Don Vecchi, il mio maestro

La redazione de L’Incontro mi chiede un “contributo” sulla testimonianza di un uomo, di cittadino e di prete di monsignor Valentino Vecchi.

Lo faccio con qualche riluttanza perché mi è difficile inquadrare questa persona per molti versi complessa, come è sempre difficile esprimere un giudizio obbiettivo su personalità particolari dotate di risorse umane non comuni e soprattutto vissute in tempi ormai lontani dai nostri. Monsignor Vecchi operò a Mestre mezzo secolo fa e per i nostri tempi in cinquantanni i mutamenti di sensibilità e di valutazione sono tali che nel passato avevano bisogno forse di due secoli.

Comunque mi sento moralmente costretto da una promessa da me fatta mentre monsignore era molto vicino alla morte. Nel breve dialogo, avvenuto nella sua camera da letto nella canonica di San Lorenzo, tra l’altro monsignore mi disse: “Don Armando, tu che sai scrivere, parla pure di me quando non ci sarò più”. Immagino, anzi sono certo, che alludeva ai suoi sogni, ai suoi progetti e al suo messaggio, che egli ben sapeva bene quanta difficoltà trovava di essere accolto e di attecchire in città e soprattutto nell’apparato ecclesiale, che molto spesso gli fu ostile. Gli dissi di si ed onestamente ho tentato di farlo come le mie modeste risorse intellettuali me lo hanno permesso.

Ora a Mestre, a motivo dei nostri centri tutti conoscono don Valentino Vecchi, ma temo che conoscano solamente un nome o forse un mito, ma quasi null’altro. Don Franco e soprattutto il bravo giornalista Paolo Fusco, scrissero in maniera molto più esauriente dei miei poveri articoletti su Lettera aperta, su Il Prossimo e soprattutto su L’Incontro. Comunque vorrei dare pubblica testimonianza su ciò che penso monsignor Vecchi abbia donato a me personalmente, alla Chiesa e alla nostra città.

Comincio con quello che io di certo ho ricevuto e di cui sono assolutamente grato: monsignore mi aiutò economicamente in un momento molto difficile per me e per la mia famiglia. Poco prima di diventare prete subii due lunghi ricoveri nell’ospedale dell’isola delle Grazie, con costi impossibili per una povera famiglia come la mia. Ebbene monsignore se ne fece totalmente carico in maniera immediata e spontanea: il lato economico costituisce sempre un segno di solidarietà che lascia traccia!

Monsignore poi mi ha tolto i complessi del campagnolo, che a Venezia sono particolarmente pesanti, mi ha messo in contatto diretto con i più significativi artisti del tempo e mi ha introdotto nel mondo meraviglioso dell’arte, come mi ha fatto incontrare i protagonisti della vita amministrativa e politica del tempo.

Monsignore mi ha passato il desiderio e il bisogno della ricerca e della sperimentazione, si veda il viaggio ai fini pastorali in Francia, che allora era mosca nocchiera della liturgia, e si veda la scoperta di un bollettino parrocchiale, che una volta tornato divenne “La Borromea”.

Monsignore mi ha passato inoltre il suo modo di vivere: il senso dell’avventura e della sfida assieme alla concretezza degli obbiettivi da raggiungere. Mi ha insegnato ad usare il dialogo, seppure dialettico, alla pari con il prossimo normale così come con quello che si pensa importante. Monsignore, al contrario di quello che pensavano allora, perché per le sue mani passavano fior di milioni, mi ha insegnato a vivere poveramente (egli non ha mai posseduto una automobile e spesso vestiva con gli indumenti usati offertogli dalla San Vincenzo) e mi ha inculcato che se la carità vuole essere veramente tale deve incarnarsi nelle opere ed in particolare nelle strutture. “Don Armando – mi diceva – se fai la carità fai bene, ma se costruisci qualcosa per i poveri tu ne aiuterai molti, in maniera seria e per almeno un secolo!”. Il mio vecchio parroco mi ha anche insegnato ad avere coraggio e ad osare quel che molti ritengono impossibile!

Per quanto riguarda la città e la Chiesa di Mestre sono convinto che il contributo di questo sacerdote sia stato ancor più innovativo e valido. Monsignore passò a tutti l’idea che Mestre non doveva accettare di ridursi in una città dormitorio succursale di Venezia. A questo scopo si impegnò a dar vita a strutture per la città: il nuovo patronato, Ca’ Letizia, villa Giovanna con la scuola di lingue, il palazzo della carità, l’agorà, il rifugio San Lorenzo per i giovani non distante da Misurina, il palazzo delle associazioni con “La Graticola”, la casa di San Vito di Cadore, e la scuola per il seminario a Paderno del Grappa. A livello informativo e culturale diede vita all’istituto di cultura “Laurentianum”, e quello di “Santa Maria delle Grazie” in via Poerio, alla pubblicazione Borromea mensile e settimanale.

Per quanto riguarda la Chiesa e la pastorale ha promosso l’istituzione del delegato patriarcale per Mestre e terraferma; s’è battuto perche la chiesa mestrina non fosse formata da un arcipelago di parrocchie autonome, ma diventasse invece una realtà ecclesiale a livello cittadino con un disegno unitario; s’è impegnato inoltre perché villa Tivan, sul Terraglio, diventasse la sede del Patriarca in terraferma.

Monsignore non ebbe vita facile con il “palazzo” e con la curia, comunque ha sempre portato avanti i suoi progetti senza “rompere” e accettando spesso mortificazioni dai soliti burocrati di turno. Il merito forse maggiore di don Valentino Vecchi è quello di aver messo in discussione il passato e proposto idee ed iniziative quanto mai innovative per quel tempo. Purtroppo la stagione del post concilio, ha rappresentato anche per la Chiesa mestrina un tempo di restaurazione e di appiattimento, ma rimane comunque la speranza che una seminagione così ardita ed intelligente possa prima o poi dar frutto.

Io che ho vissuto per di più di vent’anni accanto a questo prete prima in seminario e poi in parrocchia, e che spesso ho chiamato “mio maestro”, conosco pure i suoi limiti, le sue collere e perfino le sue ambizioni. Ma ritengo che sia stato un maestro di vita, certo non di fede da santarelli incantati, ma di una fede che non ha avuto paura di sporcarsi lasciandosi coinvolgere dalle vicende reali di questo povero mondo. Il mio “Vangelo” secondo don Vecchi non è certamente uno di quelli canonici, ma accetto pure che sia ritenuto apocrifo!


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