di parrocchie, asili ed opere religiose per mancanza di personale.
Constatazione questa che è poi sotto gli occhi di tutti.

Ma voglio riferire su due altri dati, che mi sono stati offerti da persone più vicine, e l’impatto con queste considerazioni diventa più sentito, quando proviene da qualcuno che conosci e che è impegnato nel campo della pastorale. Mio fratello don Roberto, parroco di Chirignago, lascia trasparire una settimana si e l’altra si, sul suo periodico, la delusione e lo sconforto nel constatare che ragazzi, con i quali ha vissuto delle esperienze formative e religiose veramente forti, scompaiono dalla pratica religiosa e nella stragrande maggioranza non si sposano né in chiesa né in municipio. Leggendo gli scritti di don Roberto, prete convinto e ricco di intelligenza e di iniziativa, mi pare di avvertire il fiato grosso e la sensazione dello smarrimento e della fatica di tirare avanti!

In un numero di “Lettera aperta”, settimanale della parrocchia di Carpenedo, di un paio di settimane fa, don Gianni Antoniazzi, mio successore in quella parrocchia, ha infilzato come nello spiedo alcuni altri fatti, tra i quali: la chiusura del convento delle suore di clausura, perché le monache sono ridotte a due, l’annunciato abbandono dei frati antoniani della parrocchia del Sacro Cuore ed altre notizie ecclesiali poco esaltanti.

Infine ho letto nel bollettino parrocchiale di Santa Maria Goretti un corsivo di don Narciso, altro mio cappellano a Carpenedo, nel quale si annuncia in tono quasi trionfale il ritorno delle suore nella parrocchia; il guaio è che esse sono suore indiane, che cercano probabilmente l’America in Italia!
Mentre le ragazze italiane pare pensino ad altre cose piuttosto che alla religione.

Quale pensate possa essere il risultato nello spirito di un prete quasi novantenne di fronte a tutto ciò!?
Tutti potrebbero pensare che mi sento distrutto!

Invece no, proprio no!
Credo che questo crollo religioso sia solo, o quasi, apparente.
Sono convinto che solo dopo la morte c’è la resurrezione più bella, più sfavillante, e più preziosa. E’ successo così per Gesù, pietra angolare della nostra fede e così sarà anche per la nostra fede, siamo vicino all’alba di un nuovo giorno, questi per me sono i sintomi della primavera!
Gli uomini avranno sempre, prima o poi, la nostalgia della Casa del Padre.
Ricordate il figlio minore della parabola, sbatte in faccia di suo padre la porta di casa, “dammi ciò che mi aspetta”, “voglio vivere la mia vita”.
I fiori del male sono sempre smaglianti, però quando si trovò a doversi sfamare col cibo dei porci, disse: “Mi alzerò e tornerò da mio Padre”. L’uomo ha bisogno di Dio, nessuno gli potrà mai dare quello che solo Dio gli ha dato e gli da ancora.

Confesso, quindi, che, nonostante questi fatti assolutamente negativi, rimango sereno e essi, anzi, mi fanno guardare al domani con esaltante speranza, con felice certezza che andiamo, non verso il peggio, ma il meglio, il positivo.

Per quanto riguarda la religione, ossia quel complesso di pratiche, di istituzioni, di culture e di prassi di vita, sono ancor più sereno per quello che riguarda la fede.

Qualche giorno fa, preparandomi per il commiato di un concittadino, chiesi alla moglie se egli fosse stato praticante?
Ella, con onestà, mi rispose che di certo era credente, ma non praticava, però viveva da vero cristiano; e che cosa di diverso possiamo desiderare noi preti?
Don Gino, uno tra i migliori collaboratori del mio passato di parroco, si doleva nel suo periodico perché una coppia dei suoi ragazzi, felice e positiva, non s’era sposata in chiesa; leggendolo mi sono detto: “E’ più importante un matrimonio con la corsia e la marcia di Mendelssohn, o una coppia di giovani felici che vivono con ebbrezza il meraviglioso dono dell’amore?
Io, vecchio prete, opto per questa seconda ipotesi!

Concludo dicendo: non vorrei che qualcuno mi pensasse un nuovo Martin Lutero che affigge le sue tesi contro la Chiesa; rimango invece un povero prete che cerca il bene vero.

In questo versante mi pare di vedere, in lontananza, una luce tenue, luce che ci garantisce una uscita da questo tunnel, il quale preoccupa giustamente vescovi, preti e credenti.
Per me, oggi più che mai, la fede ha un domani!


La Comunione al separati

Io non sono né un teologo né un esperto di morale cristiana, però non sono mai riuscito a comprendere perché il peccato del divorzio, ammesso che esso sia sempre peccato, sia l’unica infrazione alla legge del Signore che non poteva essere perdonata, con la conseguenza che molti cristiani per tanti decenni si sono sentiti degli esclusi, tenuti fuori dalla porta della chiesa e dalla misericordia del Signore!

Un tempo, quando i cristiani si confessavano con una certa frequenza, mi sono spesso imbattuto in queste situazioni di disagio spirituale, ritenute insanabili dalla chiesa ufficiale. E’ vero che da qualche decennio gli uomini di chiesa hanno cominciato a dire che le persone che si trovano in queste condizioni potevano e dovevano pregare e non allontanarsi ulteriormente dalla chiesa e dal Signore, comunque questi discorsi da parte degli esperti, rappresentavano poco più di “pannicelli caldi” per la loro guarigione.

Da confessore non ho mai in verità presentato ai penitenti in difficoltà per questioni di coscienza, come risposta ai loro drammi interiori, le pagine del libro di morale, ma ricordandomi molto bene che l’ultimo giudice titolato e competente ad emettere sentenze in rapporto alla propria condotta, rimane sempre e per tutti la propria coscienza, ho sempre consigliato che se questi penitenti erano convinti che il buon Dio li comprendeva e li perdonava s’accostassero serenamente al Sacramento.

Confesso però che un piccolo margine di scrupolo o di dubbio me lo sono sempre portato addosso. L’ultimo intervento, in proposito alla comunione dei divorziati, seppur cauto e condizionato, di Papa Francesco, mi ha liberato anche da questa piccola spina che talvolta pungeva la mia coscienza.

Sono ben cosciente di quanta difficoltà e di quanta opposizione il nostro Papa abbia incontrato nel suo cammino di misericordia e di liberazione, comunque pare che l’abbia spuntata senza rotture e lacerazioni e per questo gli sono infinitamente grato e gli voglio ancora più bene. Il Papa piano piano sta liberando il cristiano dai lacci e laccioli e sta sempre più aiutando l’uomo d’oggi ad amare e ringraziare il Signore per la sua immensa bontà.


Analfabeti dello spirito

Io sono nato in un paese di campagna quasi un secolo fa e ai tempi della mia infanzia gran parte degli anziani di allora aveva fatto per lo più la terza elementare, non erano molti quelli che avevano la licenza elementare; al mio paese poi, su una popolazione di quasi 10.000 abitanti, i laureati si potevano contare sulle dita di una mano, certamente lo erano il medico, il farmacista e il parroco e forse altre due o tre persone che però io non ho conosciuto. Mio padre si gloriava di aver fatto quasi tutta la sesta elementare.

Il fenomeno dell’analfabetismo un tempo era molto diffuso nei paesi di campagna ma fortunatamente un po’ il duce, un po’ la radio e successivamente la televisione, hanno incentivato e spinto molti a sentire la necessità di un po’ di cultura seppure elementare. Tutti ricordiamo il professor Manzi, il conduttore della trasmissione televisiva “Non è mai troppo tardi”, le scuole per adulti e i corsi serali per le superiori.

Credo che tutto sommato, soprattutto grazie alle leggi che nel dopo guerra hanno imposto l’istruzione fino al diploma di scuola media inferiore, la gente oggi si arrangi alla meno peggio anche se non possiamo affermare di essere un popolo che legge molto; per quanto riguarda la cultura religiosa invece mi pare di registrare un fenomeno quasi opposto. Fino a trenta, quarant’anni fa la quasi totalità dei ragazzi imparava a memoria il catechismo di San Pio X che propinava tutta la teologia, la morale e la Bibbia in una serie di domande imparate a memoria. Al giorno d’oggi invece i ragazzi che frequentano il catechismo sono sempre meno e solo pochi di loro riescono ad avere qualche “idea chiara e distinta” perché se era scadente la pedagogia religiosa di un tempo, quella dei nostri giorni fatta di cartelloni, di recite e di commenti su questioni di attualità è ancora più inconcludente. Nel dopo Concilio, in verità, la Chiesa olandese e successivamente quella italiana hanno realizzato un catechismo per adulti ma si è trattato di un’esperienza di breve durata.

Se posso esprimere un auspicio ritengo di dover suggerire una iniziazione cristiana soprattutto del mondo dei ragazzi passando a tutti i bambini concetti chiari e verità fondamentali. Concetti e verità i cui contenuti possano, con il passare degli anni, essere recuperati nel serio tentativo di far superare agli adulti l’analfabetismo religioso, che oggi purtroppo pare in crescita, attraverso una catechesi sostanziale trasmessa con i periodici parrocchiali che però devono essere in grado di raggiungere la totalità non solo dei battezzati ma di tutti i cittadini.


I complotti contro il Papa

La notizia di due giorni fa che in Vaticano hanno individuato un secondo corvo che, per denaro o forse peggio ancora per screditare e per bloccare la riforma della Chiesa che Papa Francesco tenta di portare avanti prima con l’esempio e poi con la parola, mi ha veramente addolorato e indignato.

Ho sempre pensato che ci fossero delle resistenze da parte della gerarchia ecclesiastica, composta da persone abituate a vivere in palazzi dorati, venerate come semidei, in una cornice di prestigio principesco e in un contesto sacrale al di fuori della vita di tutti gli altri uomini; comprendo anche che costoro mal sopportino che si tolgano loro i baldacchini, i riti ampollosi, i titoli magniloquenti e il servilismo dei “dipendenti” però che si arrivasse a tanto proprio non me lo sarei mai immaginato.

In verità anche nel passato avevo avuto qualche dubbio che una parte dell’alta gerarchia, supportata da religiosi ai livelli più bassi dell’organizzazione, appartenesse ad una corporazione o peggio ancora ad una casta poco disponibile a una riforma da Vangelo però non avrei mai immaginato che questa avesse intenzione di organizzarsi per mettere i bastoni tra le ruote al tentativo di Papa Francesco di dar voce ad una Chiesa povera per i poveri.

Capisco che i mass-media siano quanto mai ghiotti degli scandali ecclesiastici e perciò, a volte, peschino nel torbido ingrandendo ed enfatizzando episodi che si verificano anche nelle migliori comunità, temo però che ora dietro a queste notizie si nasconda un realtà peggiore di quanto pensassi. Un paio di giorni fa un’anziana signora che partecipa alla vita religiosa della mia Chiesa mi ha portato l’ultimo numero di Panorama, periodico che non leggo mai e di cui non conosco l’orientamento ideologico, segnalandomi l’articolo del giornalista Ignazio Ingrao dal titolo: “Congiure in San Pietro”, articolo che mi ha lasciato letteralmente di stucco.

La Chiesa nella sua storia di crisi ne ha superate di ben più gravi, però mi addolora che questo Papa, che non solo per me ma anche per tutto il mondo cattolico rappresenta il meglio che si potesse sognare e desiderare, possa essere boicottato per intralciare una riforma che profuma di Vangelo. È veramente uno scandalo grave! Io, per quanto è nelle mie possibilità, farò del mio meglio per sostenerlo e seguirlo.


Esco ancora una volta allo scoperto

La riflessione su cui sento il sacrosanto dovere di ritornare l’ho già fatta non molto tempo fa. Oggi è diventata attuale l’espressione che l’arcivescovo della capitale francese aveva anticipato ben quarant’anni fa: “Parigi è terra di missione”. In quella famosa lettera pastorale, che ha turbato l’opinione pubblica del mondo ecclesiale, questo cardinale ha snocciolato dati che denunciavano la secolarizzazione o peggio ancora la scristianizzazione dei cittadini della grande metropoli d’oltralpe.

A quel tempo con monsignor Vecchi feci un viaggio di esplorazione pastorale in Francia perché, pur in quel contesto di abbandono della pratica religiosa, in Francia c’erano anche delle punte di diamante che pareva avessero molto da insegnare. Mestre deve a quel viaggio apostolico la nascita della “Borromea” e dei “bollettini parrocchiali”. Alla conclusione di quell’esperienza con Monsignore siamo arrivati a questa conclusione: “Dobbiamo riuscire a portare la nostra gente ai livelli più avanzati della Chiesa francese senza però cadere nell’inferno della scristianizzazione di massa”. Non ci siamo riusciti e ora le parrocchie della nostra città stanno slittando progressivamente, in maniera ineluttabile, verso il vortice dell’indifferenza e dell’abbandono.

Questa è una tristissima constatazione, è ancora peggio però non notare alcun segnale dei tentativi di contrastare questa catastrofe. Qualche giorno fa ho appreso da una “soffiata” che Gente Veneta, l’unico giornale d’ispirazione cristiana, a Mestre ha una tiratura di poco superiore alle 1000 copie. Ciò significa che, se fosse vera la più lusinghiera delle ipotesi e cioè che la presenza di fedeli al precetto festivo raggiunge forse il 15%, e quindi solo questo 15% ascolta un discorso religioso attraverso il sermone del parroco, il restante 85% dei mestrini non è raggiunto da alcuna proposta religiosa. Da questi dati mi sono reso conto della grande responsabilità che noi de L’Incontro abbiamo nel continuare a diffondere le 5000 copie del nostro settimanale. Sono corso ai ripari chiedendo a sacerdoti e laici collaborazione perché suddetta proposta possa mantenere il suo standard elevato e magari migliorarlo ma finora non ho ottenuto alcun risultato positivo.


“Nonostante i preti!”

Anche nel mondo della Chiesa circolano battute, barzellette, sentenze ed altro ancora che mettono quasi sempre in risalto i limiti, le fragilità e le debolezze degli uomini di Chiesa. Mi pare che nel passato queste manifestazioni di anticlericalismo, più o meno pungenti, fossero più frequenti e ben più acide. Ricordo di aver letto alcuni volumi di un prete romagnolo, don Fuschini, uomo di lettere e fine intellettuale dalla penna scorrevole, che sapeva “dipingere” in maniera quanto mai incisiva l’anticlericalismo esasperato della sua terra specie del Ravennate, territorio in cui massoni e mangiapreti si “sposavano” totalmente con i repubblicani di un tempo.

Leggendo quei volumi ho appreso quanto pochi fossero i praticanti in terra di Romagna e quanto fossero oggetto degli strali più mordenti quelle poche vecchiette che ancora frequentavano la chiesa e quanto sarcastiche fossero le invettive proferite da una popolazione generosa e sana ma erede di quel dominio pontificio che non ha di certo brillato per buon governo della cosa pubblica.

Nel mio paese natio, che è parte integrante della Vandea d’Italia, la satira non era così mordace ma comunque illazioni sul costume dei preti non erano certamente infrequenti. Ricordo che una battuta, un po’ più seriosa di altre eccessivamente volgari ma però altrettanto devastante, affermava “che se i preti non erano riusciti a distruggere la Chiesa con il loro comportamento voleva dire che essa era fortemente voluta e protetta dal cielo”.

Mi sono ricordato negli ultimi tempi di queste considerazioni anche alla luce cupa del vecchio prete trentino che “comprendeva” la pedofilia, del giovane prete polacco docente in Vaticano che ha rivendicato il suo diritto all’amore con il “fidanzato omosessuale” o peggio ancora la vera o presunta ma comunque verosimile presa di posizione di un gruppetto di cardinali che avrebbero auspicato e richiesto le dimissioni di Papa Francesco. L’altro ieri quando, prima di iniziare la catechesi del mercoledì, il Pontefice ha chiesto perdono alla folla per gli ultimi scandali avvenuti dentro e fuori dal Vaticano, mi sono commosso comprendendo quanto pesanti siano sempre state “le chiavi di Pietro” ma ora che un Papa vorrebbe liberarci da una impalcatura sacrale per aiutarci a vivere una religione da Vangelo il loro peso è tale da schiacciare letteralmente l’attuale successore di Pietro.


Il Papa nella burrasca

Credo che pochi Papi nella storia millenaria della Chiesa siano stati così tanto amati quanto Papa Francesco e credo anche che pochi Papi abbiano meritato questo amore e questa ammirazione come il nostro attuale Pontefice. A sancire la validità di questa dedizione al Papa, “venuto dagli estremi confini del mondo”, c’è anche l’antica massima “vox populi, vox Dei”. La voce del popolo semplice e vera supera tutte le analisi dei sociologhi, dei teologi e degli esperti perché equivalente alla voce di Dio.

Ho paura che per Papa Francesco sia terminata “la luna di miele”, non però con il popolo di Dio ma con i suoi “caporali” e soprattutto con i suoi “generali”. Pare che dentro la Chiesa cominci a sorprendere e a infastidire questo “sacerdote” che vive e chiede che i cristiani non riducano la loro fede a mezz’oretta di Messa domenicale e non si “voltino dall’altra parte” di fronte alla sofferenza e al dramma degli ultimi, dei fratelli disperati travolti dalla brutalità, dall’egoismo e dal sopruso. Questo insegnamento è rivolto all’umile popolo di Dio che a causa del peccato originale ha bisogno di conversione ma soprattutto è rivolto a chi occupa posti di privilegio nella gerarchia ecclesiastica e si oppone al venir meno del prestigio che una certa “sacralità” gli assicurava.

Io, che sono l’ultimo della classe, so che un alto prelato che viveva vicino a noi non usciva “da palazzo” se la polizia stradale non gli faceva da scorta perché, secondo lui e secondo una certa tradizione, la sua carica lo equiparava a un principe. Credo che chi è un po’ addentro alle cose della Chiesa sappia che fino a qualche anno fa, quando il Patriarca si recava in visita presso una parrocchia, veniva approntato un baldacchino affinché la sua “maestà” avesse risalto.

Ho la sensazione che certe esternazioni, certe voci spesso piene di falsità fatte filtrare subdolamente, abbiano come causa comune il fatto che Papa Francesco predichi, e in qualche modo pretenda, che i cristiani abbiano come maestro Gesù e imparino a “lavare i piedi e a servire gli ultimi di questo mondo” piuttosto che “pontificare” dall’alto dei loro scranni.


C’è ancora desiderio di pregare

Da molto tempo vado affermando che la gente prega poco per molti motivi, non ultimo perché non conosce più le formule delle bellissime preghiere che la tradizione cristiana ci ha tramandato.

Un tempo a catechismo s’imparavano a memoria le domande e le risposte del catechismo di San Pio X ma soprattutto s’imparavano le preghiere fondamentali con cui ci si rivolge al Signore in ogni occasione e per qualsiasi motivo. Ora invece a catechismo si dipingono cartelloni e si fanno recite. Quando ero parroco chiesi a suor Michela di prendersi cura dei bambini della prima elementare dicendole che sarei stato contento anche se, oltre al segno della Croce, avessero imparato il Padre Nostro, l’Ave Maria, l’Angelo di Dio, Il Gloria al Padre, l’Eterno Riposo, il Salve Regina e l’Atto di Dolore. Suor Michela le insegnò per anni ai più piccoli che hanno la coscienza pulita e che non dimenticheranno mai quanto hanno imparato da bambini, insegnò tutto questo e molto altro ancora.

Sapevo che la “moda catechistica” aveva preso ormai altre direzioni ma io però ho sempre seguito la mia coscienza e il buon senso piuttosto che la moda. Io, in occasione della Cresima, quando il parroco m’interrogò, m’inceppai sul Credo ed egli giustamente mi rimandò per due settimane affinché lo imparassi alla perfezione. Per molti anni anch’io ho fatto l’esame ai bambini della parrocchia prima di ammetterli ai sacramenti della Comunione e della Cresima, poi però, avendo affidato la loro formazione a vari cappellani succubi della moda, con mio grande dispiacere ho dovuto smettere e questo mi ha provocato qualche rimorso di coscienza.

Alcuni anni fa entrai in una chiesa vicina al Don Vecchi e curiosando sul banco della stampa notai un libretto piuttosto sgangherato con alcune preghiere, nel mio animo si accese immediatamente una luce, rubai l’idea e con l’aiuto dei miei tipografi stampai un fascicoletto che in copertina, sotto una bella immagine, riportava il titolo: “Libro delle preghiere, delle principali verità e delle regole morali per un cristiano”. In diciotto paginette riuscii ad inserire tutto il necessario per vivere una vita cristiana e per poter andare in Paradiso. Voi non ci crederete, però è documentabile, che siamo giunti alla trentatreesima edizione, che abbiamo stampato sessantamila copie e che ogni due o tre settimane ne ristampiamo altre due-tremila. La gente non crede e non prega? Forse le parrocchie e noi preti aiutiamo poco a credere e a pregare ma come afferma un vecchio detto: “L’uomo è religioso per natura”.


Verso le seimila copie

Da quel poco che vengo a sapere pare che tutta la carta stampata sia in crisi. Non c’è quotidiano, settimanale o mensile che affermi di incrementare la propria tiratura, anzi. Ultimamente poi mi hanno detto che anche le emittenti televisive stanno perdendo spettatori. Le testaste giornalistiche forse sono troppe o forse la gente preferisce destinare le magre risorse al cibo piuttosto che alla cultura e all’informazione.

Questo fenomeno però, una volta ancora, mi preoccupa soprattutto per quanto riguarda l’informazione religiosa e pastorale, una volta ancora ripeto la mia amarezza e la mia preoccupazione per quello che riguarda i mass-media della Chiesa veneziana e del Triveneto. Radio Carpini, l’emittente che vent’anni fa ho consegnato alla diocesi con i suoi duecento volontari e con la sua rete di ripetitori che “copriva” tutte le zone pastorali della diocesi e che dal Monte Torrion raggiungeva una larga fascia di territorio fino a raggiungere perfino Ravenna, è stata chiusa ormai da tempo e l’emittente Telechiara, al cui “battesimo” ho partecipato anch’io in tempi in cui pareva che nel Triveneto ci fosse un sussulto di entusiasmo per i mass-media, l’anno scorso è stata venduta ad un gruppo di imprenditori padovani. Gente Veneta, il settimanale di cui ero tanto fiero fino a poco tempo fa, pare stia arrancando faticosamente.

Tutto questo però non m’induce a demordere “nonostante l’età” ma anzi mi sprona ad un impegno maggiore soprattutto per quanto riguarda la Chiesa di Mestre. La nostra editrice stampa il mensile “Sole sul nuovo giorno” in 250 copie, “Il messaggio di Papa Francesco” in 500 copie settimanali e “L’incontro” si avvia ormai verso le seimila copie settimanali. La consapevolezza dell’esigenza di una proposta religiosa che raggiunga il maggior numero di concittadini possibile e della necessità di riqualificare il settimanale con ulteriori apporti di gente capace, mi ha spinto a chiedere aiuto a qualche sacerdote e a qualche laico. Mi auguro di tutto cuore che tante risposte generose vengano a tamponare la grossa falla che mette in grave pericolo i mass-media diocesani.


Una ulteriore responsabilità

Ho conosciuto il dottor Paolo Fusco, il brillante giornalista del settimanale della diocesi “Gente Veneta”, quando era poco più di un ragazzo ed ho mantenuto con lui un rapporto di ammirazione e di stima profonda, non solo perché ho riconosciuto in lui un professionista versatile, attento al respiro della città e della Chiesa veneziana, ma anche un cristiano che ha sempre cercato di dare una lettura positiva della vita e prospettare soluzioni in sintonia con il pensiero della Chiesa. Molte volte gli ho manifestato pubblicamente la mia stima e la mia riconoscenza.

Faccio questa premessa perché si possa comprendere lo stupore e la grande amarezza che ho provato, alcuni giorni fa, quando mi ha telefonato comunicandomi che aveva colto l’opportunità di insegnare lettere nella scuola pubblica. Lo stato di disagio economico in cui è venuto a trovarsi il settimanale e le sue responsabilità di marito e di padre lo hanno costretto, anche se a malincuore e con tristezza, ad accettare la soluzione che gli offriva quelle garanzie necessarie al sostentamento della sua famiglia ma che, contemporaneamente, lo costringeva ad abbandonare la professione di giornalista, quella professione che tanto amava e che aveva scelto per vocazione e per spirito di servizio verso la Chiesa piuttosto che come fonte di reddito per godere di una vita agiata. Confesso che ho provato dolore per questa scelta pressoché obbligata ed altrettanto dolore per la situazione nella quale è venuto a trovarsi l’unico strumento di comunicazione sociale di cui dispone attualmente la diocesi di Venezia poiché Radio Carpini San Marco, la nostra gloriosa e amata emittente, è stata lasciata morire ingloriosamente alcuni anni fa. Ora “Gente Veneta” può contare solamente su due giornalisti e la Chiesa veneziana corre il rischio di far arrivare il suo messaggio solo al dieci per cento dei nostri concittadini e solo dai pulpiti delle nostre chiese.

Questa realtà carica noi de “L’incontro” di un’altra pesante responsabilità poiché attualmente il nostro settimanale è rimasto pressoché l’unica voce. “L’incontro”, che ha raggiunto una tiratura di cinquemila copie settimanali e che viene letto da ventimila mestrini, è arrivato ad essere il primo e forse l’unico strumento di comunicazione sociale in città poiché gli altri periodici, di ispirazione cristiana che sono più che modesti e pressoché inconsistenti, ci inseguono ma a molte leghe di distanza. Credo che si impongano quindi alle nostre coscienze sia la ricerca di altri collaboratori sia l’incremento del numero di pagine del nostro periodico affinché l’apporto dei cristiani alla vita della nostra città non diventi talmente flebile da non essere percepito da nessuno.


Maretta!

I miei amici della carta stampata certamente sanno che io, da settimane, andavo “suggerendo” a Papa Francesco di “comandare” a tutti i parroci d’Italia e d’Europa di ospitare una o più famiglie di profughi in rapporto all’entità della loro parrocchia. Una parrocchietta di cinquecento anime potrebbe offrire un appartamento mentre una di cinquemila potrebbe offrirne due, tre o anche cinque.

Non mi si dica che le parrocchie non hanno soldi perché non è vero. Io sono stato parroco per trentacinque anni della parrocchia di Carpenedo, parrocchia composta da modesti operai e tutti possono vedere quello che essa è riuscita a fare con il loro generoso contributo: i Centri Don Vecchi, l’asilo, il patronato, la casa in montagna per i ragazzi, quella in collina per i vecchi ed altro ancora. Si tratta sempre di coerenza, di trasparenza, di spirito di sacrificio, di fiducia nella Provvidenza ma soprattutto di amore verso il prossimo.
So che ancora una volta qualcuno, che non vuole impegnarsi, mi accuserà di autoreferenzialità. Non m’importa un fico secco! Ricambio affermando che questa gente non è coerente con l’insegnamento di Cristo “ama il prossimo tuo come te stesso” e non vuole impegnarsi per non avere grane.

Neanche a farlo apposta il Papa ha fatto la scelta che io gli “avevo suggerito”. Mi aspettavo che la stampa e le televisioni avrebbero provato un certo imbarazzo nel riferire la gara di generosità dei vescovi e dei parroci impegnati, gli uni a superare gli altri, nel mettere a disposizione alloggi di proprietà o presi in affitto: purtroppo però non è successo niente di tutto questo. Il Papa ha anche dato l’esempio offrendo due appartamenti attraverso le due parrocchie che sono in Vaticano, ma né la parola né l’esempio del Pontefice pare abbiano prodotto un granché.

Ho letto con rammarico la presa di posizione del Cardinal Cafarra di Bologna, le sue parole mi hanno sorpreso, deluso e indignato ma ancora di più mi hanno sorpreso, deluso e indignato le parole di un parroco leghista o peggio ancora razzista. La parola e la testimonianza di Papa Francesco stanno assumendo la funzione di vaglio sulla serietà, sulla coerenza e sulla fede dei cardinali, dei vescovi, dei parroci, dei frati e delle suore. Le parole di Gesù: “Non chi dice Signore, Signore entrerà nel Regno dei Cieli ma chi fa la volontà del Padre” sono di estrema attualità. L’amore verso Cristo e verso il suo Vicario non si dimostra con parole altisonanti o con le ammucchiate in piazza San Pietro di cardinali, vescovi e preti ma con l’accettazione della guida di un Papa che crede veramente al Vangelo di Gesù.


Micro o macro parrocchie?

Ho letto con attenzione l’articolo di fondo del primo numero di “Gente Veneta” uscito dopo le vacanze estive. Si tratta come sempre di un intervento intelligente del giornalista Malavasi che mette in rilievo l’attività estiva delle parrocchie a favore soprattutto dei bambini e di cui io condivido il contenuto senza alcuna riserva.

Nel finale dell’articolo Malavasi accenna al “punto dolens” di fondo: ossia l’affanno dei parroci e la fragilità dei collaboratori giovani e spesso improvvisati. Ritengo doveroso arrivare alla sintesi del discorso: le parrocchie attuali, sia per il numero di sacerdoti che di fedeli ma soprattutto per la difficoltà nell’adeguarsi alla dinamicità della società attuale, sono sempre più impotenti, più inadeguate e sempre meno efficienti a livello pastorale. Questo dato di fatto, almeno da vent’anni, è sotto gli occhi di tutti. Il rimedio con cui si è tentato di rispondere a questa inadeguatezza ed inefficienza è stato quello di creare le “unità pastorali” accorpando le piccole parrocchie (sono però piccole anche quelle di cinque, seimila abitanti) lasciando loro una qualche autonomia. Questa soluzione demotiva ulteriormente i sacerdoti e peggiora lo “status quo” delle parrocchie.

Oggi, come avviene per i comuni, le banche e le industrie, l’unica soluzione è quella di creare macro parrocchie, cioè parrocchie con almeno venti, trentamila abitanti perché solo con queste dimensioni è possibile dare risposte esaurienti alla catechesi, alla cultura e alla formazione.

Realizzate le macro parrocchie è necessario mettere mano anche alla loro organizzazione garantendo la presenza di un parroco “manager” che abbia capacità autentiche, affiancato da una piccola comunità di tre, quattro sacerdoti che garantiscano un servizio religioso decentrato dove ognuno possa offrire le sue qualità specifiche; l’assunzione a tempo pieno di alcuni laici competenti e motivati che seguano settori specifici della parrocchia, anch’essi affiancati da volontari; l’accentramento dei servizi tecnici: segreteria, stampa, ecc. Soluzioni diverse purtroppo sono velleitarie, “fuori mercato” e socialmente superate nonostante le buone intenzioni e la generosità degli operatori pastorali.