L’avvio del progetto

(continua dal post precedente) I guai però cominciarono ben presto. Il terreno aveva destinazione agricola e quindi ci voleva una delibera di cambio d’uso da parte del Comune, cosa possibile secondo le norme vigenti perché l’opera prospettata aveva una destinazione squisitamente sociale. Questa mutazione d’uso avvenne dopo infinite difficoltà.

Il Comune, seguendo progetti a me ignoti, aveva già destinato l’area alla costruzione di abitazioni popolari. Senonché, per mia fortuna, gli abitanti del rione, guidati dal parroco di allora, che era don Rinaldo Gusso, ora in pensione, preoccupati che quella zona si dequalificasse per la presenza di tanta povera gente, si opposero in maniera così decisa da costringere il Comune, che nel frattempo mi aveva espropriato suddetto terreno, a desistere dal suo proposito, cosicché per una decina di anni l’area rimase senza alcuna destinazione.

Venni a sapere, in maniera accidentale, che nel caso il Comune entro 10 anni dall’espropriazione di un terreno non realizzi l’opera per cui l’aveva espropriato, il vecchio proprietario poteva rivendicarne il possesso. Cosa che feci con estrema determinazione. Il progetto prospettato però era talmente innovativo, e il Comune così lento a capire i tempi nuovi, che le cose andarono molto per le lunghe. Si pensi che arrivai a minacciare il sindaco, che allora era l’avvocato Ugo Bergamo, che se entro una certa data non mi avesse fatto avere la concessione edilizia, ogni giorno avrei fatto suonare le campane a morto in segno di protesta. Non so se per questa minaccia o per altri motivi, ottenni finalmente il sospirato permesso a costruire.

Il compianto geometra Pettenò aveva già presentato un progetto in Comune, ma con il passare degli anni era perfino andato perduto. Incaricammo quindi l’architetto Renzo Chinellato di redigere un nuovo progetto, dopo esserci documentati visitando alcune realizzazioni a Pordenone e Udine, ma fu soprattutto una struttura realizzata in Toscana, precisamente a Lastra Signa, a darci delle idee più convincenti perché le finalità erano analoghe a quelle che noi, magari confusamente, sognavamo.

Alla conclusione di questa ricerca arrivammo a precisare queste caratteristiche di fondo:

  • offrire una residenza dignitosa agli anziani in precarie condizioni economiche e bisognosi di un alloggio protetto;
  • promuovere l’autosufficienza fino al limite estremo mantenendo l’anziano in situazione di normalità di vita e nello stesso tempo offrirgli supporti che sopperiscano all’attenuarsi delle sue facoltà fisiche e mentali;
  • favorire la socializzazione fra i residenti promuovendo uno spirito, uno stile e un senso di comunità solidale, così da favorire concretamente lo sviluppo di un radicale senso di solidarietà; in questo senso gli anziani più attivi o più abbienti andavano incoraggiati a farsi carico di quelli con maggiori difficoltà fisiche ed economiche, che risiedano o meno all’interno dei centri.

Il primo centro e i sei che seguirono sono stati dedicati alla memoria di monsignor Valentino Vecchi, arciprete del duomo e delegato pastorale per Mestre e la Terraferma, sacerdote che, superata l’impostazione campanilistica delle parrocchie di Mestre, per primo promosse strutture e cultura poste a servizio dell’intera città. Dopo tante tribolazioni cominciò concretamente l’avvio di questa bella avventura. (5/continua)


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