Il Centro numero 6

Una volta ottenuta l’area per il Don Vecchi cinque, in località Arzeroni – al tempo sconosciuta ai più – l’architetto Giovanna Mar, che era subentrata nello studio di suo padre, in collaborazione con le due giovani professioniste Francesca Cecchi ed Anna Casaril, presentò al Comune un piano volumetrico che prevedeva in quella localizzazione la costruzione di quattro centri della dimensione delle strutture precedenti, avendo constatato che il numero ottimale di alloggi era compreso tra i 50 e i 60.

Fatti i doverosi passaggi burocratici e amministrativi, la Fondazione Carpinetum ottenne la concessione edilizia per altre tre strutture di queste dimensioni. Quindi non appena abbiamo cominciato a raggranellare “qualche soldino” e soprattutto avendo ricevuto un contributo molto consistente da parte della dottoressa Giustina Saccardo Scaldaferro (persona che ci fu vicina e ci aiutò con somme veramente notevoli fin dall’inizio della nostra bella impresa ai primi degli anni Novanta) cominciammo a sognare un’altra struttura con finalità solidali, ma diverse da quelle precedenti per stare al passo con le esigenze dei nuovi tempi.

Mi pare sia giusto fare un cenno specifico su come andarono le cose riguardo il finanziamento: una sorella della signora, responsabile della biblioteca del Comune di Venezia, che aveva un animo estremamente aperto alle attese del prossimo in difficoltà, nel suo testamento lasciò il legato alla sorella di donare alle missioni, o ai poveri, il ricavato di un bacaro ch’ella possedeva a Venezia in zona San Marco. La dottoressa Saccardo una volta ancora ebbe fiducia in noi e ci donò il ricavato, una somma quanto mai consistente, dalla vendita di questo esercizio. A questa elargizione si aggiunsero un’eredità lasciataci da Vittorio Coin, un’altra offerta da parte del dottor Toni Rota e altri contributi più o meno consistenti.

Di mio, in questa impresa, ci misi, oltre al suggerimento sull’area comunale, quello di realizzare una struttura per padri e madri separati, problema che oggi rappresenta un’altra delle ultime “nuove povertà”. E poi alloggi per disabili che sognano una vita indipendente, altri per i famigliari dei degenti nei nostri ospedali e che arrivano da fuori città ed altri ancora per qualche famiglia particolarmente bisognosa. Il mio suggerimento fu condiviso dal Consiglio di amministrazione, cosicché a fine giugno del 2016 il nostro patriarca Francesco Moraglia inaugurò pure il Don Vecchi sei comprensivo di 56 alloggi.

Questa realizzazione presentò qualche difficoltà in più nella gestione perché non avevamo esperienze precedenti alle spalle. Comunque sia, a distanza di tre anni, possiamo affermare che il risultato è stato ancora una volta molto positivo. Il nuovo edificio, come del resto tutti gli altri, si presenta signorile, arredato con mobili, quadri e lampadari di estremo buon gusto ed offre ai visitatori una bella galleria di opere del pittore mestrino Toni Rota. Tanto che i residenti hanno la sensazione di dimorare in un albergo di qualità, piuttosto che in una struttura per cittadini in difficoltà. (11/continua)


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