Il Centro di Campalto

Il parroco che venne dopo di me, dovendo affrontare per la prima volta la guida della parrocchia di Carpenedo, comunità abbastanza popolosa, ma soprattutto molto articolata e con una gestione molto impegnativa, pensò bene di chiedere alla Curia di sganciare la gestione di questi Centri dalla conduzione della vita specificatamente parrocchiale, cosicché si pensò di dar vita ad una Fondazione. Poi, per mantenere il controllo dei Centri, che i parrocchiani pretendevano che fossero saldamente legati a Carpenedo, si stabilì nello statuto che tre consiglieri fossero nominati dal parroco di Carpenedo e due dal Patriarca.

Io a quel tempo fungevo da direttore generale, ma in realtà “avevo carta bianca” nelle decisioni. Avendo inaugurato il Don Vecchi di Marghera e mantenendosi sempre alto il numero delle richieste di alloggio, sempre su suggerimento dell’architetto Giovanni Zanetti iniziai la trattativa con don Franco De Pieri per l’acquisto di un vecchio stabile di via Orlanda. Stabile che lui aveva adibito ad alloggio per i tossicodipendenti, ma che a quel tempo aveva abbandonato avendo ottenuto in concessione dal Comune l’ex Forte Rossariol in quel di Tessera.

Il vecchio edificio che don Franco era disposto a vendermi su un terreno di 10 mila metri quadrati era un vecchio manufatto, nato come locanda, poi trasformato in orfanotrofio e infine come prima comunità di recupero. La struttura era molto malandata, ma sempre a detta dell’architetto Zanetti, che in quella circostanza si adoperò pure in veste di mediatore, con un opportuno restauro si sarebbero potute ricavare una trentina di stanze.

Questi pareri non mi convincevano troppo, tanto che dopo l’acquisto decidemmo subito di abbattere il manufatto per costruire un edificio che si rifacesse ai nostri obiettivi specifici di alloggi per anziani. Il motivo che mi determinò all’acquisto fu anche un altro: avevo constatato che don Franco era un prete che osava sognare e non aveva paura di compromettersi per aiutare i nuovi poveri. La sua determinazione mi convinse. Don Franco si trovava, a quel tempo, in grave situazione finanziaria ed aveva assoluto bisogno di denaro fresco. Ci accordammo per 750 mila euro, somma forse superiore al valore reale. In quella occasione tentai la messa sul “mercato” di “azioni”, ben s’intende “ideali”, che la stampa cittadina denominò “Bond Paradiso” perché io, avvalendomi del discorso di Gesù che garantisce il centuplo e la vita eterna per chi è generoso, a chi li acquistava promettevo sempre con grande liberalità “la felicità eterna”. Funzionò! Correva il 2011.

Mi imbarcai dunque in questa nuova avventura, sia per rispondere alle molteplici richieste di alloggio, perché la città cominciava a prendere coscienza che i Don Vecchi rappresentavano una risposta ottimale e coerente alla sensibilità del nostro tempo, ma anche perché condividevo appieno il progetto di don Franco nei riguardi del recupero dei tossicodipendenti.

Neanche in questa occasione mancarono le difficoltà: ostilità dei vicini, traffico caotico di via Orlanda, necessità assoluta di mettere in sicurezza l’ingresso, nuove norme per l’edilizia e altro ancora. E il finanziamento? L’edificio fu pagato in parte con denaro che avevo lasciato in parrocchia, una parte notevole con l’aiuto delle associazioni di volontariato legate al Don Vecchi quali “Carpenedo solidale” e soprattutto “Vestire gli ignudi”, e un’altra parte ancora coi soldi ricevuti dalla dottoressa Beltrame, dell’eredità di Mario Tonello, di Enrico Rossi e di Lucilla Patron, nonché di altri benefattori insigni.

Questo quarto Centro fu inaugurato, come dicevo, nel 2011 dal Delegato per la Terraferma monsignor Fausto Bonini, perché la sede patriarcale era vacante. (9/continua)


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