Un sogno da avverare

Qualche giorno fa, sfogliando un vecchio libro, ho trovato tra le pagine una piccola cartolina della Madonna di Luini. La Vergine è presentata raccolta, pudica e bella. Era l’immagine della mia consacrazione sacerdotale. Sul retro una frase di San Paolo, il mio nome e la data: 27 giugno 1964. Me ne ero dimenticato persino io e tanto più il caro mondo che mi è vicino. Solamente Cecilia, la piccola scout dei miei primi anni di sacerdozio, che aveva trovato pure lei l’immaginetta in un libro della nostra biblioteca, mi ha fatto gli auguri.

Mi capita spesso, ma mi pare naturale, di lasciarmi prendere dai ricordi della mia lunga vita di prete e di riprovare le emozioni di tempi tanto lontani, vissuti con tanta intensità, e di analizzare vecchie storie che si sono concluse con alterne vicende. Alcuni giorni fa l’Università popolare mi ha chiesto un articolo sul mio rapporto con i poveri a Mestre e perciò sono stato costretto a ripercorrere certe imprese: alcune delle quali mi sono riuscite, mentre altre restano un sogno bello tra le nuvole di un cielo che fa sognare!

Tra queste ultime rientra il progetto di mettere in rete tutte le attività benefiche della nostra città. Non lo vedrò certo realizzato nel suo insieme, ma mi è rimasta qualche speranza di vederne realizzata almeno una parte, se il Signore mi concederà ancora qualche anno di vita.

L’architetto Giovanni Zanetti, il professionista che ha progettato e realizzato il Don Vecchi tre e il Don Vecchi quattro, un giorno di una decina di anni fa, mi prospettò che avrebbe avuto la possibilità di ottenere gratis una superficie di circa 20.000 metri quadrati a Favaro Veneto per l’iniziativa della quale mi aveva sentito parlare. La proposta, un po’ interessata, dei padroni del terreno era legata al fatto che il Comune concedesse loro di realizzare un albergo su un terreno contiguo. La mia testa cominciò a ipotizzare la cittadella della solidarietà, ossia un centro in cui i poveri potessero trovare le risposte per ognuna delle loro attese, dando vita al coordinamento cittadino della solidarietà. Ebbi perfino l’avallo e l’appoggio del cardinale patriarca Angelo Scola, ma non se ne fece niente un po’ perché tramontò presto la possibilità del dono e un po’ perché ebbi tutti contro, a cominciare dalla Caritas.

Svanita questa ipotesi, trasferii idealmente il progetto, ridotto a una sede per i magazzini della carità, nel grande campo incolto della società dei 300 campi, contiguo al centro Don Vecchi di Carpenedo. Già molti anni prima, un consiglio di amministrazione aperto e illuminato di questa società mi aveva offerto l’area dove ora sorge il Don Vecchi uno. Mi parve bellissimo che la parrocchia del posto, questa antica Società benefica e il nuovo centro si accordassero per dar vita assieme a una grande iniziativa, forse la prima in Italia. Purtroppo “il diavolo ci mise la coda”, perché il vecchio parroco di allora, un gruppetto di parrocchiani preoccupati di avere nel quartiere la “poveraglia” e un consigliere della stessa società boicottarono ferocemente l’iniziativa. Così anch’essa è caduta presto rovinosamente.

Pensavo che questa vicenda fosse finita, senonché la costruzione del Don Vecchi 5, 6 e ora del 7 ci ha messo sulla strada di acquistare un terreno di circa 30.000 metri quadri attiguo a questi centri ora serviti dalla nuova strada e dagli autobus cittadini. È già stato firmato un preliminare d’acquisto e mi auguro che presto firmeremo anche il rogito e che, tra un anno, si possa pensare alla nuova sistemazione dei magazzini della carità. Non mancano difficoltà di ogni genere ma sappiamo che chi la dura la vince!

Scrivo queste vicende per la storia, perché ritengo giusto ricordare che i percorsi dei progetti di solidarietà sono particolarmente duri e difficili, ma talvolta si avverano. Spero di offrire qualche elemento in più a chi scriverà la storia di Mestre solidale.


Operai al lavoro

C’è un passo della Bibbia che mi torna sovente alla mente quando incontro persone di buona volontà che si danno da fare per il prossimo o che semplicemente tentano di far bene il loro dovere: “Quanto sono belli i piedi degli operatori di pace!”.

Un paio di settimane fa ho fatto una capatina in quel degli Arzeroni per vedere come vanno i lavori per la costruzione del “don Vecchi 5”. La mattinata era umida e fredda per una nebbia insistente, eppure, una volta entrato nel cantiere, ebbi una bellissima impressione. Quando si trattò di costruire gli altri quattro Centri precedenti, un po’ perché ero più giovane e un po’ perché ero direttamente responsabile, visitavo molto più di frequente i relativi cantieri e mi interessavo direttamente dei problemi; ora, un po’ perché sono più lento, un po’ perché c’è qualcuno più giovane ed intraprendente che ha responsabilità dirette, vado più raramente nel cantiere e mi informo in maniera più sommaria.

Comunque, durante l’ultima visita, nonostante la giornata uggiosa, ebbi una bellissima impressione. Siccome s’è accelerato il tempo della consegna del manufatto, sono attualmente impegnati una trentina di operai tra muratori, idraulici, elettricisti, ferraioli. Il cantiere sembrava un formicaio quanto mai operoso: tutti con l’elmetto di plastica gialla, intenti al loro lavoro, diretti da un capomastro intelligente e quanto mai esperto. Penso che quando l’impresa è seria e il committente è responsabile e paga a tempo debito, l’efficienza si manifesti in una operosità veramente apprezzabile.

Questi operai mi hanno dato l’impressione di essere consci della fortuna di avere un lavoro remunerato, di essere guidati da persone responsabili e competenti e di costruire un qualcosa di valido a livello sociale, un qualcosa che dà loro una dignità ed una consapevolezza della validità del loro lavoro.

Quanta differenza tra questo stile operoso ed impegnato e quello dei dipendenti di certi enti pubblici che sembrano degli sbandati, annoiati e inconcludenti che aspettano che arrivi sera o la fine del mese.

Ho sentito che l’apparato burocratico di certi Stati, quali l’Austria, la Germania o la Francia, è preparato ed efficiente, cosa che non possiamo certo dire della nostra Italietta. Un mio amico, ora in Paradiso, era solito affermare che non solo molti dei dipendenti pubblici sono inconcludenti, ma col loro cattivo esempio rovinano anche gli altri. A Cacciari, all’inizio di uno dei suoi mandati a sindaco, dissi che se fosse solamente riuscito a rendere efficiente il Comune, sarebbe passato alla storia come un sindaco meritevole.

Temo che nonostante tutta la sua filosofia, sia stato ben lontano dall’esserci riuscito.

05.01.2014


Le insidie della burocrazia

Mercoledì scorso, in occasione del consiglio di amministrazione della Fondazione che gestisce i Centri don Vecchi, il giovane presidente, don Gianni Antoniazzi, ha anticipato i propositi della burocrazia regionale circa la gestione del “don Vecchi 5”. L’abbozzo di progetto del funzionario preposto al settore mi ha fatto a dir poco imbestialire, constatando, ancora una volta, la protervia e il limite della burocrazia di qualsiasi ente pubblico.

Sento il bisogno di ritornare su discorsi già fatti per illustrare come si stia correndo il rischio di creare un altro carrozzone macchinoso superato ed in balia della burocrazia regionale. Come si ricorderà, l’assessore regionale alla sicurezza sociale, dottor Remo Sernagiotto, che stava inseguendo l’ipotesi di trovare una soluzione per quella zona grigia della terza età che sta tra l’autosufficienza e la non autosufficienza, avendo scoperto con sorpresa ed entusiasmo la realtà del “don Vecchi”, ha affidato alla Fondazione il compito di progettare e di porre in atto un’esperienza pilota per evitare di collocare nelle già intasate ed enormemente onerose strutture per non autosufficienti, gli anziani in perdita di autonomia fisica.

Il “don Vecchi”, forte della sua riuscita esperienza dei Centri, ha accettato questa nuova sfida. A questo scopo Sernagiotto ha messo a disposizione un milione e ottocentomila euro a tasso zero da restituire in venticinque anni. La Fondazione in questi due anni ha reperito una superficie di quasi trentamila metri quadrati, ha creato un progetto ad hoc e sta già costruendo 60 alloggi per anziani in perdita di autonomia con la dottrina collaudata che l’anziano rimanga “il padrone di casa” e che possa, pur con le sue povere risorse economiche, essere “autosufficiente” da un punto di vista finanziario e fisico.

Sennonché dalla relazione di don Gianni ho appreso che il solito funzionario della Regione proporrebbe di finanziare solamente quaranta alloggi, dei quali il settanta per cento sarebbero assegnati dalla ULSS e che non sarebbe più la Fondazione a vagliare le richieste e a decidere l’accoglimento; che il contributo per anziano sarebbe solamente di 22 euro al giorno ed infine che il finanziamento sarebbe erogato a mezzo della ULSS che è proverbialmente in ritardo con i pagamenti.

I patti non erano questi. Se fossero stati questi non saremmo neanche partiti. L’elaborazione e la sperimentazione era stata chiesta alla Fondazione da parte dell’assessore Sernagiotto. Se ora si volessero cambiare le carte a questo modo, a mio parere sarebbe opportuno rifiutare decisamente la proposta e partire per conto nostro, rifiutando ogni contributo regionale.

Siamo sempre alle solite: la burocrazia che si dimostra ancora una volta di corte vedute, di stampo statalista, incapace di innovazione, per nulla fiduciosa del privato sociale; il quale invece si dimostra sempre più agile, più economico e soprattutto più aderente alle attese degli anziani e delle loro famiglie.

19.10.2013


La scommessa

Ieri mattina (varie settimane fa, NdR, prima della messa, sono andato presso il futuro “Villaggio solidale degli Arzeroni” per visitare il cantiere, assieme al presidente della Fondazione, don Gianni, e al suo manager Andrea, per vedere come procedono i lavori.

Pensavo, quando Andrea mi invitò, che si trattasse solamente di vedere la distribuzione degli spazi, dato il fatto che io non riesco bene a leggere i disegni e ad immaginarmi come essi si traducano nella realtà delle pietre. Ma ben presto scoprii che c’era un motivo ulteriore. Andrea aveva invitato i responsabili del pool di imprese che stanno realizzando la struttura: una quindicina di specialisti – dai muratori al responsabile della sicurezza, dagli idraulici agli elettricisti, dai progettisti (che poi sono tutte donne) agli addetti ai pavimenti – per fare una proposta che mi ha fatto quanto mai felice. Proponeva di anticipare la consegna del manufatto ad aprile del prossimo anno piuttosto che a novembre come è previsto dal contratto, riconoscendo, ben s’intende, un’aggiunta al prezzo fissato per i maggiori oneri che questa anticipazione arreca ai costruttori.

Per me, che vedo il calendario che gira i giorni sempre più velocemente, la proposta non può che far piacere, perché mi piacerebbe vedere la conclusione del “don Vecchi 5” e l’inizio del “don Vecchi 6”, struttura che avrebbe una diversa destinazione, ma sempre di tipo sociale.

Quando vent’anni fa abbiamo progettato il primo “don Vecchi”, siamo partiti con estrema preoccupazione, scommettendo sulla validità del progetto, assolutamente innovativo sulla domiciliarità degli anziani di modestissime risorse economiche, mediante gli “alloggi protetti”, con spazi comuni per la socializzazione e costi economici alla portata di tutti, perfino di chi “gode” (in realtà poco) della pensione sociale. La scommessa è stata vinta, tanto che la nostra soluzione è diventata mosca cocchiera per tanti Comuni ed organizzazioni sociali.

In questi giorni abbiamo fatto una seconda sfida nei riguardi degli anziani poveri, ancora del tutto coscienti ma con disabilità fisiche più o meno gravi. Siamo ai primi passi di questa scommessa, e li stiamo giocando con oculatezza, ma pure con una certa preoccupazione. Sogniamo il vecchio che rimane il padrone di casa sua, potendo godere di un aiuto che la società gli assegna e con la presenza di persone che lo supporteranno con un sentimento di profonda e calda solidarietà.

Collaudata questa fase intermedia di uomini verso il tramonto, rimarrebbe la terza scommessa, alla quale altri hanno dato risposta, taluno per fare business e talaltro appoggiandosi all’apparato burocratico degli enti pubblici che tutti conoscono per la poca efficienza e per il costo elevato.

Per ora mettiamo questa sfida come obiettivo remoto, ma sarebbe esaltante poterla fare con il nostro stile e la nostra mentalità che è ben differente da quella degli operatori del settore. Chi vivrà vedrà!

20.09.2013


Finalmente le ruspe!

Non vorrei dar troppe informazioni sui tragitti che sono solito percorrere, perché a qualcuno, a cui spesso rompo le scatole, non venga in mente di metterci l’esplosivo come a Capaci! Per fortuna l’essere un povero diavolo che si permette di fare solamente qualche “denuncia”, da un lato non scuote granché la nostra società sonnolenta, che continua a dormicchiare e a pensare ai fatti suoi, dall’altro lato oggi non mette affatto in pericolo la mia vita.

Mi reco due volte a portare la buona stampa in ospedale. Ormai da oltre un paio d’anni non sono più impegnato nella pastorale diretta dell’ospedale, ma credo che non ci sia degente ed assistente medico o impiegato che non conosca le mie idee e i miei messaggi.

Due volte la settimana porto dunque, assieme a suor Teresa, una tonnellata di buona stampa, “L’Incontro”, “Il sole sul nuovo giorno”, “Il libro delle preghiere” che regolarmente volontari generosi distribuiscono ai degenti e i parenti prendono dagli espositori.

Penso che da anni alcun operatore pastorale abbia la gioia di offrire “la buona notizia” al migliaio e più di persone che ruotano, per un motivo o per l’altro, attorno all'”Angelo”.

Dopo aver deposto la stampa nei luoghi strategici, ritorno al “don Vecchi” per la nuova grande strada che gira alle spalle dell’ospedale per andare a congiungersi al Terraglio nei pressi di Villa Salus.

L’altro ieri, alla seconda rotonda – quella che è di fronte al MacDonald, girai lo sguardo dalla parte opposta e vidi finalmente una gran ruspa che asportava la terra per far posto al sedime della strada che congiungerà questa rotatoria al Villaggio solidale degli Arzeroni del quale farà parte il “don Vecchi 5”.

Credo che Mosè, alla vista della Terra Promessa, non sia stato più felice di me. E’ vero che Mosè impiegò 40 anni per arrivare alla terra promessagli dal buon Dio, mentre io e gli amici della Fondazione ce ne abbiamo messi soltanto tre, ma quanti ostacoli, quanta fatica!

Le ruspe dovranno spostare l’equivalente di cento camion di terra per creare il sedime e portarne altri cento per riempirlo di ghiaione, comunque “il dado è tratto”, come disse Cesare quando passò il Rubicone; ora non si tratta che di proseguire, sperando che il Signore ce la mandi buona.

Intanto confesso che mai mi sono accorto di quant’è bella una ruspa, che con quelle sue mani dalle lunghe unghie solleva la terra. Grazie Signore, per nostra sorella ruspa!


Il villaggio solidale degli Arzeroni

Il consiglio di amministrazione della Fondazione Carpinetum, e in particolare il suo giovane e valido presidente, don Gianni Antoniazzi, sono particolarmente cari con me, tanto da farmi partecipare alle riunioni e offrirmi l’opportunità di esprimere qualche parere e qualche progetto.

Nell’ultima riunione mi sono permesso di proporre un progetto tanto impegnativo ma che, data l’intelligenza, la buona volontà e il coraggio di questo consiglio, potrebbe anche diventare una felice realtà. Dato che non si tratta di un qualcosa di riservato, ma solamente l’offerta di un mio sogno, mi permetto di renderne partecipi anche i miei amici de “L’incontro”, sperando che ci sia qualcuno che possa aiutare a “calarlo dalle nuvole” alla terra, soprattutto mettendo a disposizione un suo generoso contributo.

BOZZA PER UNA PROPOSTA DI MASSIMA PER LA NUOVA STRUTTURA DI ACCOGLIENZA DA COSTRUIRSI PRESSO: “IL VILLAGGIO SOLIDALE DEGLI ARZERONI”

PREMESSA

* La struttura abbia pressappoco la stessa cubatura del don Vecchi 5.
* La struttura si articola in maniera che ogni singolo settore sia indipendente e nello stesso tempo comunicante con gli spazi comunitari che debbano essere fruibili dai residenti.

ARTICOLAZIONE
1. 15 alloggi bilocali con angolo cottura da destinarsi a padri o madri separati e in gravi condizioni di disagio economico:

– TIPOLOGIA RESIDENZIALE

– L’alloggio sarà messo a disposizione per 2 o 3 anni in maniera che sia possibile una costante rotazione. – Retta mensile fissa da euro150.00/200.00 più le utenze. Da convenzionarsi con il Comune Provincia o Regione.
2. 10 alloggi monolocali da destinarsi a disabili fisici che auspicano una vita indipendente con angolo cottura:
– retta mensile 150 euro più utenze. – da convenzionarsi con gli enti suddetti.
– tipologia residenziale.
3. 15 stanze tipo motel col “sistema economico formula uno francese” da destinarsi ai parenti dei degenti negli ospedali cittadini.
Tipologia alberghiera conto euro.20.00 notte a decrescere in rapporto al numero dei giorni di occupazione.
4. 10 alloggi per giovani sposi durata di permanenza 2 o 3 anni
– tipologia bilocale con angolo cottura.
– costi 200 euro più utenze al mese.
tipologia residenziale.

IN ALTERNATIVA:

15 stanze tipo motel “formula uno francese”
– tipologia alberghiera da destinarsi ad operai o impiegati maschi o femmine con basso reddito – contratti al massimo mensili rinnovabili fino al massimo di 2 anni. – costo mensile di euro. 150.00. – tipologia alberghiera.
5. 2 o 3 alloggi bilocali con angolo cottura per emergenze. – tipologia residenziale.
6. Richiesta alla Curia se è interessata ad avere 5-6 alloggi di tipologia residenziale tipo Don Vecchi 5 magari articolati nella tipologia bilocale da destinarsi a sacerdoti anziani oppure impegnati nella pastorale cittadina.
Convenzione con la stessa per i costi.

SPAZI COMUNITARI

a. Un salone a stare.
b. Una sala da pranzo capace di 20 o 25 persone.
c. Un cucinotto con più fuochi utilizzabile dai residenti e contemporaneamente dal catering.
d. Un locale per lavanderia e stireria, -lavatrice ed asciugatrice a gettone.
e. Un piccolo ufficio.
f. Portineria ed ingresso unico.


Aspettando Godot

“Quello che devi fare fallo subito!” disse Gesù incontrando Giuda, suo discepolo infedele. Io mi trovo d’accordo con lui anche su questo punto. Non mi va proprio chi va per le lunghe, trascina avanti una pratica o un discorso.

Però non è solamente per questo motivo di ordine biblico che non riesco a capire ed accettare il tiramolla del Comune di Venezia circa il progetto del “don Vecchi 5” degli Arzeroni.

In Italia la crisi economica è giunta all’estremo, decine di migliaia di aziende chiudono, il settore edilizio, che tutti dicono sia al tramonto, è fermo, eppure ora che la nostra Fondazione ha un progetto di estrema valenza sociale, che in seguito farà risparmiare al Comune milioni di euro, riducendo il costo ormai iperbolico per il ricovero in casa di riposo per gli anziani non autosufficienti e offrirà una soluzione estremamente innovativa col suo progetto pilota, Il Comune aspetta, tergiversa, aggiunge ostacoli, avanza sempre ulteriori pretese e tarda ancora a dare la concessione edilizia.

Il “don Vecchi 5” costerà pressappoco sei milioni di euro, c’è un piano finanziario definito, un progetto elaborato da uno degli studi di architettura della città tra i più noti, una coda infinita di anziani che aspettano, eppure tutto è ancora aggrovigliato nelle ragnatele della burocrazia del Comune. Il progetto è stato presentato il 10 agosto, quindi sei mesi fa e la Fondazione ha dovuto sbrogliare una matassa infinita di problemi catastali che, sempre il Comune, aveva lasciato irrisolti.

Ora tutto è pronto, è stato fatto il progetto e il piano finanziario, è stata scelta l’impresa, s’è progettata una nuova strada… Tutto potrebbe partire domani, occupando decine e decine di operai. Perché tanta inerzia? Perché queste lungaggini?

La classe politica è di certo deficiente ma, peggio ancora, la burocrazia comunale non è per nulla agile, veloce, intelligente ed attenta al bene della collettività. Rimango convinto che non basta dimezzare il numero dei parlamentari e dei consiglieri regionali e comunali, ma finché non si dimagriranno questi enti di almeno due terzi di addetti, non ci sarà efficienza.

Un notissimo imprenditore della città un tempo mi ha confidato che ci sono studi americani quanto mai seri e dati scientifici che attestano che quando un’azienda supera un certo numero di burocrati, questa è destinata al fallimento perché essi producono fatalmente solamente “lavoro” cartaceo assolutamente improduttivo.


Battuto sul tempo!

Sfogliando l’ultimo mio volume “Tempi supplementari”, una delle tante critiche che gli faccio, io che ne sono l’autore, è che risulta assai ripetitivo negli argomenti trattati. Tento di giustificare questo difetto tanto evidente.

Primo: io sono un povero diavolo con tanti limiti. Secondo: ogni individuo non può avere dentro di sé una enciclopedia con tutto lo scibile umano o un archivio con un progetto per tutto. Io ho a cuore certi argomenti e coltivo alcuni progetti: uno, e forse il principale, è quello di offrire risposte adeguate al “povero” che incontro, come “il buon samaritano” mezzo morto per strada. Terzo: sono infine della scuola di Papa Giovanni XXIII che affermava a cuore un problema, deve parlarne da mane a sera a chi incontra per qualsiasi motivo.

Allora, pensando alle nuove povertà, torno su uno degli argomenti di cui ho parlato già molte volte. Ho letto che i mariti di mezza età che divorziano finiscono in un gravissimo disagio di ordine sociale ed economico perché il giudice normalmente decide di lasciare l’uso della casa alla moglie, le affida i figli e le destina una parte rilevante dello stipendio del marito. Quindi quel povero gramo spesso finisce per non avere più una famiglia, una casa e spesso di non poter neppure vedere i figli perché non riesce più a dimostrare al giudice di avere un luogo adeguato per ospitarli.

Questa mattina la Veritas mi ha chiesto di celebrare “un funerale di povertà” per un residente all’asilo dei senzatetto di via Santa Maria dei Battuti. Prima del funerale ebbi modo di sapere, da chi conosceva bene il defunto, che egli era un brav’uomo. Il divorzio lo privò del figlio, perché la moglie lo mise contro il padre, e della casa, assegnata alla stessa.

Quest’uomo, che era stato un buon agente di commercio, si ridusse a dover andare a dormire all’asilo notturno, dove si comportò tanto bene e si fece così ben volere da tutti che, meraviglia delle meraviglie, gli inquilini e i dirigenti della stessa struttura gli permisero di morire tra i suoi nuovi compagni di sventura e molti di loro parteciparono al suo funerale.

Proprio l’altro ieri avevo buttato giù un progetto di massima per costruire, presso il “villaggio solidale degli Arzeroni”, una quindicina di appartamenti per divorziati che vengono a trovarsi nella situazione di questo malcapitato. Purtroppo nostro Signore mi ha battuto sul tempo, assegnando a questo fratello una dimora eterna nei cieli.

Non desisto però dall’impresa benefica perché chissà quanti altri si trovano nelle stesse condizioni del concittadino che ho accompagnato alla “Casa del Padre”! Spero quindi che i miei concittadini non mi lascino mancare i mezzi per farlo.


L’anno della fede

La Fondazione Carpinetum sta perseguendo un progetto, un sogno, o forse un’utopia. Però sono convinto che essi siano i più validi per celebrare seriamente l’anno della fede, che per essere autentica e credibile deve diventare solidarietà.

La Cittadella della solidarietà sarebbe così il frutto più genuino dell’anno della fede. Per quanto riguarda il progetto, avendo la curia avocato a sé la sua realizzazione, mi pare che ai fedeli della base rimanga solamente il dovere di pungolo, cosa che speriamo facciano.

Per quanto riguarda invece il “Villaggio solidale degli Arzeroni” il finanziamento per il “don Vecchi 5” c’è quasi già. Per tutto il resto (l’ostello per i famigliari degli ammalati, degli operai ed impiegati poveri, dei senzatetto, gli appartamenti per i mariti divorziati, gli alloggi per il vecchio clero, gli alloggi per i disabili e quant’altro) penso che la Fondazione possa offrire alle parrocchie principali la possibilità di realizzare ognuna una di queste strutture. Volete che San Lorenzo, il Sacro Cuore, via Piave, non possano fare quello che Carpenedo ha già fatto? Per le parrocchie più piccole potremo proporre degli abbinamenti: San Pietro Orseolo con Santa Maria Goretti, la Favorita con San Lorenzo Giustiniani, ecc.

Se per la fine del 2013 a Mestre ci sarà questo gran cantiere della solidarietà, credo che sarà meglio del coro della Fenice per cantare la gloria di Dio.


Fuoco “amico”

Il 27 luglio il Gazzettino annunciava, con un articolo a quattro colonne, che “Il Consiglio comunale, in seduta notturna, con un voto bipartisan” aveva sdoganato il “don Vecchi 5”. Traduco: il Consiglio comunale di Venezia aveva deciso di concedere alla Fondazione ventisettemila metri quadrati di terreno in località Arzeroni in uso di superficie, ossia il suolo rimaneva di proprietà del Comune, ma concedeva alla Fondazione Carpinetum di costruire, a proprie spese e di gestire per 90 anni il “don Vecchi 5” che vi sarebbe sorto.

Un paio di settimane dopo mi è arrivato un messo comunale con il documento della comunicazione ufficiale. Da questo documento ho appreso che Bonzio, di Rifondazione Comunista, aveva votato contro, i due consiglieri della Lega si erano astenuti e un paio di socialisti, tra cui il capo dei miei chierichetti di un tempo, erano usciti in occasione della votazione.

Io sono del parere che si debba costantemente interloquire con i nostri amministratori. Ho scritto a quello di Rifondazione Comunista: “Non mi sarei mai aspettato che proprio Lei, che ha fatto la ragion d’essere della sua politica la difesa dei poveri, avrebbe votato contro”. La stessa cosa ho fatto con gli altri, non essendo però valide per questa gente, le regole della buona creanza, nessuno mi ha risposto. Ora spero che per le nuove votazioni girino al largo da noi!


Chisso

Chisso è l’assessore della Regione Veneto onnipresente. Non passa giorno che la stampa locale non lo presenti come protagonista di uno degli infiniti ed ingarbugliati problemi dei quali si intesse la vita della nostra città e della nostra Regione. Ha una voce pacata, un volto sempre composto e sereno e delle prese di posizione sagge. La città si è accorta della sua operosità e l’ha votato in maniera sovrabbondante.

Il nostro assessore dà l’impressione che si prenda a cuore ogni problema, come fosse l’unico e il più importante a cui offrire la sua attenzione. Io lo considero un amico vero del “don Vecchi”. La prima volta che è venuto al Centro io gli spiegai la dottrina a cui ci rifacciamo. Capì al volo che era una soluzione innovativa e vincente, infatti pochi giorni dopo ci arrivò la comunicazione che la Regione aveva stanziato centomila euro per il Centro di Marghera.

Lo incontrai poi in Regione da Sernagiotto per il “don Vecchi 5” per gli anziani in perdita di autonomia. Era venuto per perorare la nostra causa presso il collega. «Questa è gente seria di cui ti puoi fidare» disse a Sernagiotto.

Qualche giorno fa don Gianni l’ha incontrato per chiedergli di aiutarci per il problema aggrovigliato della viabilità per giungere al futuro cantiere degli Arzeroni. Ci ha promesso di darci una mano. Sono certo che lo farà perché è un amministratore galantuomo. Oggi trovare un galantuomo in politica è una fortuna e una grazia del cielo.

Da qualche tempo dico un’ave Maria per Chisso perché non “si stufi” e continui ad aiutare la sua gente e sappia che c’è chi lo stima e gli vuol bene.


Passato e futuro della carità

Il cardinale Scola mi pare abbia stimmatizzato l’inattività e il piangersi addosso dei veneziani, invitandoli a credere in se stessi ed a giocare il ruolo che loro compete, avendo alle spalle la tradizione gloriosa della Serenissima.

Il vecchio Patriarca alle parole ha fatto seguire l’esempio, creando dal nulla una nuova università: il Marcianum.

M’è piaciuto ed ho condiviso la sua scelta di non rimanere ai bordi dei problemi della nostra città e il suo sforzo di essere sempre protagonista negli eventi importanti della città tentando di offrire a tutti i livelli e in ogni circostanza il contributo che attingeva dal pensiero cristiano.

Spero tanto che il nuovo Patriarca gli sia complementare, sviluppando la dimensione orientale della proposta cristiana: la carità, componente essenziale del messaggio di Gesù, rianimando e mettendo in rete strutture e servizi nati nel passato. Noi del “don Vecchi” gli offriamo fin da subito due progetti ambiziosi ed innovativi: “La cittadella della solidarietà”, che è andata a finire nel limbo, e il “Villaggio solidale”, che sta “germogliando” agli Arzeroni. La componente orizzontale della Chiesa veneziana oggi ha particolarmente bisogno!


Il nostro tesoro

Venerdì 10 agosto lo studio di architettura Mar-Cecchi-Casaril ha presentato in Comune e in Regione il progetto del “don Vecchi 5”, prima struttura del “Villaggio solidale degli Arzeroni”.

Proprio il 10 agosto la Chiesa celebra il martirio e il messaggio del diacono di Roma san Lorenzo. Questo santo mi è particolarmente caro perché nella chiesa del duomo di Mestre a lui dedicata ho vissuto i primi 15 anni del mio servizio sacerdotale e perché san Lorenzo mi ha fornito una indicazione determinante nel mio modo di impostare il mio sacerdozio.

S. Lorenzo disse, indicando i poveri al prefetto, espressione della società di allora: «Questa è la ricchezza della mia Chiesa». Oggi, con un pizzico di orgoglio, posso anch’io ripetere alla città: «Questa è la mia ricchezza: i poveri!» Di ciò sono felice, spero però di non andare a finire in graticola per questa mia scelta!


Quattrocento milioni

Un signore che alla domenica viene a cercare pace, conforto e coraggio nell’Eucaristia che celebriamo con tanto fervore nella mia “cattedrale tra i cipressi”, dopo la messa mi ha chiesto di parlarmi, dicendomi che una cliente del suo studio di commercialista aveva deciso di donarmi una somma per il “don Vecchi 5”, avendo ricevuto un’eredità.

Due giorni dopo, dopo un rapido scambio di telefonate, suonai al campanello di un appartamento in una zona centrale di Mestre adibito a studio, ove incontrai la mia benefattrice accompagnata, credo, da un direttore di banca.

Tentai di illustrare le finalità del “don Vecchi” e del nuovo progetto, ma capii subito che lei sapeva già tutto. “L’incontro” penso che raggiunga 15-20mila concittadini e li informi su questa nostra splendida avventura a favore degli anziani di Mestre.

Seduta stante il direttore di banca telefonò in sede e l’indomani arrivò il bonifico di duecentomila euro. Traduco la somma in lire perché ho la sensazione che dica meglio la dimensione dell’offerta: quattrocento milioni!.

Il “don Vecchi 5” costerà otto miliardi, ma avendo alle mie spalle una città con questo cuore, son certo che non è un azzardo cominciare.

P.S. Qualche settimana dopo questa signora ha fatto il bis donando altri 200.000 euro.


L’assessore

Io ho manifestato più volte ed apertamente il mio gradimento e la mia ammirazione per il governo di Mario Monti, formato solamente da ministri e sottosegretari “tecnici”. Logicamente uso lo stesso criterio per quanto riguarda “il governo comunale”. Gli assessori che stimo di più sono quelli che provengono dalle libere professioni.

Credo che per quanto riguarda il “don Vecchi 5” e il villaggio solidale degli Arzeroni, il “Mosè” che ci sta facendo passare il mar Rosso, guidandoci alla “Terra promessa” sia l’assessore tecnico, prof. Enzo Micelli.

Questo professore l’ho conosciuto quando era il presidente del consiglio di amministrazione dell’IVE, l’immobiliare del Comune di Venezia, ai tempi in cui mi battevo per ottenere il terreno per costruire “Il Samaritano”, la struttura di accoglienza per i famigliari degli ammalati dell'”Angelo” e degli altri ospedali di Mestre.

Gli amministratori che provengono dalla politica sono convinto che di fronte ad ogni proposta si pongono non la domanda se serve o no, ma se porta voti o meno! Per questo motivo preferisco gli “amministratori tecnici”.