E la pista ciclopedonale?

Delle vicende del Centro don Vecchi 4 di Campalto ho già parlato più volte, ma siccome il tempo passa tanto veloce e la nostra società è sommersa da una montagna di parole, penso che non sia male che io ritorni sull’argomento. Sono ormai uno degli ultimi che può far memoria di questi fatti. Purtroppo una grossa questione che riguarda questo centro è ancora viva ed attuale!

Riassumo la storia in quattro righe. Il compianto don Franco De Pieri aveva acquistato una vecchia bicocca nata come locanda, trasformata poi in una colonia per bambini e finita come struttura per alloggiare i tossicodipendenti dei quali questo prete generoso si occupava ormai da anni. La struttura non era ormai più sufficiente né adatta allo scopo per il quale don Franco l’aveva acquistata e poi, fortunatamente, questo prete generoso e intraprendente era riuscito a farsi mettere a disposizione il dismesso forte Rossarol di Tessera. Aveva quindi urgente bisogno di soldi freschi, mentre a me serviva un altro spazio per aprire una nuova struttura per gli anziani, date le molte e pressanti domande per ottenere un alloggio presso uno dei nostri centri. L’architetto Giovanni Zanetti, che conosceva don Franco e me per motivi professionali, mi convinse ad acquistare l’immobile fatiscente per ristrutturarlo e in seguito a farne un nuovo centro per anziani. Tra due preti con gli stessi ideali, nati inoltre nello stesso paese, fu facile raggiungere un’intesa. Don Franco tamponò i suoi debiti e io cominciai a sognare il nuovo centro. La cosa però non andò così, perché il rudere sarebbe rimasto ancora, nonostante tutto, un rudere! Lo buttammo giù e costruimmo il nostro centro con i suoi 64 alloggi.

Sennonché, il giorno dopo l’inaugurazione, scoprimmo amaramente che in via Orlanda c’era un traffico infernale, che rendeva assolutamente impossibile uscire dal centro senza correre il rischio di perdere la vita. A una settimana dall’inaugurazione, l’auto della figlia di una residente, mentre tentava di uscire dal centro, fu centrata in pieno e scaraventata nel fossato prospiciente. Con infinite peripezie e rinnovate richieste all’Anas riuscimmo ad ottenere il permesso di mettere in sicurezza l’uscita, spendendo svariate decine di migliaia di euro di tasca nostra. Il problema non era però risolto per chi andava a Campalto a piedi o in bicicletta. Un vecchio residente del centro affermò un giorno: “Il don Vecchi 4 è una prigione dorata, ma sempre prigione rimane!”

Trafficammo così tanto con l’assessore precedente all’attuale, che finì per assicurarci che, quanto prima, avrebbe provveduto a far costruire una pista ciclopedonale per congiungere il don Vecchi e il cimitero a Campalto. A riprova di questa volontà, fece eseguire da “Insula” un progetto di fattibilità, poi però questo amministratore non venne più rieletto. Non ci perdemmo d’animo; non potevamo infatti permetterci di desistere, perché ne andava della vita dei nostri vecchi! Fortunatamente l’Anas, che sta costruendo una nuova strada e ci ha portato via mezzo parco del centro, ha deliberato e trasmesso al Comune mezzo milione di euro per costruire la pista pedonale.

Pensavamo che il Comune ci desse i soldi per iniziare subito i lavori. A questo scopo, abbiamo fatto fare un nuovo progetto da una dei migliori professionisti di Mestre, pagando sempre di tasca nostra. Nel frattempo, però, pare che i soldi siano passati da Renato Boraso, assessore alla viabilità, che ci aveva fatto le più lusinghiere promesse di una pronta attuazione, a Francesca Zaccariotto, ora assessore ai Lavori pubblici, chissà per quali misteri. Fatto sta che si dice che voglia far fare un altro progetto: il terzo. Nel frattempo, dopo cinque anni, gli anziani di Campalto sono ancora imprigionati. Ebbene, non vorremmo mai che il Comune li condannasse all’ergastolo da trascorrere in questa prigione, dorata, ma pur sempre prigione!


Un gioco che fa vincere

Il lunedì mattina si stampa L’Incontro. Io vi dedico una mezzoretta e lo leggo fresco di stampa, prima di mezzogiorno o nelle prime ore del pomeriggio. Essendo però il periodico monografico, qualche volta devo fare un “fioretto” per leggerlo tutto, perché alla fin fine risulta sempre un po’ ripetitivo, anche se i vari autori affrontano lo stesso argomento con uno stile o delle angolature ben diversi.

In uno degli ultimi numeri ho letto che uno dei più gravi pericoli sociali del nostro tempo consiste nel gioco d’azzardo: fenomeno di cui già conoscevo la gravità, ma non nella maniera così rovinosa come l’ho potuta apprendere dalla lettura, seppur veloce, del nostro periodico. Nella sostanza si dice che la gente gioca d’azzardo nella speranza di vincere molto e senza troppa fatica. I giornalisti de L’Incontro affermano con autorità e numeri alla mano che questa è solamente una triste illusione perché vale esattamente il contrario: giocando si perde sempre e comunque!

Io, lo sapete, ho novantanni e, come si diceva un tempo, l’età talvolta può offrire almeno un po’ di saggezza. Dall’alto della mia età, quindi, vi posso assicurare che c’è invece un “gioco” poco conosciuto, perché poco reclamizzato per guadagnare veramente sempre, molto velocemente e senza correre il rischio di perdere o di logorarsi i nervi per la tensione psicologica che il gioco comporta. Il discorso, di primo acchito può sembrare una chimera e una pura illusione perché purtroppo la vita insegna che l’acquisire ricchezza costa sempre e costa tanto. Eppure mio padre mi ha insegnato il “gioco di Colombo”: cioè il far stare in piedi un uovo su un tavolo bello liscio, fatto altrettanto difficile, anzi impossibile. E invece è un gioco per nulla rischioso e di sicuro effetto, basta un colpetto nella parte inferiore dell’uovo sul tavolo ed esso sta in piedi sicuramente.

Eccovi dunque la soluzione più sicura e più facile per far soldi senza fatica e con assoluta sicurezza che io vi propongo: investire poco o tanto, in rapporto di quel che si possiede, sulla carità. Questa soluzione ha perfino l’avallo del Figlio di Dio: “Otterrete il centuplo e la vita eterna”. Io vi posso garantire almeno la prima parte, ma ho motivi per ritenere valida anche la seconda.

Eccovi la prova che io stesso ho sperimentato e con notevole successo e soddisfazione: quando facevo il cappellano a San Lorenzo monsignor Valentino Vecchi mi dava cinquantamila lire al mese per le mie spese personali: 25 euro. Da parroco la mia paga mensile era di 850 euro, quindi sono stato sempre un povero in canna e ho sempre avuto bisogno di denaro e di molto denaro per realizzare i miei progetti a favore di quel prossimo che la Chiesa ha affidato alle mie cure. Nonostante questo, investendo sui poveri nei miei 62 anni di impegno sacerdotale ho realizzato un patrimonio di una notevole consistenza: se faccio un conto, seppur a spanne, del valore del patronato, dell’asilo, della Malga dei Faggi, di villa Flangini e dei 6 Centri don Vecchi, trenta milioni di euro sono veramente poco! Solo questo patrimonio edilizio vale di certo molto di più di una sessantina di miliardi di vecchie lire! Ma se a questo aggiungo il fatto umano del benessere offerto a chi ne beneficia e della mia personale soddisfazione il valore è certamente superiore!

Allora carissimi lettori ed amici miei: non lasciamoci vincere dall’illusione di guadagni facili e non lasciamoci abbindolare dalla dea bendata da cui si spera di ottenere vincite impossibili, ma investiamo nell’aiuto al prossimo, nella solidarietà e nella carità cristiana. Facendo ciò a me è andata molto bene!

Vorrei aggiungere anche un secondo consiglio: ora le nostre banche sono tutte traballanti e pericolose, io perciò i soldi li ho investiti tutti in titoli celesti ed ho versato fino all’ultimo centesimo presso la banca di San Pietro. Come vi ho già detto colà si offrono interessi superlativi e i soldi son sicuri! Ora poi è stato messo nel mercato della carità un nuovo prodotto, dal titolo abbastanza noto: “Fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi.” Questa Fondazione cerca liquido perché impegnata nella costruzione di 56 alloggi per anziani poveri e pertanto cerca nuovi clienti. Se avete qualcosa messa da parte e volete un investimento sicuro ad alto rendimento, anche questa è una ottima opportunità.


Lo scambio dei libri

Monsignor Mario D’Este fu mio docente di Morale per tutti i quattro anni di Teologia. Questo prete mi ha fatto veramente del bene perché, oltre ad offrirmi un insegnamento quanto mai valido di questa materia che illustra il comportamento al quale un cristiano si deve attenere in rapporto agli insegnamenti di Gesù, spesso ci parlava della testimonianza che un sacerdote deve offrire al “popolo di Dio”.

Ricordo che durante una lezione ci parlò di un sacerdote veneziano dalla vita veramente esemplare. Ci disse che questo uomo di Dio era pure uno studioso molto serio che amava quanto mai la lettura e che pian piano, durante la sua lunga vita, s’era fatto una bellissima biblioteca aggiornata e con moltissimi testi di valore. Pare poi che fosse non solamente orgoglioso per quanto era andato raccogliendo, ma era quanto mai geloso dei suoi amati libri.

Sennonché i suoi colleghi scoprirono con molto stupore che da qualche tempo aveva incominciato a donare a destra e a manca i libri della sua biblioteca. Finchè un collega gli domandò meravigliato: “Come mai ti stai disfacendo di quello che era l’orgoglio della tua vita?”. Ed egli rispose: “Sono vecchio e presto dovrò lasciare comunque la mia raccolta di libri, trovo più giusto donarli uno ad uno perché ora questa offerta rappresenta un gesto di simpatia mentre, quando sarò morto, il lasciare il mio patrimonio diventerà una necessità che non rappresenta per nulla un segno di amicizia e di fraternità!”.

Questo racconto è rimasto impigliato della mia memoria per più di mezzo secolo e finalmente questa buona semente ha incominciato a germogliare. Io sono stato un manovale a livello ecclesiastico e non una persona studiosa e colta, perciò la mia biblioteca è ben più modesta di quella del mio vecchio collega veneziano, però mi sono detto “perché anch’io non faccio un qualcosa del genere con i miei libri di formazione religiosa, piuttosto che essi continuino a coprirsi di polvere negli scaffali?”. Poi piano piano ha preso forma il mio modesto progetto che si rifà al mio confratello ben più illustre.

Sto cominciando con il mettere in un espositore all’ingresso della mia “cattedrale tra i cipressi”, in cimitero, qualche volume, scrivendo che chi fosse interessato ad averlo o a leggerlo, lo prendesse pure perché glielo regalo volentieri. Poi avendo preso piede l’iniziativa ho invitato pure chi avesse qualche volume di cultura religiosa ad aggiungerlo ai miei.

L’iniziativa ha preso piede, tanto che ogni settimana arrivano nuovi volumi e altri partono perché qualche fedele ne è interessato. Sono ben cosciente che la mia iniziativa non darà corpo alla nuova evangelizzazione, ma di certo ne può offrire una qualche piccola tessera del mosaico che illustra il messaggio di Gesù.

Offro quindi soprattutto ai miei colleghi sacerdoti, ma anche ai fedeli interessati all’avvento del regno di Dio, questa piccola “ricetta”, sognando che presto in tutte le parrocchie di Mestre si realizzi questo interscambio di volumi, mediante cui, senza spesa alcuna, possa realizzarsi un aggiornamento e un approfondimento di cultura religiosa. Il mio vuol essere soltanto un piccolo contibuto per sostenere la nuova evangelizzazione.


L’affidamento alla Vergine

Qualche giorno fa don Gianni mi ha telefonato per dirmi: “Don Armando, abbiamo scelto per il prossimo numero de L’incontro l’argomento della salute. Ora sapendo che lei ha avuto qualche seria batosta a proposito della salute, le chiedo di offrire ai lettori una sua testimonianza”.

L’argomento è stato scelto per questo numero del settimanale perché si celebra la festa della Madonna della Salute, la ricorrenza che per la pietà popolare della nostra gente è una delle più sentite. In questa occasione i concittadini sentono il bisogno di accendere una candela e dire almeno un’ave Maria nella stupenda basilica del Longhena. Adesso poi, che i veneziani sono approdati in terraferma, si sono aperte due succursali: quella della chiesa di via Torre Belfredo e quella delle Catene, ambedue molto frequentate in occasione del 21 novembre di ogni anno. Però non mi è stata chiesta una riflessione su questo evento religioso particolarmente sentito dai veneziani dell’isola e da quelli di terraferma, quanto piuttosto una testimonianza personale sulle alterne vicende che la mia salute fisica ha attraversato.

Allora non ho alcun motivo per non dichiarare pubblicamente alcuni passaggi un po’ difficili in proposito: a vent’anni ho avuto il tifo con un ricovero prolungato all’isola delle Grazie e quindi una pleurite come conseguenza dell’indebolimento per il prolungato digiuno. Una ventina di anni fa ho subito un intervento al colon per un tumore, poi venne l’asportazione della cistifellea, quindi una serie infinita di interventi per eliminare dei polipi vescicali che per anni continuavano a riprodursi. Infine ho subìto l’asportazione di un rene per un altro tumore, il tutto con i relativi cicli di chemioterapie.

Come potete vedere il mio curriculum è di tutto rispetto, nonostante ciò ho quasi novant’anni, sono abbastanza autonomo e non ho che da ringraziare il Signore perché la mia vita è stata intensa, laboriosa e nonostante tutto bella e anche felice.

La gente dice: “Quando si ha la salute si ha tutto!” Poi in realtà non si accontenta della salute, ma cerca pure il benessere, l’affermazione, la stima e altro ancora. Ma tutto questo non conta se alla salute non si accompagna la serenità interiore, la gioia dello scoprire la vita e il creato come il più bel dono di Dio, la certezza di essere in cammino verso il nuovo “giorno”. La salute fisica si rivela come un dono incompleto e talvolta anche deludente.

Lasciatemi aggiungere che spesso quella che tutti chiamano “la malattia” talora è invece una medicina portentosa per scoprire il volto più bello della nostra vita. Quando sono tornato a casa dai lunghi periodi di degenza trascorsi in ospedale, ho scoperto un mondo meraviglioso del quale prima non mi ero mai accorto: la gente più bella, la natura e le opere dell’uomo meravigliose; i fiori, le piante, le stelle, i prati, i boschi e i fiumi: quali regali stupendi che il buon Dio ci dona ogni giorno come sorpresa del suo Amore!

Per me, e lo dico serenamente, le prove fisiche sono sempre state in definitiva dei doni e non disgrazie, doni che mi hanno fatto scoprire il volto più bello della vita e che mi hanno spinto ancora a dare un po’ della mia scoperta e della mia gioia a chi ho incontrato sulla mia strada. Credo che la chiave che ci può aprire a questa scoperta, sta in quella preghiera che ci permette questa lettura positiva della vita: “Padre nostro”. Se sono convinto che Dio mi vuole un bene di padre, allora debbo essere convinto e sicuro che tutto quello che mi manda è sempre un segno di quanto mi ama e sempre a mio vantaggio. Anche se in certi frangenti confusi e tormentati tutto questo non mi è sembrato vero, dopo un po’ mi è sempre capitato di verificarlo. A qualcuno di certo verrà da chiedermi: “Allora questo anno chiederà alla Madonna della Salute qualche altra prova?” “No”; mi piacerebbe avere ancora un po’ di tempo per vedere l’ipermercato della carità e il Centro don Vecchi 7, stare ancora un poco assieme a quelle persone che mi vogliono bene e alle quali voglio tanto bene, vedere ancora la prossima primavera!

Però so che la cosa più importante, di cui ho assoluto bisogno, per “star bene veramente” è quella di fidarmi completamente del Signore, di essere certo che tutto quello che avverrà sarà comunque per il mio bene. Alla Madonna anche quest’anno chiederò: “Aiutami Vergine Santa ad avere assoluta fiducia in tuo figlio Gesù, perché io credo, però tu aumenta la mia fede!” Accompagnerò pure questa preghiera recitando un'”Ave Maria” ed accendendo un lumino come tutti i miei concittadini.


Autocertificazione

Abbiamo costatato che il tentativo di garantire una possibilità di aiuto a
chi è povero, mediante dichiarazioni, tessere o altri documenti per così
dire ufficiali non solo è macchinoso, ma che proprio i “furbi” riescono a
farla franca lo stesso. Perciò, quando queste certificazioni non siano
esigite dalle leggi o dai regolamenti, preferiamo scrivere a caratteri
cubitali un cartello: “Questi generi alimentari sono destinati ai poveri,
chi non lo fosse, sappia che ruba il pane a chi ha fame!”. Sembra che
questo avvertimento sia alla fine molto più efficace.


Da “PROPOSTA” – 10 settembre 2017

Da “PROPOSTA” – 10 settembre 2017
settimanale della parrocchia San Giorgio di Chirignago

Il settimanale di questa parrocchia è composto solamente da un foglio A4, ma quasi sempre è zeppo di cose interessanti. Questa settimana lo propongo all’attenzione dei visitatori di questo sito quasi per intero, incorniciando brevemente gli articoli che segnalo.

  1. Il saluto di don Andrea. Il cappellano lascia la parrocchia per diventare parroco di ben tre parrocchie a Venezia. Questo giovane prete si accomiata dalla comunità con una bellissima lettera di congedo. Oltre i convenevoli di rito in questa lettera si avverte che questo prete ha fatto una stupenda esperienza personale nella parrocchia in cui ha fatto il cappellano e porta con sé la consapevolezza che la parrocchia può essere anche oggi una comunità ricca di vita e capace di educare le nuove generazioni. E’ di una importanza assoluta che un giovane prete faccia un’esperienza forte nei primi anni di sacerdozio. Il cardinale Luciani perseguiva il progetto che tutti i giovani preti dovessero passare alcuni anni in parrocchie di particolare vivacità pastorale perché si convincessero che molto è possibile ancora.
  2. Il secondo articolo dà notizia che secondo una tradizione ormai collaudata a Chirignago il 18 ottobre i fedeli sono invitati a fare un pellegrinaggio (a piedi) al Santo di Padova. Sono del parere che una parrocchia che voglia essere tale deve offrire svariate proposte pastorali in modo che ognuno possa trovare quella più giusta per lui per crescere nella fede.
  3. L’articoletto che sento il dovere di segnalare è una lettera di una suora di colore che opera in Kenia la quale ringrazia la parrocchia di Chirignago che ha “adottato” il suo villaggio e lo aiuta costantemente anche da un punto di vista economico. Ogni comunità parrocchiale dovrebbe gemellarsi con una dei paesi di missione perché ha dei doveri di coscienza nei riguardi dei fratelli più poveri d’oltremare.

 

IL SALUTO DI DON ANDREA

Cosa scrivo? Bilanci? Ringraziamenti? Bilanci no. Quelli economici li faccio in Curia, quelli esistenziali li lasciamo fare a Qualcun altro. Motivazioni e sentimenti? Li ho espressi nel Proposta del 30 luglio 2017 presente in internet. Meglio parlare di soddisfazioni e delusioni. Soddisfazioni ne ho avute tantissime. Ne richiamo tre. La soddisfazione più grande? Quello che mi ha dato sempre tanta gioia? Vedere tanti giovani alla messa delle 11 e alla messa dei giovani il mercoledì mattina. Quella è e sarà il regalo più grande che la comunità giovanile mi potrà fare. Sapere che continuano ad andare sempre e tutti alla domenica a incontrare Gesù nell’Eucaristia, l’unica persona che non ti trascura mai, l’unica a cui un giorno potrai chiedere aiuto e consolazione. Gli altri avranno sempre tanto da fare, anche il tuo sposo o la tua sposa. Lui no. Avrà sempre cuore e tempo per te e questo rapporto lo costruisci adesso o mai più, nell’incontro domenicale con lui. È stato fantastico quest’anno vedere che Chiara, la prima bambina che ho battezzato, ha ricevuto la cresima e frequenta sempre la messa!
La seconda: i campeggi e i campi estivi e invernali, esperienza di famiglia grazie agli animatori, ai cuochi, ai capi e a tutte le persone che li rendono possibili curando gli aspetti logistici. Ho visto come queste brevi ma intense esperienze contribuiscono a costruire la comunità che poi vive a Chirignago: amicizie, riflessioni, i servizi fatti insieme cantando i tormentoni estivi… che bello! Ho avuto il dono di essere presente alla maggior parte di questi, grazie alla delicatezza del don che mi permetteva di stare via più di un mese e mezzo, portando lui da solo tutte le fatiche della parrocchia. Due aspetti dei campi: anzitutto Caracoi. Su questo angolo di paradiso posso dire solo che dentro di me è e resterà per sempre la mia seconda casa. Poi i campi mobili col clan. Scuole di provvidenza. Quando tutto sembra perso, quando non sai cosa fare ti arriva la persona, il luogo, il dono inaspettato da chi non hai mai visto in vita tua. Potrei scrivere un libro con volti e luoghi che mi hanno insegnato quanto ci sia vicino il Signore.
Terza soddisfazione: il coretto, la prima realtà che ho servito e amato da quel 7 novembre 2003. Tante gioie costruite e condivise con la cara amica Lorella e con tutti i collaboratori maestri e suonatori che con costanza inimitabile accoglievano e animavano questo gruppo di bambini arrivato a contare 50 elementi. Cantare a messa, cantare davanti a papa Benedetto, cantare a Venezia o a Salisburgo erano cose che sognavo e che con fatica lentamente abbiamo costruito.
Delusioni.
Me ne vengono in mente solo due, Ma alla fine ho deciso di tenermele pe me.
Ringraziamenti
Sarà duro ma, per non dilungarmi qui e per far capire quanto li abbia nel cuore, quelli preferisco farli a voce durante la messa. E semmai, verranno pubblicati nel prossimo numero.
Scuse.
A chi dovevo le ho già chieste, talvolta anche troppo, convinto che la comunione e la pace valga più di tutto il resto. A chi ho ferito e non l’ho mai saputo, chiedo invece umilmente perdono. Per questo chiedo scusa alla Comunità Capi per non essere passato alla loro ultima riunione.
IL resto l’ho già detto in questi anni o, a chi passera a Venezia, lo dirò.
Chi va prete si rovina la vita? Dai fatti mi pare proprio di no. Auguro a tutti i più giovani di trovarsi a 45 anni felici come me. Tanti miei coetanei ahimè non lo sono. Io si. E il merito è di tutti voi che se avete ricevuto da me 10, mi avete sempre restituito 100! Grazie Chirignago, mio primo amore. Sarai sempre nelle mie preghiere e nelle benedizioni che, ogni sera guardando dalla mia casa alle Zattere verso ovest, darò ancora ai miei bambini , ai miei giovani, agli anziani e a tutti coloro che in questi anni hanno camminato con me. Vi voglio e vi vorrò sempre tanto bene! vostro

Don Andrea

 

PELLEGRINAGGIO AL SANTO DI PADOVA

Nonostante i tanti impegni che si accavalleranno uno sull’altro, desidero non perdere la tradizione del pellegrinaggio a piedi da Chirignago al Santo. Lo faremo SABATO 14 OTTOBRE (con qualsiasi tempo). Ridurremo di un’ora la strada perché faremo in pul-man un tratto particolarmente brutto e pericoloso. La partenza sarà comunque alle 4 del mattino, celebreremo la S. Messa nella basilica padovana e poi pranzeremo allegramente insieme.
Come è avvenuto quando siamo andati a Monteberico faremo due pulman: uno per i pellegrini a piedi (partenza ore 4.00) ed uno per i pellegrini che non camminano (partenza ore 9.00)
Il costo sarà, come nel passato e per tutti di Euro 35 (pranzo compreso)
Iscrizioni fino ad esaurimento posti in canonica.

drt

PS…
Per il catechismo dei bambini della prima comunione Katia mi sostituirà; per le confessioni ci sarà don Sandro.

 

ISCRIZIONI ACR
Cari genitori e ragazzi
DOMENICA 17 SETTEMBRE, alla conclusione della messa delle 9.30, troverete sotto al portico gli animatori del gruppo ACR, pronti a raccogliere le vostre iscrizioni!
Il gruppo ACR è aperto per tutti i ragazzi dalla 3° ELEMENTARE alla 3° MEDIA,
Per avere informazioni chiamate uno dei seguenti numeri.

ELISA, RICCARDO


La cattedrale tra i cipressi

Lo scrittore inglese Bruce Marshall fa dire a un sacerdote, protagonista di uno dei suoi romanzi, che la sua chiesa era una “sposa bella” che amava perdutamente e a cui era sempre stato fedele. M’è sempre piaciuta questa immagine, che sottolinea il rapporto caldo, intimo e affettuoso tra il sacerdote e la chiesa in cui incontra i suoi fratelli di fede e il suo Signore e in cui vive i momenti più importanti della sua missione di ministro di Dio.

Io confesso che ne ho avuti più di uno di questi amori durante la mia lunga vita di prete. Sono stato innamorato della chiesa neoromanica di Eraclea, il mio paese natio, chiesa in cui da fanciullo ho ricevuto le prime carezze di Gesù. Ho amato con amore caldo la basilica della Madonna della Salute nella quale ho maturato la mia vocazione. Ho amato ancor di più la bella chiesa dei Gesuati nella quale ho fatto la mia prima esperienza di giovane prete, ma questo è stato un amore fuggevole perché è durato appena due anni. Quindi ho conosciuto la bella chiesa di San Lorenzo martire dove ho convissuto felicemente per quindici anni. Però l’esperienza d’amore più prolungata e matura l’ho fatta nella chiesa neogotica del Meduna a Carpenedo, chiesa che ho amato d’amore fedele ed appassionato per trentacinque anni.

Pensavo che così fosse terminata la mia storia d’amore. Invece no. Da vecchio ho preso una autentica cotta e mi sono perdutamente innamorato della giovane chiesa prefabbricata del cimitero. Questa “sposa bella” è povera, ma quanto mai “avvenente” anche se è nata in Romania ed è costata solamente duecentocinquantamila euro. è stato un colpo di fulmine, mi è parsa subito bella, dolce, intima, quieta e sorridente. Che cosa può aspettarsi di meglio un prete novantenne?

È vero, gli ho donato tutto quello che di meglio avevo ancora. L’ho vestita di ordine, pulizia e fiori, ho invitato a farle compagnia le persone più care e sante che ho conosciuto durante la mia lunga vita: la Vergine Maria, Padre Pio, Sant’Antonio, Santa Rita, Madre Teresa di Calcutta, San Francesco d’Assisi, e i miei Papi più cari: papa Luciani, papa Giovanni Paolo II, papa Roncalli, papa Paolo VI. Cosicché quando i miei fedeli entrano in chiesa sentono subito di essere accolti con affetto da questi santi così amati da tutti, tanto che ognuno di questi santi della terra e del cielo ha qualcosa da dire loro e da offrire: un sorriso, una parola di conforto e un invito a ricordarsi che quella è la casa del Signore.

La gente accende un lumino, si siede e si sente avvolta da un abbraccio di dolcezza, d’armonia e di bontà, e trova pace, tanto che vedo che da mane a sera c’è un andirivieni costante, raccolto e sereno. Qualcuno poi mi ha confidato che se anche il tetto di legno è molto basso gli sembra di sentirsi all’interno di una baita di alta montagna. Ora poi il mio piccolo scout di tempi lontani, Toni Marra, mi ha donato una via Crucis che aiuterà di certo chi ha ancora il cuore che sanguina per ferite recenti o lontane, dando consolazione e speranza mediante la ripetizione delle tappe della via dolorosa di Cristo, figlio di Dio e dell’Uomo.

Durante la settimana la mia chiesa si anima perché si celebra spesso il commiato cristiano a persone sole molto anziane, che vivevano con la badante o provengono da case di riposo, ma comunque si respira in essa conforto e speranza. Alla domenica però la mia chiesa si anima, diventa festosa per la folla che la gremisce, per i canti della corale degli anziani del Centro don Vecchi, per la calda fraternità dei tanti fratelli che vengono a trovare il Padre nella chiesa più umile della nostra città e che moltissimi ritengono, come me, la più bella e la più cara.

La “cattedrale tra i cipressi” è il mio amore, ma lo condividono e la rendono sempre più bella e più viva pure Enrico, il mio diacono ad honorem, Anna e Gianni, suor Teresa e i miei famigliari che la tengono ordinata con piante e fiori. La mia umile chiesa non ha campanile, ma prima o poi spero che concerti di campane suonino l’ora della resurrezione e della vita ai defunti che dormono nel nostro camposanto e ai concittadini che vivono nella nostra cara Mestre.


I protagonisti del Don Vecchi

Qualche giorno fa Luciana, una ragazzina dei miei anni verdi di sacerdozio a San Lorenzo, ora moglie del capo dei tipografi della nostra editrice e mia attuale consulente politica, mi ha rivolto una domanda che di primo acchito mi ha stupito alquanto: “S’è accorto don Armando che da otto anni io e Massimo, mio marito, non andiamo mai in ferie?”

In verità non sono uno che si interessa particolarmente delle ferie, perché, come il Goldoni, sono convinto che esse siano una “mania” ma comunque suor Teresa, che di queste cose è più interessata di me, qualche volta mi aveva fatto osservare, passando davanti alla casa di questi due miei amici carissimi, che questi due coniugi, ora quasi settantenni, erano soliti fare frequentemente delle gitarelle infrasettimanali, motivo per cui pensavo che avessero scelto questo modo un po’ originale e poco seguito dalla gente del nostro tempo di far ferie. Poi sapendoli tutti e due pensionati e con la figlia che abita per conto proprio, supponevo che questa soluzione fosse assai comprensibile, anzi lodevole!

Sennonché la mia interlocutrice aggiunse, con tono che sembrava sottolineare il loro “eroismo” e la mia poca sensibilità di “datore di lavoro”: “Massimo non mi porta in vacanza perché impegnato ogni settimana a stampare “L’incontro”! Mi ero accorto che suo marito era quanto mai fedele al suo “impegno” ed ogni lunedì nelle prime ore del mattino era sempre presente in tipografia al Don Vecchi per guidare i suoi “dipendenti” a stampare le cinquemila copie del nostro settimanale.

Io poi ho sempre nutrito ammirazione e riconoscenza per la pattuglia di questi vecchi scout che hanno scelto come loro servizio la stampa del nostro settimanale. Ho anche sempre provato un po’ di orgoglio perché, essendo stato il loro assistente, mi pareva d’essere riuscito nel mio compito di educatore scout che consiste principalmente nel preparare i ragazzi al servizio, come insegnava il fondatore del movimento scout. Inoltre ho sempre provato tanto piacere di incontrare in questi ultimi dieci anni questo gruppetto “di vecchi ragazzi” che si davano appuntamento ogni settimana e in un clima cameratesco, divertente ed amichevole per stampare il periodico che in qualche anno è divenuto il più letto e il più diffuso della nostra città. Un giorno, infatti, ricordando i vecchi tempi, avevo detto loro: Vi manca solo l’alza bandiera e il canto “passa la gioventù” per provare una volta ancora l’ebbrezza della vita avventurosa degli scout!”

La tipografia del Don Vecchi è una cosa seria: tre moderne macchine di stampa Risograf, una taglierina professionale, una stampante a colori, una piegatrice ed un paio di computer, ma la ricchezza più grande di questo settore è certamente il gruppetto di questi volontari che compie questo servizio come una “bella avventura” e che vive e rafforza la loro amicizia e il loro impegno a essere utili. La nostra tipografia conta una decina di operatori che stampano facendo funzionare contemporaneamente le tre macchine per velocizzare il lavoro, tanto che verso le dieci del mattino sono pronte per la piegatura le cinquemila copie settimanali. Collabora pure con loro una quindicina di anziani a piegare i giornali, cosicché nel primo pomeriggio partono già cinque o seicento copie de L’incontro per i punti di distribuzione.

Oltre al settimanale ogni settimana viene stampato Il messaggio di Papa Francesco in cinquecento copie e L’incontro domenicale col Padre in trecento copie per seguire l’Eucarestia. La tipografia stampa inoltre il quindicinale Le favole di Mariuccia Pinelli e il mensile Il sole sul nuovo giorno. Questo ultimo periodico è curato in maniera particolare “dall’artigiano tipografo” Luigi Novello che, pur lavorando in collaborazione con l’equipe della tipografia, stampa in tempi diversi.

Non posso non ricordare anche lo staff guidato dalla signora Natalina Michielon e costituito da quattro collaboratori che aiutano in maniera consistente la dozzina di anziani che si sono assunti il compito dalla piegatura del settimanale e della decina di distributori che piazzano, tra il lunedì e il martedì, le copie del giornale nelle postazioni di distribuzione.

Infine mi pare doveroso menzionare il servizio di suor Teresa che ogni settimana olia la macchina con pasticcini e il verduzzo. Tanto che non so proprio se sia più persuasiva e convincente la mia promessa della vita eterna o i pasticcini di suor Teresa! Comunque la tipografia continua a funzionare e questo è l’importante. Se poi Massimo e Luciana per questo motivo non possono fare le vacanze estive, non sono troppo preoccupato, perché gli operai italiani hanno veramente bisogno di qualche “santo protettore” o perlomeno di qualche buon esempio e loro sono tra i pochi che lo possono dare!


La nostra disponibilità

Lettera aperta ai parroci, alle assistenti sociali del Comune, agli enti di valenza solidale e soprattutto ai concittadini che si trovano in ristrettezze economiche.

Siamo consapevoli che questo nostro appello è purtroppo piuttosto raro e può sonare perfino strano e per questo siamo particolarmente felici di portarvi a conoscenza di una realtà che a Mestre ancora non tutti conoscono. Per grazia di Dio e per buona volontà di mezzo migliaio di volontari, in simbiosi con il Centro don Vecchi di Carpenedo è nata una agenzia di solidarietà quanto mai vasta ed efficiente, che presto speriamo possa diventare in Italia il primo supermercato di carattere solidale. Ogni giorno affluiscono in via dei Trecento campi 6 di Carpenedo, dove si trovano i nostri magazzini, centinaia e centinaia di concittadini italiani ed extracomunitari che si trovano in difficoltà economiche e che chiedono aiuto presso i nostri attuali magazzini di carattere solidale, trovando fortunatamente una risposta ai loro bisogni. Grazie alla Provvidenza siamo in grado di aiutare un numero ben consistente di persone in difficoltà. Per questo ci rivolgiamo a voi, che siete i naturali interlocutori dei poveri, perché sappiate che, qualora non siate attrezzati a dare risposta esauriente alle richieste di chi è in difficoltà, noi a nome della Chiesa mestrina possiamo aiutare voi e quindi chi viene da voi a chiedere aiuti. Cosa possiamo mettere a disposizione?

  1. Un emporio di vestiti nuovi ed usati di ogni tipo e di ogni taglia. Siamo convinti che a Mestre non ve ne sia uno di eguale neppure in quelli di carattere commerciale.
  2. Mobili e arredo per la casa; dalle stoviglie ai soprammobili, dai mobili correnti a pezzi d’epoca, dai quadri ai lampadari e ai tappeti. Disponiamo, insomma, di tutto quello che serve per arredare la casa.
  3. Frutta e verdura in grande abbondanza. Ogni giorno recuperiamo dai venti ai trenta quintali di questi generi alimentari che ci vengono regalati dai mercati generali di Padova, Treviso, Marghera, Santa Maria di Sala e dai supermercati della città: Alì, Cadoro, Coop e Despar.
  4. Generi alimentari in scadenza: di ogni qualità, compreso carne, pesce e tanto altro ancora.
  5. I generi alimentari della Agea ossia forniti dall’Europa.

Ben s’intende che talora v’è tanta abbondanza e talora questi stessi generi scarseggiano. Comunque si trova sempre qualcosa! Questa possibilità di distribuzione consistente di beni è dovuta ad un’organizzazione seria: abbiamo sei grandi furgoni, dei quali uno per la catena del freddo, la disponibilità di milleduecento metri di superficie e soprattutto un numero quanto mai consistente di volontari. Crediamo che oltre l’organizzazione, che si rifà alla dinamica di ogni magazzino di carattere commerciale, il punto di forza sia quello che questa attività vive e si rifinanzia da sola. Perché ad ogni utente viene richiesta un’offerta pressoché simbolica per sostenere la gestione e perché siamo quanto mai convinti che bisogna creare un “volano” della carità, che crei piano piano in tutti benefattori e beneficati, una mentalità solidale: motivo per cui ognuno, in rapporto alle sue possibilità, deve collaborare ed aiutare chi è più povero di lui. Gli unici prodotti per i quali non si richiede alcun contributo sono i generi alimentari della Agea che per legge devono essere totalmente gratuiti. Informiamo, infine, che l’orario estivo di apertura è dal lunedì al venerdì, dalle ore 15 alle 18, e che i magazzini sono facilmente raggiungibili perché dispongono di un ampio parcheggio e anche perché la linea 2 dell’autobus ha una fermata ad appena 50 metri di distanza.


La nuova congregazione

Il cardinale Patriarca Angelo Roncalli mi ordinò prete nella basilica di San Marco nel 1954 e dopo pochi giorni l’allora vicario generale mi chiamò a fare il cappellano ai Gesuati. Seppi poi che fu il parroco di quella parrocchia, che era stato anche il parroco della mia infanzia ad Eraclea, a fare questa richiesta. Due anni dopo lo stesso “vice Patriarca” mi spostò improvvisamente in Duomo a Mestre. Venni a sapere poi che il cappellano di allora era stato allontanato per certi comportamenti non troppo corretti nei riguardi dei ragazzi. Ci fu un certo scandalo e l’allora parroco monsignor Aldo Da Villa, che mi aveva conosciuto e mi aveva “scoperto” appassionato nel sostenere le mie idee, pensò che potevo essere il prete giusto per tamponare lo smarrimento che la vicenda pruriginosa aveva provocato tra i giovani della parrocchia.

L’inizio fu difficile, però l’entusiasmo delle primizie del mio sacerdozio mi aiutò a superare le difficoltà iniziali. Dapprima mi occupai della gioventù dell’Azione cattolica, quindi mi furono affidati gli scout dei quali avevo fatto una bella esperienza quando ero a Santa Maria dei Rosario alle Zattere. In verità il movimento era allora mal ridotto, ma in pochi anni rifiorì in maniera veramente promettente: tre branchi, tre reparti, due noviziati e due clan ed altrettante unità nel settore femminile. Penso che raggiungemmo in quegli anni i due/trecento ragazzi a San Lorenzo martire e nel contempo ci espandemmo in molte parrocchie della città.

I diciotto anni passati nella parrocchia di piazza Ferretto furono entusiasmanti; a tutt’oggi godo ancora della simpatia di quei ragazzini, che ora sono nonni e bisnonni. Non passa settimana che qualche uomo o donna più che maturi non venga a dirmi: “Don Armando si ricorda che..?” Chi semina sono certo che prima o poi, tanto o poco, raccoglie e io sto ancora raccogliendo da quella semina.

Voglio raccontare in proposito ai giovani preti una bellissima storia, proveniente da quel tempo e da quella comunità. Un paio di mesi fa mi si presentò una signora sui sessant’anni dal portamento asciutto e ascetico che dopo qualche confidenza mi ha detto: “Finora ho tentato di conoscere e amare il Signore mediante l’ascesi e la preghiera, ora vorrei continuare a farlo mediante il servizio ai poveri”. Con suor Teresa riuscimmo a trovarle al Don Vecchi un piccolo alloggio, più simile a una cella da eremiti che a un appartamento per anziani e da una settimana questa donna di Dio fa parte della nostra famiglia. Sono sicuro che ella metterà a disposizione del Signore, vestito da povero, i prossimi trent’anni della sua vita!

Una volta, vedendo il nostro numeroso esercito di volontari, il cardinale patriarca Marco Cé mi chiese tra “il serio e il faceto”: “Perché don Armando non pensi di fondare un ordine religioso?” Allora pensavo che erano fin troppi gli ordini religiosi e poi sono sempre stato convinto che oggi sia giunto il tempo d’amare e servire il Signore senza troppe monache e troppe regole, ma ascoltando la voce del proprio cuore e facendo del nostro meglio a favore del prossimo in difficoltà. Comunque, anche senza cerimonie e autorizzazioni vaticane, al Don Vecchi è nata una nuova “congregazione religiosa” composta da Suor Michela, Suor Angela, Suor Teresa, da me e dalla “novizia” appena entrata. Non ci siamo ancora dati un nome, perché siamo poco convinti che serva, però abbiamo sogni e progetti da vendere.


Grazie ai benefattori

Grazie ai benefattori

Nostro Signore Gesù Cristo ha detto che i nomi delle persone perbene, degli onesti, dei galantuomini e soprattutto delle persone generose è “scritto in cielo” e che essi “riceveranno il centuplo quaggiù e la vita eterna lassù”.

Noi che fortunatamente veniamo a conoscenza di questi concittadini di buon cuore che non si stanacano mai di dare una mano al prossimo, nell’attesa dell’eternità pensiamo bene di dedicare un monumento ideale della solidarietà che vogliamo erigere a Mestre in loro onore, perché tutti vengano a conoscenza dei cittadini benemeriti che sono molto più degli imbroglioni, dei disonesti e degli egoisti. Perciò vogliamo suggellare i loro nomi perché tutti ne siano edificati, siano loro riconoscenti, e soprattutto tentino di imitarli perché a fare del bene non c’è mai un limite.

I loro nomi oltre che in Cielo devono, infatti, essere scritti anche in terra. Cominciamo subito con lo scoprire alcuni dei benefattori di quella splendida realtà che abbiamo denominato “Polo solidale dei Centri don Vecchi” e che presto speriamo di denominare “Ipermercato solidale” Santa Marta, la santa che non stava con le mani in mano.

Eccovi dunque la prima “lapide” con i primi 11 nomi:

  1. Ditta Del Bello, che dona spesso grosse quantità di frutta esotica.
  2. Azienda agricola di Emanuele Durigon, che almeno due volte al mese ci fornisce notevoli quantità di trote e storioni.
  3. Azienda Ortolana del signor Gerardo del mercato ortofrutticolo di Treviso, che ogni settimana offre una quantità consistente di frutta e verdura.
  4. Azienda agricola Basso, di Favaro Veneto, che ha cominciato ad offrire frutta, verdura e prodotti alimentari, che produce direttamente.
  5. Azienda alimentare Agrà di Antonella Albano, di Spinea, per la grossa fornitura di olive belle di Cerignola, lupini e quant’altro.
  6. Dolciaria Mestrina, che ogni giorno ci fornisce brioche e altri dolci.
  7. Cafè Retrò di Silvia Spada di Carpenedo, che più volte alla settimana ci offre panini imbottiti, torte e brioche.
  8. Coop di piazzale Roma, che quasi tutti i giorni ci mette a disposizione ottima carne fresca e pesce, e altri prodotti alimentari.
  9. La catena di ipermercati Cadoro, (ben sette grandi strutture locali) che ogni giorno di tutti i mesi dell’anno e da molti anni ci consegna notevoli quantità di generi alimentari perfettamente commestibili.
  10. Dolci e Delizie, le pasticcerie di via Pio X e di via Bissuola che inviano quasi tutti i giorni notevoli quantità di dolci tanto che gli anziani di tutte le sei strutture dei Centri don Vecchi possono godere di queste elargizioni.
  11. Pasticceria Ceccon di Carpenedo, che alterna le sue elargizioni di dolci tra la parrocchia e i Centri don Vecchi, ma che comunque si ricorda spesso dei nostri anziani.

Questa è la prima lista del più bel monumento di Mestre, ma quanto prima informeremo su altri nomi che fortunatamente abbiamo la possibilità e il dovere di portare a conoscenza e all’ammirazione dei concittadini.


Lino e Stefano

Quando scelsi, circa dodici anni fa, la testata per il periodico che mi permettesse di dialogare ancora con i miei cittadini, faticai alquanto per trovare il nome tanto che ne dovetti scartare molti, prima di arrivarci. Finalmente la mia ricerca approdò su L’incontro, un termine particolare che mi parve che nessun altro giornalista avesse scoperto, mentre rappresentava una testata davvero ricca di potenzialità. Voglio perciò raccontarvi il seguito di uno dei tantissimi incontri della mia vita: molto spesso banali, deludenti e senza seguito, però ve ne sono alcuni, che coltivati con un po’ di attenzione e di amore, sono diventati significativi ed importanti.

Incontrai Lino, uno dei due gerenti del Centro don Vecchi di Marghera, in un momento per lui molto amaro e difficile; gli era morta, dopo un penoso percorso, la moglie amata, i figli ormai cresciuti avevano scelto le loro strade e lui, andato in pensione, si sentiva solo e disorientato, soprattutto, almeno nell’inconscio, avvertiva il bisogno di dare senso alla vita aiutando il suo prossimo. Nell’infanzia aveva ricevuto in famiglia e in parrocchia una forte educazione cristiana, per cui portava in cuore una naturale propensione a rendersi utile e a offrire la ricchezza dei valori che aveva maturato da giovane. Da queste premesse era nato il suo impegno nel sindacato durante la sua vita lavorativa in fabbrica, ma contemporaneamente si prodigava in altre associazioni benefiche di volontariato. Una presidente di una di queste associazioni, donna forte e determinata, vedendolo solo e smarrito brancolare nella noia gli disse: “Va da don Armando, vedrai che avrà certamente qualcosa da farti fare!”.

Lino a quel tempo era anziano, ma non tanto vecchio da non poter essere più utile ad alcuno. Il Don Vecchi di Marghera era ormai pronto, ma non avevo qualcuno a cui affidarlo. Come si sa la Divina Provvidenza, non so per quale motivo, aspetta quasi sempre l’ultimo momento per darti una mano, ma forse lo fa per provare la tua fiducia. Lino si improvvisò direttore di comunità e ci riuscì: talvolta con la sue “prediche”, più spesso con il suo esempio, sempre con la sua preghiera. In quel tempo aveva come amico un giovanotto un po’ malconcio a causa di un incidente stradale: lo introdusse alla chetichella quasi come un “figlio d’anima”. Così cominciò la loro avventura come responsabili di una delle nostre comunità. Il più bello però venne dopo, quando anche il centro di Campalto fu terminato, ma ancora una volta non ero riuscito a trovare un capo a cui affidarlo.

Con gesto molto nobile e generoso, per il quale sarò loro sempre grato, mi dissero: “Don Armando, qui a Marghera ormai ci sono Luciano e Teresa che possono sobbarcarsi questo impegno, se vuole ci trasferiamo noi a Campalto”. Lino e il suo amico presero armi e bagagli e si trasferirono nella nuova struttura. Il passare degli anni rese più fragile il vecchio Lino e, pur non avendo perso per nulla la sua capacità di “predicare” e procurarsi aiutanti, lasciò a Stefano, tecnico di altissima capacità dell’Elettrolux, spesso in giro per il mondo per lavoro, il compito di “governare” la struttura. Stefano, tanto sicuro quanto esperto, è altrettanto e forse ancora più sicuro nel dare direttive, fare scelte e proporre con decisione la sua filosofia. Comunque la coppia funziona a meraviglia e spero che funzioni ancora per molto tempo, anche se ultimamente ho capito che loro non sono ormai più in grado di proporsi per una nuova avventura in un’altra struttura. Comunque spero che la Fondazione Carpinetum sappia che possono operare molto tempo ancora!


I magazzini San Giuseppe

La prima attività a carattere solidale, nata al Centro don Vecchi di Carpenedo, è stata quella della raccolta e della distribuzione di indumenti a favore dei concittadini in disagio economico.

Questa agenzia caritativa è certamente una delle più efficienti non solo nel Veneto ma pure in Italia. Ben più di cento volontari operano presso questi magazzini, che l’anno scorso hanno festeggiato i quindici anni di attività con centinaia di migliaia di persone in difficoltà che vi sono ricorse ogni giorno per poter vestire in maniera dignitosa.

Hanno fatto seguito ai magazzini San Martino, non a caso intitolati al santo che ha condiviso il mantello con il povero, i magazzini San Giuseppe, che trattano della raccolta di mobili e arredo per la casa. La dedicazione a San Giuseppe è abbastanza ovvia, perché il padre putativo di Cristo ha mantenuto la “sacra famiglia” lavorando il legno. I magazzini San Giuseppe non hanno ancora avuto lo sviluppo di quelli di San Martino, però in questo ultimo tempo hanno pure fatto passi da gigante, sia come sistemazione logistica dei mobili in offerta sia nel ritiro e nell’offerta.

A Mestre gli extracomunitari, che sono riusciti ad affittare o meglio ancora ad acquistare un appartamento, si rivolgono tutti a questa struttura per arredare le loro case. Molti di loro, poi, si rivolgono pure ai nostri magazzini per inviare in Moldavia, in Ucraina, in Romania e in Polonia i mobili per i loro parenti che non riescono ad acquistare in patria a motivo del costo.

Attualmente la Fondazione Carpinetum, in attesa dei nuovi tanto sospirati magazzini, è riuscita ad aggiungere qualche spazio permettendo così un’esposizione dei mobili molto più felice.

Pure molti mestrini, che amano il proprio alloggio, spesso cercano e spesso trovano presso i nostri magazzini quel pezzo di “pregio” che abbellisce ed impreziosisce la loro abitazione. Nel magazzino dei mobili si possono trovare e ricevere oggetti di vario tipo e diversa dimensione a fronte di una modestissima offerta, necessaria per le spese di gestione essenziali.

Il responsabile storico dei magazzini si chiama Nico Pettenò, che ha visto sorgere questa struttura e ne sta accompagnando la crescita con lodevole dedizione e impegno. Da un po’ di anni, inoltre, opera come volontaria in questo magazzino la signora Luciana, moglie di un imprenditore dell’hinterland, che ha un estremo buon gusto e pure una bella competenza specifica nel settore dei mobili in genere e dei lampadari in particolare, avendo un’istintiva capacità nel riconoscere i gusti e i bisogni dei richiedenti e sapendo accontentarli con la soluzione ottimale per arredare il loro alloggio.

I “visitatori” che, anche per caso, hanno conosciuto questa attività benefica non solo ritornano, ma addirittura portano amici e famigliari perché possano trovare a costo solamente simbolico, mobili per dare un aspetto dignitoso e gradevole alla loro abitazione. Non sempre si trova la lavatrice, il frigo, o la carrozzella che servono, però basta prenotarsi e quando arrivano questi accessori, i responsabili dei magazzini telefonano al richiedente per informarlo della disponibilità.

I magazzini San Giuseppe svolgono anche la funzione di ritirare gratuitamente i mobili dei quali qualche cittadino per motivi diversi vuole disfarsi, aiutando contemporaneamente chi è in difficoltà. Spesso ci sono persone che hanno assoluta necessità di sgombrare un appartamento e allora i volontari del San Giuseppe sono a disposizione previa copertura dei costi sostenuti per la discarica.

I magazzini sono sempre aperti dal lunedì al venerdì dalle 15.30 alle 18.30 ed è sempre attiva la segreteria telefonica allo 0415353204, per cui chi avesse bisogno di un intervento può lasciare il suo numero e sarà richiamato il più presto possibile.


Seminare bellezza

La telefonata con cui Rita Bellini mi ha detto che desiderava donare tutte le sue opere di carattere sacro alla Fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi è stata per me una sorpresa, una felice sorpresa!

Ho conosciuto questa pittrice veneziana molti anni fa, quando nella mia comunità parrocchiale organizzavo una “Biennale d’arte” sacra a tema. In una di queste, di circa una ventina di anni fa, il tema riguardava San Francesco. In quell’occasione Rita presentò un opera di grandi dimensioni sul “Cantico delle Creature”. Nella mia memoria di quell’opera è rimasto il ricordo di un canto di gioia ed ebbrezza espresso con tutti i colori forti della sua tavolozza. Più che al disegno, questa artista affidò al colore il compito di esprimere l’estasi interiore che nasceva dalle parole umili, pulite e piene di incanto del poverello di Assisi di fronte alla grande opera di Dio creatore, che ha voluto esprimere il suo amore, o meglio la sua tenerezza, nei riguardi dei Suoi figli mediante la bellezza della natura.

Questo ricordo, ormai lontano nel tempo, mi ha indotto ad accettare senza riserve il dono un po’ impegnativo perché si tratta di una cinquantina di opere di notevoli dimensioni.

Di primo acchito di fronte a questa rassegna di quadri di carattere religioso nella quale il figurativo rimane ancora quasi un pretesto, perché l’artista continua ad affidare alle tonalità il compito di cantare il mistero di Dio, m’è venuto da pensare che sarà piuttosto difficile ai miei anziani la “lettura” di questi quadri tanto lontani dalle loro esperienze artistiche, che si rifanno al manierismo abbastanza bigotto di fine Ottocento e della prima metà del Novecento, salvo poi pensare che pure loro devono imparare “la lingua” degli artisti del terzo millennio. Se non avranno la capacità di cogliere i particolari di tutte le “parole” del messaggio della pittura dei nostri giorni, sono convinto che pur nell’inconscio percepiranno il messaggio di questo Dio misterioso, però ineffabile ed ancora affettuoso con noi sue creature.

Sono sempre stato dell’idea che la bellezza è capace di salvare perché essa rimane e rimarrà sempre voce e messaggio del Signore. Ora abbiamo allestito una mostra presso la nostra galleria San Valentino di Marghera con le opere più significative, augurandomi poi di trovare la possibilità nel prossimo don Vecchi 7 di dedicare alle opere di Rita Bellini una mostra permanente, che si aggiungerà a quella di Vittorio Felisati, di Umberto Ilfiore e di Toni Rota.

Per ora non mi resta che ringraziare questa cara pittrice, che continua a seminare a larghe mani la bellezza nella nostra città ed ad additarla all’ammirazione e alla gratitudine dei nostri concittadini.


I nostri protagonisti: Danilo

In quest’ultimo tempo mi è venuto in mente di parlare ai miei amici di chi sono i protagonisti della nostra splendida impresa e del “miracolo” a livello solidale che si è avverato in questi ultimi vent’anni. Di certo è riconosciuto un po’ da tutti il fatto che i Centri don Vecchi siano il fiore all’occhiello di Mestre, ma magari non tutti sanno che il “polo solidale” è cresciuto in simbiosi e non è meno importante e prezioso. “Il miracolo” dei magazzini a favore dei poveri, ossia quel complesso tanto efficiente di attività solidale, che non teme confronti almeno nel Triveneto, rappresenta pure qualcosa di miracoloso. Una delle componenti più importanti di questa attività in favore del prossimo sono i magazzini San Martino, il più grande ipermercato non soltanto di Mestre, di indumenti nuovi e usati per i cittadini non abbienti. Oggi vorrei presentarvi il ritratto del fondatore e del manager indiscusso di questo enorme ipermercato del tessile. L’autore di questo complesso quanto mai efficiente ed originale si chiama Danilo Bagaggia. Questo capitano d’industria, che s’è formato presso la grande azienda dei fratelli Coin, pur venendo dalla gavetta, ha percorso con tenacia e capacità tutta la strada arrivando fino ai più alti livelli. Noi abbiamo avuto la fortuna di poterlo “rubare” all’azienda in cui è cresciuto a livello professionale per farne il promotore dei nostri magazzini. Il signor Danilo, che ha i suoi settantanni, portati molto bene, è partito nella sua nobile impresa nel 2002 e in quindici anni ha costituito il suo “impero” beneficiando di tutte le esperienze che s’è fatto dai Coin e applicando le leggi di mercato con assoluta decisione e rigore. Attualmente la sua e nostra “azienda” copre un’area di circa ottocento metri quadrati, s’avvale di una forza lavoro di 110 volontari, ai quali è richiesta una risposta lavorativa, che qualsiasi azienda del settore esige dai propri dipendenti.

Nei magazzini San Martino ognuno ha la sua mansione, ognuno svolge la sua attività in maniera diligente, deve trattare la “clientela” nella maniera più cortese e appropriata. Non sono ammesse assenze ingiustificate e ognuno deve comportarsi come e meglio che se fosse a libro paga. Quando si apre il “negozio” tutto deve essere perfettamente in ordine. Con questa efficienza pure gli utili a livello morale sono molto lusinghieri. Un giorno il signor Bagaggia, che è diventato da tempo amico carissimo e collaboratore preziosissimo, mi ha confidato: “Per tutta la vita ho sognato di avere una mia azienda, senza purtroppo riuscirci, ora però, che sono in pensione, ho la soddisfazione di aver creato e di dirigere il primo e il più grande ipermercato solidale del tessile, almeno di tutto il Nordest”. Il mio maestro monsignor Valentino Vecchi mi diceva che la vera ricchezza di un Paese è costituita dai capitani d’industria: mi pare che nel suo campo, con Danilo, Mestre e la carità abbiano la fortuna di averne uno, di grande capacità e valore!