Inno alla solidarietà

La Fondazione Carpinetum si impegna quotidianamente per garantire un alloggio agli anziani in difficoltà e vorrebbe formare delle comunità solidali contando sul supporto dei residenti. Non passa giorno senza che io controlli e verifichi i progressi del cantiere dell’impresa edile Dema, che finalmente sta costruendo l’ipermercato della carità. Questa struttura, ubicata in località Arzeroni a Mestre, aiuterà in maniera moderna e adeguata i concittadini in ristrettezze economiche, offrendo loro generi alimentari. Purtroppo, a causa della pandemia, il numero di persone sulla soglia della povertà è aumentato in maniera esponenziale. Sarà altresì il segno tangibile di un modo più aggiornato e coerente di vivere il messaggio di Cristo. Il signor Edoardo Rivola, membro del consiglio di amministrazione dei Centri don Vecchi, ha proposto di chiamare la nuova realtà Santa Marta come la discepola di Gesù che non si è limitata a intrattenere il Signore con una bella conversazione, ma gli ha preparato la cena. Io sono perfettamente d’accordo con questa scelta che testimonia una fede vissuta con “i piedi per terra!”

Oggi però vorrei soffermarmi su un aspetto che credo riguardi sia tutti coloro che ambiscono a venire ad abitare in uno dei 500 alloggi dei Centri don Vecchi, sia l’opinione pubblica di Mestre. Mi preme innanzitutto fare una premessa per chiarire questo discorso: gli alloggi dei suddetti centri sono offerti gratis (sia ben chiaro una volta per tutte!) con la sola corresponsione delle utenze (i consumi effettivi di ciascun residente) e dei costi condominiali stabiliti in base alla metratura dell’alloggio. La Fondazione Carpinetum non si è mai sognata di aprire un’agenzia immobiliare che faccia concorrenza a quelle presenti in città. Il suo obiettivo è promuovere la solidarietà contando sul contributo di ogni residente in base alle sue capacità e alla sua disponibilità di tempo.

L’intento è scoraggiare il disimpegno e la tentazione di vivere sulle spalle degli altri. San Paolo, che è uno dei grandi maestri di vita cristiana, ha affermato con molta chiarezza e vigore “Chi non lavora, non mangi”, parole che io condivido fino all’ultima sillaba. Credo anche che l’impegno di dover badare ai nipoti non sia una giustificazione, perché è preciso dovere dei figli occuparsi della famiglia che hanno formato. È bene che facciano la loro strada, a meno che non ci siano situazioni di grave disagio. Devono imparare a essere autonomi senza continuare a vivere sulle spalle dei loro vecchi genitori che hanno già fatto la loro parte.

Qualcuno mi ha fatto notare che sono meno dell’8,9% i residenti del Centri don Vecchi, soprattutto 1 e 2, che offrono qualche forma di collaborazione. Se non potremo contare su questo prezioso supporto, i costi aumenteranno e non sarà più possibile offrire l’alloggio gratis come avviene oggi.

Nonostante io non abbia più alcun ruolo nella gestione dei centri, mi premurerò di suggerire al consiglio di amministrazione della Fondazione che, all’atto di presentazione della domanda, venga ribadita questa condizione. Se considerate il Don Vecchi casa vostra, perché non vi adoperate per mantenerlo “vivo”, attivo e curato? Non è possibile continuare a pensare che sarà qualcun altro a farsi carico dei tanti impegni quotidiani. Non possono essere sempre le stesse persone a rimboccarsi le maniche! Perché la vita dei nostri centri non vi riguarda?, mi chiedo amareggiato.

Riaprono i magazzini San Martino

Siamo lieti d’informare la cittadinanza che la Direzione dell’associazione “Vestire gli ignudi” ha deciso di riaprire i magazzini San Martino. Purtroppo, in seguito alla pandemia, la distribuzione di indumenti nuovi e usati è stata sospesa perché si temeva che la prosecuzione dell’attività potesse favorire la diffusione del virus. I cento volontari, che con grande disponibilità e spirito di sacrificio prestano la loro opera ogni giorno, erano disposti a continuare, ma la Direzione dei magazzini, per prudenza, ha ritenuto opportuno interrompere l’erogazione di questo servizio molto apprezzato dalla cittadinanza.

In questi sei lunghi mesi di chiusura la segreteria dei magazzini è stata subissata di telefonate che chiedevano di accelerare i tempi di riapertura. Finalmente lunedì 17 agosto, dalle 15:00 alle 18:00, in via dei 300 campi 6, a Carpenedo, presso il Centro don Vecchi, è ripresa la distribuzione degli indumenti naturalmente osservando tutte le prescrizioni dettate dall’autorità sanitaria.

Per tutto il periodo di sospensione, la raccolta degli abiti è continuata e alcuni negozi, che sono stati costretti a chiudere, hanno donato grandi quantità di vestiti nuovi, quindi sarà disponibile un’ampia gamma di articoli.

Come avveniva in passato, la distribuzione degli indumenti è gratuita e la modestissima offerta che viene chiesta va a coprire i soli costi di gestione, che sono piuttosto ingenti.

Colgo l’occasione per ringraziare tutti i volontari e per esortare i cittadini che dovessero trovarsi in difficoltà a cogliere questa provvidenziale occasione. Dopo la chiusura di quindici giorni per ferie, riaprirà i battenti anche il magazzino dei mobili e dell’arredo casa. Dal momento che forniscono beni di prima necessità, i magazzini dei generi alimentari e della frutta e verdura hanno continuato a essere operativi, nonostante le restrizioni e i rischi, anche durante la pandemia.

Proprio in virtù della continuità che è stata garantita finora, ci permettiamo di rivolgere un accorato appello a tutti i negozi e supermercati cittadini affinché continuino a mettere a disposizione dei poveri le eccedenze o la merce in scadenza. Nel contempo, esortiamo i cittadini di buona volontà a offrirsi come volontari. Per qualsiasi informazione potete contattarmi direttamente.

Finanziamento dell’ipermercato

Sono veramente numerose le società, le parrocchie, i Comuni ed enti vari che si sono dimostrati interessati alla dottrina dei Centri don Vecchi, perché ai più queste realtà appaiono evidentemente una soluzione ottimale per gli anziani meno abbienti e soprattutto soli in città nelle quali i cittadini vivono pigiati quanto mai ma che di fondo rimangono assolutamente soli. Avere un alloggio, che sia a portata di tutte le tasche, in un ambiente signorile e tutto sommato che offra la sensazione di non essere isolati e soli, ma avendo accanto a sè dei coetanei che sono nella stessa situazione e soprattutto, essendo garantita una assistenza, seppur leggera, ma pronta a dare soccorso immediato alle varie urgenze, rappresenta una cosa di non poco conto.

Tutti capiscono quanto grandi sono i vantaggi e gli enti che si interessano alle situazioni esistenziali delle nostre città non possono non essere curiosi, o meglio ancora interessati a queste soluzioni di carattere sociale. Ogni volta però che ho avuto modo di rispondere a questo interesse, come battuta finale m’è sempre giunta la domanda a come s’è risolto il problema del finanziamento. Le imprese capiscono subito che non è affar loro perché è evidentemente esclusa ogni forma di reddito. I Comuni si mostrano interessati ma, come avviene sempre, l’ente pubblico è lento, e inceppato da molti vincoli della burocrazia. Le parrocchie si dimostrano di primo acchito più disponibili, ma poi quando sentono le mille difficoltà e i mille rischi nell’intraprendere questa avventura, la stragrande maggioranza rimanda, e tenta di dimenticare. è sempre più facile e più comodo aspettare e sperare in un “miracolo” che non è facile incontrare.

In un recente opuscolo, scritto ancora una volta per informare la comunità sulla progettazione e sull’iter di questa avventura, ho sempre riservato qualche riga per informare su come si è risolto il finanziamento di ognuna delle sette strutture delle quali disponiamo a tutt’oggi. Non mi pare che gli interlocutori ogni volta si dimostrassero convinti delle soluzioni che ho escogitato per risolvere il problema finanziario, che in realtà non è proprio cosa da poco conto.

Dato che la Fondazione dei Centri don Vecchi s’è una volta ancora impegnata in un’altra avventura che fa parte del mondo della solidarietà, tenterò di illustrare come stiamo tentando di risolvere il problema del relativo finanziamento. Per l’acquisto dell’area abbiamo scelto di acquistare un terreno a destinazione agricola perché infinitamente meno costoso di quello edificabile. Poi abbiamo chiesto al Comune un cambio d’uso forti della destinazione sociale del nuovo edificio. Un giovane geometra membro del Consiglio di amministrazione, esperto in quel che riguarda l’edilizia ha scelto, ha trattato con un’impresa seria che si accontentava di un guadagno onesto. Abbiamo messo via qualche risparmio fatto con una gestione oculata e leggera delle nostre strutture. Ancora una volta, ho messo nel mercato le “azioni” di questa struttura, ed ancora una volta i concittadini hanno cominciato sapientemente ad acquistarle essendo garantito che valgono anche per la salvezza eterna! Ho deciso che tutti i proventi che ottengo nella mia chiesa, “la favolosa cattedrale tra i cipressi”, saranno destinati a questo scopo, sperando che la parrocchia di Carpenedo faccia altrettanto. Infine ho passato alla divina Provvidenza il preventivo di due milioni e mezzo, che costerà l’ipermercato della carità. Non conosco ancora a che persona la Provvidenza abbia affidato il compito di saldare il debito, ma questo non è affar mio, ma quello della Provvidenza. Sono sicuro però che comunque sono in una botte di ferro!

Cercare un aiuto

Penso che a Mestre ormai tutti sappiano che al Centro don Vecchi di Carpenedo, in via dei 300 campi, ci sono dei grandi magazzini nei quali vengono offerti, praticamente gratis, mobili, arredi per la casa, frutta e verdura, generi alimentari e vestiti per ogni età e per tutti i gusti. L’organizzazione caritativa richiede soltanto una piccola offerta per coprire i costi di gestione. E infatti, quando un concittadino, che ha una certa disponibilità di denaro, decide di cambiare qualche mobile oppure quando muore una persona che viveva sola e i parenti non sanno come sgomberare l’appartamento, si rivolgono all’associazione “il Prossimo” telefonando al numero 0415353204 (Magazzini San Giuseppe). Di prassi, la persona lascia il proprio recapito e viene ricontattata per accordarsi sul ritiro di ciò di cui vuole disfarsi. L’associazione, che dispone di furgoni e volontari, ritira gratuitamente quanto viene offerto, a patto che i mobili siano in buono stato e possano essere donati ai poveri senza bisogno di restauro.

Mi soffermo in particolare sui mobili aggiungendo qualche altro dettaglio affinché chi si trova in difficoltà sappia che può avere risposta alle proprie esigenze. Nel contempo vorrei anche far sapere ai parroci e a tutti coloro che si occupano di solidarietà (centri di ascolto, enti locali e altro) che è preferibile offrire servizi e oggetti piuttosto che denaro. Ai Magazzini San Giuseppe si possono trovare: letti, materassi, quadri, mobili, lampadari, tappeti, piatti, bicchieri e ogni sorta di suppellettili per la casa, poltrone e arredi di ogni tipo. A volte capita che venga ritirato qualche pezzo d’antiquariato che impreziosirebbe un salotto o una camera da letto, ma al di là dell’effettivo valore, viene proposto a cifre modeste.

Al Don Vecchi questo servizio è attivo da più di una quindicina d’anni ed è un vero peccato che chi è in difficoltà o chi vuol fare un po’ di bene, pur traendone un notevole vantaggio, non ne fruisca come potrebbe. Ai magazzini si trova ogni ben di Dio, anche se la sistemazione degli articoli non è ottimale per ragioni di spazio. A questo proposito, sono lieto d’informarvi che in località Arzeroni, dietro l’ospedale dell’Angelo, è già stato aperto il cantiere per la costruzione dell’ipermercato della carità. Dalla tarda primavera del prossimo anno, i mobili e gli arredi potranno godere della visibilità e della valorizzazione che meritano in modo da agevolare anche un’eventuale scelta.

Attualmente i magazzini sono aperti dalle 15 alle 18, sotto la responsabilità della signora Luciana, che sapientemente suggerisce le soluzioni più convenienti e ha le competenze per riconoscere l’antiquariato di pregio. La segreteria telefonica dello 0415353204 è sempre attiva e la signora è sempre molto puntuale nel richiamare chi la contatta. Tra i servizi offerti, c’è anche lo sgombero completo degli appartamenti: ciò che non è più utilizzabile viene portato in discarica mentre gli articoli in buono stato vengono offerti alle persone meno abbienti. In questo caso viene richiesto il costo dello smaltimento in discarica.

L’associazione “Il Prossimo” sogna di poter attivare anche a Mestre il progetto dell’”economia circolare” che riutilizza tutto quello che è recuperabile. L’attuale magazzino e l’ipermercato che sorgerà fanno parte di questo sogno e spero che anche la nuova struttura diventi un tassello significativo del grande mosaico della solidarietà a Mestre.

Invito a pranzo

Schivo come sono sempre stato, non gradisco particolarmente gli inviti a pranzo o cena, anche se mi sono rivolti da persone che mi sono particolarmente care. Ora poi, a motivo del coronavirus, penso che non corra questo pericolo perché chi mai, durante questi giorni nei quali pare che ci si possa trovare inaspettatamente di fronte a questo nemico mortale, osa fare inviti del genere?

Nonostante questo e nonostante che le persone che mi sono vicine mi abbiano sconsigliato di accettare questo invito “fuori stagione”, appena la signora Pina, la responsabile dei Centri don Vecchi 6-7, mi ha invitato a pranzo assieme ai residenti dei due suoi centri, ho accettato di buon grado. Questo incontro conviviale è stato organizzato dai residenti di queste strutture 6-7, in occasione del primo anniversario dell’inaugurazione del Don Vecchi 7, l’ultimo nato nell’ormai numerosa serie di Centri don Vecchi. Ho accettato volentieri l’invito perché la relativa responsabile signora Pina mi è particolarmente cara per la sua calda umanità, per la sua passione veramente materna con la quale guida queste strutture ed infine per la sua ammirevole capacità con cui ha creato una vera famiglia tra l’ottantina di residenti provenienti dai luoghi più diversi e soprattutto dalle situazioni esistenziali quasi mai serene o meno ancora felici.

Di questa donna, ormai di una certa età, ma soprattutto gravemente disabile, mi piace quasi tutto: il coraggio, la determinazione, la capacità di creare rapporti umani veri e caldi, la chiarezza degli obbiettivi da raggiungere e la decisione nel farli accettare a tutti. Le persone che hanno partecipato al pranzo, preparato con tanto entusiasmo e per il quale ognuno vi ha offerto qualcosa di suo, mi hanno dato la sensazione di un piccolo mondo nel quale la cordialità, l’affetto trasparivano dalle parole e dall’entusiasmo da parte di tutti.

Sembrava di partecipare ad un pranzo di nozze, mentre in realtà mi hanno confidato che si trattava dell’offerta di un catering dal costo di soli quattro euro a persona. La sala era preparata con i fiocchi: su una parete c’era un gran cartello con le date, le motivazioni e le foto di una diecina di incontri precedenti, i tavoli disposti in maniera elegante e distanziati secondo le norme vigenti, tanto che ho pensato che il Ministro dell’Istruzione pubblica, che è poi una donna, dovrebbe andare a scuola dalla nostra gente per risolvere quello che per lei pare un “enigma” senza soluzione per l’inizio dell’anno scolastico. Avvertire durante il pranzo aria di cameratismo, di serenità mi ha abbondantemente ripagato di qualche cruccio che ho dovuto affrontare soprattutto nel passato.

Voglio inoltre sottolineare due aspetti che mi sono particolarmente cari: io da sempre coltivo l’ordine, la pulizia, la signorilità tanto che più di uno la ritiene una mia mania, ma io sono convinto che quando ci sono in un ambiente questi requisiti essi ti mettono a tuo agio. La signora Pina l’ha intuito questo mio desiderio e mi accontenta fin troppo. All’ingresso una signora, ben s’intende volontaria, seduta presso una scrivania di buon gusto, offre tutte le indicazioni di cui una persona abbia bisogno, l’ambiente è ordinato pulitissimo all’interno e per lo scoperto essa s’avvale di un piccolo esercito di volontari, che rasano il prato e che curano l’addobbo floreale in maniera veramente impeccabile.

I Centri don Vecchi rappresentano una risposta felice a chi, per motivi diversi, si è trovato in difficoltà, ma la loro nota di pregio non è costituita solamente da costi a portata di tutti, ma pure da una eleganza che sa di albergo di qualità. Fortunatamente in tutti i centri i responsabili ci mettono il cuore perché ognuno si senta a casa sua, e abbia la gioia di abitare in ambienti che a molti sembrano perfino troppo lussuosi. Approfitto di questo invito a pranzo per ringraziare i responsabili dei sette Centri che grazie alla loro umanità e generosità rendono queste strutture fiori all’occhiello della nostra città.

L’ipermercato della solidarietà

Alcune settimane fa, per accontentare don Gianni, ma non sono proprio certo di averlo accontentato, scrivendo le cose che sento il dovere di scrivere, gli ho preparato un articolo sull’ipermercato della carità, pubblicato anche in questo blog.

A proposito di questa nuova struttura il signor Rivola, consigliere della Fondazione, ha suggerito di dedicarlo a Santa Marta, l’amica di Gesù, che a differenza di sua sorella Maria, tutta “santificetur”, s’è data da fare per preparare la cena a Gesù, perché anche il figlio di Dio aveva bisogno di mangiare qualcosa! Mi piace sognare che questa struttura moderna, che si rifà alle cosiddette politiche del riciclo, che rappresenta uno degli indirizzi di politica economica oggi all’avanguardia perché tende ad utilizzare anche quello che nel passato andava perduto, metta finalmente in evidenza che, per fortuna, vi sono oggi anche a Mestre cristiani che non si limitano ai riti, ma che concepiscono un cristianesimo di iniziativa, di ricerca e soprattutto di solidarietà.

Oggi passando per quel degli Arzeroni ho visto un aggeggio che quasi toccava il cielo, il quale stava issando la gru per iniziare i lavori. Vi confesso che ho avuto la sensazione che quella visione rappresentasse due mani in preghiera; lo scheletro di una cattedrale gotica che cantava la gloria di Dio e la pace di buona volontà. Il vedere il cantiere che si mette in movimento, il sapere che una ventina di operai avrà lavoro sicuro per un anno mi fanno veramente felice!

Io spero che Brugnaro, che tutto sommato per me è stato un sindaco più concreto degli altri, scriva finalmente nei suoi manifesti elettorali che d’ora in poi la richiesta dei cittadini di costruire a spese proprie senza disturbare né Regione nè Comune avrà una risposta al massimo entro un mese: che per una convenzione non ci voglia più di una settimana! Per quanto riguarda il supermercato della carità le cose però sono andate ben diversamente. Su questo discorso, sull’efficienza del Comune e del suo apparato burocratico, se ne avrò modo ritornerò di frequente.

I mali però non sono tutti di origine civile, perché anche nella Chiesa, della quale mi sento parte viva, le cose non vanno tanto meglio. A proposito di ipermercato, sento il bisogno di riferire che “il Prossimo”, ossia l’associazione che gestirà l’ipermercato, quest’anno, per Pasqua, ha ricevuto in dono sei-sette mila colombe, delle marche più rinomate. Spessissimo ci giungono bancali di yogurt con la scadenza di due o tre giorni o di altri generi alimentari deperibili: non vi dico la difficoltà di distribuire questo ben di Dio! Mi auguro che prima o poi la diocesi riorganizzi tutto il settore della carità, che nomini una commissione per verificare l’efficienza della “Caritas” e delle San Vincenzo parrocchiali. Spesso però mi capita di pensare che le nostre organizzazioni non siano molto migliori di quelle con le quali Franceschiello gestiva il regno delle due Sicilie.

Il mondo della finanza, e quello tecnico, sono in costante ricerca di soluzioni innovative, in linea con la sensibilità e la necessità di un mondo che sta mutando in maniera tanto veloce quanto non lo fu mai nel passato e perciò il bisogno di ricerca e innovazione è quanto mai urgente e necessario. Mi rammarica il pensiero che queste situazioni mi turbavano già più di mezzo secolo fa, sono infatti sessanta anni che faccio il prete e mi duole il pensare di dover lasciare questo mondo e questa Chiesa così lenta, e così in ritardo nell’impegno di tradurre il messaggio di Cristo quanto mai radicale con termini e soluzioni aggiornate ed adeguate alle esigenze del nostro tempo.

Spero a giorni di pubblicare un volumetto su “Le mie esperienze pastorali – 1954-2004” perché il giovane clero e la Chiesa di Venezia possano rendersi conto del punto a cui la vecchia generazione è arrivata e quindi sia consapevole del punto da cui deve ripartire.

L’ipermercato della carità

Don Gianni, il presidente della Fondazione che gestisce i Centri don Vecchi, insiste da tempo perché, almeno qualche volta, intervenga su L’incontro, periodico che è il portavoce di suddetta Fondazione, per offrire un qualche contributo di pensiero. Finora ho fatto qualche resistenza, perché fin troppo convinto delle mie idee e polemico come sono sempre stato, temo di non trovarmi perfettamente in linea con la “politica” della Fondazione. Però il motivo di fondo è certamente e soprattutto quello dell’età; io con i miei 91 anni, appartengo al passato, anche se sono quanto mai curioso ed interessato al mondo che cresce. C’è poi un po’ di amor proprio perché, consapevole dei miei limiti, arrossisco quando rileggo i miei interventi di decenni fa, non ritrovando ora la freschezza, il brio e l’audacia del passato!

Questa settimana però ho finalmente accettato l’invito perché la Fondazione s’è impegnata in un progetto veramente grande che io ho sognato per l’intera vita senza riuscire ad attuarlo. Proprio in questi giorni s’è aperto il cantiere dell’ipermercato della Carità in quei degli Arzeroni. Fallito, per la miopia della società dei trecento campi, che da anni mantiene un’area incolta vicino al Centro don Vecchi di Carpenedo, e quello dell’impresa Perale preoccupata più del profitto che di quella della solidarietà, la Fondazione, con un’operazione intelligente e coraggiosa, ha acquistato un’area di circa trenta mila metri in quel degli Arzeroni vicino agli attuali Centri don Vecchi 5-6-7 per costruirvi quello che sarà di certo la prima struttura del genere non solo d’Italia ma d’Europa.

Sento un profondo orgoglio che una piccola comunità, com’è la parrocchia di Carpenedo, abbia messo le premesse e poi osato di dar vita ad una struttura che nel campo della solidarietà si può paragonare alla “scoperta dell’America!” Finalmente dei cristiani si presentano all’opinione pubblica con una soluzione, in linea con i tempi, per dare una risposta coerente, moderna, efficiente, all’imperversare delle nuove povertà. Finalmente s’è superato il concetto dell’elemosina con qualcosa di socialmente valido che rispetta chi è in difficoltà, lo coinvolge in questa esperienza di solidarietà e l’aiuta in maniera rispettosa della propria dignità.

L’apertura di questo cantiere è per me un fatto di enorme importanza e dimostra ancora una volta che “il privato sociale” può offrire un contributo estremamente significativo al problema della solidarietà, e dimostrando l’insipienza dell’amministrazione civile che non sempre incoraggia ed aiuta questo mondo del volontariato, che esprime meglio di ogni organismo burocratico la capacità di aprire nuove strade. Mi auguro che la nuova struttura, che sta nascendo, faccia prendere coscienza che l’amministrazione pubblica deve avvalersi maggiormente di questo terzo settore, lo debba promuovere, e favorire in ogni modo, abbandonando la pretesa di dar vita e di voler gestire in proprio, con costi enormi ed in maniera burocratica e poco efficiente, tutto ciò che esprime la solidarietà. La scelta della Fondazione di aprire questo “nuovo fronte” e di impegnarsi in questa “operazione impossibile” spero aiuti i politici a cambiare mentalità, non pensando più di fare un favore permettendo queste soluzioni, ma a ringraziare invece per la loro preziosa collaborazione a livello sociale.

Penso di ritornare su questi argomenti perché sono assolutamente convinto che è finito il tempo, che il volontariato non debba più presentarsi col cappello in mano per ottenere il permesso di impegnarsi per gli ultimi, ma che invece è giusto quello che siano i responsabili della pubblica amministrazione a chiedere questo aiuto e a favorire sia a livello burocratico che a quello economico ciò che i cittadini si impegnano a fare in tutti gli aspetti della solidarietà. Ho l’intenzione di ritornare a riflettere e dare voce alla finalità di questo “supermercato” sui generis, però sento il bisogno di ribadire con forza che questa realizzazione, prima del servizio prezioso che possiamo offrire al prossimo, ha il merito di svecchiare, di sburocratizzare, una gestione pubblica ormai superata, lenta e costosa.

Un ambito riconoscimento

Come tutti i concittadini sapranno, il Centro don Vecchi mette a disposizione 508 alloggi per anziani di modeste condizioni economiche, ma con il tempo è diventato anche il fulcro di una serie di attività caritative gestite da associazioni che contano più di 200 volontari: il magazzino San Martino che si occupa di raccogliere e distribuire ogni tipologia di indumenti, il magazzino San Giuseppe che raccoglie mobili, suppellettili e arredi per la casa, il magazzino dei generi alimentari che distribuisce a titolo gratuito prodotti offerti dall’Unione Europea, il chiosco di frutta e verdura e lo “spaccio alimentare”, l’ultimo nato sul quale vorrei soffermarmi perché è il fiore all’occhiello di una grande ed efficiente “agenzia di solidarietà” nata nel Triveneto.

Ho deciso di scrivere queste righe dopo un evento che ha reso particolarmente felici i volontari di questo settore e che mi offre l’opportunità di segnalare ancora una volta ai cittadini in disagio economico un’opportunità molto vantaggiosa per loro, che purtroppo tanti non conoscono. Da un paio d’anni, siamo riusciti a ottenere i generi alimentari in scadenza da alcune catene di supermercati, tra i quali Cadoro e Alì, che ci consegnano ogni ben di Dio. I prodotti vengono offerti dietro corresponsione di un modestissimo contributo che va a coprire le spese di gestione.

Alcuni giorni fa la direzione dei supermercati Alì, che conta quasi 150 negozi, ha organizzato un incontro e ha dato un riconoscimento pubblico alle organizzazioni benefiche che distribuiscono gli alimenti non più commerciabili perché la data di scadenza è troppo vicina. La nostra organizzazione è stata riconosciuta come una delle più efficienti e le è stato assegnato il secondo posto, accompagnato da una significativa elargizione.

Questo pubblico elogio, che premia il lavoro nascosto e faticoso dei nostri volontari, autentici “militi ignoti della carità”, va idealmente appuntato sul petto delle donne e degli uomini che ogni giorno dedicano tempo e cuore ai più poveri della nostra città e dell’hinterland. Servire gli indigenti non è sempre facile perché molto spesso, per le più disparate ragioni, le persone sono molto esigenti!

Concludo rivolgendo i miei più sentiti ringraziamenti al signor Giovanni Canella, presidente della suddetta catena di supermercati e a tutti i suoi collaboratori attenti alla realtà sociale e disponibili, che trovano modo e tempo di elogiare chi si impegna per il prossimo in maniera molto più umile.

Sogni e fallimenti

Nel post precedente ho tentato di inquadrare la situazione di Ca’ Letizia e della mensa dei poveri. Il progetto, perseguito da Monsignor Vecchi e da me stesso, non si fermava al punto in cui l’ha lasciato la San Vincenzo alla fine del 1971, quando sono stato nominato parroco a Carpenedo, ma prevedeva anche un centro che studiasse le problematiche della solidarietà a Mestre, coordinasse e mettesse in rete gli enti e le strutture che operano a livello cittadino. In seguito alla mia partenza e alla morte di monsignore, la realizzazione si è bloccata.

Io mi sono trovato per la prima volta alla guida di una comunità grande e problematica negli anni della contestazione, tempi difficilissimi anche a livello pastorale. A poco a poco tuttavia sono riuscito, grazie alla collaborazione dei parrocchiani che si sono adoperati per la carità, a ristrutturare l’ente Piavento e a dar vita a strutture come Ca’ Dolores, Ca’ Teresa, Ca’ Elisa e Ca’ Elisabetta per dare alloggio ad anziani poveri. Inoltre ho rinvigorito il gruppo maschile e femminile della San Vincenzo e ne ho costituito uno di giovani.

In seguito sono nati il gruppo “Il Mughetto” per l’assistenza ai disabili e il “San Camillo” per l’assistenza ai malati. In quegli anni abbiamo aperto Villa Flangini ad Asolo per le vacanze degli anziani, il “Ritrovo”, circolo ricreativo per gli anziani e, nel contempo, abbiamo iniziato a stampare il mensile “L’anziano” per persone della terza e della quarta età. Poi è iniziata l’avventura dei Centri don Vecchi 1, 2, 3, 4 e il mio successore, don Gianni Antoniazzi, ha realizzato il 5, 6 e 7. Abbiamo aperto il sito “Mestre solidale” per fornire alle persone in difficoltà informazioni sugli enti di beneficenza presenti sul territorio.

A un certo punto sembrava che la Provvidenza e tramite l’architetto Giovanni Zanetti ci mettessero a disposizione un’area di 40.000 m² a Favaro, così ho iniziato a sognare “la cittadella della solidarietà”, che riprendeva il vecchio progetto elaborato con la San Vincenzo. Il patriarca Scola, venuto a conoscenza dell’iniziativa, parve sostenerla e, infatti, promosse due o tre incontri invitando gli enti caritativi di Mestre che, con un’espressione brillante, definì la “pala d’oro” della chiesa veneziana”.

Purtroppo un inghippo imprevisto per il terreno e il successivo trasferimento a Milano di monsignor Scola hanno mandato di nuovo tutto in fumo. Sennonché, come dimostrano la costruzione del villaggio solidale degli Arzeroni, costituito dai Centri don Vecchi 5, 6, 7 e da 30.000 m di terreno acquistato per realizzare l’ipermercato della solidarietà, la Provvidenza sta rilanciando il mio sogno. “Il Polo solidale” del don Vecchi, che comprende il magazzino dei mobili e dell’arredo per la casa, lo spaccio dei generi alimentari in scadenza, quello dei generi alimentari del Banco solidale e il chiosco di frutta e verdura, ha dato vita a un’agenzia caritativa che credo non abbia eguali in tutto il Veneto!

Questo “miracolo di solidarietà”, infatti, ha indotto la Fondazione Carpinetum a costruire l’ipermercato della carità che spero possa diventare un modello per altre strutture simili in ogni diocesi del nostro paese. Questa nuova situazione potrebbe fornire lo spazio adeguato per la creazione di un “governo” o almeno di un organismo di studio, progettazione e coordinamento delle attività solidali di matrice religiosa e laica esistenti nella nostra città.

Confesso quindi che continuo a sognare a occhi aperti e a fare quanto è in mio potere, forte della realizzazione di 500 alloggi per anziani e dell’associazione “Il Prossimo” che già aiuta in maniera molto seria decine di migliaia di poveri ogni anno. Confido che ciò possa senz’altro rappresentare una buona base di partenza. Comunque, se la cosa non dovesse andare in porto, ho già pronto il testamento per lasciare in eredità ai posteri questo progetto irrealizzato.

La “mia” Ca’ Letizia

La stampa cittadina in questi ultimi tempi ha riportato le mie opinioni riguardo alla mensa dei poveri di Ca’ Letizia. Forse per imperizia nell’illustrare il mio pensiero (ricordo a tutti che ho quasi 91 anni), non mi sono sempre ritrovato in quello che è stato scritto, quindi tento di precisare le mie idee.

A proposito dell’ubicazione attuale della mensa, a tutti coloro che hanno protestato fin dall’apertura, ho citato le parole che il diacono San Lorenzo, amministratore della carità della Chiesa, pronunciò duemila anni fa al prefetto romano che voleva vedere le ricchezze della Chiesa. Presentando i poveri che aiutava, disse: “Questa è la ricchezza della Chiesa!” Anch’io la penso così. I poveri che aiutiamo sono il distintivo e la gloria per noi cristiani! Di conseguenza, non esiste alcun motivo al mondo per allontanarli o renderli invisibili agli occhi della nostra città anzi è un dovere che la città conosca questa situazione. E a quei cittadini del centro che pretendono di avere qualche riguardo in più rispetto di chi vive in periferia vorrei dire che i poveri sono prodotti dalla città, ed essa deve pertanto farsene carico, aiutandoli in maniera civile e corretta. Questo vale sia per la Chiesa sia per la comunità civile.

Vengo poi alla mensa che ho conosciuto e per la quale mi sono impegnato: essa è una realtà più articolata e più ricca di quanto non riveli il termine “mensa dei poveri”. Ai miei tempi, e spero anche oggi, offriva la cena e poi anche la colazione, aveva aperto una rivista mensile “Il Prossimo” che tentava di creare una cultura solidale, gestiva un magazzino di indumenti, offriva un servizio di docce e di parrucchiere, mandava in vacanza ogni estate decine e decine di anziani poveri e di adolescenti di “Macallé” e di “Ca’ Emiliani”. Inoltre organizzava il caldo Natale con gli scout per regalare un po’ di calore nella stagione invernale, invitava al Laurentianum per parlare di solidarietà oratori qualificati come padre David Maria Turoldo, Oliviero dal Sermig di Torino, monsignor Povoni, assistente della San Vincenzo nazionale e tanti altri.

Ca’ Letizia incontrava ogni mese i responsabili della carità di tutte le parrocchie di Mestre per studiare e organizzare insieme piani di intervento a favore degli indigenti. Ogni anno, in collaborazione con i maestri delle scuole elementari di Mestre, organizzava un concorso per educare i cittadini di domani alla solidarietà. La San Vincenzo ha promosso una campagna per la costruzione di asili nido, che all’epoca erano quasi inesistenti. Nel contempo si è battuta per ridurre la retta dei degenti in casa di riposo ed è arrivata a chiedere alla Regione una verifica amministrativa dei costi! E come dimenticare i gruppi di assistenza che operavano all’ospedale all’Angelo, al Policlinico e nelle case di riposo?

Non dobbiamo infine sottovalutare il volontariato di adulti che svolgeva il servizio in mensa o le centinaia e centinaia di studenti delle superiori che hanno avuto modo di conoscere da vicino il mondo della povertà servendo a tavola il centinaio di poveri che ogni sera si ritrovavano a Ca’ Letizia per la cena.

Chiudere Ca’ Letizia significa turbare i difficili equilibri di una realtà grande ma fragile, che è vissuta in maniera del tutto autonoma, senza ricevere alcun contributo da parte del Comune e pochissimi aiuti dalla diocesi. Non è certamente un dogma di fede non spostare la sede di un ente così complesso e nel contempo così importante per la solidarietà cittadina. Mi auguro che in questa operazione venga salvaguardato il passato e soprattutto che si approfitti per rilanciare strutture e iniziative solidali nella nostra città.

In passato questa associazione benefica ha avuto presidenti di valore e prestigio come l’ingegner Lui, direttore dell’aeroporto, il ragionier Enzo Bianchi, amministratore delegato della Coin, il direttore della Crea, società delle acque, dell’attuale dottor Dottor Bozzi e di tanti altri eminenti cittadini di grande sensibilità sociale. E come non menzionare la signorina Aprilia Semenzato, vicepresidente fin dalla nascita di Ca’ Letizia, che ha donato i migliori anni della sua giovinezza e della sua maturità alla causa dei poveri di Mestre.

Mi permetto di terminare con un consiglio che ho già espresso alla stampa cittadina: monsignor Vecchi ha costruito un asilo attiguo alla casa di riposo di via Spalti, previo accordo con il suddetto ente, una struttura che è rimasta in funzione fino ad alcuni anni fa. Alla scadenza dei 25 o 30 anni concordati, l’edificio è stato riconsegnato alla casa di riposo e da cinque o sei anni è in stato di completo abbandono. L’ubicazione e la vicinanza con l’asilo notturno rappresenta, a mio avviso, una soluzione davvero ottimale. Un accordo tra Comune e diocesi accontenterebbe i cittadini di via Querini, il sindaco e il Patriarca e salverebbe l’associazione San Vincenzo che è stata, ed è bene che rimanga, la “coscienza” vigile e operativa della nostra città a livello di solidarietà.

Obiettivi futuri

Penso che non dispiaccia avere un’idea su quali siano gli obiettivi a lunga scadenza che la Fondazione Carpinetum si ripromette di realizzare, soprattutto per quanto riguarda l’assistenza per chi si trovi in ogni tipo di difficoltà. Li indico per punti:

  1. Le opere realizzate e da realizzarsi siano sempre un segno limpido, forte, coerente e in linea con la sensibilità e le esigenze della società contemporanea, della carità predicata da Cristo, maestro e salvatore.
  2. Creare un gruppo di studio per analizzare le nuove povertà e per rispondere concretamente alle situazioni esistenziali in cui vive l’uomo del nostro tempo.
  3. Completare la risposta di soli-darietà offrendo servizi a livello medico-legale, psicologico, magari federandosi con gruppi e iniziative cittadine già esistenti.
  4. Favorire ogni iniziativa promossa dal mondo sia ecclesiale che laico che tenda a farsi carico dei cittadini più fragili e bisognosi di aiuto.
  5. Incrementare, attraverso il settimanale “L’incontro”, la stampa e la televisione locale, ogni iniziativa di ordine solidale.
  6. Creare a livello di aiuto pratico (indumenti, generi alimentari, mobili, arredo per la casa e altro) una rete che raggiunga le singole comunità cristiane perché possa “scoprire” il bisogno che spesso non emerge, dando risposte adeguate.
  7. Collaborare e “tallonare” l’ente pubblico, Comune e Regione, perché impegnino maggiori investimenti di ordine sociale.
  8. Promuovere con ogni mezzo il volontariato per creare una cultura di vicinanza e solidarietà.
  9. Sollecitare in maniera decisa gli organismi ecclesiali ufficialmente preposti per la carità a compiere una funzione di promozione e di coordinamento affinché nelle singole parrocchie la carità occupi uno spazio pari a quello della catechesi e dell’evangelizzazione e si esprima con strutture, organismi e iniziative concrete atte a produrre questo valore essenziale della religione.
  10. Far fare ai giovani che si preparano al sacerdozio esperienze vive e forti, che lascino il segno, nelle comunità cristiane che sono all’avanguardia in questo settore.

Concludo dando una risposta a chi pensasse che queste sono solamente delle belle utopie, dicendo che chi non coltiva sogni e progetti è un uomo da compiangere perché arrischia di non cogliere le ricchezze e i doveri dell’oggi e del domani.

Due altri sogni

Qualche mese fa, in uno dei rari incontri che abbiamo avuto, don Gianni, il mio successore in parrocchia, sempre oberato da infiniti e assillanti impegni pastorali, mentre parlavamo dei progetti della Fondazione Carpinetum, mi ha chiesto a bruciapelo: “Quanti anni pensi di avere ancora da vivere, don Armando?” Questa bizzarra domanda, che di solito non si pone alle persone in età avanzata, mi ha lasciato perplesso e stordito. Consapevole del fatto che l’età media degli anziani di cui celebro il funerale in cimitero è compresa tra gli ottanta e i novant’anni, ho risposto: “Se mi va bene, avrò al massimo un paio d’anni!” Per natura, sono sempre stato un grande sognatore, ma vi confesso che oggi mi guardo bene dal sognare progetti che richiedono tempi lunghi per essere realizzati. Quando, mio malgrado, cado in tentazione, dico a me stesso “Cala, trinchetto“, come recitava il famoso spot televisivo.

A voi, cari lettori, che mi avete letto per tanti anni sulle pagine di lettera aperta, di Carpinetum, de L’incontro e su questo sito, e che forse qualche volta mi avete anche compatito, confido che da mesi c’è un pensiero che mi tormenta come una zanzara molesta: vorrei fare qualcosa per quei 500 senzatetto che dormono in balia dello smog che incombe sul cielo della nostra città.

A dire il vero, ho domandato a un amico geometra di realizzare un progettino per un alloggio di almeno una ventina di posti letto, da assegnare per un paio di euro a notte. L’idea è offrire una piccola stanza, sobria ed essenziale, dove si possa riposare. Chi mi conosce sa che per me i sogni non valgono quasi niente, se non diventano mattoni. La Provvidenza mi ha fatto incontrare una persona disposta ad accollarsi l’onere finanziario del progetto, però non è finita qui.

Qualche giorno fa, ho letto su Il Gazzettino che 20 mila studenti universitari faticano a trovare una camera in città per meno di 300 euro al mese. Di fronte a questa triste notizia, che è solo l’ultima delle molte che campeggiano sui nostri quotidiani, la mia mente si è messa di nuovo in moto e sono giunto a una conclusione: a fare investimenti improduttivi ci pensano già i Cinquestelle, quindi è meglio che io mi spenda per aiutare ragazzi intelligenti e volonterosi destinati a diventare architetti, medici, operatori economici e quant’altro, che potrebbero far uscire il Paese dall’inedia sociale. Sono convinto che credere nei giovani sia sempre un buon investimento. Di conseguenza, ho deciso di passare quanto prima il progetto, e il relativo finanziamento, alla Fondazione affinché possa valutare l’eventualità di aggiungere un’adiacenza all’ipermercato della solidarietà, che dovrebbe aprire i battenti entro la prossima estate. Cari lettori, voi cosa ne pensate?

Qualcuno mi ha proposto di aiutare la mensa dei poveri che, stando a quanto affermano i giornali, sarà trasferita da via Querini in un luogo imprecisato. A me, in realtà, risulta che saranno la Curia, la Caritas e il Comune a provvedere, quindi ritengo che per questo sia giusto cedere loro il passo. Comunque, se qualche concittadino avesse un suggerimento da offrirmi, sarò ben lieto di prenderlo in considerazione.

Il buon esempio

Al Centro don Vecchi vive ormai da più di quindici anni una signora che, avendo avuto un grave incidente automobilistico, è rimasta sola e gravemente disabile. Avendo io incontrato questa creatura vent’anni fa in condizione di grave preoccupazione per trovare un alloggio confacente alle sue condizioni, fortuna volle che si rendesse libero un appartamento al Don Vecchi 2, così che abbiamo potuto offrirglielo.

Questa signora colta e gentile si è inserita in maniera serena nella nostra comunità, partecipando intensamente alla vita comune in tutti gli aspetti che il Don Vecchi può offrire ai residenti, conducendo sempre una vita esemplare, serena, positiva, felice. Qualche giorno fa con volto più che felice e riconoscente di sempre, ha suonato alla porta del mio appartamento per offrirmi una somma veramente significativa. Mi raccontò come dovette sudare degli anni con gli avvocati per poter ottenere l’eredità lasciatale dal padre, dicendomi che la legge di quel Paese non è applicata in maniera molto serena tanto che ha dovuto spenderne una buona parte per le spese legali.

Consegnandomi la busta con la generosa offerta, mi disse quanto era felice di poter dimostrare tutta la sua riconoscenza per aver potuto vivere serena per tanti anni in questa nostra struttura fatta a misura d’uomo e più ancora per chi è affetto da disabilità. Dicendomi come voleva che impiegassi il suo denaro, ha manifestato il desiderio che andasse soprattutto per le necessità del centro in cui vive e semmai per i residenti che si trovassero in qualche difficoltà particolare. Un dono del genere ci è quanto mai utile perché un centro con 120 alloggi ha sempre enormi esigenze per la manutenzione.

Questo gesto di riconoscenza mi è molto più gradito per i sentimenti che esso manifesta che per le necessità alle quali possiamo dare risposta grazie ad esso. Segnalo alla città questo dono perché i cinquecento alloggi che attualmente possiamo mettere a disposizione dei cittadini che si trovano in disagio sono sempre nati dalla generosità di persone come questa, particolarmente sensibili alle difficoltà del prossimo e coerenti nel comportarsi con i valori che professano.

Il volto nobile di Mestre

Come voi lettori ormai sapete bene, quando indosso i panni del “giornalista”, prediligo le notizie positive, soprattutto se riguardano la nostra città. A dispetto dei risultati modesti e discontinui che ho ottenuto, ho sempre tentato di dare voce e visibilità alla “cronaca bianca”, grazie alle mie rubriche: Il diario di un parroco di periferia, I fioretti dell’anno duemila, Il giornale in bianco. Pur avendo deciso di concludere queste esperienze per raggiunti limiti di età, se mi capita d’imbattermi in una notizia significativa, che racconta il bene, non riesco a tenerla per me e m’impegno a divulgarla affinché i miei concittadini prendano coscienza del fatto che a Mestre non ci sono solo “rami secchi” che fanno rumore mentre cadono. Esiste anche una “foresta di bene” che continua a crescere in silenzio e con umiltà.

Rompo gli indugi e vengo all’ultima notizia che mi ha spinto a prendere in mano la penna. Il mio intento è far sapere a tutti che possiamo ancora contare su testimonianze splendide che ci aiutano a lodare il Signore e a credere in una società più solidale e fraterna. Di recente la dottoressa Giustina Saccardo Scaldaferro, mia coetanea, mi ha consegnato 12 mila euro a favore dell’Ipermercato solidale, per il quale la Fondazione Carpinetum a fine giugno ha posato la prima pietra agli Arzeroni e confida di arrivare all’inaugurazione il prossimo anno.

Permettetemi di compiere un balzo nel passato per collocare la generosa offerta appena ricevuta in una cornice che ne sottolinea il valore e l’importanza. Nella primavera del 1995, con una scelta decisamente azzardata, avevo appena firmato il contratto per la costruzione del Centro Don Vecchi 2. Mancava 1 miliardo e mezzo delle allora lire per coprire l’intera spesa e temevo davvero di aver fatto il passo più lungo della gamba, come si suol dire. In quel frangente, la signora Saccardo mi offrì 23 milioni di lire. In seguito, a me, che avevo soltanto collaborato con sua sorella Rosanna, ha consegnato altri 350 milioni di lire, ereditati dal defunto marito. Nell’arco di un paio d’anni, ha destinato alle mie opere un altro miliardo e mezzo di vecchie lire, soltanto per citare le somme più consistenti, alle quali negli ultimi vent’anni si sono aggiunte altre donazioni meno ingenti ma ugualmente significative.

Vi racconto queste cose per alimentare la fiamma della speranza in un mondo migliore. Certo, data l’entità, queste offerte non sono passate inosservate, tuttavia non sono gli unici segni di solidarietà che sono sotto i nostri occhi ogni giorno. Vorrei ricordare i volontari che tutte le mattine si alzano alle quattro per andare a prendere la frutta e la verdura al mercato di Padova e Treviso, chi per vent’anni ha organizzato il più grande magazzino del Triveneto di indumenti per i poveri, chi serve a tavola al Senior Restaurant, chi fa il giro dei supermercati dell’hinterland per raccogliere i generi alimentari in scadenza, chi gestisce i 500 alloggi dei Centri don Vecchi e, non ultime, le persone che assistono i nostri anziani. Alla signora Giustina Saccardo e alla schiera di “militi ignoti della carità”, di cui io e il buon Dio conosciamo il nome, ma soprattutto la generosità e lo spirito di sacrificio, presto la voce e la penna molto volentieri.

Voglio ringraziarli, a nome dell’intera città, perché fanno da contrappeso lle tante meschinità di cui ci informano i mass media.

Lo sviluppo di un seme

Monsignor Valentino Vecchi era molto amico dei fratelli imprenditori Coin e spesso approfittava della loro gentilezza e disponibilità. Ricordo che ogni anno il mio vecchio parroco, sul finire dell’estate, organizzava per noi, suoi collaboratori, un incontro di due, tre giorni per verificare e programmare le attività pastorali dell’anno nuovo. Eravamo ospiti del signor Aristide nella sua splendida villa di Asolo, dove ci attendevano un interessante dibattito su temi che riguardavano l’essere preti nel nostro tempo, la bellezza dei colli, la squisita ospitalità e i pranzi che la signora Coin ci preparava.

Una volta, Aristide, che gestiva insieme ai fratelli i grandi magazzini di tessuti, ci raccontò, con legittimo orgoglio, la storia della splendida impresa commerciale che suo padre aveva creato e ci disse che aveva iniziato in modo molto umile. Ogni giorno partiva da Mirano, dove abitava, mettendo su un carretto la mercanzia che poi andava a vendere nei paesi vicini, quando c’era il mercato. Dall’intelligenza e dallo spirito di sacrificio di questo modestissimo commerciante è nato il colosso dei magazzini di tessuti e indumenti targati Coin. Da quell’esperienza ho potuto imparare molto anche per i miei progetti da parroco.

Quando passo in via San Donà, davanti al palazzo settecentesco della canonica, lancio sempre un’occhiata al chiosco di legno, incastrato tra la canonica e la chiesa, che in tempi ormai lontani avevo “battezzato” La bottega solidale. La bottega, dal 1995, ha iniziato a distribuire generi alimentari ai poveri della parrocchia e della città. In questa esperienza mi ha accompagnato, aprendo l’attività, la signora Adriana Groppo che, pronta di parola ed esperta nel commercio, in pochi mesi lo ha fatto diventare il “negozio” più frequentato di Carpenedo. Infatti, davanti alla porta c’era sempre una fila molto lunga di “acquirenti”. Alla signora Adriana si è unito presto un buon numero di signore che servivano al banco, si occupavano della cernita delle derrate alimentari sotto una tenda in patronato, mentre alcuni signori si recavano dai generosi benefattori per ritirare il necessario.

Questa sarebbe una piccola “storia epica”, iniziata quando sono riuscito a recuperare il chiosco che monsignor Romeo Mutto, mio vecchio predecessore in parrocchia, aveva affittato per una “pipa di tabacco”. Gli affittuari, due coniugi che avevano aperto un chiosco di fiori, furono molto riluttanti a riconsegnarlo alla parrocchia perché pagavano un affitto pressoché simbolico. Mio fratello Luigi, falegname, fece un restauro radicale. Grazie all’aiuto di qualcuno, di cui non ricordo il nome, ottenni il condono edilizio e qualcun altro organizzò il trasporto della merce con un carrettino, dalla tenda della cernita al minuscolo negozio. Alla signora Adriana subentrò poi il signor Mario Scagnetti che ampliò l’attività benefica.

Un paio di anni fa, l’attuale parroco, don Gianni Antoniazzi, la fece confluire nel grande “polo solidale” che era nato nel frattempo e che operava in maniera più efficiente, organica e consistente presso il Centro don Vecchi di via dei Trecento campi. A dire la verità, vedere questa “bottega”, che ha chiuso i battenti, ormai da molto, suscita in me un pizzico di nostalgia, perché mi ricorda i “tempi eroici” del sogno, del progetto e della sua realizzazione. Nel contempo però mi rincuora e mi fa sperare che anche “l’ipermercato solidale” degli Arzeroni diventerà presto una realtà e che questa nuova “avventura della solidarietà” vedrà la luce quanto prima e potrà contare su una nutrita schiera di volontari preparati, capaci di far crescere il piccolo seme che noi pionieri abbiamo gettato con coraggio, fiducia e spirito di sacrificio.

Io ormai sono troppo vecchio e non potrò partecipare a questo grande progetto, che permetterà alla carità di Mestre di compiere un passo da gigante, tuttavia confesso che sarei tentato di chiedere al Signore ancora un po’ di tempo per vedere “le meraviglie” che faranno i miei successori. Comunque non cederò alla tentazione, perché sarà bello vedere il primo ipermercato nazionale anche da una delle tante e belle nuvole bianche del cielo di Dio!