Sogni e fallimenti

Nel post precedente ho tentato di inquadrare la situazione di Ca’ Letizia e della mensa dei poveri. Il progetto, perseguito da Monsignor Vecchi e da me stesso, non si fermava al punto in cui l’ha lasciato la San Vincenzo alla fine del 1971, quando sono stato nominato parroco a Carpenedo, ma prevedeva anche un centro che studiasse le problematiche della solidarietà a Mestre, coordinasse e mettesse in rete gli enti e le strutture che operano a livello cittadino. In seguito alla mia partenza e alla morte di monsignore, la realizzazione si è bloccata.

Io mi sono trovato per la prima volta alla guida di una comunità grande e problematica negli anni della contestazione, tempi difficilissimi anche a livello pastorale. A poco a poco tuttavia sono riuscito, grazie alla collaborazione dei parrocchiani che si sono adoperati per la carità, a ristrutturare l’ente Piavento e a dar vita a strutture come Ca’ Dolores, Ca’ Teresa, Ca’ Elisa e Ca’ Elisabetta per dare alloggio ad anziani poveri. Inoltre ho rinvigorito il gruppo maschile e femminile della San Vincenzo e ne ho costituito uno di giovani.

In seguito sono nati il gruppo “Il Mughetto” per l’assistenza ai disabili e il “San Camillo” per l’assistenza ai malati. In quegli anni abbiamo aperto Villa Flangini ad Asolo per le vacanze degli anziani, il “Ritrovo”, circolo ricreativo per gli anziani e, nel contempo, abbiamo iniziato a stampare il mensile “L’anziano” per persone della terza e della quarta età. Poi è iniziata l’avventura dei Centri don Vecchi 1, 2, 3, 4 e il mio successore, don Gianni Antoniazzi, ha realizzato il 5, 6 e 7. Abbiamo aperto il sito “Mestre solidale” per fornire alle persone in difficoltà informazioni sugli enti di beneficenza presenti sul territorio.

A un certo punto sembrava che la Provvidenza e tramite l’architetto Giovanni Zanetti ci mettessero a disposizione un’area di 40.000 m² a Favaro, così ho iniziato a sognare “la cittadella della solidarietà”, che riprendeva il vecchio progetto elaborato con la San Vincenzo. Il patriarca Scola, venuto a conoscenza dell’iniziativa, parve sostenerla e, infatti, promosse due o tre incontri invitando gli enti caritativi di Mestre che, con un’espressione brillante, definì la “pala d’oro” della chiesa veneziana”.

Purtroppo un inghippo imprevisto per il terreno e il successivo trasferimento a Milano di monsignor Scola hanno mandato di nuovo tutto in fumo. Sennonché, come dimostrano la costruzione del villaggio solidale degli Arzeroni, costituito dai Centri don Vecchi 5, 6, 7 e da 30.000 m di terreno acquistato per realizzare l’ipermercato della solidarietà, la Provvidenza sta rilanciando il mio sogno. “Il Polo solidale” del don Vecchi, che comprende il magazzino dei mobili e dell’arredo per la casa, lo spaccio dei generi alimentari in scadenza, quello dei generi alimentari del Banco solidale e il chiosco di frutta e verdura, ha dato vita a un’agenzia caritativa che credo non abbia eguali in tutto il Veneto!

Questo “miracolo di solidarietà”, infatti, ha indotto la Fondazione Carpinetum a costruire l’ipermercato della carità che spero possa diventare un modello per altre strutture simili in ogni diocesi del nostro paese. Questa nuova situazione potrebbe fornire lo spazio adeguato per la creazione di un “governo” o almeno di un organismo di studio, progettazione e coordinamento delle attività solidali di matrice religiosa e laica esistenti nella nostra città.

Confesso quindi che continuo a sognare a occhi aperti e a fare quanto è in mio potere, forte della realizzazione di 500 alloggi per anziani e dell’associazione “Il Prossimo” che già aiuta in maniera molto seria decine di migliaia di poveri ogni anno. Confido che ciò possa senz’altro rappresentare una buona base di partenza. Comunque, se la cosa non dovesse andare in porto, ho già pronto il testamento per lasciare in eredità ai posteri questo progetto irrealizzato.


Obiettivi futuri

Penso che non dispiaccia avere un’idea su quali siano gli obiettivi a lunga scadenza che la Fondazione Carpinetum si ripromette di realizzare, soprattutto per quanto riguarda l’assistenza per chi si trovi in ogni tipo di difficoltà. Li indico per punti:

  1. Le opere realizzate e da realizzarsi siano sempre un segno limpido, forte, coerente e in linea con la sensibilità e le esigenze della società contemporanea, della carità predicata da Cristo, maestro e salvatore.
  2. Creare un gruppo di studio per analizzare le nuove povertà e per rispondere concretamente alle situazioni esistenziali in cui vive l’uomo del nostro tempo.
  3. Completare la risposta di soli-darietà offrendo servizi a livello medico-legale, psicologico, magari federandosi con gruppi e iniziative cittadine già esistenti.
  4. Favorire ogni iniziativa promossa dal mondo sia ecclesiale che laico che tenda a farsi carico dei cittadini più fragili e bisognosi di aiuto.
  5. Incrementare, attraverso il settimanale “L’incontro”, la stampa e la televisione locale, ogni iniziativa di ordine solidale.
  6. Creare a livello di aiuto pratico (indumenti, generi alimentari, mobili, arredo per la casa e altro) una rete che raggiunga le singole comunità cristiane perché possa “scoprire” il bisogno che spesso non emerge, dando risposte adeguate.
  7. Collaborare e “tallonare” l’ente pubblico, Comune e Regione, perché impegnino maggiori investimenti di ordine sociale.
  8. Promuovere con ogni mezzo il volontariato per creare una cultura di vicinanza e solidarietà.
  9. Sollecitare in maniera decisa gli organismi ecclesiali ufficialmente preposti per la carità a compiere una funzione di promozione e di coordinamento affinché nelle singole parrocchie la carità occupi uno spazio pari a quello della catechesi e dell’evangelizzazione e si esprima con strutture, organismi e iniziative concrete atte a produrre questo valore essenziale della religione.
  10. Far fare ai giovani che si preparano al sacerdozio esperienze vive e forti, che lascino il segno, nelle comunità cristiane che sono all’avanguardia in questo settore.

Concludo dando una risposta a chi pensasse che queste sono solamente delle belle utopie, dicendo che chi non coltiva sogni e progetti è un uomo da compiangere perché arrischia di non cogliere le ricchezze e i doveri dell’oggi e del domani.


Due altri sogni

Qualche mese fa, in uno dei rari incontri che abbiamo avuto, don Gianni, il mio successore in parrocchia, sempre oberato da infiniti e assillanti impegni pastorali, mentre parlavamo dei progetti della Fondazione Carpinetum, mi ha chiesto a bruciapelo: “Quanti anni pensi di avere ancora da vivere, don Armando?” Questa bizzarra domanda, che di solito non si pone alle persone in età avanzata, mi ha lasciato perplesso e stordito. Consapevole del fatto che l’età media degli anziani di cui celebro il funerale in cimitero è compresa tra gli ottanta e i novant’anni, ho risposto: “Se mi va bene, avrò al massimo un paio d’anni!” Per natura, sono sempre stato un grande sognatore, ma vi confesso che oggi mi guardo bene dal sognare progetti che richiedono tempi lunghi per essere realizzati. Quando, mio malgrado, cado in tentazione, dico a me stesso “Cala, trinchetto“, come recitava il famoso spot televisivo.

A voi, cari lettori, che mi avete letto per tanti anni sulle pagine di lettera aperta, di Carpinetum, de L’incontro e su questo sito, e che forse qualche volta mi avete anche compatito, confido che da mesi c’è un pensiero che mi tormenta come una zanzara molesta: vorrei fare qualcosa per quei 500 senzatetto che dormono in balia dello smog che incombe sul cielo della nostra città.

A dire il vero, ho domandato a un amico geometra di realizzare un progettino per un alloggio di almeno una ventina di posti letto, da assegnare per un paio di euro a notte. L’idea è offrire una piccola stanza, sobria ed essenziale, dove si possa riposare. Chi mi conosce sa che per me i sogni non valgono quasi niente, se non diventano mattoni. La Provvidenza mi ha fatto incontrare una persona disposta ad accollarsi l’onere finanziario del progetto, però non è finita qui.

Qualche giorno fa, ho letto su Il Gazzettino che 20 mila studenti universitari faticano a trovare una camera in città per meno di 300 euro al mese. Di fronte a questa triste notizia, che è solo l’ultima delle molte che campeggiano sui nostri quotidiani, la mia mente si è messa di nuovo in moto e sono giunto a una conclusione: a fare investimenti improduttivi ci pensano già i Cinquestelle, quindi è meglio che io mi spenda per aiutare ragazzi intelligenti e volonterosi destinati a diventare architetti, medici, operatori economici e quant’altro, che potrebbero far uscire il Paese dall’inedia sociale. Sono convinto che credere nei giovani sia sempre un buon investimento. Di conseguenza, ho deciso di passare quanto prima il progetto, e il relativo finanziamento, alla Fondazione affinché possa valutare l’eventualità di aggiungere un’adiacenza all’ipermercato della solidarietà, che dovrebbe aprire i battenti entro la prossima estate. Cari lettori, voi cosa ne pensate?

Qualcuno mi ha proposto di aiutare la mensa dei poveri che, stando a quanto affermano i giornali, sarà trasferita da via Querini in un luogo imprecisato. A me, in realtà, risulta che saranno la Curia, la Caritas e il Comune a provvedere, quindi ritengo che per questo sia giusto cedere loro il passo. Comunque, se qualche concittadino avesse un suggerimento da offrirmi, sarò ben lieto di prenderlo in considerazione.


Il buon esempio

Al Centro don Vecchi vive ormai da più di quindici anni una signora che, avendo avuto un grave incidente automobilistico, è rimasta sola e gravemente disabile. Avendo io incontrato questa creatura vent’anni fa in condizione di grave preoccupazione per trovare un alloggio confacente alle sue condizioni, fortuna volle che si rendesse libero un appartamento al Don Vecchi 2, così che abbiamo potuto offrirglielo.

Questa signora colta e gentile si è inserita in maniera serena nella nostra comunità, partecipando intensamente alla vita comune in tutti gli aspetti che il Don Vecchi può offrire ai residenti, conducendo sempre una vita esemplare, serena, positiva, felice. Qualche giorno fa con volto più che felice e riconoscente di sempre, ha suonato alla porta del mio appartamento per offrirmi una somma veramente significativa. Mi raccontò come dovette sudare degli anni con gli avvocati per poter ottenere l’eredità lasciatale dal padre, dicendomi che la legge di quel Paese non è applicata in maniera molto serena tanto che ha dovuto spenderne una buona parte per le spese legali.

Consegnandomi la busta con la generosa offerta, mi disse quanto era felice di poter dimostrare tutta la sua riconoscenza per aver potuto vivere serena per tanti anni in questa nostra struttura fatta a misura d’uomo e più ancora per chi è affetto da disabilità. Dicendomi come voleva che impiegassi il suo denaro, ha manifestato il desiderio che andasse soprattutto per le necessità del centro in cui vive e semmai per i residenti che si trovassero in qualche difficoltà particolare. Un dono del genere ci è quanto mai utile perché un centro con 120 alloggi ha sempre enormi esigenze per la manutenzione.

Questo gesto di riconoscenza mi è molto più gradito per i sentimenti che esso manifesta che per le necessità alle quali possiamo dare risposta grazie ad esso. Segnalo alla città questo dono perché i cinquecento alloggi che attualmente possiamo mettere a disposizione dei cittadini che si trovano in disagio sono sempre nati dalla generosità di persone come questa, particolarmente sensibili alle difficoltà del prossimo e coerenti nel comportarsi con i valori che professano.


I Don Vecchi in pillole

I Centri don Vecchi sono sorti in città con lo scopo di aiutare gli anziani in difficoltà e sono caratterizzati dagli elementi di cui ho spesso parlato e che desidero qui puntualizzare.

Finalità economiche ed abitative:

  • offrire alloggi alla portata anche di chi gode solamente della pensione sociale;
  • offrire domicili protetti che tengano conto dei deficit fisici, morali e sociali dei residenti;
  • “costringere” gli anziani a rimanere autonomi fino all’ultimo istante di vita;
  • creare delle comunità solidali;
  • dare disponibilità assoluta dell’alloggio utilizzato.

Costi. “L’affitto” risulta dalla somma di questi tre elementi:

  • costi condominiali, 6 euro al metro quadro in misura del proprio alloggio;
  • utenze, ognuno paga quanto consuma effettivamente;
  • contributo di solidarietà: chi ha un reddito superiore alla pensione sociale è invitato a versare un contributo proporzionato alla consistenza del suo reddito per aiutare chi ha meno possibilità.

Supporti sociali:

  • pranzo a mezzogiorno: 5 euro
  • gita mensile: 10 euro
  • intrattenimento culturale ricreativo ogni mese
  • assistenza religiosa con Messa settimanale in cappella
  • assistenza giorno e notte: suonando il n. 333 accorre immediatamente un assistente per aiutare secondo il bisogno; telesoccorso
  • medico di famiglia con ambulatorio all’interno del centro
  • aiuto per pratiche mediche e sociali
  • biblioteca
  • parrucchiere all’interno del centro
  • bar o distributori di bevande, caffè e dolciumi a prezzo ridotto
  • assistenza elettrica e idraulica a costi ridotti
  • pulizia nei locali comuni
  • arredo signorile
  • citofono, cordicella di chiamata, lampade di sicurezza ad accensione automatica
  • lavatrice e asciugatrice private e comuni
  • telefono interno gratis
  • trasporti con mezzi pubblici a portata di mano
  • rampe e ascensori
  • grandi parchi
  • televisione a tariffa ridotta: 4 euro l’anno
  • possibilità di fruire di molte stanze e servizi a disposizione della comunità per socializzare
  • riscaldamento e condizionatore estivo nei luoghi comuni
  • opportunità di vivere in una comunità che offre molte possibilità di amicizia
  • unica regola: quella che esige la buona educazione!

Condizioni per l’accoglienza:

  • avere un reddito che non permetta un alloggio o una vita dignitosa;
  • pur avendo un reddito medio-alto, aver bisogno di un alloggio protetto per motivi di ordine esistenziale (per es. lontananza dai propri congiunti);
  • essere totalmente autosufficienti o garantire qualche aiuto da parte dei famigliari o di personale ingaggiate personalmente per un servizio parziale.

Consiglio per chi si candida

È consigliabile che al momento della presentazione della domanda di accesso, che va protocollata in segreteria, il richiedente vada a visitare il Centro don Vecchi nel quale desidererebbe essere inserito.


Il nuovo libro di Federica

Il nuovo libro di Federica

Ricevo, fin troppo spesso, complimenti dai miei concittadini a motivo dei Centri don Vecchi. Sarei un baro se dicessi che essi non facciano piacere. Le nostre strutture si rifanno a una dottrina sicuramente nuova e più adeguata alle esigenze profonde e alle istanze degli anziani del nostro tempo. Ora, poi, che ci siamo aperti al recupero e all’aiuto delle famiglie che si sono sfasciate e alle emergenze abitative più gravi, sono ancora più contento! Ripeto, sono felice e orgoglioso perché i nostri centri fanno a gara per signorilità e confort con gli alberghi della nostra città. Sono orgoglioso perché riusciamo a offrire ai meno abbienti appartamenti eleganti e soprattutto assolutamente gratis, e ancora di più perche finalmente la nostra comunità cristiana, sta esprimendo segni di solidarietà umana e cristiana che rappresentano una punta di diamante in questo settore della nostra società.
Ma la ricchezza dei nostri centri non si ferma a questo punto perché ci sono dei residenti che sono delle autentiche perle di disponibilità, di impegno, di generosità e di servizio verso gli altri meno fortunati e soprattutto verso la fascia dei bisognosi che ogni giorno bussano alle nostre porte, sempre aperte, per offrire una risposta positiva e fraterna. Sono infinitamente orgoglioso di quelle donne che si danno da fare da mane a sera allo “spaccio alimentare” al magazzino dei mobili e dell’arredo per la casa, al “supermercato dei vestiti”, al “chiosco della frutta e della verdura” e al “banco alimentare”. Per non parlare delle signore che si spendono ogni giorno per offrire un tocco di gentilezza sia al “bar” che al Senior Restaurant, tutte gentili e servizievoli. Vi confesso che queste donne mi paiono “bellissime” e gli uomini nobili e simpatici.

Avverto di essermi un po’ dilungato in questa premessa, ma sentivo il bisogno di mostrarvi lo sguardo e l’orizzonte in cui si colloca l’autenticità di una “perla di grande valore” che pur si trova al Centro don Vecchi di Carpenedo. Alcuni anni fa mi chiese un appartamentino una splendida ragazza dagli occhi neri e luminosi, che cercava la vita indipendente. Il limite al movimento con cui convive sin dall’infanzia non ha fermato per nulla la sua vitalità, il suo coraggio, la sua voglia di vivere, di amare e di essere attiva nella nostra società! Federica Causin è il suo nome.

Questa ragazza, divenuta la mascotte del nostro piccolo mondo di anziani perché ha la metà dell’età media dei nostri residenti, si è laureata in Lingue, lavora presso una azienda dell’hinterland, è traduttrice di romanzi per una nota casa editrice ed è totalmente autonoma tanto che non si fa mancar nulla: vacanze, gite, vita associativa, amicizie, un serio apostolato e tant’altro! Data la sua cultura le è venuto spontaneo inserirsi fra i giornalisti del nostro prestigioso settimanale ed è diventata ben presto una “penna” profonda e piacevole. Qualcuno dei suoi numerosi amici l’ha spinta a pubblicare in proprio qualcosa che le usciva dalla sua esperienza specifica, tanto che la nostra editrice le ha pubblicato prima il volume Diversamente normali e poi Il volo del gabbiano, volumi che hanno avuto uno splendido successo di critica ma soprattutto dei lettori.

In questi giorni è uscita la sua terza fatica letteraria: Simmetrie asimmetriche, s’intitola questo libro veramente delizioso per impostazione grafica e soprattutto per i contenuti. Alcuni amici e un generoso tipografo le hanno dato una mano tanto che n’è venuto fuori un volumetto di 150 pagine splendido, interessante sia per il pensiero sempre fresco, entusiasta, positivo e ottimista, che per l’aspetto quanto mai gradevole.

Vi assicuro che è veramente un bel libro, così interessante e ricco di pensiero che ho sentito di sceglierlo pure per la mia meditazione mattutina! Io non sono un critico letterario, ma so che potrei farne una presentazione abbastanza dignitosa, perché se lo merita! Però desidero che siate voi, miei cari lettori, a scoprire i suoi pregi, perché sarà una bella sorpresa. Perciò invito i residenti dei Centri don Vecchi, i lettori de L’incontro e i mestrini tutti ad acquistarlo, perché sono assolutamente certo che tutti, colti o meno, lo leggerete volentieri e con profitto! Vi svelerò l’intimo segreto, che fa pure onore a Federica Causin: come ha già scelto per i volumi precedenti, ella devolverà tutti i diritti d’autore alla Fondazione Carpinetum. Cosa si può desiderare di più? Prendetelo, ne vale la pena. Il volume si può trovare presso le segreterie dei Centri don Vecchi, costa solamente 5 euro, ma ne vale moltissimo di più! Buona lettura!


Il volto nobile di Mestre

Come voi lettori ormai sapete bene, quando indosso i panni del “giornalista”, prediligo le notizie positive, soprattutto se riguardano la nostra città. A dispetto dei risultati modesti e discontinui che ho ottenuto, ho sempre tentato di dare voce e visibilità alla “cronaca bianca”, grazie alle mie rubriche: Il diario di un parroco di periferia, I fioretti dell’anno duemila, Il giornale in bianco. Pur avendo deciso di concludere queste esperienze per raggiunti limiti di età, se mi capita d’imbattermi in una notizia significativa, che racconta il bene, non riesco a tenerla per me e m’impegno a divulgarla affinché i miei concittadini prendano coscienza del fatto che a Mestre non ci sono solo “rami secchi” che fanno rumore mentre cadono. Esiste anche una “foresta di bene” che continua a crescere in silenzio e con umiltà.

Rompo gli indugi e vengo all’ultima notizia che mi ha spinto a prendere in mano la penna. Il mio intento è far sapere a tutti che possiamo ancora contare su testimonianze splendide che ci aiutano a lodare il Signore e a credere in una società più solidale e fraterna. Di recente la dottoressa Giustina Saccardo Scaldaferro, mia coetanea, mi ha consegnato 12 mila euro a favore dell’Ipermercato solidale, per il quale la Fondazione Carpinetum a fine giugno ha posato la prima pietra agli Arzeroni e confida di arrivare all’inaugurazione il prossimo anno.

Permettetemi di compiere un balzo nel passato per collocare la generosa offerta appena ricevuta in una cornice che ne sottolinea il valore e l’importanza. Nella primavera del 1995, con una scelta decisamente azzardata, avevo appena firmato il contratto per la costruzione del Centro Don Vecchi 2. Mancava 1 miliardo e mezzo delle allora lire per coprire l’intera spesa e temevo davvero di aver fatto il passo più lungo della gamba, come si suol dire. In quel frangente, la signora Saccardo mi offrì 23 milioni di lire. In seguito, a me, che avevo soltanto collaborato con sua sorella Rosanna, ha consegnato altri 350 milioni di lire, ereditati dal defunto marito. Nell’arco di un paio d’anni, ha destinato alle mie opere un altro miliardo e mezzo di vecchie lire, soltanto per citare le somme più consistenti, alle quali negli ultimi vent’anni si sono aggiunte altre donazioni meno ingenti ma ugualmente significative.

Vi racconto queste cose per alimentare la fiamma della speranza in un mondo migliore. Certo, data l’entità, queste offerte non sono passate inosservate, tuttavia non sono gli unici segni di solidarietà che sono sotto i nostri occhi ogni giorno. Vorrei ricordare i volontari che tutte le mattine si alzano alle quattro per andare a prendere la frutta e la verdura al mercato di Padova e Treviso, chi per vent’anni ha organizzato il più grande magazzino del Triveneto di indumenti per i poveri, chi serve a tavola al Senior Restaurant, chi fa il giro dei supermercati dell’hinterland per raccogliere i generi alimentari in scadenza, chi gestisce i 500 alloggi dei Centri don Vecchi e, non ultime, le persone che assistono i nostri anziani. Alla signora Giustina Saccardo e alla schiera di “militi ignoti della carità”, di cui io e il buon Dio conosciamo il nome, ma soprattutto la generosità e lo spirito di sacrificio, presto la voce e la penna molto volentieri.

Voglio ringraziarli, a nome dell’intera città, perché fanno da contrappeso lle tante meschinità di cui ci informano i mass media.


Lo sviluppo di un seme

Monsignor Valentino Vecchi era molto amico dei fratelli imprenditori Coin e spesso approfittava della loro gentilezza e disponibilità. Ricordo che ogni anno il mio vecchio parroco, sul finire dell’estate, organizzava per noi, suoi collaboratori, un incontro di due, tre giorni per verificare e programmare le attività pastorali dell’anno nuovo. Eravamo ospiti del signor Aristide nella sua splendida villa di Asolo, dove ci attendevano un interessante dibattito su temi che riguardavano l’essere preti nel nostro tempo, la bellezza dei colli, la squisita ospitalità e i pranzi che la signora Coin ci preparava.

Una volta, Aristide, che gestiva insieme ai fratelli i grandi magazzini di tessuti, ci raccontò, con legittimo orgoglio, la storia della splendida impresa commerciale che suo padre aveva creato e ci disse che aveva iniziato in modo molto umile. Ogni giorno partiva da Mirano, dove abitava, mettendo su un carretto la mercanzia che poi andava a vendere nei paesi vicini, quando c’era il mercato. Dall’intelligenza e dallo spirito di sacrificio di questo modestissimo commerciante è nato il colosso dei magazzini di tessuti e indumenti targati Coin. Da quell’esperienza ho potuto imparare molto anche per i miei progetti da parroco.

Quando passo in via San Donà, davanti al palazzo settecentesco della canonica, lancio sempre un’occhiata al chiosco di legno, incastrato tra la canonica e la chiesa, che in tempi ormai lontani avevo “battezzato” La bottega solidale. La bottega, dal 1995, ha iniziato a distribuire generi alimentari ai poveri della parrocchia e della città. In questa esperienza mi ha accompagnato, aprendo l’attività, la signora Adriana Groppo che, pronta di parola ed esperta nel commercio, in pochi mesi lo ha fatto diventare il “negozio” più frequentato di Carpenedo. Infatti, davanti alla porta c’era sempre una fila molto lunga di “acquirenti”. Alla signora Adriana si è unito presto un buon numero di signore che servivano al banco, si occupavano della cernita delle derrate alimentari sotto una tenda in patronato, mentre alcuni signori si recavano dai generosi benefattori per ritirare il necessario.

Questa sarebbe una piccola “storia epica”, iniziata quando sono riuscito a recuperare il chiosco che monsignor Romeo Mutto, mio vecchio predecessore in parrocchia, aveva affittato per una “pipa di tabacco”. Gli affittuari, due coniugi che avevano aperto un chiosco di fiori, furono molto riluttanti a riconsegnarlo alla parrocchia perché pagavano un affitto pressoché simbolico. Mio fratello Luigi, falegname, fece un restauro radicale. Grazie all’aiuto di qualcuno, di cui non ricordo il nome, ottenni il condono edilizio e qualcun altro organizzò il trasporto della merce con un carrettino, dalla tenda della cernita al minuscolo negozio. Alla signora Adriana subentrò poi il signor Mario Scagnetti che ampliò l’attività benefica.

Un paio di anni fa, l’attuale parroco, don Gianni Antoniazzi, la fece confluire nel grande “polo solidale” che era nato nel frattempo e che operava in maniera più efficiente, organica e consistente presso il Centro don Vecchi di via dei Trecento campi. A dire la verità, vedere questa “bottega”, che ha chiuso i battenti, ormai da molto, suscita in me un pizzico di nostalgia, perché mi ricorda i “tempi eroici” del sogno, del progetto e della sua realizzazione. Nel contempo però mi rincuora e mi fa sperare che anche “l’ipermercato solidale” degli Arzeroni diventerà presto una realtà e che questa nuova “avventura della solidarietà” vedrà la luce quanto prima e potrà contare su una nutrita schiera di volontari preparati, capaci di far crescere il piccolo seme che noi pionieri abbiamo gettato con coraggio, fiducia e spirito di sacrificio.

Io ormai sono troppo vecchio e non potrò partecipare a questo grande progetto, che permetterà alla carità di Mestre di compiere un passo da gigante, tuttavia confesso che sarei tentato di chiedere al Signore ancora un po’ di tempo per vedere “le meraviglie” che faranno i miei successori. Comunque non cederò alla tentazione, perché sarà bello vedere il primo ipermercato nazionale anche da una delle tante e belle nuvole bianche del cielo di Dio!


Un altro chiarimento

Abito ormai da quasi quindici anni al Centro don Vecchi di Carpenedo. Pago il dovuto come tutti, senza privilegi di sorta, e confesso che, tutto sommato, mi trovo bene. Essendo inserito al “civico” 59 Don Vecchi 2 in via dei Trecento campi, ho modo di sentire le chiacchiere e le valutazioni di chi vi abita da più o meno tempo e di chi vorrebbe ottenere un alloggio. Sono convinto che la buona parte dei residenti si trova bene ed è profondamente riconoscente. C’è però qualcuno, anche se pochi, che, quando gli si chiede più o meno esplicitamente una qualche collaborazione, fa capire che essendo coperto con la “retta” può disporre della propria vita come crede! E’ poi comune tra i richiedenti alloggio la solita domanda: “Quanto si paga?” Sono convinto che, nonostante di questo problema se ne sia già parlato molte volte, permangono dei dubbi e degli equivoci su cui è veramente opportuno tornare ancora perché vi sia chiarezza al riguardo. La domanda è talora timida e titubante, talaltra un po’ sfacciata.

Voglio parlare apertamente perché spero che prima o poi si faccia davvero chiarezza. Eccovi la risposta precisa senza dar adito a qualsiasi equivoco: per avere un alloggio al Don Vecchi non si paga niente, perché gli alloggi sono offerti gratis. So che molti, senza dimestichezza con le nostre case e con qualche pregiudizio, possono rimanere stupiti o dubbiosi, però le cose stanno assolutamente così. E questo è possibile non perché riusciamo a far miracoli, ma perché, non dovendo pagare il denaro per le costruzioni, perché è tutto frutto di donazioni, e avendo una amministrazione leggerissima, fatta esclusivamente da volontari, ci è possibile fare queste offerte ai nostri concittadini o meglio ai nostri fratelli in maggior disagio economico.

Quindi sia chiaro che mai nessuno paga l’affitto in quanto gli alloggi sono offerti, per usare il linguaggio giuridico, “a titolo di comodato gratuito”. Gli inquilini del Don Vecchi devono invece pagarsi le utenze, ognuno in base a quanto consumano, e i costi del condominio che sono calcolati pressappoco in 7 euro al metro quadrato dell’alloggio, soldi che però non hanno nulla a che fare con la nostra amministrazione.

C’è invece una cosa bellissima e finalmente giusta e cristiana: chi ha un reddito più o meno superiore alla pensione sociale versa un contributo relativo all’entità del reddito per chi non potrebbe beneficiare degli alloggi senza questo aiuto. Riassumo: fino alla pensione minima si pagano solamente le utenze e i costi condominiali. Gli alloggi del Don Vecchi sono offerti gratuitamente agli anziani o ai concittadini in disagio economico. Agli altri fratelli che pur avendo una pensione più alta della minima, sono pure “poveri” per altri motivi, non è negato l’alloggio ma viene chiesto un contributo come doveroso gesto di solidarietà. Per questo motivo si domanda ai residenti, che hanno possibilità di collaborare, di prestarsi come volontari nello svolgimento dei servizi a favore della comunità.

Debbo infine precisare che la Fondazione Carpinetum fa l’impossibile per contenere i costi, però per non trovarsi in difficoltà amministrative esige in maniera assoluta che i residenti all’inizio del mese paghino il costo delle utenze dei consumi condominiali. Chi avesse difficoltà per saldare anche questi costi marginali, deve ricorrere ai parenti, alle parrocchie, al Comune o al proprio garante.

Abitare al Don Vecchi costa meno di qualsiasi altro alloggio e di questo, come promotori e responsabili, ne andiamo decisamente fieri!


Lo stile dei Don Vecchi

Io sono amante dell’arte e per molti anni ho condiviso con tanti artisti della nostra città le problematiche che li tormentano nella ricerca di poter esprimere al meglio il sogno di tradurre nelle forme e nel colore i loro progetti di bellezza e di armonia. Io non dipingo, ma sono invece angosciato dal sogno e dal desiderio di tradurre nella sensibilità del nostro tempo la proposta di Gesù Cristo, costituita dal comandamento della solidarietà umana, quel valore che fino a qualche decennio fa era denominato: la carità, parola forse un po’ caduta in disuso.

Esco subito allo scoperto affermando con estrema chiarezza che i Centri don Vecchi sono nati dal dovere, per noi cristiani, di tradurre in termini di attualità uno dei diversi modi di esprimere oggi l’amore verso il prossimo. Il messaggio della fraternità universale è estremamente più vasto e complesso. Però noi ci siamo riservati il compito di dar vita solamente ad una tessera minuscola di questo grande mosaico, cioè quella dell’aiuto serio, dignitoso e in linea con la sensibilità odierna, di offrire un domicilio agli anziani poveri in perdita di autosufficienza. Prima conclusione: i nostri centri nascono esclusivamente dal dovere di mettere in pratica il messaggio di Gesù offrendo ai nostri fratelli più fragili una soluzione coerente con l’annuncio evangelico.

Chi dirige e chi beneficia degli alloggi della Fondazione Carpinetum deve sapere che queste realtà nascono dal pensiero di Gesù e chi chiede di abitarvi, sia credente o meno, cristiano o di altra religione, deve adeguarsi allo stile e alla finalità di questa proposta cristiana. Nessuno sarà mai costretto a compiere atti religiosi particolari, ma ognuno deve assolutamente adeguarsi a questo modo di leggere e di vivere la propria vita. Tutto quello che si discostasse da questa scelta sappia che non solo non è gradito, ma anche che non è bene che tenti di inserirsi nelle nostre strutture perché verrebbe a trovarsi come un pesce fuor d’acqua!

La richiesta di un alloggio in uno dei nostri centri presuppone, richiede spirito di altruismo, di collaborazione, di rispetto della persona, di dignità, di correttezza di linguaggio e di comportamenti, di tolleranza e di ricerca del bene comune. Abitare al Don Vecchi non è come abitare in qualsiasi ostello, residenza collettiva o struttura ricettiva; suppone invece, già dalla richiesta, una scelta di carattere ideale che si rifà, tutto sommato, ai valori essenziali del messaggio cristiano.

Chi non accettasse o non condividesse questi presupposti sappia che non è opportuno che domandi un alloggio al Don Vecchi, perché questa richiesta non può ridursi ad una scelta di convenienza economica o di comodità, ma esige una convinzione di ordine ideale, in linea con chi ha dato vita a questa esperienza particolare, che ha sognato e sognerà sempre il tentativo di realizzare una piccola comunità che si rifaccia nella sostanza al pensiero cristiano. Capisco le difficoltà, ma questo è il nostro progetto; chi non lo condividesse, è bene che cerchi altrove la risposta a ciò di cui ha bisogno. Per parlarci chiaro e a scanso di equivoci: lui stesso rischierebbe seriamente di trovarsi a vivere da persona fuori contesto e per noi ci sarebbe un sicuro motivo di disagio, perché la sua presenza suonerebbe come una stonatura rispetto al perseguimento di queste nostre finalità. (12/continua)


Il settimo Centro

All’inizio del 2017 tutti i Centri vivevano una vita ormai serena e, più o meno bene, s’erano create delle équipes di responsabili per ogni struttura. Migliorare è sempre possibile e doveroso, ma il Consiglio della Fondazione Carpinetum poteva “dormire sonni” abbastanza tranquilli.

V’era tuttavia un problema estremamente impegnativo e urgente da risolvere. Infatti, fortunatamente, al Don Vecchi di Carpenedo in maniera sorprendente era cresciuto un complesso di associazioni di volontariato che, passo dopo passo, era diventato una splendida realtà e che io ho chiamato con enfasi “Il polo solidale del Don Vecchi”. Infatti si sono reclutati un paio di centinaia di volontari, s’è creata una struttura efficiente, s’è aperto un vasto numero di “fornitori” e uno ancora maggiore di “clienti”. Mi riferisco ai gruppi di volontariato che gestiscono la raccolta e la distribuzione di indumenti, mobili, arredi per la casa, ausili per i disabili, generi alimentari, frutta e verdura e ogni altro bene che può dare risposta alle attese dei poveri. In parole povere è sbocciata una bella primavera della carità nel Centro di Carpenedo.

Inizialmente gli spazi, seppur angusti, erano sufficienti. Ora però sono assolutamente inadeguati all’attività a cui devono servire. E’ nato così il sogno di una struttura ad hoc che possa rispondere a questo scopo. La Fondazione, amante come me delle parole e delle immagini in grande, ha cominciato a parlare di un Ipermercato della solidarietà. Per arrivare a realizzare questo sogno c’erano e ci sono tantissimi problemi, uno dei quali è il terreno per fabbricare una struttura del genere. Andate a monte alcune trattative, si è cominciato ad ipotizzare che tale struttura potesse realizzarsi in località Arzeroni presso i due Centri già esistenti. C’erano anche problemi per l’acquisto, per il cambio di uso dell’area e infine c’era il pericolo di andare alle calende greche.

Quindi il Consiglio della Fondazione decise di procedere prima con il settimo fabbricato, già che tutto era pronto. Questo Centro sarebbe stato praticamente il prolungamento del fabbricato numero 6 sempre in località Arzeroni e si prevedevano 56 appartamentini bilocali con terrazza e ripostiglio destinati ad anziani poveri e autonomi, più una dozzina di stanze singole “formula uno”. Questo Centro don Vecchi sette è stato inaugurato lo scorso 29 giugno.

Anche per questa struttura l’intervento della Provvidenza è stato pronto, generoso ed efficace. Due anziani coniugi di Mestre, Milena e Giulio Rocchini, hanno lasciato in eredità alla Fondazione il loro appartamento, un garage e contanti per un totale di quasi un milione e mezzo di euro. La signora Malvestio ci ha donato quasi mezzo milione di euro. A queste donazioni si aggiungono le “azioni” che i mestrini continuano a sottoscrivere, il contributo delle associazioni di volontariato, ancora qualche offerta, quale un lascito della signora De Rio, e il dono del parziale arredo da parte dell’Associazione “Vestire gli ignudi”.

Il progetto è sempre quello dell’architetto Giovanna Mar e delle sue giovani colleghe Francesca Cecchi e Anna Casaril, le quali hanno destinato quasi tutto lo spazio ad abitazione, mentre hanno ritenuto opportuno utilizzare gli spazi del sesto Centro, quanto mai abbondanti, per la socializzazione e la vita comunitaria. La città sappia che sono a disposizione questi altri 56 appartamenti per anziani, giovani coppie e una dozzina di stanze per soggiorni temporanei di persone di altre città che lavorano a Mestre o per chi abbia una necessità temporanea.

Anche questa avventura, per gloria di Dio, per la generosità dei mestrini e per la bravura del Consiglio della Fondazione Carpinetum, è giunta a lieto fine. (13/continua)


Il Centro numero 6

Una volta ottenuta l’area per il Don Vecchi cinque, in località Arzeroni – al tempo sconosciuta ai più – l’architetto Giovanna Mar, che era subentrata nello studio di suo padre, in collaborazione con le due giovani professioniste Francesca Cecchi ed Anna Casaril, presentò al Comune un piano volumetrico che prevedeva in quella localizzazione la costruzione di quattro centri della dimensione delle strutture precedenti, avendo constatato che il numero ottimale di alloggi era compreso tra i 50 e i 60.

Fatti i doverosi passaggi burocratici e amministrativi, la Fondazione Carpinetum ottenne la concessione edilizia per altre tre strutture di queste dimensioni. Quindi non appena abbiamo cominciato a raggranellare “qualche soldino” e soprattutto avendo ricevuto un contributo molto consistente da parte della dottoressa Giustina Saccardo Scaldaferro (persona che ci fu vicina e ci aiutò con somme veramente notevoli fin dall’inizio della nostra bella impresa ai primi degli anni Novanta) cominciammo a sognare un’altra struttura con finalità solidali, ma diverse da quelle precedenti per stare al passo con le esigenze dei nuovi tempi.

Mi pare sia giusto fare un cenno specifico su come andarono le cose riguardo il finanziamento: una sorella della signora, responsabile della biblioteca del Comune di Venezia, che aveva un animo estremamente aperto alle attese del prossimo in difficoltà, nel suo testamento lasciò il legato alla sorella di donare alle missioni, o ai poveri, il ricavato di un bacaro ch’ella possedeva a Venezia in zona San Marco. La dottoressa Saccardo una volta ancora ebbe fiducia in noi e ci donò il ricavato, una somma quanto mai consistente, dalla vendita di questo esercizio. A questa elargizione si aggiunsero un’eredità lasciataci da Vittorio Coin, un’altra offerta da parte del dottor Toni Rota e altri contributi più o meno consistenti.

Di mio, in questa impresa, ci misi, oltre al suggerimento sull’area comunale, quello di realizzare una struttura per padri e madri separati, problema che oggi rappresenta un’altra delle ultime “nuove povertà”. E poi alloggi per disabili che sognano una vita indipendente, altri per i famigliari dei degenti nei nostri ospedali e che arrivano da fuori città ed altri ancora per qualche famiglia particolarmente bisognosa. Il mio suggerimento fu condiviso dal Consiglio di amministrazione, cosicché a fine giugno del 2016 il nostro patriarca Francesco Moraglia inaugurò pure il Don Vecchi sei comprensivo di 56 alloggi.

Questa realizzazione presentò qualche difficoltà in più nella gestione perché non avevamo esperienze precedenti alle spalle. Comunque sia, a distanza di tre anni, possiamo affermare che il risultato è stato ancora una volta molto positivo. Il nuovo edificio, come del resto tutti gli altri, si presenta signorile, arredato con mobili, quadri e lampadari di estremo buon gusto ed offre ai visitatori una bella galleria di opere del pittore mestrino Toni Rota. Tanto che i residenti hanno la sensazione di dimorare in un albergo di qualità, piuttosto che in una struttura per cittadini in difficoltà. (11/continua)


Un invito particolare

Il Consiglio di amministrazione della Fondazione Carpinetum, tramite la direzione dei Centri don Vecchi della quale è titolare la dottoressa Cristina Mazzucco, s’è dato molto da fare per portare alla conoscenza dei cittadini l’inaugurazione del settimo Centro don Vecchi in programma sabato 29 giugno alle ore 11 in località Arzeroni dove già sorgono il Don Vecchi 5 e il 6. Questo nuovo centro metterà altri 56 alloggi e 12 stanze “formula uno” già da subito a disposizione di persone che si trovano in difficoltà abitative.

Con questa inaugurazione la Fondazione Carpinetum, che gestisce i sette Centri don Vecchi, mette a disposizione in totale 508 alloggi per anziani di modeste condizioni economiche e di altre categorie di persone che attualmente si trovano in notevole disagio abitativo: padri e madri separati e famiglie in gravi difficoltà per motivi diversi.

So che si sono spediti molti inviti a tutte le persone particolarmente coinvolte nelle diverse problematiche delle vecchie e nuove povertà e che sono impegnate nel settore della solidarietà. So che son stati informati i giornali della città e le televisioni locali con comunicati stampa, perché chi si trova in disagio abitativo sappia di questa opportunità e chi invece dispone di mezzi economici possa concorrere a questa splendida impresa di carattere solidale, quanto mai innovativa e rispondente alla sensibilità odierna.

Le strutture della Fondazione Carpinetum sono di certo più simili ai residence di pregio che alle case di riposo e sono supportate da una dottrina che esalta l’autonomia, la solidarietà e che tende con ogni mezzo a far sì che le persone rimangano autonome fino alla fine dei loro giorni, pur potendo esse contare su una “protezione” anche se leggera, ma sicura e affidabile, che le rende più serene.

Mi piace, inoltre, aggiungere che il costo di suddetti alloggi si rifà assolutamente a criteri di solidarietà, motivo per cui siamo sicuri che non c’è nella nostra Regione alcun ente in grado di offrire alloggi il cui “costo” sia inferiore a quello richiesto dalla Fondazione per i Centri don Vecchi.

Vengo alla conclusione di questo discorso, che è poi il motivo di fondo che mi ha spinto a scrivere queste righe. In questi ultimi trent’anni, che racchiudono la bella storia di questa splendida impresa di carattere solidale, sono stati innumerevoli i cittadini che mi hanno messo a disposizione i fondi che sono serviti per queste realizzazioni. Perciò desidererei quanto mai che fossero moltissimi i concittadini che partecipano a questa inaugurazione agli Arzeroni perché possano vedere con i propri occhi dove sono andate a finire le loro offerte più o meno consistenti e avessero pertanto la prova tangibile che la loro “carità” è stata amministrata in maniera seria, trasparente ed intelligente.

Questi cittadini possono dunque continuare a fidarsi di questo povero e vecchio prete e di tutti coloro che hanno fatto propri i suoi sogni e li stanno realizzando con tanto coraggio e grande generosità.


L’approdo agli Arzeroni

Per quanto riguarda il Don Vecchi successivo, il quinto per intenderci, direi che il mio impegno direttoriale si è fermato alla individuazione del nuovo sito. Con Lanfranco Vianello, che a quel tempo era consigliere della Fondazione Carpinetum, andammo all’Ufficio dell’Edilizia Privata per avere indicazioni circa una superficie di proprietà comunale perché il costo del terreno edificabile a Mestre era veramente proibitivo. Il funzionario ci indicò una superficie, in quel degli Arzeroni, nella quale, ci disse, c’era perfino un parcheggio pubblico attrezzato. A questo punto entrò in campo don Gianni Antoniazzi, il nuovo parroco di Carpenedo e nuovo presidente della Fondazione Carpinetum. La situazione catastale dell’area indicata era davvero imbrogliatissima. Don Gianni, con grande perizia, riuscì a trovare il bandolo della matassa per avere prima la disponibilità del terreno e, poi, l’autorizzazione a costruire, dato che pure quel terreno era ad uso agricolo.

A questo punto le decisioni, pur rendendomi informato e compartecipe, furono prese da don Gianni, dal geometra Andrea Groppo, assieme a tutto il Consiglio. Qualche curioso, che prendesse interesse a questa bella storia, potrebbe chiedere giustamente: “Come avete fatto a trovare i soldi?” In merito a questa domanda credo di dover rispondere che anche a questo proposito “ci mise un dito, ancora una volta, la Provvidenza”. Credo dunque che sia opportuno e giusto che ve ne informi sul come avvenne.

L’assessore Remo Sernagiotto, che a quel tempo era a capo delle Politiche sociali della Regione, un giorno venne a visitare il Don Vecchi due e ne rimase quanto mai ammirato ed entusiasta. Tanto da confidarci che stava perseguendo un progetto a favore degli anziani proprio al limite dell’autosufficienza e quindi bisognosi di avere qualche supporto più consistente di quello più modesto che noi invece avevamo deciso per i nostri residenti. In quell’occasione, con nostra sorpresa, ci propose di fare noi una sperimentazione del suo progetto. Noi acconsentimmo con entusiasmo ed egli, per realizzarlo, ci offrì un mutuo di due milioni e ottocentomila euro a tasso zero, estinguibile in 25 anni. Aggiunse una piccola diaria di 25 euro al giorno per ogni residente al fine di aumentare il servizio.

Allora don Gianni si rivolse, anche su mio suggerimento, allo studio quanto mai affermato dell’architetto Paolo Mar, il quale si avvalse di sua figlia Giovanna, pure lei architetto, con la collaborazione di due giovani professioniste, Francesca Cecchi ed Anna Casaril. Insieme stilarono un piano volumetrico per tutta l’area e un progetto particolare per la nuova struttura, una struttura particolare comprendente 65 alloggi, che prevedeva l’autonomia dei residenti con angolo cottura, bagno e veranda, ma pure con la possibilità di una assistenza infermieristica. La struttura si rifaceva, tutto sommato, al modello delle residenze sociosanitarie. Ne vennero fuori delle cellule abitative tutte monolocali di 28,50 metri quadri di superficie abitabile. In questa struttura sovrabbondano gli spazi comunitari.

L’inaugurazione ebbe luogo a metà maggio del 2014 alla presenza dell’attuale patriarca monsignor Francesco Moraglia. Il guaio di questa programmata sperimentazione fu che la Fondazione riempì la struttura di novantenni, evidentemente fragili e bisognosi di aiuto, mentre, nel frattempo, Sernagiotto aveva pensato bene di candidarsi al Parlamento Europeo. I suoi successori si lavarono le mani, così la Fondazione si trovò una casa riempita di anziani “traballanti” senza che potessimo disporre della diaria promessa per assumere il personale necessario per l’assistenza.

Fu giocoforza necessario convocare le famiglie, spiegare ciò che era accaduto e invitarle a farsi totalmente carico dell’assistenza. Pur con qualche mugugno dei parenti, si dovette arrivare a questa conclusione. (10/continua)


Il Centro di Campalto

Il parroco che venne dopo di me, dovendo affrontare per la prima volta la guida della parrocchia di Carpenedo, comunità abbastanza popolosa, ma soprattutto molto articolata e con una gestione molto impegnativa, pensò bene di chiedere alla Curia di sganciare la gestione di questi Centri dalla conduzione della vita specificatamente parrocchiale, cosicché si pensò di dar vita ad una Fondazione. Poi, per mantenere il controllo dei Centri, che i parrocchiani pretendevano che fossero saldamente legati a Carpenedo, si stabilì nello statuto che tre consiglieri fossero nominati dal parroco di Carpenedo e due dal Patriarca.

Io a quel tempo fungevo da direttore generale, ma in realtà “avevo carta bianca” nelle decisioni. Avendo inaugurato il Don Vecchi di Marghera e mantenendosi sempre alto il numero delle richieste di alloggio, sempre su suggerimento dell’architetto Giovanni Zanetti iniziai la trattativa con don Franco De Pieri per l’acquisto di un vecchio stabile di via Orlanda. Stabile che lui aveva adibito ad alloggio per i tossicodipendenti, ma che a quel tempo aveva abbandonato avendo ottenuto in concessione dal Comune l’ex Forte Rossariol in quel di Tessera.

Il vecchio edificio che don Franco era disposto a vendermi su un terreno di 10 mila metri quadrati era un vecchio manufatto, nato come locanda, poi trasformato in orfanotrofio e infine come prima comunità di recupero. La struttura era molto malandata, ma sempre a detta dell’architetto Zanetti, che in quella circostanza si adoperò pure in veste di mediatore, con un opportuno restauro si sarebbero potute ricavare una trentina di stanze.

Questi pareri non mi convincevano troppo, tanto che dopo l’acquisto decidemmo subito di abbattere il manufatto per costruire un edificio che si rifacesse ai nostri obiettivi specifici di alloggi per anziani. Il motivo che mi determinò all’acquisto fu anche un altro: avevo constatato che don Franco era un prete che osava sognare e non aveva paura di compromettersi per aiutare i nuovi poveri. La sua determinazione mi convinse. Don Franco si trovava, a quel tempo, in grave situazione finanziaria ed aveva assoluto bisogno di denaro fresco. Ci accordammo per 750 mila euro, somma forse superiore al valore reale. In quella occasione tentai la messa sul “mercato” di “azioni”, ben s’intende “ideali”, che la stampa cittadina denominò “Bond Paradiso” perché io, avvalendomi del discorso di Gesù che garantisce il centuplo e la vita eterna per chi è generoso, a chi li acquistava promettevo sempre con grande liberalità “la felicità eterna”. Funzionò! Correva il 2011.

Mi imbarcai dunque in questa nuova avventura, sia per rispondere alle molteplici richieste di alloggio, perché la città cominciava a prendere coscienza che i Don Vecchi rappresentavano una risposta ottimale e coerente alla sensibilità del nostro tempo, ma anche perché condividevo appieno il progetto di don Franco nei riguardi del recupero dei tossicodipendenti.

Neanche in questa occasione mancarono le difficoltà: ostilità dei vicini, traffico caotico di via Orlanda, necessità assoluta di mettere in sicurezza l’ingresso, nuove norme per l’edilizia e altro ancora. E il finanziamento? L’edificio fu pagato in parte con denaro che avevo lasciato in parrocchia, una parte notevole con l’aiuto delle associazioni di volontariato legate al Don Vecchi quali “Carpenedo solidale” e soprattutto “Vestire gli ignudi”, e un’altra parte ancora coi soldi ricevuti dalla dottoressa Beltrame, dell’eredità di Mario Tonello, di Enrico Rossi e di Lucilla Patron, nonché di altri benefattori insigni.

Questo quarto Centro fu inaugurato, come dicevo, nel 2011 dal Delegato per la Terraferma monsignor Fausto Bonini, perché la sede patriarcale era vacante. (9/continua)