Un passo decisivo

Il “Piavento di Carpenedo”, con le sue anziane residenti, costituiva già una piccola testimonianza di una comunità cristiana che continuava a farsi carico, ormai da secoli, pur in misura pressoché simbolica e con una soluzione ben miserella, dei suoi vecchi in difficoltà, tuttavia questa soluzione rimaneva assolutamente inadeguata come capienza e non in linea con le esigenze più elementari del nostro tempo. Dopo l’intervento di restauro in questa struttura potevano dimorare sei signore; ognuna disponeva di una sola stanza, relativamente piccola, dove dormire e farsi da mangiare. Le difficoltà nascevano dal fatto che in uno spazio così ridotto spesso nascevano incomprensioni e frequenti liti e poi questa piccolissima struttura offriva dimora a un numero irrisorio di persone in rapporto a una comunità che contava quasi 6.500 abitanti.

Quindi cominciai prima a sognare e poi a progettare una struttura ben più capiente e più adeguata alle esigenze del nostro tempo. Ipotizzai fin da subito un centro molto più ampio, con alloggi pur piccoli ma che offrissero la possibilità di una vita autonoma, più confortevole e soprattutto alla portata anche di chi godeva solamente della pensione sociale. L’inizio dell’avvio di questo progetto nacque in seguito ad un’offerta fattami da un’altra antica società operante a Carpenedo fin dall’anno 1200 e giunta fino ai giorni nostri: la Trecento campi.

Accenno solamente per sommi capi a questo ente benefico. Il vescovo di Treviso, poiché la parrocchia di Carpenedo fino al 1926 apparteneva a quella diocesi, “illo tempore” aveva costituito un “livello”, ossia aveva assegnato agli abitanti di questa parrocchia che viveva ai confini della diocesi, l’uso di 300 campi di bosco ove essi, povera gente, potessero approvvigionarsi di legna e tagliare l’erba per le bestie. Ripeto che questa società è giunta fino ai nostri giorni ed è, dopo infinite peripezie, così strutturata: i capi famiglia eleggono un consiglio di 15 membri, questo a sua volta elegge una deputazione, praticamente il governo, che poi elegge il presidente. Il parroco di questa comunità per statuto funge da “ispettore” che può partecipare alle riunioni del consiglio e della deputazione con il compito di garantire che siano rispettate le finalità sociali della società.

Io ero, fin dall’inizio, in ottimi rapporti con i membri di questi organismi che, a quel tempo, erano formati da persone sagge e sensibili alle problematiche dei poveri, tanto che venendo a sapere dei miei progetti decisero di mettermi a disposizione una certa somma. Io però chiesi loro di mettermi invece a disposizione una superficie per edificare la sognata struttura per anziani poveri. Dopo le varie consultazioni e delibere mi offrirono quattromila metri di terreno di proprietà della società adiacenti al viale don Luigi Sturzo e confinanti con il terreno che la famiglia Mistro lavorava in affitto da suddetta società. Quindi feci così un altro passo, abbastanza significativo, verso quel progetto che cominciava a prender forma. (4/continua)


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