La forza di un sogno

Tutto nasce dall’idea di creare un luogo dove chi è in condizione di disagio possa trovare aiuto: ora siamo tutti chiamati a essere protagonisti di questa avventura.

Sono ben felice che la redazione de “L’incontro“, il settimanale della Fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi, periodico a cui ho dato vita all’inizio del 2005 appena andato in pensione, mi abbia chiesto un intervento in occasione dell’inaugurazione del “Centro Papa Francesco“. Ho sempre ritenuto giusto, anzi doveroso, offrire un contributo di idee in occasione di eventi che riguardano la mia Città e la mia Chiesa. Ho sempre espresso il mio pensiero, anche quando ero consapevole che mi trovavo in minoranza; “partecipare” oltre che un diritto è un dovere per chi ha a cuore il domani e le sorti che riguardano sia la Comunità civile che quella religiosa.

Questa opportunità che mi è stata offerta mi permette di felicitarmi nella maniera più convinta con chi ha realizzato questa struttura straordinaria ed innovativa nel campo della solidarietà. Credo che la nostra Città e la nostra Chiesa debbano rendere onore e pure riconoscenza nei riguardi della Fondazione per i Centri Don Vecchi, ma soprattutto al suo attuale consiglio d’amministrazione, che ha avuto il coraggio e l’intuizione di dar vita ad una meravigliosa struttura di cui credo non si trovi una uguale nel nostro Paese a livello di carità cristiana.

Questo intervento mi dà modo di fare una precisazione che finalmente posso confessare ai miei concittadini; perché spesso, a proposito di questa iniziativa, mi si danno dei meriti che non sono veri. Io in questa bella vicenda non ho collaborato se non donando una piccola parte del grande sogno di dar vita ad un “Centro della solidarietà”, sogno che il Patriarca Cé aveva condiviso ed incoraggiato, ossia di un polo nel quale i concittadini in disagio potessero trovare aiuto, quali che fossero i motivi delle loro difficoltà.

Quindi i meriti e la riconoscenza vanno a don Gianni Antoniazzi, presidente della Fondazione, ad Andrea Groppo, vicepresidente, che è il vero realizzatore del progetto ed a Edoardo Rivola, che è il presidente de “Il Prossimo“, associazione che ne curerà la gestione, per non parlare dei 250 volontari che stanno dando tempo ed energie per la sua vita.
Questa precisazione mi dà modo di liberarmi dalla sensazione di sentirmi molto di frequente un “ladro” dei meriti altrui.

Voglio pure precisare che avendo spesso parlato dell'”ipermercato della solidarietà”, ho temuto che si potesse confonderlo con le analoghe strutture di natura commerciale. Preciso che nel nostro “ipermercato” ai più poveri viene donato tutto gratuitamente, ma pure a chi non abbia gravissimo bisogno di aiuto, tutto viene offerto in maniera gratuita, perché si richiede solamente una modestissima offerta per i costi di gestione. Spero quindi che questa precisazione metta in pace e tranquillizzi la “concorrenza commerciale”!

Essendo pure stato coinvolto molto spesso nella necessità di mettermi addosso “la bisaccia dei frati da questua” per cercare benefattori, debbo dichiarare di aver trovato una risposta estremamente generosa da parte del “Banco Alimentare di Verona”, dai “mercati generali frutta e verdura di Padova”, da 25 supermercati cittadini e dell’hinterland per la cessione dei generi alimentari in scadenza e da un considerevole numero di aziende del settore che quasi ogni giorno ci offrono “eccedenze” di ogni genere che i nostri volontari vanno a raccogliere usando la nostra “flotta” di sette furgoni con la scritta rossa sul fondo bianco “Servizi per i poveri”, furgoni che da mane a sera girano a Mestre e in tutte le città del Veneto.

Da ultimo, fra tutte le belle cose che dovrei segnalare ai miei concittadini, circa questa splendida e meravigliosa avventura di carità, è quella di non sentire mai più menzionare “Il supermercato di don Gianni, di don Armando, della Fondazione dei Centri don Vecchi o dell’associazione “Il Prossimo”, ma invece vorrei sentire che “l’Ipermercato” sia ritenuto la bella e innovativa realtà solidale della Città e delle Comunità parrocchiali, iniziativa della quale ognuno si senta partecipe e coprotagonista offrendo ad esso la propria collaborazione.

Ultimissima confidenza di questo povero prete ultranovantenne: spesso mi sorprendo che sto rivolgendomi al Signore con le parole del vecchio Simeone, quando ha avuto la grazia di incontrare il Messia: “Ora puoi chiamarmi, Signore, perché ho già visto “Le meraviglie di Dio!” Però se mi facesse vedere anche altre cose di questo genere non mi dispiacerebbe affatto!

Il piacere di un caffè

Nel nostro “ipermercato” – chiamiamolo così solamente perché in questi nostri magazzini della solidarietà i concittadini che sono in difficoltà d’ordine economico, possono trovare un po’ di tutto: dai generi alimentari, ai mobili, dagli indumenti, alla frutta e verdura, dall’arredo per la casa, ai pannoloni e ai supporti per gli infermi – si trova però solamente tutto di quello che ci donano e non sempre disponiamo di quello di cui i poveri hanno bisogno.

Per grazia di Dio, ogni giorno riceviamo tante offerte, ma spesso quelle più necessarie non arrivano e questo ci dispiace alquanto perché siamo convinti che chi è povero ha bisogno e, diciamolo convintamente, ha pure diritto d’avere non solo l’indispensabile per sopravvivere ma pure quello che rende più confortevole la vita. In questi casi ci dispiace alquanto non dare risposte positive a certe legittime richieste.

In questi ultimi tempi, ad esempio, non avevamo neppure un chicco di caffè. A questo mondo c’è sempre qualcuno che ha pure delle ottime idee, ma poi pretenderebbe che fossero gli altri a realizzarle! A questo proposito degli amici ci avevano più volte suggerito di andare a chiedere aiuto a chi produce quello di cui abbiamo bisogno. E nel caso specifico del caffè, ci dissero che a Preganziol c’è chi “lo produce”. Fortunatamente il nostro amico e collaboratore, l’ingegner Giordano Serena, aveva una persona che ci poteva presentare ai proprietari.

Io assieme a suor Teresa e all’ingegnere siamo andati a chiedere elemosina per i nostri poveri. Vi confesso che chiedere è sempre imbarazzante, specie per me che sono fondamentalmente un timido! D’istinto però mi vennero in mente i frati, che un tempo andavano alla questua e quindi idealmente mi misi sulle spalle la bisaccia dei frati mendicanti e mi presentai assieme ai due cari colleghi alla proprietaria di questo “stabilimento”.

La giovane signora ci accolse con estrema cortesia, mettendoci a nostro agio. Presentammo la nostra “impresa” e la relativa richiesta di aiuto. Con nostra felice sorpresa si dichiarò ben felice di poter collaborare con noi per fare un po’ di bene anche lei, offrendoci gratuitamente, seduta stante, mezzo bancale di caffè cioè 600 pacchetti da 250 grammi al pezzo, aggiungendo che se avessimo bisogno dell’altro ci avrebbe fornito il caffè a prezzo di costo, tanto che ne ordinammo un altro bancale e mezzo.

In questi giorni pensando all’accoglienza e alla generosità di questa giovane donna m’è parsa perfino tanto bella e mi ha convinto soprattutto che il caffè Goppion è il più buon caffè che ci sia in commercio, tanto che sento la gioia e il piacere di suggerirlo a tutti i miei concittadini: il caffè di chi crede alla solidarietà è in assoluto il migliore!

Il nuovo segno di pace “made” Papa Francesco

Papa Francesco, ogni giorno di più, non cessa di sorprendermi, egli con le sue scelte umili e discrete sta umanizzando la nostra religiosità, togliendole quell’aureola di sacralità e di mistero e calandola in quello che è l’aspetto più vero del nostro vivere.

Le sue telefonate a capi di stato, a personaggi della cultura a semplici cittadini bisognosi di conforto e di speranza sta togliendo in maniera radicale e definitiva “il triregno” del capo del successore di San Pietro, per presentarsi soprattutto come padre e fratello di umanità e di fede. Mi ha colpito quanto mai l’ultimo suggerimento che profuma proprio di calore e di fraternità il rapporto tra fedeli che partecipano ai sacri riti, che non sempre sono coinvolgenti.

Oramai da molti mesi, a causa della pandemia il celebrante non dice più ai fedeli: “Scambiatevi un segno di pace”, segno che s’era quasi svuotato di contenuto di simpatia, amicizia e fraternità.

Quel modesto invito sta già diventando motivo di ulteriore rimpianto del tempo nel quale non avevamo quel virus micidiale sempre pronto a colpire.

Qualche giorno fa qualcuno mi ha informato che il papa ha annunciato ai fedeli: “Ora non possiamo più scambiarci, durante la Messa, il segno di pace stringendoci la mano, però nulla vieta che il sacerdote dica: “Scambiamoci uno sguardo di simpatia e di amicizia, magari accompagnando lo sguardo con un sorriso affettuoso.”

Il suggerimento mi è parso veramente felice! E alla prima messa che ho celebrato dopo questa “scoperta” ho rivolto il medesimo invito ai presenti.

La reazione mi è parsa veramente bella: i fedeli si sono rivolti al vicino di banco con grande spontaneità e simpatia!

Molto tempo fa ho letto una riflessione di un poeta giapponese il quale aveva scritto: “In autobus, in treno, alla partita, sediamo gomito a gomito con degli sconosciuti, uomini e donne come noi, ai quali però non rivolgiamo mai uno sguardo o una parola di cortesia. Sembra davvero che fra l’uno e l’altro passi la muraglia cinese!”. Concludo: vuoi vedere che il nostro Papa, umile e semplice, riesce perfino a scardinare la “muraglia cinese” che pare dividere anche i fedeli in Chiesa?

La forza di un’utopia

La forza di un’utopia

Molti pensano che l’utopia sia un progetto che è destinato sempre a non realizzarsi mai, mentre io sono convinto che sia invece la spinta propulsiva verso una nuova “frontiera”, quella di dare volto e consistenza seria e reale alla solidarietà. Mi piacerebbe tanto che nella segnaletica delle strade che conducono alla nostra città fosse scritto: “Mestre città della solidarietà”. In questa impresa vi sono stati alcuni momenti nei quali anche io ho pensato, come Raul Follerau, l’apostolo dei lebbrosi, che scrisse nel suo testamento: “Lascio in eredità alla nuova generazione i progetti che non sono riuscito a realizzare”. Fortunatamente le realtà nelle quali sono vissuto mi hanno offerto un “filo rosso”, ora tenue ed ora consistente, che ci ha condotti alla realizzazione del supermercato della solidarietà, un progetto che cinquant’anni fa sembrava un’impresa assolutamente impossibile! Penso che molti concittadini siano contenti di conoscere questo “filo rosso” che, nonostante moltissime difficoltà, fra un mese ci potrà indicare il volto dell’utopia che per l’intera mia vita mi ha fatto sognare ed impegnarmi. Per esigenza di spazio non posso che elencare, in maniera sommaria queste tappe, ma in futuro potrei anche descrivere in maniera dettagliata gli eventi che ci hanno condotto alla realizzazione dell’ipermercato della carità.

  1. 1958: Adattata una “baracca” presso la canonica di San Lorenzo per la raccolta e distribuzione di indumenti per i poveri.
  2. 1959: “Il caldo natale” degli scout con raccolta e distribuzione di carbone e legname per il riscaldamento invernale.
  3. 1960: costruzione di Ca’ Letizia con mensa da 120 coperti, cena e colazione al mattino, magazzino indumenti, docce e barbiere, vacanze per ragazzi ed anziani, pubblicazione della rivista “Il Prossimo” per sensibilizzare la città.
  4. 1972: apertura di queste piccole strutture per alloggiare anziani poveri: Piavento – Ca’ Dolores – Ca’ Elisabetta – Ca’ Teresa – Ca’ Elisa.
  5. 1975: apertura de “la Foresteria” e del Foyer S. Benedetto, strutture per alloggiare lavoratori di paesi fuori Mestre e parenti di ricoverati in ospedale.
  6. 1977: apertura di Villa Flangini per le vacanze degli anziani e della Malga dei Faggi per le vacanze dei ragazzi.
  7. 1980: Inizio della costruzione dei sette Centri don Vecchi: 510 alloggi per anziani poveri, per padri e madri separati, per lavoratori fuori città, per famiglie disagiate, per parenti di degenti nei nostri ospedali; alloggi offerti gratis pagando solo utenze e spese condominiali.
  8. La bottega solidale chiosco di distribuzione di alimenti per i poveri.
  9. 1995 inizio del “Polo solidale”, 1200 metri di superficie per la raccolta e la distribuzione per i poveri di indumenti, mobili, arredo per la casa, supporti per disabili, generi alimentari, frutta e verdura. Il tutto gratis, solo richiesta di una piccola offerta per le spese di gestione.
  10. 2020: realizzazione dell’Ipermercato della Solidarietà per ospitare le attività del “Polo solidale” che finora operava presso il Centro don Vecchi 2 di Carpenedo. Struttura che la Fondazione Carpinetum ha voluto opportunamente chiamare: “Centro di solidarietà cristiana Papa Francesco”.

Questa realtà gode della stima e della elargizione quotidiana o settimanale di 21 ipermercati delle catene commerciali: Cadoro, Alì, Coop, Pam, Lidl, Interspar e soprattutto del “Banco alimentare di Verona”, del mercato generale di frutta e verdura di Padova e infine di un numero rilevante di attività commerciali.

Questa struttura sarà aperta a tutti i bisognosi di aiuto, ognuno sceglie quello che gli serve dando una piccola offerta cosi che pure il povero abbia solo la sensazione di contribuire al bene dei più poveri.

Le vere fondamenta di queste realtà, sono di natura squisitamente religiosa e poggiano su questa “pietra d’angolo” del pensiero cristiano: “Ubi Caritas ibi Deus”. “Dove c’è la Carità là s’incontra il Signore” Padre di tutti.

L’utopia però è un sogno che non ha mai una data come conclusione ma è invece come l’orizzonte, che man mano che si avanza verso di esso, continua a spostarsi più avanti. Ora il nostro orizzonte è la “cittadella della solidarietà”, una realtà che comprenda un centro studi per analizzare e risolvere le nuove povertà. Un centro di collegamento tra vari gruppi cittadini impegnati nei settori specifici della solidarietà che continui a progettare e a migliorare le strutture solidali già esistenti.

Tutto questo è stato realizzato dalle comunità parrocchiali guidate dai sacerdoti che si sono succeduti nel tempo. Ora tengono il timone don Gianni Antoniazzi e i suoi diretti collaboratori.

Aggiungo infine che il Comune ci ha agevolato con un notevole contributo burocratico e contiamo inoltre di trovare anche una collaborazione con Caritas. La Regione invece, nonostante ripetute sollecitazioni, non ha contribuito neppure con un centesimo a queste realtà che di certo sono un fiore all’occhiello della nostra Città.

La testimonianza dell’avvocato Cacciavillani

Un paio di settimane fa è morto l’avvocato Ivonne Cacciavillani, un professionista quanto mai noto e stimato nel foro del Veneto. Io lo ricordo e gli sono riconoscente per tre motivi.

Il primo per interesse, perché mi ha aiutato a dimostrare che avevo diritto di essere esonerato dal pagare gli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria per i centri don Vecchi, tassa che il Comune pretendeva perché mi concedeva il permesso di offrire l’alloggio gratis a quattro cinquecento anziani poveri della città! Quella tassa era pari ad una trentina di milioni di vecchie lire. Secondo, sono venuto a sapere, che alla domenica, dopo aver ascoltato la S. Messa, dalle nove alle undici si metteva a disposizione per aiutare gratis i suoi compaesani per problemi di ordine giuridico. Terzo perché mi ha raccontato che un giorno in treno un ispettore delle ferrovie dello Stato l’aveva trattato con arroganza, al che lui gli aveva detto in maniera perentoria: ”Lei non sa chi sono io!” L’altro pensò che fosse un deputato, e rimase perplesso. Allora questo uomo di legge tirò fuori la sua carta di identità e gliela mostrò dicendogli: ”Io sono un cittadino italiano!”

Da quel giorno mi sono liberato da qualsiasi soggezione verso qualsiasi autorità, perché l’avvocato mi ha convinto che siamo noi i veri datori di lavoro di ogni dipendente dello Stato, siano essi, il Sindaco, giudici o deputati.
Da allora in poi quando chiedo qualcosa non mi tolgo il cappello, solamente perché non lo porto mai, però li tratto come uno dei miei dipendenti, e non mai come miei superiori!

A suor Michela

Suor Michela Monti dopo aver ricevuto l’unzione degli infermi e la benedizione papale, alle ore 13:10 del 9 marzo 2021 è giunta alla “Terra promessa” per incontrarsi col Padre al quale ha donato la sua lunga vita. Ritengo doveroso tracciare un breve profilo della sua personalità e della sua vita, spesa interamente per la gloria di Dio e il bene dei fratelli, perché la sua bella e cara testimonianza di vera “figlia di Dio” possa essere di edificazione e di stimolo ad una vita autenticamente cristiana anche per tutti coloro che l’hanno incontrata e che in qualche modo hanno beneficiato del suo servizio religioso prima nella comunità di S. Giuseppe di Viale San Marco, poi in quella di Carpenedo ed infine in quella del Centro don Vecchi, nella quale ha trascorso gli ultimi 15 anni di vita e di apostolato cristiano.

Suor Michela è nata 95 anni fa a Tunisi, da padre italiano e madre maltese, nella sua giovinezza ha perseguito il diploma di maestra d’asilo ed ha prestato servizio nella scuola tenuta dalle Suore di Nevers che si trovavano da molti anni impegnate al servizio della popolazione Tunisina. A 23 anni sentì la chiamata a farsi religiosa ed entrò nella congregazione delle suore di Nevers che aveva da sempre conosciute ed ammirate per la dedizione ai più poveri di quella Città, e per servire il Signore mediante la sua disponibilità ad aiutare i poveri ed annunciare il Vangelo di Gesù. Questa Suora compì la sua formazione religiosa in Francia nella casa Madre delle suore di Nevers chiamata “Saint Gildard” dove la sua “sorella di fede” Suor Bernadette Soubirous, la santa a cui è apparsa La Madonna, ha come lei appreso ad amare e servire il Signore, ed è rimasta presente con il suo corpo intatto, per testimoniare la grande potenza di Dio e la sua misericordia per tutta l’umanità.

Completata la sua formazione religiosa fu destinata di nuovo nella sua terra tunisina per occuparsi soprattutto delle ragazze arabe abbandonate, insegnando loro le prime nozioni di civiltà, “come cucinare, prendersi cura del loro corpo, imparare a leggere e scrivere ecc. ecc.” Sempre con grande rispetto per le loro tradizioni di fede. Ha insegnato arabo in una scuola tenuta dalle suore per le ragazze di estrazione francese.

Nel 1960 fu destinata in Italia nella parrocchia di San Giuseppe in Viale San Marco, comunità appena sorta e quindi bisognosa di anime generose che l’aiutassero a diventare una vera comunità di fede. In quegli anni ebbe il compito di fare l’economa della comunità e della scuola materna, elementare, e media, e il servizio alla parrocchia.

Nel 1976, ha seguito il bisogno di aggiornamento, stimolato dal Concilio Ecumenico e dalla contestazione del 68; accettò la proposta dei suoi superiori di attuare un nuovo modo di apostolato: ossia quello di creare delle piccole comunità inserite nelle parrocchie a loro totale servizio. E soprattutto per avere il modo di ritornare alle origini della fondazione per cui il Fondatore, un “benedettino Francese” don Jean Baptiste Delaveyne, le aveva pensate per testimoniare la Carità di Cristo verso le persone bisognose a completa disposizione delle parrocchie. Questa esperienza trovò attuazione nella parrocchia di Carpenedo, ove si trasferì, in una normale abitazione, assieme a suor Teresa e ad altre suore che si avvicendarono lungo i venti anni di permanenza. A Carpendo, dopo aver frequentato e acquisito il diploma di assistente geriatrica, suor Michela guidò il gruppo San Camillo a servizio degli ammalati, si dedicò al catechismo parrocchiale, diede vita a “il Ritrovo”, la struttura e la relativa associazione degli anziani, ed impegnò tutto il resto del suo tempo al servizio liturgico; furono innumerevoli i funerali, i matrimoni e le funzioni religiose nelle quali mi fu accanto. Suor Michela fu pure protagonista della nascita e dello sviluppo della Villa Asolana, che la parrocchia gestì a favore degli anziani poveri, arrivando ad offrire un paio di settimane di svago e di riposo a più di 400 anziani poveri ogni anno.

Nel 2005, quando cessai il mio servizio nella parrocchia di Carpenedo, lei mi seguì, con suor Teresa, al don Vecchi, mettendosi ancora una volta a disposizione dei 200 residenti in questa struttura; per terminare la sua vita, dopo un’infinita “Via Crucis” sopportata con coraggio e fede, assistita con immenso amore filiale da parte di suor Teresa, che ha totalmente condiviso questa splendida e innovativa esperienza pastorale.

Questa è stata la bella ed entusiasmante esperienza di apostolato di questa suora in linea con i tempi nuovi della Chiesa e della Società. Suor Michela fu una donna forte, intelligente, determinata e fedele alla sua missione tanto diversa da quella sperimentata nella sua giovinezza. Per molti aspetti fu una suora che accettò di fare da apripista al nuovo modo di essere suora nel terzo millennio; pur salvaguardando le radici della sua formazione, si aprì al mondo nuovo con fiducia e coraggio, scegliendo un alloggio, un vestito, una casa ed una modalità di servizio totalmente in linea con la sensibilità di questo nuovo mondo, che cambia in modo quanto mai veloce. Suor Michela ha scelto di riposare assieme ai resti mortali di religiosi e suore della città che la nostra comunità ha predisposto per loro nel nostro Camposanto perché i cittadini vi poggino sopra un fiore e dicano una preghiera per queste creature di Dio che hanno scelto di spendersi totalmente per la sua gloria e per il bene dei fratelli.

La Voce – Anno 2 – n° 6 – 7 febbraio 2021

IL MESSAGGIO DI QUESTA DOMENICA

Dio, dammi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso e la saggezza di riconoscere la differenza.

LA MORALE DELLA FAVOLA

L’OCCHIO DEL FALEGNAME

C’era una volta, tanto tempo fa, in un piccolo villaggio, la bottega di un falegname. Un giorno, durante l’assenza del padrone, tutti i suoi arnesi da lavoro tennero un gran consiglio.

La seduta fu lunga e animata, talvolta anche veemente. Si trattava di escludere dall’onorata comunità degli utensili, un certo numero di membri.

Uno prese la parola:” Dobbiamo espellere nostra sorella Sega, perché morde e fa scricchiolare i denti. Ha il carattere più mordace della terra”.

Un altro intervenne:” Non possiamo tenere fra noi nostra sorella Pialla: ha un carattere tagliente e pignolo, da spelacchiare tutto quello che tocca”.

“Fratel Martello – protestò un altro – ha un caratteraccio pesante e violento. Lo definirei un picchiatore. E’ urtante il suo modo di ribattere continuamente e dà sui nervi a tutti. Escludiamolo!”.

“E i Chiodi? si può vivere con gente così pungente? Che se ne vadano! E anche Lima e Raspa. A vivere con loro è un attrito continuo. E cacciamo anche Cartavetro, la cui unica ragione d’essere sembra quella di graffiare il prossimo!”.

Così discutevano, sempre più animosamente, gli attrezzi del falegname. Parlavano tutti insieme. Il martello voleva espellere la Lima e la Pialla, questi volevano a loro volta l’espulsione di chiodi e martello, e così via. Alla fine della seduta tutti avevano espulso tutti.

La riunione fu bruscamente interrotta dall’arrivo del falegname. Tutti gli utensili tacquero quando lo videro avvicinarsi al bancone di lavoro.

L’uomo prese un asse e lo segò con la Sega mordace. Lo piallò con la Pialla che spela tutto quello che tocca. Sorella Ascia che ferisce crudelmente, sorella Raspa dalla lingua scabra, sorella Cartavetro che raschia e graffia, entrarono in azione subito dopo.

Il falegname prese poi i fratelli Chiodi dal carattere pungente e il Martello che picchia e batte. Si servì di tutti i suoi attrezzi di brutto carattere per fabbricare una culla. Una bellissima culla per accogliere un bambino che stava per nascere.

Per accogliere la vita.

Bruno Ferrero

Dio ci guarda con l’occhio del falegname

Il silenzio non è una serpe che il più piccolo rumore fa fuggire.
È’ un’aquila dalle ali forti che vola alta sullo strepito della terra degli uomini e del vento.

(Madeleine Delbrêl)

La Voce – Anno 2 – n° 5 – 31 gennaio 2021

IL MESSAGGIO DI QUESTA DOMENICA

Quando nascesti, tutti erano contenti e tu piangevi. Vivi in modo che, quando tu morirai, tutti piangano e tu sia felice.

(proverbio arabo)

MORALE IN PILLOLE

IL LUMINO ROSSO

Un protestante, durante un giro turistico, entrò con la sua bambina in una chiesa cattolica. Invece di guardare le opere d’arte, la bambina fu incuriosita dal lumicino rosso che ardeva in un angolo, accanto al tabernacolo.
“Papà, perché c’è quel lumino rosso?” chiese.
“Perché secondo i cattolici, dentro quell’armadietto c’è Gesù sotto forma di pane consacrato. La lampada ricorda a tutti la sua presenza”, rispose sincero il padre.
Una settimana dopo, padre e figlia entrarono nella loro chiesa per la funzione domenicale. La bambina si guardò intorno per un po’, poi tirò la giacca del padre.
“Papà, perché qui non c’è il lumino rosso?”.
“Per noi protestanti, qui non c’è Gesù, bambina mia”.
La bambina si accigliò, poi prendendo la mano del padre disse:
“Papà andiamo in una chiesa dove c’è Gesù!”

 

Il santo curato d’Ars incontrava spesso in chiesa un semplice contadino della sua parrocchia. Inginocchiato davanti al tabernacolo, il brav’uomo rimaneva per ore immobile, senza muovere le labbra. Un giorno, il parroco gli chiese: “Cosa fai qui così a lungo?”.
“Semplicissimo. Egli guarda me e io guardo lui”.
Puoi andare al tabernacolo così come sei con il tuo carico di paure, incertezze, distrazioni, confusioni, speranze e tradimenti. Avrai una risposta straordinaria:
“Io sono qui”.
“Che ne sarà di me, dal momento che tutto è così incerto?”.
“Io sono qui!”.
“Non so cosa rispondere, come reagire, come decidermi nella situazione difficile che mi attende”.
“Io sono qui!”.
“la strada è così lunga, io sono così piccolo e stanco e solo…….”.
“Io sono qui!”.

AI MIEI FEDELI DELLA CHIESA DEL CIMITERO

Io sono quanto mai ammirato dai fedeli che frequentano la mia chiesa per la loro compostezza, attenzione e devozione esemplare.
Tutto questo mi fa sperare che in famiglia, sul posto di lavoro e nella vita civile siano tutte persone esemplari sia nell’adempimento del proprio dovere sia nella disponibilità ad aiutare il prossimo.
Pertanto sogno che più di qualcuno si renda disponibile per dare una mano a ritirare e dispensare i generi alimentari, la frutta, la verdura, gli indumenti, i mobili e l’arredo per la casa del nostro “Ipermercato della solidarietà” che quest’anno si trasferirà nella nuova struttura di 3.500 metri quadrati.

La Voce – Anno 2 – n° 4 – 24 gennaio 2021

IL MESSAGGIO DI QUESTA DOMENICA

Traccia una strada davanti a me. Se è con la fede che ti trovano coloro che si rifugiano in te, donami la fede; se è con la forza, donami la forza; se è con la scienza, donami la scienza (Sant’Agostino)

BREVI RIFLESSIONI

NEL MONDO C’E’ SEMPRE QUALCOSA DI SANO

C’era una repubblica tutta in sfacelo. Come, e forse più, della nostra. Il presente era confuso, e l’avvenire fosco come una foresta rannuvolata. Spaventatissimi i capi si radunarono a consiglio per rimediare. Molti i rimedi presentati, ma tutti inadeguati e non è mancato chi si consolava d’essere vecchio e di non dover quindi assistere al crollo generale.
Prende allora la parola un saggio dalla gran barba bianca e dagli occhi saettanti, sciabolate dove si posavano, e grida: – E’ delittuoso lasciar rovinare questa nostra repubblica con la scusa che noi siamo vecchi; La repubblica non è costruzione nostra, ci fu data, abbellita, dai nostri avi, e dobbiamo trasmetterla, più abbellita, a chi ci succederà.
I guai che conosciamo?
C’è un rimedio, e infallibile, come un rimedio c’è stato per ogni crisi passata.
Così dicendo il vecchio estrae di tasca una mela tutta fradicia, nera come il carbone, puzzolente come una carogna. La fa vedere come tale ai colleghi, poi la colloca sul tavolo e con un pugno potentissimo la schiaccia insozzandone un po’ tutti.
Quindi, rimestando nei resti della mela, ne isola i semi, e dice: – Tutto era marcio nella mela. Ma marci non sono questi semi. Vedeteli.
Se li piantate nel giardino ne otterrete piante che porteranno mele sane, come se i semi non provenissero da mele malate.
Non capivano. Allora il vecchio disse la gran parola: “I bambini”. Sono i bambini, spiegava, il seme ancora sano, o almeno risanabile.
In loro si può sempre sperare. Basta preservarli dal marcimento generale, conservarli nella loro originaria salute, per avere una repubblica nuova.

APPELLO

Alle persone che frequentano il cimitero e che sono quasi sempre sensibili ed aperte agli altri

Mi permetto di segnalare che presso i magazzini della carità del Don Vecchi c’è sempre un estremo bisogno di volontari che diano una mano ad aiutare i poveri. Chi decidesse di donare qualche ora del suo tempo è pregato di telefonare a suor Teresa.

N.B. Tra le notizie utili nell’edizione cartacea e PDF c’è il suo numero di cellulare.

ATTENZIONE AI DIVIETI

Talvolta alcuni fedeli che frequentano la nuova chiesa del cimitero, probabilmente per distrazione o disattenzione, prendono posto sulle sedie che, in ottemperanza alle norme per difenderci dal coronavirus, sono contrassegnate da un segno di divieto. Prego vivamente tutti di attenersi a queste norme per il bene proprio e quello altrui.

don Armando

La Voce – Anno 2 – n° 3 – 17 gennaio 2021

IL MESSAGGIO DI QUESTA DOMENICA

Chi non sa tacere fa della sua vita ciò che farebbe chi volesse solo ispirare e non inspirare. (Romano Guardini)

BREVI RIFLESSIONI

SOTTO L’ORLO DEL BURRONE

Un bonzo che percorreva tranquillo la strada che portava al suo monastero sui monti, fu sorpreso da un orso famelico.
Con quel bestione alle calcagna, il bonzo cominciò una fuga trafelata. Ma improvvisamente si trovò sul ciglio di un burrone.
Era di fronte ad una scelta inderogabile: o buttarsi nel vuoto, o lasciarsi raggiungere e divorare dall’orso.
L’orso si avvicinava e già arrotava le formidabili zanne.
Il bonzo si buttò nel burrone, ma riuscì ad afferrarsi ad un ramo che sporgeva dalla parete rocciosa, che strapiombava nel sottostante baratro.
Spinse lo sguardo verso il basso e scorse una tigre affamata, con le fauci spalancate, ferma in attesa che lui cadesse.
Così, il povero bonzo se ne stava aggrappato al ramo, mentre, sopra di lui, una tigre lo aspettava in agguato.
In quel momento, due topolini, disturbati da tutto quel fracasso, uscirono dalla loro tana e cominciarono tranquillamente a rosicchiare il ramo, a cui si reggeva l’infelice bonzo.
La situazione era disperata.
In quel momento, il bonzo scorse accanto al ramo un cespuglio di fragoline selvatiche, con alcuni frutti rossi, maturi, succosi, pronti insomma per essere mangiati. Allungò una mano, ne colse due, se li mise in bocca e li gustò esclamando, estasiato: “Hmm! Che buoni! Che sapore delizioso!”.
Nessuno può trovarsi in una situazione così disperata, da non avere neppure un motivo di gioia.
Saperlo scoprire è frutto di forza d’animo e di umorismo.
Un furfante, condotto un lunedì al patibolo, disse: “Bè, questa settimana comincia bene”.

Le sfide pastorali

Mi è stato riferito che a proposito del mio recente volume “Le mie esperienze pastorali 1954-2020”, nel quale ho raccontato le “mie imprese pastorali”, qualcuna delle quali m’è riuscita benino, qualche mio collega ha affermato “Erano altri tempi!” come a dire che oggi quelle vicende siano ormai improponibili.
Sennonché qualche giorno fa ho letto sul foglietto parrocchiale di un sacerdote di periferia, che conosco bene perché è mio fratello, che ogni mercoledì mattina invita i suoi giovani ad una messa che celebra alle sei e mezza di mattina e ogni settimana una quarantina di giovani delle superiori vi partecipa; con grande stupore, ho letto la data “Chirignago 18 ottobre 2020”. Sono stato felice di vedere che le mie avventure pastorali sono possibili ancora oggi!
So di essere solamente “una voce che grida nel deserto” però anche la voce di Giovanni era solitaria e mi conforta constatare quello che ho fatto!

don Armando

La Voce – Anno 2 – n° 2 – 10 gennaio 2021

IL CUORE DEL MESSAGGIO

Siediti ai bordi della notte, per te scintilleranno le stelle. Siediti ai bordi del torrente, per te canterà l’usignolo. Siediti ai bordi del silenzio, Dio ti parlerà.

BREVI RIFLESSIONI

Era bello una volta – appena un anno fa, ma sembra passato più tempo – vedere arrivare un treno in una stazione italiana. Non un Frecciarossa pendolare in tre ore fra Milano e Roma, ma un treno a lunga percorrenza in arrivo dal Sud, e meglio se sotto Natale, come adesso. Si era appena spento lo stridio metallico dei freni e le porte si aprivano, che già vedevi qualcuno che abbracciava con calore un viaggiatore, e poi la sua compagna, e poi il nipote, in un tramestio di valigie e di strette forti e «ben arrivati!». Poi, il gruppo familiare si allontanava compatto, a distanziamento zero, verso l’uscita.
Non avremmo creduto che potesse cambiare: era sempre stato così, in Italia. Invece, se passi oggi dalla Centrale di Milano, quei pochi che arrivano vengono accolti con sagge e necessarie precauzioni – quando finalmente si riesce a riconoscersi, sotto alla maschera. Niente abbracci, baci meno che mai, nemmeno una stretta di mano. E i virologi sarebbero contenti, e davvero ora è giusto così, però viene da domandarsi: ma, una volta debellato il virus, riusciremo a tornare come prima? Torneremo italiani? Il dubbio viene perché, guardando i passanti per strada lontano dal centro e al di fuori delle compere natalizie, vedi una processione di volti rigorosamente con la maschera tirata su fino agli occhi, e bene attenta a mantenere nei negozi la distanza dagli altri, ma vedi anche qualcosa di più: una sotterranea paura che, nonostante ogni precauzione, il virus si insinui, contamini l’aria, magari nel fiato di due parole pronunciate da un altro cliente – due appena, perché in giro quasi non si parla più. E sono sguardi ostili se per sbaglio violi il metro di distanza, o peggio se la maschera ti scivola sotto la punta del naso. Per carità, giusto stare attenti. Ma certa animosità, certi toni inaspriti, o lo stringersi contro il muro quando un altro passa sul marciapiede, fanno pensare che il virus ci stia insegnando a vedere nel prossimo, prima di tutto, un pericolo, se non un nemico. Qualcosa che in questo Paese non abbiamo visto mai.
E, pure naturalmente obbedendo a ogni prescrizione anti contagio, è lecito domandarsi se, di seconda ondata in terza, una volta finita l’epidemia un fondo di diffidenza verso l’altro sconosciuto non ci resterà addosso; se guariremo da questo irrigidimento, da questa freddezza e quasi paura del prossimo, che del Covid sono un triste effetto collaterale. Non continueranno a difendersi gli anziani, i più minacciati, anche una volta sconfitto il virus?
E i bambini che sono andati a scuola per la prima volta nel 2020, e per prima cosa hanno imparato che bisogna stare distanti l’uno dall’altro, dimenticheranno questo innaturale imprinting, e torneranno normali?
Il timore, speriamo infondato, che l’epidemia ci stia insegnando anche un altro modo di stare in rapporto fra noi. I gesti, gli abbracci, la vicinanza fisica sono già una lingua, e una lingua universale. Noi italiani la parlavamo molto bene, generosamente, la bella lingua del corpo. Se ci ritrovassimo cambiati sarebbe un impoverimento, un altro segno lasciatoci addosso da questa malattia globale. Auguriamoci allora anche, insieme alla fine dell’emergenza e dei lutti e alla ripresa dell’economia e del lavoro, una ‘piccola’ cosa per l’anno che viene: di poter ritrovare la semplice gioia di un abbraccio fra amici, e perfino solo di una stretta di mano, di quelle forti, vere.
(Che nostalgia, sotto alle nostre maschere, ne abbiamo).

Marina Corradi

La Voce – Anno 2 – n° 1 – 3 gennaio 2021

IL CUORE DEL VANGELO DI QUESTA DOMENICA

E’ il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa,
di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è.

BREVI RIFLESSIONI DI UN PRETE ULTRANOVANTENNE

A PROPOSITO DELLE “VECCHINE” DELLA CHIESA DEL CIMITERO

Ho confidato ai fedeli di questa nostra cara Chiesa che rimpiango di non avere, nei giorni feriali, la consolazione della presenza di almeno un gruppetto di “vecchine” che preghi con me il Signore per i vivi e i defunti.

Non ho però perso la speranza. Qual è lo stato attuale?

C’è un anziana signora, cara, affettuosa, piccolina e tanto credente che viene a messa quasi tutti i giorni, prende posto sulle sedie dalla parte del tabernacolo, risponde devota, a voce alta, alle preghiere e non appena pronuncio le parole: “Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, si alza e si presenta a ricevere la comunione.
Le sue preghiere e il suo movimento per andare a ricevere l’Eucarestia inducono gli altri fedeli presenti a fare come lei.

C’è poi una signora di mezza età, alta e dignitosa che viene due o tre volte alla settimana.

Infine ci sono una ragazza, dignitosa e discreta che partecipa alla messa un paio di volte alla settimana e un uomo anziano che siede sull’ultima sedia e se ne sta per tutta la messa quieto e tranquillo.

Ho già scritto che i fedeli, a causa della pandemia, sono dimezzati, mentre i “fedelissimi” sono quasi scomparsi, quindi sono rimaste soltanto queste piccole “reliquie”!

Fortunatamente in questo ultimo tempo s’è aggiunto il signor Dario, che s’è offerto da giorni di fare da “zaghetto” e da sagrestano, un caro signore con il quale ho fatto il patto che, se anche dovessimo trovarci solo noi due, celebreremo comunque messa per il mondo intero.

Non vi nascondo però che ho aperto un bando per reclutare “vecchine”. Prometto che terrò informati i fedeli su quante risponderanno al mio appello.

don Armando

Dio mio, quanto ti amo! Eppure quanto vorrei amarti di più!
Quante volte ho pianto di dolcezza al tuo passarmi accanto e quante volte ti ho sentito così lontano.
Posso dire che sei ciò che desidero di più.
Sei il mio tutto ma sono ben lungi dall’abbandonarmi in tè senza riserve.

(C. Carretto)

La Voce – Anno 1 – n° 12 – 27 dicembre 2020

IL CUORE DEL VANGELO DI QUESTA DOMENICA

Se sappiamo leggere tra le righe degli avvenimenti, se sappiamo capire al di là delle parole, se sfogliamo come pagine i giorni che si susseguono l’uno all’altro, scopriamo che c’è una storia meravigliosa scritta per noi.

BREVI RIFLESSIONI DI UN PRETE ULTRANOVANTENNE

FUGGIRE I COMPAGNI CATTIVI

Barbara D’Urso, Maria De Filippi, Alfonso Signorini, Alessia Marcuzzi e tutta la schiera della vostra bolgia infernale….. IO VI ACCUSO.

Vi accuso di essere tra i principali responsabili del decadimento culturale del nostro Paese, del suo imbarbarimento sociale, della sua corruzione e corrosione morale, della destabilizzazione mentale delle nuove generazioni, dell’impoverimento etico dei nostri giovani, della distorsione educativa dei nostri ragazzi.

Voi, con la vostra televisione trash, i vostri programmi spazzatura, i vostri pseudo spettacoli artefatti, falsi, ingannevoli, meschini, avete contribuito in prima persona e senza scrupoli al Decadentismo del terzo millennio che stavolta, purtroppo, non porta con sé alcun valore ma solo il nulla cosmico.

Siete complici e consapevoli promotori di quel processo mediatico che ha inculcato la convinzione di una realizzazione di sé stessi basata esclusivamente sull’apparenza, sull’ostentazione della fama, del successo e della bellezza, sulla costante ricerca dell’applauso, sull’approvazione del pubblico, sulla costruzione di ciò che gli altri vogliono e non di ciò che siamo.

Questo è il vostro mondo, questo è ciò da anni vomitate dai vostri studi televisivi. Avete sdoganato la maleducazione, l’ignoranza, la povertà morale e culturale come modelli di relazioni e riconoscimento sociale, perché i vostri programmi abbondano con il vostro consenso di cafoni, ignoranti e maleducati. Avete regalato fama e trasformato in modelli da imitare personaggi che non hanno valori, non hanno cultura, non hanno alcuno spessore morale.

Rappresentate l’umiliazione dei laureati, la mortificazione di chi studia, di chi investe tempo e risorse nella cultura, di chi frustrato abbandona infine l’Italia perché la ribalta e l’attenzione sono per i teatranti dei vostri programmi.
Parlo da insegnante, che vede i propri alunni emulare esasperatamente gli atteggiamenti di boria, di falsità, di apparenza, di provocazione, di ostentazione, di maleducazione che diffondono i personaggi della vostra televisione: che vede replicare nelle proprie aule le stesse tristi e squallide dinamiche da reality, nella convinzione che sia questo e solo questo il modo di relazionarsi con i propri coetanei e di guadagnarsi la loro accettazione e la loro stima; che vede lo smarrimento, la paura, l’isolamento negli occhi di quei ragazzi che invece non si adeguano, non cedono alla seduzione di questo orribile mondo, ma per questo vengono ripagati con l’emarginazione e la derisione. Ho visto nei miei anni di insegnamento prima con perplessità, poi con preoccupazione, ora con terrore centinai di alunni comportarsi come replicanti degli imbarazzanti personaggi che popolano le vostre trasmissioni, per cercare di essere come loro. E provo orrore per il compiacimento che trasudano le vostre conduzioni al cospetto di certi personaggi. Io vi accuso, dunque, perché di tutto ciò siete responsabili in prima persona.

Spero nella vostra fine professionale e nella vostra estinzione mediatica, perché solo queste potranno essere le giuste pene per gli irreparabili danni causati al Paese.

(Marco Galice)

La Voce – Anno 1 – n° 11 – 20 dicembre 2020

IL CUORE DEL VANGELO DI QUESTA DOMENICA

Con il Signore si può, anzi spesso si deve dialogare su quello che ci propone, però l’ultima parola non può che essere “sì”. La Madonna questa domenica ce ne da uno splendido esempio; prima vuole capire bene il disegno di Dio poi risponde: “Eccomi!”

BREVI RIFLESSIONI DI UN PRETE ULTRANOVANTENNE

ARRIVEDERCI

I fedeli che partecipano ogni domenica all’“incontro col Padre” nella chiesa del cimitero sono praticamente dimezzati.
Le norme anticovid hanno più che dimezzato le sedie fruibili in chiesa: dei 220 posti a sedere, soltanto 100 sono attualmente utilizzabili.
Fino a qualche domenica fa un buon numero di fedeli partecipava alla S. Messa all’esterno della chiesa e entrava solamente per la Comunione; ora però, con l’arrivo dell’inverno, è più che comprensibile che anche loro abbiano desistito.
Vi confesso, cari amici, che ho nostalgia delle assemblee molto affollate che superavano i 250 fedeli.
Com’era bello vedere gli incontri amichevoli, le chiacchere sommesse prima della liturgia, ma soprattutto quanto mi era caro vedere i volti sorridenti, gli atteggiamenti di grande fraternità di una comunità diversa da quelle territoriali delle parrocchie.
Nella nostra “cattedrale tra i cipressi” infatti la gente conveniva spinta dal ricordo delle persone care che riposano nel camposanto, ma più ancora dall’atmosfera calda e cordiale di una comunità che si riuniva per scelta personale, in nome dell’unità e con la voglia di condividere una religiosità sobria, serena e partecipe.
Quanta nostalgia suscita nel mio cuore di vecchio prete questa esperienza così cara, bella e profonda.
Ogni volta che il mio sguardo raggiunge l’assemblea, ora distanziata, che in passato si teneva per mano, mi sovvengono i volti cari di tanti fratelli di fede che di solito occupavano tutte le sedie della chiesa.
Vi confesso che sento un bisogno struggente di vedere i vostri volti cari, che ormai da mesi non scorgo più a causa della pandemia.
Ho raggiunto molti con un saluto ed un augurio al telefono, ma di altri ricordo solo il volto e non conosco né il nome né il recapito telefonico, quindi mi è impossibile contattarli.
Vorrei trasmettere loro il mio affetto e la mia riconoscenza per aver “scaldato” per tanti anni il cuore di questo vecchio prete ultranovantenne.
Mi auguro che questa lettera raggiunga anche l’ultimo dei miei fedeli che spero di rivedere quanto prima per lodare e ringraziare assieme il Signore.
Vorrei che sapeste che, quando tengo il Corpo di Cristo tra le mani, gli chiedo ogni volta aiuto e benedizione per ciascuno di voi.
A presto.

Con tanto affetto
don Armando

BUON NATALE

La pandemia ha reso il Natale di quest’anno molto simile a quello di Betlemme, che risale a 2000 anni fa.
Anche quel primo Natale infatti è avvenuto in una cornice di solitudine, povertà e intimità familiare. Il virus ha liberato il mistero cristiano da tutto quello che, fino a oggi, lo aveva snaturato e tradito: luminarie, cenoni, regali, sprechi e riti sfarzosi.
Il contagio ci ha permesso di comprendere meglio che possiamo incontrare Dio nel povero e di scoprire che solo quello che Gesù è venuto a dirci e a portarci è il vero e meraviglioso dono di Dio.
Auguro quindi a voi amici di poter fare questa grande scoperta di trovare il coraggio di spendere la vostra vita per far fruttare questo dono.

La Voce – Anno 1 – n° 10 – 13 dicembre 2020

IL CUORE DEL VANGELO DI QUESTA DOMENICA

Ognuno di noi credenti deve dare voce a Giovanni perché gridi “nel deserto” delle nostre città e delle nostre chiese che il Signore è ancora tra noi affinché anche gli uomini d’oggi confessino le proprie colpe e si facciano perdonare dal buon Dio.

BREVI RIFLESSIONI DI UN PRETE ULTRANOVANTENNE

Le vecchine della chiesa

Molti anni fa mi è capitato di leggere un articoletto frizzante e quanto mai simpatico di Piero Bargelli, un famoso scrittore fiorentino, che ha illustrato con tocchi di penna quanto mai felici un argomento che non mi aspettavo da un autore di grido come lui.
L’articolo s’intitolava “Le vecchine della chiesa” e mi ha incuriosito lo stile brioso e scorrevole con il quale incorniciava le signore ormai anziane solite a frequentare la chiesa del rione non solo per il precetto festivo, ma pure per le messe feriali. Donne vestite di nero, un po’ curve, che ascoltavano messa con la corona in mano, facevano il giro degli altari per dire una preghiera, per ricevere la grazia particolare che, si diceva, concedessero ognuno dei santi che dimorava nella loro chiesa.
Le “vecchine” con mano delicata, sistemavano i fiori, salutavano il priore e non disdegnavano quattro chiacchiere sottovoce con le amiche, prima di uscire dalla chiesa.
Anche a me, specie nei primi anni da parroco, ai Gesuati, a San Lorenzo e a Carpenedo, capitava di osservare con simpatia queste pie donne.
I cristiani un po’ supponenti le definivano bigotte, mentre in realtà loro consideravano la chiesa una seconda casa, il luogo che le aveva accompagnate per tutta la vita.
Provo una notevole simpatia, nostalgia e invidia per i vecchi preti che ogni giorno avevano almeno una ventina di queste care creature, perfino troppo devote, che partecipavano con fede ai divini misteri.
Quanto le sogno, quando nella mia chiesa i fedeli si possono contare sulle dita di una mano o quando, tra molti fedeli, nessuno apre bocca o quando sto per distribuire la comunione e nessuno esce dai banchi per ricevere il Signore.
Ora che le donne terminano la loro giovinezza attorno agli ottant’anni e diventano vecchie verso i novanta, quando non riescono più a stare in piedi, la chiesa diventa più solitaria e deserta.
Nella mia “cattedrale”, in verità, c’è ancora una di queste “vecchine” che risponde a voce alta, che si alza dalla sedia non appena dico “ecco l’Agnello di Dio”, che mi saluta con affetto e che durante i funerali “religiosi”, solamente perché fatti in chiesa, aiuta con le sue risposte a voce alta chi ha ancora qualche dimestichezza col rito eucaristico, ad unirsi alla sua preghiera convinta.
Spero, lo confesso a chi mi legge, che almeno una dozzina di vecchine mi scaldino il cuore con la loro fede e la loro pietà e mi rivolgo a tutte le donne anziane che vengono numerose a pregare sulla tomba dei loro cari: prima o dopo la visita ai vostri cari defunti, venite pure nella nostra cara chiesa per lodare e ringraziare il Signore per questo povero mondo che si illude di vivere bene anche senza ricordare che tutto quello che ha è un dono del Padre comune.