Il Centro di Campalto

Il parroco che venne dopo di me, dovendo affrontare per la prima volta la guida della parrocchia di Carpenedo, comunità abbastanza popolosa, ma soprattutto molto articolata e con una gestione molto impegnativa, pensò bene di chiedere alla Curia di sganciare la gestione di questi Centri dalla conduzione della vita specificatamente parrocchiale, cosicché si pensò di dar vita ad una Fondazione. Poi, per mantenere il controllo dei Centri, che i parrocchiani pretendevano che fossero saldamente legati a Carpenedo, si stabilì nello statuto che tre consiglieri fossero nominati dal parroco di Carpenedo e due dal Patriarca.

Io a quel tempo fungevo da direttore generale, ma in realtà “avevo carta bianca” nelle decisioni. Avendo inaugurato il Don Vecchi di Marghera e mantenendosi sempre alto il numero delle richieste di alloggio, sempre su suggerimento dell’architetto Giovanni Zanetti iniziai la trattativa con don Franco De Pieri per l’acquisto di un vecchio stabile di via Orlanda. Stabile che lui aveva adibito ad alloggio per i tossicodipendenti, ma che a quel tempo aveva abbandonato avendo ottenuto in concessione dal Comune l’ex Forte Rossariol in quel di Tessera.

Il vecchio edificio che don Franco era disposto a vendermi su un terreno di 10 mila metri quadrati era un vecchio manufatto, nato come locanda, poi trasformato in orfanotrofio e infine come prima comunità di recupero. La struttura era molto malandata, ma sempre a detta dell’architetto Zanetti, che in quella circostanza si adoperò pure in veste di mediatore, con un opportuno restauro si sarebbero potute ricavare una trentina di stanze.

Questi pareri non mi convincevano troppo, tanto che dopo l’acquisto decidemmo subito di abbattere il manufatto per costruire un edificio che si rifacesse ai nostri obiettivi specifici di alloggi per anziani. Il motivo che mi determinò all’acquisto fu anche un altro: avevo constatato che don Franco era un prete che osava sognare e non aveva paura di compromettersi per aiutare i nuovi poveri. La sua determinazione mi convinse. Don Franco si trovava, a quel tempo, in grave situazione finanziaria ed aveva assoluto bisogno di denaro fresco. Ci accordammo per 750 mila euro, somma forse superiore al valore reale. In quella occasione tentai la messa sul “mercato” di “azioni”, ben s’intende “ideali”, che la stampa cittadina denominò “Bond Paradiso” perché io, avvalendomi del discorso di Gesù che garantisce il centuplo e la vita eterna per chi è generoso, a chi li acquistava promettevo sempre con grande liberalità “la felicità eterna”. Funzionò! Correva il 2011.

Mi imbarcai dunque in questa nuova avventura, sia per rispondere alle molteplici richieste di alloggio, perché la città cominciava a prendere coscienza che i Don Vecchi rappresentavano una risposta ottimale e coerente alla sensibilità del nostro tempo, ma anche perché condividevo appieno il progetto di don Franco nei riguardi del recupero dei tossicodipendenti.

Neanche in questa occasione mancarono le difficoltà: ostilità dei vicini, traffico caotico di via Orlanda, necessità assoluta di mettere in sicurezza l’ingresso, nuove norme per l’edilizia e altro ancora. E il finanziamento? L’edificio fu pagato in parte con denaro che avevo lasciato in parrocchia, una parte notevole con l’aiuto delle associazioni di volontariato legate al Don Vecchi quali “Carpenedo solidale” e soprattutto “Vestire gli ignudi”, e un’altra parte ancora coi soldi ricevuti dalla dottoressa Beltrame, dell’eredità di Mario Tonello, di Enrico Rossi e di Lucilla Patron, nonché di altri benefattori insigni.

Questo quarto Centro fu inaugurato, come dicevo, nel 2011 dal Delegato per la Terraferma monsignor Fausto Bonini, perché la sede patriarcale era vacante. (9/continua)


Santi benefattori

Come i lettori del blog e de L’Incontro avranno senza dubbio notato, da qualche settimana tento di scrivere la storia dei Centri don Vecchi, come riesce a farlo un novantenne. Gli articoli escono settimanalmente, quindi può diventare un po’ difficile non perdere il filo logico del racconto di un’impresa che mi ha visto impegnato per una trentina d’anni.

Ho deciso di narrare, seppur per sommi capi, la nascita di questo progetto per “brevettarlo” di fronte all’opinione pubblica in modo che, in futuro, sia possibile riconoscere la differenza tra il mio sogno e le possibili interpretazioni che verranno realizzate. Inoltre, volevo rispondere alla legittima curiosità dei miei colleghi e dei miei concittadini che spesso mi chiedono come sono stato in grado di reperire le ingenti somme necessarie.

Chi avrà voglia e pazienza di leggere, verrà a conoscenza di una storia piuttosto complessa. In uno degli articoli di prossima pubblicazione ricordo di aver scritto che, dopo aver saldato il debito del Don Vecchi 7, le offerte pressoché quotidiane che riceviamo verranno destinate alla realizzazione dell’Ipermercato solidale in quel degli Arzeroni. Tuttavia, per onestà, ho puntualizzato che siccome l'”azione” sottoscritta, la “mezza azione”, la “mezza abbondante” o la “quasi mezza” non bastano a coprire le spese cospicue, servono contributi più significativi, a più zeri. Concludendo la mia confidenza, ho ammesso che, per affrontare questo compito molto impegnativo, ho chiesto aiuto come nel passato, alla divina Provvidenza, l’unico sostegno sempre efficace.

Da allora, ho atteso con curiosità per vedere chi avrebbe accettato di diventare uno strumento nelle mani del buon Dio. L’apertura del cantiere dell’ipermercato è prevista per il prossimo mese. Al momento stiamo installando i prefabbricati e l’imponente gru che servirà per costruire la nuova struttura. Quindi la divina Provvidenza si è già messa all’opera presentandomi i primi benefattori di cui il Signore ha pensato di servirsi.

Immagino vi farà piacere conoscere i loro nomi e l’entità delle loro offerte. La signora Leda Marescalchi di Venezia ha messo a mia disposizione prima 25.000 euro, che il defunto marito aveva destinato a questo scopo, poi altri 25.000 euro ricavati dalla vendita di buoni postali che erano i risparmi per la sua vecchiaia. La seconda benefattrice è una signora già molto nota per le sue donazioni precedenti, la dottoressa Giustina Saccardo Scaldaferro, che ha offerto 12.300 euro. Il terzo benefattore è un’associazione, il Rotary Club di Mestre, che ci ha donato 10.000 euro. La quarta persona è una signora di Carpenedo, alla quale non ho chiesto se potevo pubblicare il suo nome, che mi ha affidato 5.000 euro. La quinta è la signora Lisa Paola Rubelli che prima ci ha messo a disposizione i tessuti della sua azienda, dalla cui vendita abbiamo realizzato un bel gruzzoletto, e poi a Pasqua ci ha inviato 2.000 euro. La sesta è una signora che nel suo testamento ha destinato il 20% di quanto possiede alla Fondazione Carpinetum.

Tenendo conto che il cantiere non è ancora aperto, mi pare che l’inizio sia incoraggiante! Sono dunque sicuro che la Provvidenza non si dimenticherà né di noi, né dei poveri di Mestre.


Il Don Vecchi di Marghera

Dopo l’apertura del secondo Centro don Vecchi, la stessa dottoressa Francesca Corsi, benemerita funzionaria del Comune di Venezia, mi fece osservare ch’era opportuno “coprire” tutti i quartieri della città in modo da permettere agli anziani di vivere il più vicino possibile ai luoghi nei quali erano sempre vissuti, per poter mantenere le relazioni già consolidate nel tempo. Mi parve quindi opportuno pensare anche ad altre zone della città, nelle quali il problema della casa per gli anziani poveri era allo stesso modo presente e urgente.

Conobbi per caso l’architetto Giovanni Zanetti, che a quel tempo aveva costruito la scuola materna della Gazzera, il quale mi informò che quella parrocchia avrebbe avuto del terreno per costruire una struttura del genere. Alla Gazzera era allora parroco monsignor Luigi Stecca, mio compagno di classe, motivo per cui mi fu facile aprire un dialogo, anche perché egli mi sembrò favorevole a una iniziativa del genere. Sennonché il progetto andò a monte perché il Consiglio pastorale della sua comunità fu più propenso a pensare ai ragazzi che agli anziani. Però lo stesso architetto, che a quel tempo stava realizzando la chiesa dei Santi Francesco e Chiara a Marghera, la cui edificazione era rimasta bloccata a metà per mancanza di fondi, mi disse che il relativo parroco, don Ottavio Trevisanato, avrebbe potuto mettermi a disposizione un’area prospiciente la chiesa in costruzione, purché io l’avessi aiutato a portare avanti la costruzione della sua chiesa.

L’approccio fu subito positivo e la conclusione fu uno dei più begli esempi di “affari” tra preti. Lui mi disse che avrebbe avuto bisogno di quattrocentocinquanta milioni di vecchie lire e io, senza contrattare per nulla, gli diedi questa somma. Lui, pur senza contrattare, mi diede in cambio quattromila metri quadri di terreno per costruire quello che sarebbe diventato il Don Vecchi ter. L’architetto fu giustamente Giovanni Zanetti, persona alla quale sempre la Provvidenza aveva dato il compito di portare avanti questa nuova avventura.

E i soldi per tirarlo su? In quell’occasione disponevo dell’eredità della villetta all’inizio di via Santa Maria dei Battuti, che la signora Maria Gianmanco mi aveva destinato. E disponevo altresì di un’altra eredità lasciatami da un’anziana di Marghera, persona che mi aveva aiutato in precedenza tante altre volte e che ha concluso la sua vita buona e generosa lasciandomi per opere di bene l’appartamento in cui abitava e un grande negozio. Un farmacista, anch’egli di Marghera, acquistò questi due immobili e sapendo come avrei impegnato il ricavato, mi offrì una somma più che generosa.

Le cose andarono un po’ per le lunghe e io andai in pensione alla fine di quell’anno, il 2005. Mi subentrò in parrocchia don Danilo Barlese, al quale lasciai tutta la somma occorrente per pagare la nuova struttura che comprendeva e avrebbe messo a disposizione degli anziani ben 57 alloggi.
Inaugurò il fabbricato, poi denominato “Don Vecchi tre”, l’allora Patriarca, il cardinale Angelo Scola, nel 2008. (8/continua)


Il secondo centro

All’inizio del 1995 alla segreteria del Don Vecchi 1 continuavano a giungere nuove domande di anziani che chiedevano un alloggio, tanto che quando abbiamo cominciato il secondo centro ne avevamo due-trecento in attesa.

Per costruire nuovamente c’era sempre il problema di trovare una superficie disponibile. Per fortuna a monte della prima struttura c’era pure un’altra area di circa 10 mila metri quadrati, anch’essa di proprietà della stessa Società dei 300 campi, affittata ad un contadino che abitava da quelle parti. Mi feci coraggio e chiesi alla società di vendermi quest’area. C’era però l’inghippo dell’affittuario. Lo convinsi a rinunciare a quell’area puntando sul discorso dell’opera di carità che intendevamo fare e, non so se per questo motivo o se per la promessa di offrirgli “una mancia abbastanza considerevole”. La società dei 300 campi mi cedette l’area al prezzo di 350 milioni di vecchie lire.

Col consiglio del giovane geometra Andrea Groppo, pure lui mio vecchio scout, che ora è vicepresidente della Fondazione Carpinetum e che allora fu per me più che il braccio destro, abbiamo aperto un bando di concorso. Vinse questo concorso l’impresa Hausotec, il progettista della quale era il giovane e brillante architetto Francesco Sommavilla e l’impresario suo fratello.

Il costo era particolarmente elevato perché la nuova struttura comprendeva 138 alloggi e molte altre sale per la vita comunitaria. Quando sottoscrissi il contratto mi mancava ben un miliardo e mezzo di vecchie lire! Ora capisco che in quell’occasione forse ho sfidato la Divina Provvidenza e l’ho fatto con un po’ troppa impudenza.
Comunque il Signore fu buono come sempre e mi aiutò suggerendo a me la “trovata” di “vendere le pietre col cuore”, ossia l’iniziativa di offrire ai concittadini l’opportunità di intestare ad un loro caro defunto una mattonella del grande viale che gira attorno all’intero fabbricato. Raggranellai più di un centinaio di milioni, sempre delle vecchie lire.
Il Signore poi suggerì ad alcuni concittadini di concorrere in maniera seria a quest’opera di bene. Essendo ormai novantenne non ricordo più tutti i nomi e la consistenza delle offerte dei benefattori più insigni, comunque ad esempio la signora Corà mi donò un miliardo, i coniugi Teti e Roberto Ricoveri 250 milioni, la dottoressa Giustina Saccardo Scaldaferro 350 milioni, la signora Coletti 20 milioni. E a queste offerte più consistenti se ne aggiunse una miriade di altre da benefattori generosi.

Non mancarono le difficoltà con l’impresa, perché forse avevamo “tirato” troppo nel contrattare, sta di fatto che, quando il 27 maggio 2001 sempre il cardinale Marco Cè inaugurò il Don Vecchi 2, avevo totalmente saldato il costo dell’edificio. Diedi quindi per scontate l’amicizia e la fiducia che il buon Dio mi aveva dimostrato e i suggerimenti della dottoressa Francesca Corsi, mia alunna alle Magistrali, che, a quel tempo, era funzionario addetto all’assistenza di anziani e disabili del Comune di Venezia.

Questa seconda struttura è forse la più felice nelle sue articolazioni architettoniche e la più rispondente alla vita, parzialmente autonoma, degli anziani. Essa offre, come avevamo previsto, 136 alloggi di varie misure, molti locali per l’uso comune, la grandissima hall, una sala per le conferenze, capace di 100 posti a sedere, oltre alla sala per la presidenza, gli uffici di amministrazione, la cappella, una palestra completamente attrezzata e uno spazio sconfinato nell’interrato di tutto l’edificio. La trovata più intelligente è stata quella di costruire una galleria coperta che congiunge il primo al secondo fabbricato, mettendo quindi in comune i vari servizi. Anche questo secondo complesso si riempì in un battibaleno. (7/continua)


L’arte ai Don Vecchi

Fino a mezzo secolo fa, Mestre era considerata un dormitorio per le decine di migliaia di operai che lavoravano nelle fabbriche di Marghera o la periferia povera e dimenticata di Venezia o un paesotto di campagna, al di là della laguna.

Seguo sempre con grande attenzione gli interventi sulla storia di Mestre che Sergio Barizza, storico brillante e competente, scrive ormai da molte settimane su L’Incontro circa le vicende del passato di Mestre. Ogni volta leggo con curiosità i suoi articoli, ammiro la perizia con cui illustra le poverissime “reliquie” di una storia poco celebre e mi sorprendo di come sa scoprire e incorniciare vicende poco gloriose e degne di attenzione. Però fortunatamente, da qualche decina d’anni, un gruppo di cittadini che ama la nostra città si è impegnato per darle un volto più nobile e una vita meno incolore, ottenendo risultati apprezzabili. Sto pensando a tante realtà associative, tutte vere e proprie “medaglie al petto” di Mestre poichè una città si può considerare tale soltanto se oltre alle case, alle botteghe e alle fabbriche offre anche cultura, ricerca, gusto del bello, poesia e bellezza.

La Fondazione Carpinetum, fin dalla sua nascita, si è assunta pure essa il compito di contribuire a far crescere a Mestre l’arte, e soprattutto la pittura. Vorrei ricordare ai miei concittadini che i Centri don Vecchi ospitano una grande pinacoteca nella quale chi cerca poesia e bellezza può trovare un paio di migliaia di opere d’arte di artisti in gran parte locali. Recentemente questa istituzione ha cominciato a dar vita a gallerie permanenti, dedicate a singoli pittori locali. Nel centro di Carpenedo c’è una galleria stabile e visitabile, che offre circa novanta opere di Vittorio Felisati. Al Don Vecchi di Marghera, invece, abbiamo una galleria dedicata a Umberto Ilfiore, mentre il Don Vecchi 5 ne ospita un’altra dedicata a Vittorio Felisati e al Don Vecchi 6 c’è quella di Toni Rota. Al Centro Don Vecchi 7, che sarà inaugurato a fine giugno, vi saranno altre gallerie permanenti: una di Renzo Semenzato, una di Agostino Avoni e una di Rita Bellini.

I Centri don Vecchi si qualificano principalmente per lo studio, la ricerca e la sperimentazione di soluzioni abitative più attente alla sensibilità e alle esigenze della terza e della quarta età, ma s’impegnano anche affinché i concittadini anziani e pure i giovani possano godere della bellezza che ci regalano gli artisti del nostro tempo.

Con questo mio intervento, vorrei raggiungere i pittori di Mestre, di Venezia e dell’hinterland, che desiderano farsi conoscere e “passare alla storia”, per informarli che siamo disponibili ad esporre una ventina delle loro opere, in una sede sempre degna.


Il primo centro

Dopo un’attenta valutazione sull’impresa alla quale affidare la costruzione abbiamo scelto una grossa ditta di Jesolo che aveva lavorato moltissimo per enti religiosi e che ci sembrò quanto mai seria: l’Eurocostruzioni di Sergio Menazza. I lavori procedettero tanto celermente che dopo un anno il fabbricato era già pronto.

L’architetto scelse, come schema costruttivo, la “casa romana”, cioè un cortile interno, chiuso dai quattro lati dal fabbricato. Il complesso è costituito da 57 alloggi di diversa misura per singoli e per coppie, una grande sala da pranzo, la segreteria, l’ambulatorio per il medico, una cucina capiente con relativa dispensa, una cappella da 50 posti, un locale per la parrucchiera e altre salette di disbrigo.

Il primo Centro don Vecchi, come tutti gli altri che sono stati costruiti in seguito, è strutturato con alloggi bilocali o monolocali di varie superfici, dotati di impianti e sistemi di chiamata tali da garantire ai residenti una certa sicurezza, pur nell’ambito della più assoluta autonomia e privacy, all’interno delle singole unità abitative. Sono inoltre dotate di ambienti e spazi comuni per la ristorazione, la vita di relazione, il relax fisico, le attività ricreative e culturali, in modo da assicurare una vita quanto mai vicina alla normalità, ma nello stesso tempo protetta e supportata dai servizi che suppliscono alle carenze dell’età. Ai Don Vecchi è attivato un adeguato sostegno al soddisfacimento dei bisogni primari e assistenziali dei residenti, si favoriscono la socializzazione, le relazioni interne ed esterne, l’impiego del tempo libero e il mantenimento delle capacità fisiche.

A inaugurare solennemente questo primo centro fu l’allora Patriarca, il cardinale Marco Cè, alla presenza di più di cinquecento persone. La stampa locale ne parlò tanto e tanto bene che la struttura in un battibaleno fu riempita, tanto che più di 250 domande rimasero inevase.

A questa prima impresa partecipò in maniera determinante uno dei miei ragazzi di un tempo, il ragioniere Rolando Candiani che, andato in pensione prematuramente, si dedicò corpo e anima a questa avventura, coinvolgendo pure sua moglie Graziella. Questi due intelligenti e generosi collaboratori hanno il merito di aver impostato l’impianto amministrativo e d’aver creato una bella comunità, anche perché io ero impegnato in parrocchia a tempo pieno.

Non va dimenticato che il finanziamento di ognuno dei Centri don Vecchi è sempre stata una grossa sfida. Questo primo centro lo realizzammo impiegando qualche risparmio con un contributo consistente, a titolo di sperimentazione, da parte della Regione e soprattutto “vendendo” le stelle della chiesa dei Santi Gervasio e Protasio. La chiesa di Carpenedo, costruita dal Meduna in stile neogotico, ha infatti tutto il soffitto dipinto di azzurro e trapunto di stelle. Per far cassa i parrocchiani sono stati invitati a “comperare” qualcuna di queste stelle da dedicare ai loro defunti.

Confesso che le ho “vendute” tutte, anzi forse qualcuna in più di quelle che gli imbianchini erano riusciti a farci stare sul soffitto! Comunque con questo espediente riuscimmo a racimolare più di qualche decina di milioni di vecchie lire, tanto che fummo in grado di raggiungere una tale copertura economica che quando si terminò l’edificio non solo pagammo tutti, ma ci rimase persino qualche risparmio per il futuro. (6/continua)


L’avvio del progetto

(continua dal post precedente) I guai però cominciarono ben presto. Il terreno aveva destinazione agricola e quindi ci voleva una delibera di cambio d’uso da parte del Comune, cosa possibile secondo le norme vigenti perché l’opera prospettata aveva una destinazione squisitamente sociale. Questa mutazione d’uso avvenne dopo infinite difficoltà.

Il Comune, seguendo progetti a me ignoti, aveva già destinato l’area alla costruzione di abitazioni popolari. Senonché, per mia fortuna, gli abitanti del rione, guidati dal parroco di allora, che era don Rinaldo Gusso, ora in pensione, preoccupati che quella zona si dequalificasse per la presenza di tanta povera gente, si opposero in maniera così decisa da costringere il Comune, che nel frattempo mi aveva espropriato suddetto terreno, a desistere dal suo proposito, cosicché per una decina di anni l’area rimase senza alcuna destinazione.

Venni a sapere, in maniera accidentale, che nel caso il Comune entro 10 anni dall’espropriazione di un terreno non realizzi l’opera per cui l’aveva espropriato, il vecchio proprietario poteva rivendicarne il possesso. Cosa che feci con estrema determinazione. Il progetto prospettato però era talmente innovativo, e il Comune così lento a capire i tempi nuovi, che le cose andarono molto per le lunghe. Si pensi che arrivai a minacciare il sindaco, che allora era l’avvocato Ugo Bergamo, che se entro una certa data non mi avesse fatto avere la concessione edilizia, ogni giorno avrei fatto suonare le campane a morto in segno di protesta. Non so se per questa minaccia o per altri motivi, ottenni finalmente il sospirato permesso a costruire.

Il compianto geometra Pettenò aveva già presentato un progetto in Comune, ma con il passare degli anni era perfino andato perduto. Incaricammo quindi l’architetto Renzo Chinellato di redigere un nuovo progetto, dopo esserci documentati visitando alcune realizzazioni a Pordenone e Udine, ma fu soprattutto una struttura realizzata in Toscana, precisamente a Lastra Signa, a darci delle idee più convincenti perché le finalità erano analoghe a quelle che noi, magari confusamente, sognavamo.

Alla conclusione di questa ricerca arrivammo a precisare queste caratteristiche di fondo:

  • offrire una residenza dignitosa agli anziani in precarie condizioni economiche e bisognosi di un alloggio protetto;
  • promuovere l’autosufficienza fino al limite estremo mantenendo l’anziano in situazione di normalità di vita e nello stesso tempo offrirgli supporti che sopperiscano all’attenuarsi delle sue facoltà fisiche e mentali;
  • favorire la socializzazione fra i residenti promuovendo uno spirito, uno stile e un senso di comunità solidale, così da favorire concretamente lo sviluppo di un radicale senso di solidarietà; in questo senso gli anziani più attivi o più abbienti andavano incoraggiati a farsi carico di quelli con maggiori difficoltà fisiche ed economiche, che risiedano o meno all’interno dei centri.

Il primo centro e i sei che seguirono sono stati dedicati alla memoria di monsignor Valentino Vecchi, arciprete del duomo e delegato pastorale per Mestre e la Terraferma, sacerdote che, superata l’impostazione campanilistica delle parrocchie di Mestre, per primo promosse strutture e cultura poste a servizio dell’intera città. Dopo tante tribolazioni cominciò concretamente l’avvio di questa bella avventura. (5/continua)


Un passo decisivo

Il “Piavento di Carpenedo”, con le sue anziane residenti, costituiva già una piccola testimonianza di una comunità cristiana che continuava a farsi carico, ormai da secoli, pur in misura pressoché simbolica e con una soluzione ben miserella, dei suoi vecchi in difficoltà, tuttavia questa soluzione rimaneva assolutamente inadeguata come capienza e non in linea con le esigenze più elementari del nostro tempo. Dopo l’intervento di restauro in questa struttura potevano dimorare sei signore; ognuna disponeva di una sola stanza, relativamente piccola, dove dormire e farsi da mangiare. Le difficoltà nascevano dal fatto che in uno spazio così ridotto spesso nascevano incomprensioni e frequenti liti e poi questa piccolissima struttura offriva dimora a un numero irrisorio di persone in rapporto a una comunità che contava quasi 6.500 abitanti.

Quindi cominciai prima a sognare e poi a progettare una struttura ben più capiente e più adeguata alle esigenze del nostro tempo. Ipotizzai fin da subito un centro molto più ampio, con alloggi pur piccoli ma che offrissero la possibilità di una vita autonoma, più confortevole e soprattutto alla portata anche di chi godeva solamente della pensione sociale. L’inizio dell’avvio di questo progetto nacque in seguito ad un’offerta fattami da un’altra antica società operante a Carpenedo fin dall’anno 1200 e giunta fino ai giorni nostri: la Trecento campi.

Accenno solamente per sommi capi a questo ente benefico. Il vescovo di Treviso, poiché la parrocchia di Carpenedo fino al 1926 apparteneva a quella diocesi, “illo tempore” aveva costituito un “livello”, ossia aveva assegnato agli abitanti di questa parrocchia che viveva ai confini della diocesi, l’uso di 300 campi di bosco ove essi, povera gente, potessero approvvigionarsi di legna e tagliare l’erba per le bestie. Ripeto che questa società è giunta fino ai nostri giorni ed è, dopo infinite peripezie, così strutturata: i capi famiglia eleggono un consiglio di 15 membri, questo a sua volta elegge una deputazione, praticamente il governo, che poi elegge il presidente. Il parroco di questa comunità per statuto funge da “ispettore” che può partecipare alle riunioni del consiglio e della deputazione con il compito di garantire che siano rispettate le finalità sociali della società.

Io ero, fin dall’inizio, in ottimi rapporti con i membri di questi organismi che, a quel tempo, erano formati da persone sagge e sensibili alle problematiche dei poveri, tanto che venendo a sapere dei miei progetti decisero di mettermi a disposizione una certa somma. Io però chiesi loro di mettermi invece a disposizione una superficie per edificare la sognata struttura per anziani poveri. Dopo le varie consultazioni e delibere mi offrirono quattromila metri di terreno di proprietà della società adiacenti al viale don Luigi Sturzo e confinanti con il terreno che la famiglia Mistro lavorava in affitto da suddetta società. Quindi feci così un altro passo, abbastanza significativo, verso quel progetto che cominciava a prender forma. (4/continua)


I miracoli della carità

Carissimi amici, un paio di settimane fa vi ho confidato che, negli ultimi quindici giorni di marzo, il buon Dio mi ha fatto delle “belle sorprese”. Vi ho raccontato che una signora di Venezia mi donato 25 mila euro per i poveri; che la dottoressa Chiara Rossi ci ha lasciato in eredità 15 mila euro; che monsignor Centenaro, uno dei più eminenti prelati del clero veneziano, quasi novantenne, ha scelto di abitare al Centro don Vecchi degli Arzeroni per occuparsi della cura spirituale dei suoi 250 anziani; e che il direttore di un grande ipermercato, appena andato in pensione, ci ha chiesto di fare il volontario in qualità di “commesso” allo spaccio solidale.

Vi dicevo che il mio sogno sarebbe avere a disposizione la prima pagina di un quotidiano, nazionale o locale, per raccontare eventi come questi che farebbero tanto bene a tutti. Vi confesso che spesso sarei tentato di riprendere a scrivere “il diario” per potervi offrire belle notizie, fresche di giornata, che per fortuna sorgono insieme al sole ogni giorno. So però di essere troppo vecchio per cimentarmi in un’impresa simile!

Desidero tuttavia raccontarvi qui una notizia molto bella e innovativa nel campo della solidarietà. Un paio di settimane fa il comitato direttivo dell’associazione Vestire gli ignudi, che gestisce l’enorme emporio di vestiti usati per i cittadini in difficoltà, dopo aver redatto il bilancio consuntivo, ha messo a mia disposizione 200 mila euro per “fare del bene”!

Qualcuno si domanderà com’è possibile che quest’associazione abbia un introito simile facendo la carità. È presto detto! I magazzini San Martino contano circa 50 mila ingressi l’anno e, se ogni “cliente” dona ogni anno anche solo quattro euro per vestirsi, il “guadagno” risulta evidente. La filosofia è che si chiede poco, ma tutti donano, nell’intento di creare un “volano” che generi carità.

Il direttivo mi ha affidato quest’ingente somma da spendere per i poveri. L’anno scorso ho aiutato le mense e tutte le purtroppo piccole associazioni parrocchiali per i meno abbienti. Quest’anno ho impiegato euro 150 mila euro per fornire il pranzo a metà prezzo (2,5 euro) a tutti i residenti dei Centri don Vecchi con un reddito mensile inferiore a 500 euro.

Inoltre, e questa è la bella novità, l’articolo di don Fausto Bonini sulla “parrocchia veneziana” di Ol Moran, in Kenya (su L’Incontro, NdR), mi ha suggerito un altro progetto da sostenere. In quei luoghi un giovane sacerdote veneziano, don Giacomo Basso, sta compiendo dei veri e propri miracoli. Dal momento che per gli studenti della scuola le distanze da percorrere sono proibitive, ha pensato di compartecipare alle spese per la costruzione del primo convitto.

La spesa ammonta a 40 mila euro e noi ne abbiamo mandati 20 mila, confidando nel fatto che le parrocchie di Mestre e di Venezia non si faranno battere, in questa gara di solidarietà, da una fondazione che gestisce già 500 alloggi per i poveri.

Non nascondo che mi piacerebbe anche insegnare a Matteo Salvini e al suo “amico – nemico” Luigi Di Maio che il problema dell’Africa non si risolve lasciando annegare gli immigrati nel Mediterraneo o inviando denaro ai “satrapi” d’Africa affinché acquistino armi e si uccidano a vicenda.
Invece è fondamentale creare, nei Paesi dove quelle persone vivono, una nuova classe di uomini e donne culturalmente ed economicamente preparati per dare un volto nuovo e migliore all’Africa. I nostri missionari hanno sperimentato questa soluzione da tempo e ne offrono gratuitamente la ricetta a chi vuole bene all’umanità.

Forse mi aspetto troppo da quei 20 mila euro, ma mi pare che seminare speranza faccia sempre bene!


Il Piavento

Dalle piccole esperienze delle quali ho parlato nel mio secondo “capitolo” circa una soluzione abitativa degna e possibile per anziani, pian piano nacque un indirizzo più preciso e definito.

Questa scoperta della necessità di trovare soluzioni che rendessero meno angosciosa la situazione degli anziani, specie di quelli che vivevano soli – situazione che può configurarsi nel discorso delle “nuove povertà” – ebbe come spinta ultima due esperienze di ordine pratico.

La prima fu determinata dall’aver constatato, dopo la prima visita a tutte le famiglie della parrocchia, in occasione della benedizione delle case, che almeno un sesto degli abitanti aveva più di settant’anni e che moltissimi di loro vivevano da soli perché la “famiglia patriarcale” nella nostra città era scomparsa ormai da molto tempo; quindi più di mille anziani vivevano in questa condizione quanto mai triste e solitaria.
La seconda fu che proprio in quegli anni era stato abolito il blocco degli affitti e perciò gli anziani, che normalmente godevano di pensioni esigue, s’erano trovati spiazzati e in grossissime difficoltà per pagare l’affitto di casa.

Una ipotesi di soluzione a questo problema mi venne dal fatto che in parrocchia, in via Vallon, esisteva, ed esiste ancora, una casupola di due piani nella quale vivevano otto anziane, casupola che io ho restaurato completamente destinando una stanza a soggiorno per un po’ di vita in comune e costruendo due bagni da una seconda stanza, perché fino ad allora le anziane fruivano di un solo bagno posto fuori dall’edificio e per nulla riscaldato.

Questa casa, che dopo la ristrutturazione tutti ritennero e ritengono una “villetta” e che si denomina Piavento, era il frutto di un lascito di un antico parroco di Carpenedo, don Lorenzo Piavento, che al tempo della scoperta dell’America aveva destinato nel suo testamento a “donzelle di buoni costumi”. La casupola fu poi innalzata di un piano da parte di monsignor Romeo Mutto con la vendita di un podere adiacente, nel quale oggi ci sono i negozi di mobili.

La ragione sociale di questo piccolo immobile era quella di “Opera pia”, ente che una ventina di anni fa lo Stato voleva accorpare ad uno più grande, ma che noi difendemmo con i denti perché rimanesse in gestione alla parrocchia. Tanta fu la determinazione che riuscimmo a tenerlo legato alla parrocchia sotto la ragione sociale “Fondazione Piavento onlus”, ente del quale il parroco pro tempore di Carpenedo rimane presidente nominando altri due consiglieri per amministrarlo. (3/continua)


Storie belle di brava gente

Mi piacerebbe tanto poter disporre ogni settimana di almeno una facciata de Il Gazzettino, della Nuova Venezia o del Corriere del Veneto per raccontare ai concittadini, con un titolo a sei colonne, le storie belle che germogliano tra di noi, alle quali quasi nessuno dà voce e visibilità. Ogni giorno la radio, i giornali e la televisione ci mettono sotto gli occhi una valanga di vicende amare e meschine che sviliscono la dignità umana e ci spingono a credere che nella nostra società tutto sappia di prepotenza, di disonore, di egoismo e d’imbroglio. Fortunatamente la realtà è molto diversa, perché nel silenzio e nella discrezione fioriscono quotidianamente gesti nobili e generosi.

Mi duole davvero tenere solo per me le testimonianze esemplari di gente meravigliosa come quella che, in quest’ultimo quarto di secolo, ha permesso all’Avapo di realizzare uno stupendo “ospedale a domicilio” o alla Fondazione Carpinetum di costruire 500 alloggi per anziani in difficoltà e per altre categorie in profondo affanno esistenziale. Mi soffermo su queste due realtà, che sono il fiore all’occhiello di Mestre, perché le conosco da vicino, tuttavia sono assolutamente certo che nella nostra città c’è qualche altra splendida iniziativa che cresce silenziosa, senza fare notizia. Purtroppo, invece, alcuni “rami secchi” fanno un gran fracasso instillando paura e tristezza nel cuore di tutti.

Mi sono permesso di chiedere alla redazione de L’incontro uno spazio per raccontare a voi, miei cari concittadini, alcuni episodi che mi hanno reso felice. Innanzitutto vorrei confidarvi che scopro ogni giorno qualcosa di bello. Tutte le mattine, appena sveglio, mi chiedo curioso: “Quali belle sorprese mi ha preparato oggi il buon Dio?”. E non passa giorno senza che il Signore mi manifesti la sua benevolenza e il suo amore.

Ma veniamo alle sorprese di quest’ultima settimana: la prima riguarda un’anziana signora di Venezia che un paio di mesi fa mi ha donato prima 25.000 euro poi altri 10.000 e, infine, altri 25.000 dicendomi “sono vecchia, conduco una vita sobria, non ho esigenze particolari, quindi mi fa piacere donare a chi ha bisogno ciò che mi ha lasciato mio marito.”

La seconda sorpresa è legata alla scomparsa della dottoressa Chiara Rossi, farmacista e poi insegnante di matematica, morta qualche giorno fa. Era una donna che ha speso tutta la propria vita per il bene della Chiesa e della nostra città e che, aperto il suo testamento, apprendiamo che ha lasciato 15.000 euro agli anziani poveri.

La terza sorpresa concerne monsignor Angelo Centenaro, già parroco del duomo di San Lorenzo e vicario del Patriarca per la terraferma, mio compagno di classe e mio coetaneo. Nonostante l’età e i relativi acciacchi, ha scelto di dimorare al Centro don Vecchi degli Arzeroni dove è arrivato da Borbiago, per prendersi cura spiritualmente dei 150 residenti.

La quarta riguarda il direttore di un grande ipermercato che, appena andato in pensione, è venuto a offrirsi come volontario, non per dirigere, ma per adoperarsi come l’ultimo degli addetti ai lavori. Da mattina a sera, sposta carrelli per rifornire il banco dello spaccio di viveri in scadenza.

Ho pensato di far conoscere queste esperienze, e ce ne sarebbero ancora molte altre, perché mi sembrava egoista tenere tutto questo “oro” nello scrigno del mio cuore.


Grazie a tutti

Impossibilitato di ringraziare personalmente tutti coloro, che a livello personale o mediante lettera, messaggi, telegrammi, internet e la stampa cittadina mi hanno onorato mediante parole di augurio, attestati di simpatia o preghiere in occasione del mio novantesimo compleanno, ringrazio tutti di gran cuore con tanta riconoscenza e promettendo che tenterò di ricambiare la fiducia, la stima e l’affetto impegnandomi con tutte le mie forze e fino a l’ultimo respiro per il bene della nostra cara città.

Don Armando Trevisiol


Radici prossime

Ho già riferito che nel 1971 tutta la dottrina riguardante la vita parrocchiale era messa in discussione. Il tempo dagli anni Settanta agli Ottanta fu un tempo assai difficile a motivo della contestazione, soprattutto per me che dovetti affrontare in prima persona, e per la prima volta, i complessi problemi di una parrocchia di periferia di 6.500 anime.

Fin dall’inizio di questo mio servizio cominciai ad elaborare un mio progetto di ordine pastorale, partendo da convinzioni già acquisite sia da un punto di vista concettuale che pratico. Fin da allora ero già profondamente convinto che la religione voluta da Gesù è segnata da due dimensioni ugualmente importanti e derivanti dal comandamento “ama Dio con tutte le tue potenzialità e il prossimo come te stesso”. La dimensione verticale riguarda la fede e l’annuncio evangelico che si esplicano attraverso la catechesi e la liturgia; mentre quella orizzontale si esprime mediante la carità. Quindi il problema della carità, che molto spesso era ed è purtroppo marginale negli interessi e nei progetti dei parroci e dei cristiani impegnati, è invece, almeno per me, a pari grado con quello della evangelizzazione, della catechesi, del culto e della preghiera. Pertanto, fin dall’inizio del mio ministero, cominciai a pensare come impostare e realizzare questa componente così essenziale per una vita realmente cristiana e il problema si presentò subito di difficile soluzione perché in questo campo c’erano poche e fragili esperienze alle quali rifarsi.

I primi passi li spesi per rafforzare e rendere più efficienti le associazioni caritative già esistenti: la conferenza della San Vincenzo maschile e quella femminile, alle quali aggiunsi in seguito anche una per i giovani. Nacquero poi, il gruppo “Il Mughetto” per l’assistenza ai disabili, il “Gruppo San Camillo” per l’assistenza agli ammalati e alle persone sole e in difficoltà, “Il Ritrovo” per gli anziani, Villa Flangini ad Asolo (foto) per le vacanze dei vecchi, il restauro radicale dell’opera “Piavento”, la casa che accoglieva otto anziane in difficoltà abitative. E via via ho aperto le residenze “Ca’ Dolores”, “Ca’ Elisa”, “Ca’ Teresa” e “Ca’ Elisabetta” sempre per anziane in difficoltà, il “Foyer San Benedetto” per l’accoglienza dei parenti dei degenti nei nostri ospedali che abitavano lontani da Mestre.

Man mano che si realizzavano questi obiettivi, notavo da un lato che aumentava il consenso tra i concittadini e dall’altro andavo scoprendo che c’era molto, molto ancora da fare per dare volto reale alla carità, ma soprattutto darle un volto comprensibile alla sensibilità dei nostri tempi. (2/continua)


Radici remote

Inizia da questa settimana una nuova rubrica a puntate dedicata alla storia dei Centri don Vecchi, che ci accompagnerà fino all’inaugurazione del settimo centro agli Arzeroni.

S’è scritto certamente molto sui Centri don Vecchi, sulla loro finalità, sulla dottrina che li supporta e sul loro funzionamento, però quasi sempre se n’è parlato in maniera non organica, solamente illustrando e soffermandosi episodicamente soprattutto sulle loro singole sfaccettature. Chi poi ha trattato l’argomento in modo più informato, sono stati lettera aperta, settimanale della parrocchia di Carpenedo, comunità da cui i centri sono stati concepiti, e L’incontro, settimanale della Fondazione Carpinetum, che li gestisce. Essendo io di certo la persona maggiormente coinvolta in questa bella storia e avendo però ormai novant’anni, non vorrei che essa andasse sepolta con me e soprattutto non vorrei che i nostri concittadini non potessero conoscere fino in fondo il “miracolo della carità” sbocciato nell’ultimo quarto di secolo a Mestre. Penso, dunque, sia opportuno informare la comunità sugli antefatti per facilitare la comprensione del nascere e dello svilupparsi di queste strutture per anziani di modestissime condizioni economiche.

Sono stato ordinato sacerdote nel 1954 e nominato parroco di Carpenedo alla fine del 1971, avendo alle spalle una brevissima esperienza di un paio d’anni, come cappellano, nella parrocchia dei Gesuati a Venezia, ma durante questo tempo mi ero occupato quasi esclusivamente dei ragazzi in genere e degli scout in particolare.

Giunsi a Mestre nel 1956 nella più popolosa e vivace parrocchia della città, nella comunità del duomo di San Lorenzo martire, dove lavorai prima sotto la guida di monsignor Aldo Da Villa e poi sotto quella di monsignor Valentino Vecchi. Ebbi modo di fare delle forti esperienze pastorali come responsabile cittadino degli scout, come assistente ecclesiastico dei maestri cattolici, ma soprattutto come assistente cittadino della San Vincenzo, la benemerita associazione che si occupa dei poveri. Per quanto riguardava l’attività pastorale della carità in quel tempo collaborai in maniera veramente determinante soprattutto con monsignor Vecchi, già mio insegnante di Storia della filosofia in Seminario.

Il decennio tra il Sessanta e il Settanta è stato una stagione quanto mai ricca per l’assistenza ai poveri. In quegli anni fu costruita “Ca’ Letizia”, aperto “Il Ristoro”, la mensa serale per i poveri della città, e ancora: il magazzino degli indumenti, le docce e il barbiere. Si organizzarono le vacanze estive per gli anziani e gli adolescenti, nacquero il mensile “Il Prossimo” e tante altre iniziative riguardanti la carità, come ad esempio il Caldonatale, “l’epica impresa” degli scout per provvedere legna e carbone per il riscaldamento dei poveri nel periodo invernale.

Come dicevo, alla fine del 1971 fui nominato parroco della parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio a Carpenedo in un’epoca quanto mai difficile per la pastorale in parrocchia, perché in quella comunità periferica ci raggiunse la coda del Sessantotto, il tempo della contestazione.

Sento il bisogno di fare questa premessa perché, specie quest’ultima esperienza, fece emergere il ricordo della mia infanzia, vissuta in un paese povero e in una famiglia di condizioni più che modeste da un punto di vista economico. Col passare degli anni ho capito quanto sia vero che chi non ha fatto esperienza della povertà in prima persona ben difficilmente comprende il dramma dei poveri. Io ho avuto la fortuna di conoscere questo dramma essendo vissuto in una famiglia in cui la mamma e noi sette fratelli, dei quali io sono il più vecchio, dovevamo contare soltanto sullo stipendio di mio padre che era un semplice falegname. (1/continua)


Il problema dei vestiti

Abbiamo ribadito più volte che i magazzini San Martino, ubicati al Centro don Vecchi di Carpenedo in via dei 300 Campi 6 e gestiti dall’associazione di volontariato Vestire gli ignudi, sono una delle più consistenti ed edificanti agenzie di distribuzione di indumenti per i poveri che esistono in Italia: per il numero di volontari, per l’afflusso di clienti e per la quantità di merce esposta. Si calcola, infatti, che abbiano quasi cinquantamila “contatti” all’anno.

I magazzini sono talmente affollati e capaci di rispondere alle più svariate richieste di indumenti che abbiamo ipotizzato la costruzione di un supermercato, attrezzato come quelli esistenti nel settore tessile, per rendere più facile e gestibile l’approvvigionamento di indumenti nuovi, ricevuti grazie a elargizioni di ditte affermate che credono nella loro funzione sociale e offrono la merce un po’ passata di moda. Il fatto che il direttore generale sia il signor Danilo Bagaggia, che ha avuto una carriera lunga e brillante all’interno di Coin e Oviesse, garantisce una rete di supporti e conoscenze che consente ogni anno di avere una grande quantità di indumenti nuovi, di ogni genere e taglia.

Per quanto riguarda l’usato, invece, l’associazione aveva ottenuto dal Comune di Venezia l’autorizzazione a collocare in città una quindicina di cassonetti raccoglitori che i cittadini riempivano con fiducia e grande abbondanza. Ogni giorno un furgone dei magazzini San Martino, guidato dai volontari dell’associazione, raccoglieva i vestiti che poi un gruppo di volontarie si occupava di selezionare per offrire soltanto quelli in buono stato. La raccolta era sempre sufficiente per rispondere alla domanda.

Alcuni mesi fa, purtroppo, una disposizione della Regione ha dichiarato “rifiuti” gli indumenti raccolti sul suolo pubblico e ne ha vietato la permanenza minacciando multe e persino provvedimenti penali per i trasgressori. Di conseguenza, siamo stati costretti a ritirare in fretta e furia i cassonetti, lasciando soltanto i cinque che erano stati sistemati all’interno del patronato della parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio a Carpenedo.

Abbiamo pure avviato una trattativa con la Caritas, l’unico ente che dispone di una convenzione nazionale col Governo, in virtù della quale può collocare a Mestre i cassonetti per la raccolta degli indumenti usati. Confidavamo in una collaborazione che ci sembrava possibile e doverosa, dal momento che il suo scopo precipuo è la promozione della carità all’interno della Chiesa veneziana. Essa, infatti, raccoglie mediante dei cassonetti gialli una grande quantità di vestiti usati. Purtroppo invece, ogni tentativo, per motivi a noi inspiegabili, è caduto nel vuoto.

Adesso ci troviamo pertanto in grossissima difficoltà per l’approvvigionamento degli abiti usati, che rappresentano una parte consistente del vestiario da elargire. Rivolgo quindi un accorato appello ai concittadini esortandoli a portare direttamente al Don Vecchi i vestiti che vogliono mettere a disposizione dei poveri. Qualora la quantità da ritirare giustifichi l’uscita di un furgone, telefonate al numero 0415353210 per prendere accordi. In queste ultime settimane un magazzino di Noale ha donato un paio di furgoni di indumenti, ma è chiaro che, se vogliamo continuare quest’opera di carità cristiana, dovremo trovare una soluzione adeguata e, per farlo, abbiamo bisogno del supporto di chi opera nell’organizzazione pubblica.