La mia “parrocchia”

Dimoro al Centro don Vecchi da ormai tredici anni, ossia dal giorno in cui sono andato in pensione, dopo aver esercitato per trentacinque anni il servizio di parroco a Carpenedo.

Data la mia veneranda età, prossima ai novant’anni, sono un inquilino come tutti gli altri: vivo in un quartierino di quarantanove metri quadrati e pago la pigione come ogni altro residente. Non svolgo più alcuna mansione all’interno della Fondazione, se non quella di curare l’aspetto religioso dell’aggregato delle “sei parrocchiette”, dei sei centri Don Vecchi, per un totale di poco più di cinquecento anime, come si dice in gergo ecclesiastico.

Svolgo la mia attività pastorale anche nella chiesa del cimitero che, per amore verso chi la frequenta, chiamo “la cattedrale tra i cipressi”, dove trovo più consolazioni e conforto di quante ne abbiano i preti che reggono maestose cattedrali gotiche o romaniche. I miei “fedeli” sono veramente cari, perché ogni domenica gremiscono la chiesa e creano un clima di calda fraternità e di amicizia che mi conforta e scalda il mio cuore di vecchio prete, fortunatamente ancora appassionato di anime.

Ma torniamo ai Don Vecchi. Da sognatore quale sono sempre stato, pensavo che una così bella struttura, creata dalla mia vecchia comunità cristiana per dare un segno concreto di attenzione verso il prossimo, sarebbe diventata una specie di “convento” dove dedicarsi alla preghiera, all’amore fraterno e all’attesa del vicino incontro con il Signore, però le mie aspettative sono state deluse. Nella mia attuale piccola “parrocchia”, infatti, ci sono anime pie, devote e zelanti, ma non mancano gli indifferenti, i non praticanti e forse c’è anche qualche non credente.

Che cosa faccio per portare in paradiso questo piccolo gregge? Tento di esercitare al meglio la carità aiutando in qualsiasi modo chiunque si trovi in difficoltà per ragioni economiche o di salute e non goda dell’attenzione dei figli, convinti di aver sufficientemente provveduto, perché hanno trovato loro una collocazione in quella che ritengono sia una “casa di riposo”. In realtà, è in assoluto la struttura più signorile e confortevole e costa meno di due terzi rispetto ad altre sistemazioni.

Ogni sabato celebro la Messa e predico la confortante parola del Signore, con tutta la fede e l’entusiasmo di cui sono capace, anche se purtroppo non vedo i risultati nei quali continuo a sperare. Nonostante le mie “predichette” e i miei costanti inviti, soltanto la metà dei residenti del Don Vecchi è presente alla celebrazione ogni settimana. La scarsa assiduità di questi anziani che, come me, sono a un passo dall’incontro finale con il buon Dio, è una spina che mi addolora e mi preoccupa perché so che il Signore mi domanderà “dove sono gli altri tuoi fratelli?”.

Da un paio di settimane ho ripreso la visita pastorale ai residenti, quella pratica che un tempo si chiamava “benedizione delle case” e che ho esercitato ogni anno per le duemilaquattrocento famiglie della parrocchia di Carpenedo.

Il risultato, da un punto di vista umano, è splendido, gratificante, oserei dire esaltante, perché credo che ben pochi preti ricevano le manifestazioni d’affetto e di riconoscenza che accompagnano le mie visite in questi giorni. Mi viene da pensare che la stragrande maggioranza dei residenti mi voglia davvero bene, visto che spesso la riconoscenza si manifesta con un abbraccio caldo e fraterno che mi riempie il cuore di gioia. Ho, però, un cruccio, perché, io che vorrei tutto, mi dico che va bene, ma so che potrebbe andare meglio.


Quanto costa vivere ai Centri Don Vecchi

Sono convinto che a Mestre non ci sia più alcun cittadino che non abbia sentito parlare, fortunatamente bene, dei Centri Don Vecchi, tuttavia sono ancora troppo pochi coloro che ne hanno visitato almeno uno. Solo chi visita e si informa, anche sommariamente, di come si vive in uno dei Don Vecchi può accertare quanto sia innovativa, umana e conveniente la vita in queste strutture.

Nel passato ho pubblicato un opuscolo con alcuni esempi concreti circa i costi e i vantaggi. Qualche giorno fa, essendomi capitato di conoscere quanto paga un nuovo residente al centro di Carpenedo, m’è parso doveroso far conoscere ai concittadini di come stanno le cose.

Questo signore occupa da solo un alloggio monolocale, di circa 25 metri quadrati che è composto di: angolo cottura, soggiorno, zona notte e bagno. Ebbene il suo “affitto” che comprende costi condominiali, acqua fredda e calda, luce, gas, canone telefonico, canone tv, riscaldamento e tassa rifiuti, tutto compreso è di 161 euro al mese. Con altri 150 euro pranza pure a mezzogiorno: pane, acqua, primo piatto, secondo con contorno, purè, insalata, dessert. Il tutto in un ambiente signorile con spazi enormi interni ed esterni per la vita comune.

Dico tutto questo per far conoscere ai concittadini che i “miracoli” avvengono soprattutto dove si amministra in maniera oculata e saggia.


Rubelli per il Don Vecchi 7

Con questa iniziativa speriamo di ricavare almeno qualche decina di migliaia di euro da destinare al finanziamento del Centro don Vecchi 7 a favore degli anziani di modeste condizioni economiche della nostra città.

Come tutti sanno la Fondazione Carpinetum di solidarietà cristiana, da me fondata, è attualmente gestita dal Consiglio di amministrazione il cui presidente è don Gianni Antoniazzi, parroco di Carpenedo. A tutt’oggi la Fondazione amministra 438 alloggi con 500 residenti. Tali centri sono situati a Carpenedo, Marghera, Campalto e Mestre nella località Arzeroni.

Giacendo presso la segreteria un numero molto elevato di domande inevase, la Fondazione ha deciso di fabbricare, sempre agli Arzeroni, una nuova struttura di 57 alloggi bilocali (cucina e soggiorno – camera da letto – ripostiglio – bagno e terrazzo), alloggi offerti parzialmente arredati con angolo cottura e un grande armadio guardaroba. Attualmente il fabbricato ha già raggiunto il terzo piano e si pensa che questo nuovo centro potrà essere inaugurato verso la tarda primavera del prossimo anno.

Gli anziani che aspirano ad avere un alloggio possono quindi già ritirare il modulo della domanda presso la segreteria della direzione in via dei Trecento campi n. 6 (centralino tel. 041/5353000). Questo settimo centro metterà a disposizione pure una ventina di stanze per persone di altri paesi, ma che lavorano o studiano a Mestre e Venezia.

Il costo previsto di questa nuova struttura è di 3.900.000 euro, parte dei quali sono già disponibili avendo ricevuto la Fondazione alcune eredità di una certa consistenza: proventi da coniugi Milena e Giulio Rocchini, Vittorio Coin, sig. Da Rol, sigg.ri Furlan e sig. Filisdei e dalle sottoscrizioni di azioni di 50 euro delle quali informiamo ogni settimana sull’Incontro e nel sito della Fondazione Carpinetum. Nonostante tutti questi contributi la Fondazione è ancora ben lontana dall’aver raccolto tutta la somma necessaria.

A questo proposito è giunta in questi ultimi giorni, quanto mai gradita, l’offerta della ditta veneziana Rubelli che è, a livello mondiale, una delle più conosciute e prestigiose aziende che produce tessuti di altissima qualità. I titolari di questa ditta sono persone particolarmente amiche di monsignor Valentino Vecchi, sacerdote che consideravano come loro consigliere spirituale: quando sono venuti a conoscenza di questa impresa che sarà pure dedicata alla memoria di monsignor Vecchi, il quale è stato uno dei protagonisti della crescita civile di Mestre del dopo guerra, hanno deciso di mettere a disposizione della Fondazione due furgoni dei loro prestigiosi prodotti tessili per onorare la memoria del loro indimenticabile amico e per concorrere all’opera benefica dei Centri don Vecchi.

Pertanto, per il primo di ottobre sarà allestito nella sala Carpineta al piano terra del Centro don Vecchi di Carpenedo, con ingresso sempre da via dei Trecento campi, uno stand dedicato ai tessuti Rubelli. Questi tessuti saranno messi in offerta dalle ore 15 alle ore 18 tutti i giorni per i cittadini interessati, ma contemporaneamente desiderosi di collaborare alla realizzazione della nuova struttura a favore degli anziani poveri. Un signore, venuto a conoscenza dell’iniziativa, s’è offerto a comprare l’intero stock, ma la Fondazione ha preferito mettere tale merce a disposizione di tutti stabilendo un’offerta minima che ognuno potrà aumentare dato il valore aggiunto di questo materiale così pregiato. L’inaugurazione di questa bella iniziativa benefica avrà luogo alle ore 16 di lunedì 1 ottobre alla presenza dell’avvocato Alessandro Favaretto Rubelli e del presidente della Fondazione Carpinetum don Gianni Antoniazzi.


Operai specializzati

Ai Centri don Vecchi tra i tanti tanti problemi da risolvere c’è pure quello di tagliare l’erba durante i mesi estivi. Essendo fortunatamente abbastanza rilevante la superficie verde di ognuno degli attuali sei centri, per rendere più piacevole e riposante l’ambiente dove vivono i nostri anziani, risulta difficile fare in modo che i prati siano sempre rasati a dovere.

In passato ci siamo rivolti alle cooperative sociali, che di solito si dedicano a questi lavori, però ci siamo accorti che i costi erano abbastanza rilevanti e i risultati non molto soddisfacenti perché riducendo i tagli dell’erba a motivo del costo, l’aspetto del prato è spesso sgraziato e imbruttito da certe erbacce che crescono più velocemente dell’erba da prato e disturbano la regolarità del tappeto verde.

Al Centro don Vecchi di Marghera è stato assunto da un paio d’anni un “operaio” veramente meraviglioso: non fuma, è sempre silenzioso, lavora in maniera assidua, si accontenta di una paga pressoché insignificante e alla sera si ritira nel suo cantuccio per riposarsi e per ricaricarsi per il giorno dopo. Il robottino lavora ed è bravo più di qualsiasi giardiniere esperto tanto che il prato ha l’aspetto di un tappeto di velluto verde, sempre ordinato e curato con infinita attenzione.

In questo ultimo periodo abbiamo avuto una bella opportunità cosicché è stato deciso di ripetere l’esperienza anche per i prati dei Centri don Vecchi 5 e 6 degli Arzeroni, che svolgono un ruolo determinante per incorniciare le due strutture in un’atmosfera particolarmente silenziosa e rilassante. Ci è sembrato doveroso fare questa scelta a favore di quel centinaio di residenti che anche quest’anno non possono permettersi le vacanze estive tra i boschi e prati delle nostre montagne.

“L’ingaggio” di questi due “nuovi operai” è stato piuttosto oneroso, comunque di un costo assolutamente inferiore a quello dei calciatori: si accontentano di uno stipendio mensile irrilevante e siamo certi che vestiranno nella maniera più armoniosa l’erba del prato e incorniceranno in maniera quanto mai graziosa le piante che vi dimorano. Gli uccelli multicolori della voliera, ma soprattutto gli occhi stanchi dei nostri vecchi, potranno godere dei benefici del loro servizio senza spostarsi da casa.

“Dulcis in fundo” un benefattore si è fatto carico dell’ingaggio e dello stipendio dei due nuovi robottini. Cosa possono desiderare di più e di meglio gli anziani della nostra città? Il nostro dono vuole essere ancora una volta un piccolo segno di affetto e di riconoscenza che Mestre prova per loro.


Centro don Vecchi 7

“L’ultimo dei sette fratelli” consterà di 57 alloggi per anziani e persone che si trovano in reali difficoltà di ordine economico. Ci saranno anche 12 stanze per persone che, pur abitando fuori Mestre, lavorano nella nostra città: avranno una camera arredata, con bagno personale e con la possibilità di cucinare, pranzare, lavare gli indumenti in locali predisposti a questo scopo e passare il tempo libero in ambienti signorili all’interno della struttura. Gli appartamenti, invece, saranno tutti bilocali: camera, soggiorno, bagno, ripostiglio e terrazzino. Tutti gli alloggi verranno consegnati forniti di angolo cottura ultramoderno, un grande armadio guardaroba e il frigorifero congelatore; per il resto dell’arredo ognuno potrà portarsi i propri mobili. La nuova struttura avrà uno stile sobrio, ma quanto mai decoroso e signorile perché tutti i nostri centri si qualificano anche per l’arredo, la pulizia e il buon gusto.

Il contratto prevede la consegna del manufatto entro maggio o giugno del prossimo anno. Il costo dell’opera finora s’aggira attorno ai quattro milioni di euro. Ben s’intende che si è partiti disponendo della metà della spesa, come abbiamo sempre fatto anche per le altre strutture. Ora però si pone il problema di recuperare l’altra metà del costo. In passato ho venduto le stelle del soffitto della chiesa di Carpenedo, un’altra volta il lastricato del sentiero che attornia l’edificio con mattoncini su cui è stato inciso il nome delle persone care da voler ricordare. Ora penso di mettere sul mercato, come ho già fatto per il Don Vecchi 5 e per il 6 delle azioni dal costo di 50 euro o euro 25. Come si può aver riscontro sulla rubrica settimanale dell’Incontro e sul sito della Fondazione Carpinetum, gli investimenti sono quanto mai numerosi anche se non troppo consistenti. Contiamo, però, come è avvenuto in passato, ci sia qualche benefattore particolare ad offrire un contributo più consistente e risolutivo.

Sarà mia premura coinvolgere la città in questa nobile impresa perché il Centro don Vecchi 7 sia, come per tutti gli altri, il risultato dell’impegno di tutti i nostri concittadini. Mestre ha oggi un ospedale nobile e degno, fra qualche mese pure un museo d’avanguardia ma il fiore all’occhiello, nel settore della solidarietà, rimangono i Centri don Vecchi della Fondazione Carpinetum e siamo decisamente impegnati a mantenere questo primato.


Un sogno da avverare

Qualche giorno fa, sfogliando un vecchio libro, ho trovato tra le pagine una piccola cartolina della Madonna di Luini. La Vergine è presentata raccolta, pudica e bella. Era l’immagine della mia consacrazione sacerdotale. Sul retro una frase di San Paolo, il mio nome e la data: 27 giugno 1964. Me ne ero dimenticato persino io e tanto più il caro mondo che mi è vicino. Solamente Cecilia, la piccola scout dei miei primi anni di sacerdozio, che aveva trovato pure lei l’immaginetta in un libro della nostra biblioteca, mi ha fatto gli auguri.

Mi capita spesso, ma mi pare naturale, di lasciarmi prendere dai ricordi della mia lunga vita di prete e di riprovare le emozioni di tempi tanto lontani, vissuti con tanta intensità, e di analizzare vecchie storie che si sono concluse con alterne vicende. Alcuni giorni fa l’Università popolare mi ha chiesto un articolo sul mio rapporto con i poveri a Mestre e perciò sono stato costretto a ripercorrere certe imprese: alcune delle quali mi sono riuscite, mentre altre restano un sogno bello tra le nuvole di un cielo che fa sognare!

Tra queste ultime rientra il progetto di mettere in rete tutte le attività benefiche della nostra città. Non lo vedrò certo realizzato nel suo insieme, ma mi è rimasta qualche speranza di vederne realizzata almeno una parte, se il Signore mi concederà ancora qualche anno di vita.

L’architetto Giovanni Zanetti, il professionista che ha progettato e realizzato il Don Vecchi tre e il Don Vecchi quattro, un giorno di una decina di anni fa, mi prospettò che avrebbe avuto la possibilità di ottenere gratis una superficie di circa 20.000 metri quadrati a Favaro Veneto per l’iniziativa della quale mi aveva sentito parlare. La proposta, un po’ interessata, dei padroni del terreno era legata al fatto che il Comune concedesse loro di realizzare un albergo su un terreno contiguo. La mia testa cominciò a ipotizzare la cittadella della solidarietà, ossia un centro in cui i poveri potessero trovare le risposte per ognuna delle loro attese, dando vita al coordinamento cittadino della solidarietà. Ebbi perfino l’avallo e l’appoggio del cardinale patriarca Angelo Scola, ma non se ne fece niente un po’ perché tramontò presto la possibilità del dono e un po’ perché ebbi tutti contro, a cominciare dalla Caritas.

Svanita questa ipotesi, trasferii idealmente il progetto, ridotto a una sede per i magazzini della carità, nel grande campo incolto della società dei 300 campi, contiguo al centro Don Vecchi di Carpenedo. Già molti anni prima, un consiglio di amministrazione aperto e illuminato di questa società mi aveva offerto l’area dove ora sorge il Don Vecchi uno. Mi parve bellissimo che la parrocchia del posto, questa antica Società benefica e il nuovo centro si accordassero per dar vita assieme a una grande iniziativa, forse la prima in Italia. Purtroppo “il diavolo ci mise la coda”, perché il vecchio parroco di allora, un gruppetto di parrocchiani preoccupati di avere nel quartiere la “poveraglia” e un consigliere della stessa società boicottarono ferocemente l’iniziativa. Così anch’essa è caduta presto rovinosamente.

Pensavo che questa vicenda fosse finita, senonché la costruzione del Don Vecchi 5, 6 e ora del 7 ci ha messo sulla strada di acquistare un terreno di circa 30.000 metri quadri attiguo a questi centri ora serviti dalla nuova strada e dagli autobus cittadini. È già stato firmato un preliminare d’acquisto e mi auguro che presto firmeremo anche il rogito e che, tra un anno, si possa pensare alla nuova sistemazione dei magazzini della carità. Non mancano difficoltà di ogni genere ma sappiamo che chi la dura la vince!

Scrivo queste vicende per la storia, perché ritengo giusto ricordare che i percorsi dei progetti di solidarietà sono particolarmente duri e difficili, ma talvolta si avverano. Spero di offrire qualche elemento in più a chi scriverà la storia di Mestre solidale.


Lo spaccio solidale

Monsignor Valentino Vecchi, con quella sua vena di paternalismo che usava spesso nei riguardi di noi suoi giovani preti, ci ripeteva abbastanza di frequente che la vera ricchezza di un paese sono i “capitani d’industria” e con questo discorso voleva indicare il ruolo determinante per il successo di un qualsiasi gruppo sociale. Servono le virtù che hanno le persone che possiedono attitudini naturali al comando, come: l’impegno, la costanza, la generosità e lo spirito di sacrificio, con i quali queste persone si dedicano a qualsiasi impresa umana.

Io sono perfettamente d’accordo, ma il guaio è che di queste persone non se ne trovano moltissime e quando si scoprono, la maggioranza delle volte esse sono impegnate per i fatti loro anche dopo la pensione. Bisogna dire però che ogni tanto capita la fortuna o meglio la grazia di incontrarne qualcuno e di ottenere la disponibilità di occuparsi delle nostre imprese solidali. Io vi confesso che sono costantemente a caccia di queste persone perché di frequente abbiamo dei “rami di impresa” molto promettenti, ma che hanno bisogno estremo di un “capo” che sappia organizzare, gratificare i volontari, mettere pace, fiutare il mercato ed essere quanto mai intraprendente nello sviluppare “l’azienda”.

Vengo a un esempio: un paio d’anni fa s’è aperta la possibilità di ottenere dai supermercati i generi alimentari in scadenza. La legge poi sta spingendo perché tutto questo ben di Dio non venga buttato, ma sia recuperato a favore dei concittadini in difficoltà di ordine economico. La cosa però non è proprio facile perché alle aziende è più comodo e meno costoso buttare le merci piuttosto che fare bolle di consegna ed altro ancora, e da parte nostra occorrono furgoni, autisti disponibili nei giorni e nelle ore fissate dai supermercati, luoghi per lo stoccaggio, celle frigorifere, personale per la distribuzione, mezzi economici per la benzina, riparazioni automezzi, guanti, sacchetti, luce ecc….

Un po’ alla volta, comunque, presso il Centro don Vecchi ha preso consistenza questa attività di raccolta e distribuzione di generi alimentari, attività che abbiamo denominato “spaccio solidale”. Ormai ci elargiscono ogni giorno i loro prodotti i sette supermercati Cadoro, quattro della catena Alì, la catena Despar di via Paccagnella, i mercati generali di frutta e verdura di Padova, Treviso e Santa Maria di sala. Abbiamo reclutato un gruppo qualificato di signore e di uomini per la selezione e distribuzione. Questi generi alimentari sono distribuiti gratuitamente, si chiede solamente un piccolo contributo per le spese di gestione.

Purtroppo i locali sono inadeguati e sempre più insufficienti. La vera fortuna poi è quella di aver assoldato a titolo gratuito il “manager” ossia “il capitano di industria” di cui ci parlava don Vecchi il quale pian piano è diventato la mente e il cuore di questa attività quanto mai promettente: il signor Alfio, ha abbandonato tutti i precedenti impegni e da più di un anno si dedica anima e corpo a questa bella impresa sociale, facendo ben sperare per il futuro. Abbiamo ancora tanti problemi soprattutto per distribuire le eccedenze, ma di questi problemi vi parlerò in un prossimo articolo.


Insieme per fare comunità

Credo sia ormai passata nell’opinione pubblica l’idea che nei Centri don Vecchi si paga poco e si sta bene. Questa convinzione, vera e facilmente verificabile, mi fa felice. Non mi pare però che sia altrettanto chiaro a chi sono destinati i centri e quali doveri comporti chiedere ed ottenere un alloggio.

Ho letto da qualche parte che, dopo Mazzini, in Italia nessuno ha più parlato dei doveri del cittadino. Politici, sindacalisti e imprenditori, per ottenere consenso, hanno parlato solamente e fin troppo dei diritti che i cittadini devono chiedere e pretendere. Vengo al Don Vecchi per chiarire ancora una volta a chi sono destinate queste strutture, riassumendo per sommi capi la destinazione.

I centri sono stati ideati e destinati ad anziani di modeste condizioni economiche, autosufficienti e che desiderano vivere una vita autonoma. Suddetti centri sono stati costruiti specificatamente tenendo conto di queste condizioni. Le case di riposo sono totalmente diverse dai centri Don Vecchi.

Cosa si intende per anziani poveri? È presto detto, perché il termine “povero” sottintende molte cose: povero per motivi economici, ma anche povero per solitudine. Siccome i centri sono stati fondati e vivono sul valore della solidarietà, a chi si trova in condizioni economiche abbastanza consistenti viene chiesto, per entrare, di versare un contributo anche per chi è in condizioni economiche meno floride.

Nei Centri Don Vecchi non si chiede un affitto, ma solo un rimborso spese che si cerca in ogni modo di contenere. Chi fa richiesta di entrare in questa struttura si impegna a versare, sempre e a tempo debito, quanto gli viene richiesto. I centri possono contare solamente su questi piccoli rimborsi per vivere e perciò non possono fare deroghe o riduzioni a chicchessia, anche perché non ricevendo contributi da alcuno sono altresì impegnati a dare risposte anche ad altri anziani che finora non godono dei benefici di chi vi risiede già.

Per ridurre i costi di gestione, e quindi i rimborsi dei residenti, l’amministrazione è il più leggera possibile; si combattono gli sprechi e si tenta di avvalersi del volontariato. Ad esempio, se si fosse costretti ad assumere dipendenti per la vigilanza, per il giardinaggio, per servire a tavola e al punto di ristoro, per chiudere le porte, per distribuire la posta, per rispondere al telefono e per gestire la segreteria del centro, i costi si gonfierebbero e aumenterebbero anche i rimborsi. Di conseguenza, non potrebbero essere accolti gli anziani meno abbienti e verrebbe meno la scelta di fondo di aiutare i più poveri.

Si è ripetuto all’infinito che la Fondazione Carpinetum non vuole in maniera più assoluta ridursi a un’agenzia immobiliare che affitta a chiunque alloggi a poco prezzo perché sogna e sognerà sempre di costruire una comunità di cittadini, di amici che si aiutano a vivere una vita dignitosa, collaborativa e serena. Perciò chi non fosse disponibile alla collaborazione secondo le sue possibilità, chi non volesse stabilire rapporti caldi, cordiali e solidali con gli altri residenti ma pretendesse di pensare ai fatti suoi, di estraniarsi dalla vita della comunità e di impegnarsi in altre mille attività seppur buone, ma fuori dalle necessità della comunità, deve sapere che questa struttura non è stata creata per lui e deve quindi rivolgersi altrove per trovare risposte alle sue aspettative di vita.

Queste parole possono suonare sgradite a qualcuno ma ognuno è informato chiaramente sull’impianto dell’opera e le condizioni sono liberamente sottoscritte. Comunque chi non le condividesse non deve sentirsi vincolato a rimanere al Don Vecchi, anzi ci farebbe felici se cercasse una dimora diversa e più consona alle sue attese.


Benefattori di grande cuore

È diventato ormai un detto popolare, specie nel mondo dei credenti, l’affermazione di uno dei protagonisti del celeberrimo romanzo di Alessandro Manzoni: “La c’è la Provvidenza!” Renzo Tramaglino tra tante disavventure tocca con mano che il buon Dio “scrive dritto anche sulle righe storte”, come afferma un proverbio spagnolo.

Chi ha trascorso una lunga vita nel mondo della solidarietà, come è accaduto a me, ha avuto modo di sperimentare la validità di questa frase che Manzoni mette in bocca al povero Renzo, il quale per molto tempo fu immerso in un mondo di disgrazie e di disavventure. Posso affermare senza timore di smentita che più di una volta, trovandomi in situazioni pressoché disperate, si è aperta improvvisamente e inaspettatamente una porta che ha risolto problemi economici che sembravano irresolubili.

Mi permetto di raccontare ai lettori l’ultima volta, che risale a questi giorni, in cui mi è capitato di esclamare con riconoscenza: “La c’è la Provvidenza!” Ho già scritto qualche giorno fa che all’inizio di luglio l’impresa Dema di Jesolo ha aperto il cantiere edile in quel degli Arzeroni per costruire il Don Vecchi 7: 57 appartamenti bilocali e 20 stanze da offrire a persone che, pur abitando lontano da Mestre, lavorano nella nostra città. Scrissi già che Mestre sembra avere un occhio di riguardo per i Centri don Vecchi, perché si può toccare con mano come attualmente mezzo migliaio di anziani, in condizioni economiche disagiate, possano trascorrere gli ultimi anni in ambienti signorili, con la possibilità di essere protagonisti delle loro scelte, senza dover dipendere dal Comune o dai figli, che spesso sono gravati anche loro da preoccupazioni di carattere finanziario.

Ebbene, l’altro giorno lo scavatore aveva appena cominciato a preparare le buche per le fondamenta, quando due bellissime notizie hanno rinfrancato e dato coraggio ai membri del consiglio di amministrazione della Fondazione Carpinetum, che si sono fatti carico di questa impresa solidale!

La prima è il dono dell’arredo per i 57 appartamenti. L’associazione di volontariato Vestire gli ignudi, che ha come presidente suor Teresa Del Buffa, vice presidente e direttore generale Danilo Bagaggia e consiglieri Ugo Bembo, Barbara Navarra e io stesso, ha racimolato tutti i risparmi degli anni scorsi e quelli dell’anno corrente per donare l’angolo cottura, un grande armadio guardaroba e il frigorifero a ognuno dei 57 alloggi, con una spesa complessiva di quasi centomila euro. Scrivo questo a onore e riconoscenza nei riguardi di questo saggio e intraprendente consiglio di amministrazione, che già veste i poveri di tutta Mestre e nel contempo riesce a raggranellare qualcosa di consistente per offrire alloggio ai concittadini più sfortunati. Dopo questa elargizione spero che molti mestrini si offrano come volontari per impegnarsi in questo servizio tanto benemerito, che è diventato ormai un protagonista della Mestre solidale.

La seconda notizia è ancora più bella: un gruppo consistente di amici mi ha messo a disposizione quattrocentomila euro per il progetto del Don Vecchi 7. Questa somma è il risultato di quella sottoscrizione di “azioni” di cui il nostro periodico informa ogni settimana. Malgrado queste splendide e meravigliose notizie, è mio dovere informare che siamo ancora ben lontani dalla totale copertura dei costi necessari per realizzare la nuova struttura. Questi benefattori spero siano gli apripista dei concittadini che ci auguriamo, vogliano partecipare al progetto, secondo le proprie risorse.


Quadri per il nuovo Centro don Vecchi

Abbiamo ripetuto più volte che i Centri don Vecchi offrono a Mestre la più grande pinacoteca esistente in città. Basti pensare che in quelli già esistenti ci sono ben tre gallerie permanenti: quella di Vittorio Felisati con 90 quadri, quella di Umberto Ilfiore con 80 e quella di Toni Rota con una trentina. Ora si pensa di allestirne un’altra con un centinaio di quadri della pittrice Rita Bellini. Si suppone che sulle pareti dei corridoi e delle sale dei nostri centri, vi siano appesi più di tremila opere pittoriche. è vero che s’è appena cominciato a scavare le fondamenta del Don Vecchi 7, ma ci pare opportuno rivolgere un appello ai concittadini che possiedono quadri, anche di grandi dimensioni e non sanno dove collocarli di ricordarsi di noi, donandoli alla Fondazione Carpinetum. Informazioni allo 041/5353000 o allo 041/5353204.


Grazie all’azienda Rubelli

Qualche giorno fa il giornalista del Gazzettino Fulvio Fenzo mi ha intervistato sul Centro don Vecchi 7 al quale l’impresa Dema di Jesolo sta lavorando. Sono previsti 57 appartamenti con cucina ed ingresso, camera da letto da una o due persone, bagno, terrazzino e ripostiglio.

Alla domanda su come la nostra Fondazione Carpinetum riesca a reperire le somme ingenti che servono per queste costruzioni, risposi che una parte era stata accantonata e una parte la stiamo reperendo facendo conto come è sempre avvenuto nel passato, che la Provvidenza ci mandi qualche benefattore insigne (in quest’ultimo periodo è già stato raccolto mezzo milione di euro). E’ sempre avvenuto cosi, perché non dovrebbe capitare anche stavolta?

A questo proposito sento il dovere di informare la città di una prima avvisaglia di uno di questi interventi “sollecitati” dalla Provvidenza. Venuti a sapere dell’inizio del Don Vecchi 7, due signori cari e vecchi amici di monsignor Valentino Vecchi, i coniugi Rubelli, ci hanno già fatto un dono. Forse non tutti sanno che la ditta Rubelli produce e distribuisce a livello internazionale i più preziosi e ricercati tessuti: arazzi, sete, soprarizzi, velluti pregiati ed altro ancora. Proprio un paio di mesi fa la stampa cittadina ha informato che questa ditta ha restaurato un antico palazzo veneziano per farne la sede di rappresentanza dell’impresa.

Ebbene questi imprenditori, saputo dell’iniziativa della Fondazione, hanno voluto onorare la memoria di monsignor Vecchi regalandoci un intero furgone di tessuti quanto mai ambiti e preziosi e ci hanno promesso un ulteriore invio ad ottobre, quando offriremo ai mestrini queste ricche e preziose stoffe.

Infatti, l’associazione “Vestire gli Ignudi” sta già studiando un progetto per una mostra che speriamo sia di gradimento al pubblico e da cui speriamo di poter ricavarne parecchie migliaia di euro. Neppure questo contributo sarà sufficiente a coprire il costo di 2.900.000 euro necessari per realizzare il Don Vecchi 7, però speriamo che a questo primo e significativo intervento ne segua almeno qualche altro.

Per ora non ci rimane che additare all’ammirazione e alla gratitudine della città questa impresa che, sensibile alle istanze degli anziani indigenti, ha promosso questa bella e tanto nobile iniziativa.


E la pista ciclopedonale?

Delle vicende del Centro don Vecchi 4 di Campalto ho già parlato più volte, ma siccome il tempo passa tanto veloce e la nostra società è sommersa da una montagna di parole, penso che non sia male che io ritorni sull’argomento. Sono ormai uno degli ultimi che può far memoria di questi fatti. Purtroppo una grossa questione che riguarda questo centro è ancora viva ed attuale!

Riassumo la storia in quattro righe. Il compianto don Franco De Pieri aveva acquistato una vecchia bicocca nata come locanda, trasformata poi in una colonia per bambini e finita come struttura per alloggiare i tossicodipendenti dei quali questo prete generoso si occupava ormai da anni. La struttura non era ormai più sufficiente né adatta allo scopo per il quale don Franco l’aveva acquistata e poi, fortunatamente, questo prete generoso e intraprendente era riuscito a farsi mettere a disposizione il dismesso forte Rossarol di Tessera. Aveva quindi urgente bisogno di soldi freschi, mentre a me serviva un altro spazio per aprire una nuova struttura per gli anziani, date le molte e pressanti domande per ottenere un alloggio presso uno dei nostri centri. L’architetto Giovanni Zanetti, che conosceva don Franco e me per motivi professionali, mi convinse ad acquistare l’immobile fatiscente per ristrutturarlo e in seguito a farne un nuovo centro per anziani. Tra due preti con gli stessi ideali, nati inoltre nello stesso paese, fu facile raggiungere un’intesa. Don Franco tamponò i suoi debiti e io cominciai a sognare il nuovo centro. La cosa però non andò così, perché il rudere sarebbe rimasto ancora, nonostante tutto, un rudere! Lo buttammo giù e costruimmo il nostro centro con i suoi 64 alloggi.

Sennonché, il giorno dopo l’inaugurazione, scoprimmo amaramente che in via Orlanda c’era un traffico infernale, che rendeva assolutamente impossibile uscire dal centro senza correre il rischio di perdere la vita. A una settimana dall’inaugurazione, l’auto della figlia di una residente, mentre tentava di uscire dal centro, fu centrata in pieno e scaraventata nel fossato prospiciente. Con infinite peripezie e rinnovate richieste all’Anas riuscimmo ad ottenere il permesso di mettere in sicurezza l’uscita, spendendo svariate decine di migliaia di euro di tasca nostra. Il problema non era però risolto per chi andava a Campalto a piedi o in bicicletta. Un vecchio residente del centro affermò un giorno: “Il don Vecchi 4 è una prigione dorata, ma sempre prigione rimane!”

Trafficammo così tanto con l’assessore precedente all’attuale, che finì per assicurarci che, quanto prima, avrebbe provveduto a far costruire una pista ciclopedonale per congiungere il don Vecchi e il cimitero a Campalto. A riprova di questa volontà, fece eseguire da “Insula” un progetto di fattibilità, poi però questo amministratore non venne più rieletto. Non ci perdemmo d’animo; non potevamo infatti permetterci di desistere, perché ne andava della vita dei nostri vecchi! Fortunatamente l’Anas, che sta costruendo una nuova strada e ci ha portato via mezzo parco del centro, ha deliberato e trasmesso al Comune mezzo milione di euro per costruire la pista pedonale.

Pensavamo che il Comune ci desse i soldi per iniziare subito i lavori. A questo scopo, abbiamo fatto fare un nuovo progetto da una dei migliori professionisti di Mestre, pagando sempre di tasca nostra. Nel frattempo, però, pare che i soldi siano passati da Renato Boraso, assessore alla viabilità, che ci aveva fatto le più lusinghiere promesse di una pronta attuazione, a Francesca Zaccariotto, ora assessore ai Lavori pubblici, chissà per quali misteri. Fatto sta che si dice che voglia far fare un altro progetto: il terzo. Nel frattempo, dopo cinque anni, gli anziani di Campalto sono ancora imprigionati. Ebbene, non vorremmo mai che il Comune li condannasse all’ergastolo da trascorrere in questa prigione, dorata, ma pur sempre prigione!


I protagonisti del Don Vecchi

Qualche giorno fa Luciana, una ragazzina dei miei anni verdi di sacerdozio a San Lorenzo, ora moglie del capo dei tipografi della nostra editrice e mia attuale consulente politica, mi ha rivolto una domanda che di primo acchito mi ha stupito alquanto: “S’è accorto don Armando che da otto anni io e Massimo, mio marito, non andiamo mai in ferie?”

In verità non sono uno che si interessa particolarmente delle ferie, perché, come il Goldoni, sono convinto che esse siano una “mania” ma comunque suor Teresa, che di queste cose è più interessata di me, qualche volta mi aveva fatto osservare, passando davanti alla casa di questi due miei amici carissimi, che questi due coniugi, ora quasi settantenni, erano soliti fare frequentemente delle gitarelle infrasettimanali, motivo per cui pensavo che avessero scelto questo modo un po’ originale e poco seguito dalla gente del nostro tempo di far ferie. Poi sapendoli tutti e due pensionati e con la figlia che abita per conto proprio, supponevo che questa soluzione fosse assai comprensibile, anzi lodevole!

Sennonché la mia interlocutrice aggiunse, con tono che sembrava sottolineare il loro “eroismo” e la mia poca sensibilità di “datore di lavoro”: “Massimo non mi porta in vacanza perché impegnato ogni settimana a stampare “L’incontro”! Mi ero accorto che suo marito era quanto mai fedele al suo “impegno” ed ogni lunedì nelle prime ore del mattino era sempre presente in tipografia al Don Vecchi per guidare i suoi “dipendenti” a stampare le cinquemila copie del nostro settimanale.

Io poi ho sempre nutrito ammirazione e riconoscenza per la pattuglia di questi vecchi scout che hanno scelto come loro servizio la stampa del nostro settimanale. Ho anche sempre provato un po’ di orgoglio perché, essendo stato il loro assistente, mi pareva d’essere riuscito nel mio compito di educatore scout che consiste principalmente nel preparare i ragazzi al servizio, come insegnava il fondatore del movimento scout. Inoltre ho sempre provato tanto piacere di incontrare in questi ultimi dieci anni questo gruppetto “di vecchi ragazzi” che si davano appuntamento ogni settimana e in un clima cameratesco, divertente ed amichevole per stampare il periodico che in qualche anno è divenuto il più letto e il più diffuso della nostra città. Un giorno, infatti, ricordando i vecchi tempi, avevo detto loro: Vi manca solo l’alza bandiera e il canto “passa la gioventù” per provare una volta ancora l’ebbrezza della vita avventurosa degli scout!”

La tipografia del Don Vecchi è una cosa seria: tre moderne macchine di stampa Risograf, una taglierina professionale, una stampante a colori, una piegatrice ed un paio di computer, ma la ricchezza più grande di questo settore è certamente il gruppetto di questi volontari che compie questo servizio come una “bella avventura” e che vive e rafforza la loro amicizia e il loro impegno a essere utili. La nostra tipografia conta una decina di operatori che stampano facendo funzionare contemporaneamente le tre macchine per velocizzare il lavoro, tanto che verso le dieci del mattino sono pronte per la piegatura le cinquemila copie settimanali. Collabora pure con loro una quindicina di anziani a piegare i giornali, cosicché nel primo pomeriggio partono già cinque o seicento copie de L’incontro per i punti di distribuzione.

Oltre al settimanale ogni settimana viene stampato Il messaggio di Papa Francesco in cinquecento copie e L’incontro domenicale col Padre in trecento copie per seguire l’Eucarestia. La tipografia stampa inoltre il quindicinale Le favole di Mariuccia Pinelli e il mensile Il sole sul nuovo giorno. Questo ultimo periodico è curato in maniera particolare “dall’artigiano tipografo” Luigi Novello che, pur lavorando in collaborazione con l’equipe della tipografia, stampa in tempi diversi.

Non posso non ricordare anche lo staff guidato dalla signora Natalina Michielon e costituito da quattro collaboratori che aiutano in maniera consistente la dozzina di anziani che si sono assunti il compito dalla piegatura del settimanale e della decina di distributori che piazzano, tra il lunedì e il martedì, le copie del giornale nelle postazioni di distribuzione.

Infine mi pare doveroso menzionare il servizio di suor Teresa che ogni settimana olia la macchina con pasticcini e il verduzzo. Tanto che non so proprio se sia più persuasiva e convincente la mia promessa della vita eterna o i pasticcini di suor Teresa! Comunque la tipografia continua a funzionare e questo è l’importante. Se poi Massimo e Luciana per questo motivo non possono fare le vacanze estive, non sono troppo preoccupato, perché gli operai italiani hanno veramente bisogno di qualche “santo protettore” o perlomeno di qualche buon esempio e loro sono tra i pochi che lo possono dare!


Grazie ai benefattori

Grazie ai benefattori

Nostro Signore Gesù Cristo ha detto che i nomi delle persone perbene, degli onesti, dei galantuomini e soprattutto delle persone generose è “scritto in cielo” e che essi “riceveranno il centuplo quaggiù e la vita eterna lassù”.

Noi che fortunatamente veniamo a conoscenza di questi concittadini di buon cuore che non si stanacano mai di dare una mano al prossimo, nell’attesa dell’eternità pensiamo bene di dedicare un monumento ideale della solidarietà che vogliamo erigere a Mestre in loro onore, perché tutti vengano a conoscenza dei cittadini benemeriti che sono molto più degli imbroglioni, dei disonesti e degli egoisti. Perciò vogliamo suggellare i loro nomi perché tutti ne siano edificati, siano loro riconoscenti, e soprattutto tentino di imitarli perché a fare del bene non c’è mai un limite.

I loro nomi oltre che in Cielo devono, infatti, essere scritti anche in terra. Cominciamo subito con lo scoprire alcuni dei benefattori di quella splendida realtà che abbiamo denominato “Polo solidale dei Centri don Vecchi” e che presto speriamo di denominare “Ipermercato solidale” Santa Marta, la santa che non stava con le mani in mano.

Eccovi dunque la prima “lapide” con i primi 11 nomi:

  1. Ditta Del Bello, che dona spesso grosse quantità di frutta esotica.
  2. Azienda agricola di Emanuele Durigon, che almeno due volte al mese ci fornisce notevoli quantità di trote e storioni.
  3. Azienda Ortolana del signor Gerardo del mercato ortofrutticolo di Treviso, che ogni settimana offre una quantità consistente di frutta e verdura.
  4. Azienda agricola Basso, di Favaro Veneto, che ha cominciato ad offrire frutta, verdura e prodotti alimentari, che produce direttamente.
  5. Azienda alimentare Agrà di Antonella Albano, di Spinea, per la grossa fornitura di olive belle di Cerignola, lupini e quant’altro.
  6. Dolciaria Mestrina, che ogni giorno ci fornisce brioche e altri dolci.
  7. Cafè Retrò di Silvia Spada di Carpenedo, che più volte alla settimana ci offre panini imbottiti, torte e brioche.
  8. Coop di piazzale Roma, che quasi tutti i giorni ci mette a disposizione ottima carne fresca e pesce, e altri prodotti alimentari.
  9. La catena di ipermercati Cadoro, (ben sette grandi strutture locali) che ogni giorno di tutti i mesi dell’anno e da molti anni ci consegna notevoli quantità di generi alimentari perfettamente commestibili.
  10. Dolci e Delizie, le pasticcerie di via Pio X e di via Bissuola che inviano quasi tutti i giorni notevoli quantità di dolci tanto che gli anziani di tutte le sei strutture dei Centri don Vecchi possono godere di queste elargizioni.
  11. Pasticceria Ceccon di Carpenedo, che alterna le sue elargizioni di dolci tra la parrocchia e i Centri don Vecchi, ma che comunque si ricorda spesso dei nostri anziani.

Questa è la prima lista del più bel monumento di Mestre, ma quanto prima informeremo su altri nomi che fortunatamente abbiamo la possibilità e il dovere di portare a conoscenza e all’ammirazione dei concittadini.


Lino e Stefano

Quando scelsi, circa dodici anni fa, la testata per il periodico che mi permettesse di dialogare ancora con i miei cittadini, faticai alquanto per trovare il nome tanto che ne dovetti scartare molti, prima di arrivarci. Finalmente la mia ricerca approdò su L’incontro, un termine particolare che mi parve che nessun altro giornalista avesse scoperto, mentre rappresentava una testata davvero ricca di potenzialità. Voglio perciò raccontarvi il seguito di uno dei tantissimi incontri della mia vita: molto spesso banali, deludenti e senza seguito, però ve ne sono alcuni, che coltivati con un po’ di attenzione e di amore, sono diventati significativi ed importanti.

Incontrai Lino, uno dei due gerenti del Centro don Vecchi di Marghera, in un momento per lui molto amaro e difficile; gli era morta, dopo un penoso percorso, la moglie amata, i figli ormai cresciuti avevano scelto le loro strade e lui, andato in pensione, si sentiva solo e disorientato, soprattutto, almeno nell’inconscio, avvertiva il bisogno di dare senso alla vita aiutando il suo prossimo. Nell’infanzia aveva ricevuto in famiglia e in parrocchia una forte educazione cristiana, per cui portava in cuore una naturale propensione a rendersi utile e a offrire la ricchezza dei valori che aveva maturato da giovane. Da queste premesse era nato il suo impegno nel sindacato durante la sua vita lavorativa in fabbrica, ma contemporaneamente si prodigava in altre associazioni benefiche di volontariato. Una presidente di una di queste associazioni, donna forte e determinata, vedendolo solo e smarrito brancolare nella noia gli disse: “Va da don Armando, vedrai che avrà certamente qualcosa da farti fare!”.

Lino a quel tempo era anziano, ma non tanto vecchio da non poter essere più utile ad alcuno. Il Don Vecchi di Marghera era ormai pronto, ma non avevo qualcuno a cui affidarlo. Come si sa la Divina Provvidenza, non so per quale motivo, aspetta quasi sempre l’ultimo momento per darti una mano, ma forse lo fa per provare la tua fiducia. Lino si improvvisò direttore di comunità e ci riuscì: talvolta con la sue “prediche”, più spesso con il suo esempio, sempre con la sua preghiera. In quel tempo aveva come amico un giovanotto un po’ malconcio a causa di un incidente stradale: lo introdusse alla chetichella quasi come un “figlio d’anima”. Così cominciò la loro avventura come responsabili di una delle nostre comunità. Il più bello però venne dopo, quando anche il centro di Campalto fu terminato, ma ancora una volta non ero riuscito a trovare un capo a cui affidarlo.

Con gesto molto nobile e generoso, per il quale sarò loro sempre grato, mi dissero: “Don Armando, qui a Marghera ormai ci sono Luciano e Teresa che possono sobbarcarsi questo impegno, se vuole ci trasferiamo noi a Campalto”. Lino e il suo amico presero armi e bagagli e si trasferirono nella nuova struttura. Il passare degli anni rese più fragile il vecchio Lino e, pur non avendo perso per nulla la sua capacità di “predicare” e procurarsi aiutanti, lasciò a Stefano, tecnico di altissima capacità dell’Elettrolux, spesso in giro per il mondo per lavoro, il compito di “governare” la struttura. Stefano, tanto sicuro quanto esperto, è altrettanto e forse ancora più sicuro nel dare direttive, fare scelte e proporre con decisione la sua filosofia. Comunque la coppia funziona a meraviglia e spero che funzioni ancora per molto tempo, anche se ultimamente ho capito che loro non sono ormai più in grado di proporsi per una nuova avventura in un’altra struttura. Comunque spero che la Fondazione Carpinetum sappia che possono operare molto tempo ancora!