Il campo dei miracoli

In questi ultimi giorni, i responsabili dello Spaccio solidale mi hanno consegnato una busta contenente una certa somma perché l’adoperassi per fare un’opera buona. Mentre me la offrivano, mi è venuta in mente una pagina di “Pinocchio”, il celebre racconto per i ragazzi di Collodi. Chi di noi da bambino non ha sognato e non si è divertito nel leggere o nell’ascoltare le avventure del povero Pinocchio, al quale non gliene andava dritta neppure una delle sue imprese? Il celebre burattino, che il nostro impareggiabile Roberto Benigni ha portato sugli schermi qualche anno fa, era ingenuo, credulone e sprovveduto tanto da farsi raggirare da quei due furbacchioni, il gatto e la volpe, i quali un giorno lo convinsero che loro conoscevano “il campo dei miracoli”, ove si poteva piantare qualche monetina per poi raccogliere monete d’oro a non finire. A Pinocchio andò decisamente male, mentre io ho scoperto invece il vero “campo dei miracoli”, un luogo in cui si semina la carità e quasi subito fiorisce denaro per fare altra beneficenza. Io e i miei amici dello Spaccio solidale non ci fidiamo, però, del gatto e della volpe, mendaci e ingannatori, ma di Uno di molto più credibile, che ha affermato che a fare del bene si riceve il centuplo.

Permettetemi, quindi, cari amici, che vi racconti una bella storia, avvenuta l’altro giorno ed assolutamente vera. Al Centro don Vecchi da un paio di anni s’è costituito un gruppetto di volontari, che ogni giorno raccoglie i generi alimentari in scadenza, la frutta e la verdura presso i supermercati Cadoro, Alì, Despar e qualche altro ancora e al pomeriggio li distribuiscono ai concittadini che sono in difficoltà. Ora il gruppo è aumentato di numero e pure arriva una maggior quantità di alimenti, come è cresciuta in modo sorprendente la “clientela”. L’allegra e volenterosa brigata passa il pomeriggio in serena compagnia per servire uomini e donne provenienti dai quattro continenti. La “botteguccia” del seminterrato del Don Vecchi di Carpenedo, ai miei vecchi occhi di novantenne appare veramente come il vero “campo dei miracoli”. Il vedere tanta gente serena, laboriosa e generosa che aiuta in maniera reale il prossimo, mi conforta, mi offre il volto bello della vita e mi aiuta a credere nella bontà e nella solidarietà, checché ne dicano il contrario la televisione e i giornali!

Cari lettori, sento il bisogno e il dovere di raccontarvi quindi l’ultimo “miracolo” che ho visto con i miei occhi. L’altra sera due responsabili di questo gruppo di amici, sorridenti per la sorpresa che stavano per farmi, mi hanno consegnato una busta dicendomi solamente: “Per un opera buona, don Armando”! Nella busta c’erano millecento e quattro euro. Durante il periodo natalizio il gruppo dello Spaccio solidale aveva fatto gli straordinari per confezionare delle ceste regalo perché anche i poveri potessero regalarle ai loro cari in segno di letizia di Natale. I beneficiari spontaneamente si erano sentiti in dovere di ricambiare offrendo una seppur piccola offerta. Madre Teresa di Calcutta ha affermato che l’immenso oceano è formato da tante piccole gocce: quest’anno noi le abbiamo contate, erano 1.104!

Cari lettori, offro anche a voi la possibilità di seminare nel nostro “campo dei miracoli” la vostra generosità. Se lo farete, diventerete di certo ricchi e tanto felici!


Sogni nel cuore

Le nuove norme antismog hanno creato grosse difficoltà di carattere finanziario legate alla gestione dei furgoni utilizzati per la raccolta e la distribuzione dei mobili, dei generi alimentari, della frutta e della verdura e degli indumenti a favore dei poveri. Suddetti mezzi, di proprietà della Fondazione Carpinetum, che sono stati messi a disposizione dall’associazione Il Prossimo in comodato d’uso, sono molti, ma purtroppo vecchi.

Sono sei furgoni grandi, bianchi con la scritta rossa, molto evidente, “Servizio per i poveri”, che essendo stati acquistati usati, oggi sono piuttosto datati. Il furgone frigorifero indispensabile per il trasporto dei generi alimentari congelati non è più fruibile perché non è conforme alle nuove norme del traffico, che sono assai restrittive. Pertanto, è stato assolutamente necessario acquistarne un altro, ancora una volta usato, visti i costi proibitivi di un mezzo nuovo. Servivano euro 17.500, una somma quanto mai consistente, dati gli attuali impegni finanziari della Fondazione, e siamo ricorsi a un prestito, che speriamo di saldare con l’aiuto di qualche anima buona. D’altro canto, se vogliamo dare un servizio serio e consistente ai concittadini in difficoltà, abbiamo assolutamente bisogno di un’organizzazione efficiente che purtroppo però ha costi ragguardevoli. Tuttavia, nonostante le difficoltà di reperire un volontariato serio ed efficiente, la nostra organizzazione di raccolta e distribuzione è in assoluto la più valida, non solo a Mestre, ma nell’intera Regione.

Termino queste confidenze amichevoli confessando di avere nel cuore un’amarezza e una speranza: l’amarezza è che a Mestre ci siano organizzazioni, che fanno affari usando mezzi di trasporto che scimmiottano i nostri e che spesso si avvalgono del mio nome e di quello dei poveri per carpire la fiducia dei concittadini. La speranza, invece, è che l’anno prossimo nasca, in quel degli Arzeroni, una struttura di carattere solidale che riprende i criteri e le logiche dei supermercati, pur perseguendo nella sostanza finalità che si rifanno totalmente alla carità cristiana. Spero quindi che, alla fine dell’anno prossimo, avrò la gioia e la soddisfazione di consegnare in eredità i nostri sogni e i nostri tentativi di porre in atto iniziative di carattere solidale. I nostri progetti, superato il concetto ottocentesco di beneficenza, si rifanno ai concetti più avanzati di condivisione, di solidarietà che diventano contributi reali ed esaustivi a favore dei fratelli più fragili.

Mi auguro anche di poter vedere la struttura, assolutamente innovativa che darà volto e vita a un nuovo modo di concepire e realizzare la carità cristiana.


La Corale Santa Cecilia

In un mio recente intervento ho esposto i problemi pastorali che vivo in qualità di pastore della mia “parrocchietta” dei Centri don Vecchi. Mi sono soffermato in particolare sui crucci che riguardano la nostra piccola comunità, perché sognavo e sogno ancora che nessuna delle mie “cinquecento” pecore esca dall’ovile e si perda.

Desidero inoltre che i lettori conoscano le nostre eccellenze, che per fortuna non sono né poche né piccole. Se ne avrò l’opportunità, spero di poter illustrare anche le altre attività che si svolgono all’interno di questo piccolo borgo di anziani particolarmente fortunati: le gite pellegrinaggio, le attività culturali e ricreative, le iniziative benefiche e altro ancora.

Con queste righe, voglio raccontare l’attività della corale Santa Cecilia che da più di quindici anni anima le liturgie del centro di Carpenedo e la celebrazione eucaristica domenicale nella “cattedrale tra i cipressi” del nostro cimitero. Tengo a precisare che il coro di Carpenedo è il più importante, ma anche Campalto e gli Arzeroni hanno il loro coro di anziani.

Il coro Santa Cecilia è stato creato una quindicina di anni fa da una residente, la signora Giovanna Miele Molin, maestra elementare in pensione, e attualmente ricopre il ruolo di codirettrice e la sua vice, signora Mariuccia Buggio, soprano e voce solista che si esibisce molto di frequente in concerti in città. Al momento il coro è composto da una quindicina di anziani. Fino a un paio di anni fa, tra loro c’era anche una residente che suonava l’organo ma purtroppo, come tanti altri suoi colleghi cantori, ci ha lasciato.

La fortuna ha voluto che il dottor Carmelo Sebastiano Ruggeri, specializzato in gerontologia, geriatria, medicina interna, gastroenterologia e farmacologia clinica, oggi in pensione, e grande appassionato di musica, si offra di accompagnare il coro durante le prove e le celebrazioni. La sua generosità è veramente esemplare e si esprime nella dedizione verso il prossimo e verso il culto di Dio. Dopo essersi accorto che lo strumento che suonava per accompagnare il coro era più che modesto, ha promosso, via Internet, una raccolta fondi tra colleghi, amici e conoscenti per l’acquisto di uno nuovo.

Così, dalla prima domenica di Avvento, la nostra “cattedrale” e il nostro coro dispongono di uno strumento quanto mai valido per cantare la lode al Signore. Sia io che la comunità cristiana del Don Vecchi e della chiesa del cimitero ringraziamo di tutto cuore l’organista, le maestre e i coristi per il loro ammirevole e disinteressato servizio al popolo di Dio.


Raccolta mobili

Attualmente a Mestre ci sono molte organizzazioni e ditte che raccolgono mobili usati. Ogni cittadino, ben s’intende, può offrire o vendere i mobili, di cui intende disfarsi, a chi crede più opportuno. Tuttavia mi pare doveroso informare che, se il cittadino vuole l’assoluta sicurezza che il suo dono vada a vantaggio dei poveri, deve chiamare il 0415353204. Risponderanno i Magazzini San Giuseppe dell’associazione “Il Prossimo” della Fondazione Carpinetum, dei Centri don Vecchi, con sede in via dei Trecento campi 6, alle spalle di viale Don Sturzo.

La segreteria telefonica è attiva 24 ore su 24, quindi chi vuole donare i propri mobili deve soltanto lasciare un messaggio e verrà contattato quanto prima per prendere accordi precisi riguardo al ritiro, che verrà effettuato dai volontari dell’ente benefico. Essi si presenteranno, muniti di cartellino di riconoscimento, a bordo di un furgone bianco con la scritta rossa “Servizi per i poveri” e con tutti i dati relativi alla struttura. Se qualcuno desiderasse parlare direttamente con la responsabile, non ha che da chiedere della signora Luciana, che è presente presso i Magazzini San Giuseppe, dal lunedì al venerdì, dalle 15:00 alle 18.00. Ricordiamo che si raccolgono soltanto mobili che possono essere donati senza bisogno di interventi restaurativi.

Il Prossimo è disposto a occuparsi anche dello sgombero, ossia di liberare un appartamento dal mobilio, ma in questo caso viene chiesto un modesto contributo, da concordare con la responsabile dei magazzini, per portare in discarica i mobili o gli arredi che sono troppo vecchi per poter essere utilizzati o non sono adatti alle necessità dei poveri.

Queste precisazioni si sono rese necessarie perché negli ultimi tempi è successo, più di una volta, che altri si siano presentati a nostro nome senza esserne autorizzati.

Rammentiamo pure che, come già avviene per gli indumenti, i generi alimentari, la frutta, la verdura e gli arredi, quello che viene ricevuto in dono dai concittadini viene offerto a titolo del tutto gratuito a persone in disagio economico che si rivolgono ai nostri magazzini in cerca d’aiuto. La modesta offerta richiesta va a coprire le spese di gestione. Eventuali utili verranno comunque destinati in beneficenza e la cittadinanza ne verrà puntualmente informata sulle pagine de L’Incontro.


La mia “parrocchia”

Dimoro al Centro don Vecchi da ormai tredici anni, ossia dal giorno in cui sono andato in pensione, dopo aver esercitato per trentacinque anni il servizio di parroco a Carpenedo.

Data la mia veneranda età, prossima ai novant’anni, sono un inquilino come tutti gli altri: vivo in un quartierino di quarantanove metri quadrati e pago la pigione come ogni altro residente. Non svolgo più alcuna mansione all’interno della Fondazione, se non quella di curare l’aspetto religioso dell’aggregato delle “sei parrocchiette”, dei sei centri Don Vecchi, per un totale di poco più di cinquecento anime, come si dice in gergo ecclesiastico.

Svolgo la mia attività pastorale anche nella chiesa del cimitero che, per amore verso chi la frequenta, chiamo “la cattedrale tra i cipressi”, dove trovo più consolazioni e conforto di quante ne abbiano i preti che reggono maestose cattedrali gotiche o romaniche. I miei “fedeli” sono veramente cari, perché ogni domenica gremiscono la chiesa e creano un clima di calda fraternità e di amicizia che mi conforta e scalda il mio cuore di vecchio prete, fortunatamente ancora appassionato di anime.

Ma torniamo ai Don Vecchi. Da sognatore quale sono sempre stato, pensavo che una così bella struttura, creata dalla mia vecchia comunità cristiana per dare un segno concreto di attenzione verso il prossimo, sarebbe diventata una specie di “convento” dove dedicarsi alla preghiera, all’amore fraterno e all’attesa del vicino incontro con il Signore, però le mie aspettative sono state deluse. Nella mia attuale piccola “parrocchia”, infatti, ci sono anime pie, devote e zelanti, ma non mancano gli indifferenti, i non praticanti e forse c’è anche qualche non credente.

Che cosa faccio per portare in paradiso questo piccolo gregge? Tento di esercitare al meglio la carità aiutando in qualsiasi modo chiunque si trovi in difficoltà per ragioni economiche o di salute e non goda dell’attenzione dei figli, convinti di aver sufficientemente provveduto, perché hanno trovato loro una collocazione in quella che ritengono sia una “casa di riposo”. In realtà, è in assoluto la struttura più signorile e confortevole e costa meno di due terzi rispetto ad altre sistemazioni.

Ogni sabato celebro la Messa e predico la confortante parola del Signore, con tutta la fede e l’entusiasmo di cui sono capace, anche se purtroppo non vedo i risultati nei quali continuo a sperare. Nonostante le mie “predichette” e i miei costanti inviti, soltanto la metà dei residenti del Don Vecchi è presente alla celebrazione ogni settimana. La scarsa assiduità di questi anziani che, come me, sono a un passo dall’incontro finale con il buon Dio, è una spina che mi addolora e mi preoccupa perché so che il Signore mi domanderà “dove sono gli altri tuoi fratelli?”.

Da un paio di settimane ho ripreso la visita pastorale ai residenti, quella pratica che un tempo si chiamava “benedizione delle case” e che ho esercitato ogni anno per le duemilaquattrocento famiglie della parrocchia di Carpenedo.

Il risultato, da un punto di vista umano, è splendido, gratificante, oserei dire esaltante, perché credo che ben pochi preti ricevano le manifestazioni d’affetto e di riconoscenza che accompagnano le mie visite in questi giorni. Mi viene da pensare che la stragrande maggioranza dei residenti mi voglia davvero bene, visto che spesso la riconoscenza si manifesta con un abbraccio caldo e fraterno che mi riempie il cuore di gioia. Ho, però, un cruccio, perché, io che vorrei tutto, mi dico che va bene, ma so che potrebbe andare meglio.


Scambiamoci libri

Sono sempre più convinto che sia necessario investire di più nella ricerca, e non solo nel campo della tecnica e della scienza, ma anche in quello della pastorale, soprattutto per chi si occupa della proposta religiosa. Ho la sensazione che in questo settore ci sia la tendenza a rifugiarsi troppo spesso nelle esperienze e nelle soluzioni del passato e penso perciò sia opportuno informare i cristiani della nostra città, ma soprattutto i sacerdoti e gli operatori pastorali più impegnati, di una minuscola iniziativa di “carità di cultura religiosa” che stiamo sperimentando da circa un anno nella chiesa prefabbricata del nostro cimitero, quella che io per grande amore chiamo “la cattedrale tra i cipressi”.

Quest’iniziativa è nata da un ricordo che mi viene da molto lontano. Ai tempi degli studi di teologia, il mio docente di Morale, monsignor Mario D’Este, ci raccontò la bella testimonianza di un prete veneziano, molto colto e amante dei libri di carattere religioso, che si era fatto con il tempo una bellissima e vasta biblioteca di cui era gelosissimo. In età ormai avanzata, con enorme sorpresa dei colleghi, cominciò a donare i suoi libri a destra e a manca. A chi per curiosità gli chiese il motivo di questa scelta, rispose: “Sono vecchio, presto dovrò comunque lasciare i miei amati libri, quindi ho pensato che donandoli avrei fatto contento qualcuno e soprattutto sarei stato coerente con il mio dovere di evangelizzare i miei concittadini”.

Sull’onda di questo ricordo, io stesso mi sono chiesto: “Perché dovrei tenere tanti volumi, che ho acquistato o che mi sono stati regalati?”. Io, che possedevo soltanto “volumi da guanciale”, non testi eruditi e preziosi, sono comunque arrivato alla decisione di mettere un piccolo espositore nella mia chiesa con la scritta: “Chi desidera questi libri li prenda pure, se poi ha qualche volume di carattere religioso che ha già letto, sarei felice che me lo donasse per metterlo a disposizione di chi desiderasse averlo”.

Mi sembra che l’iniziativa stia funzionando perché, in pochi mesi, i “miei” fedeli hanno prelevato più di cinquecento volumi, più o meno importanti, che trattano problematiche religiose. Ora è sorta però una difficoltà che mi ha spinto a scrivere queste righe: i concittadini che prendono i volumi sono più di quelli che li offrono! In ogni caso spero che un po’ alla volta si possa raggiungere un equilibrio tra il dare e l’avere che consenta all’iniziativa di continuare. Da una vita tento di rispondere alle attese di ordine economico dei miei concittadini in difficoltà, ma adesso ho scoperto che si può e si deve fare anche la carità del pensiero religioso perché sono moltissimi i nuovi “poveri” di questo genere.

Cristo afferma che “l’uomo non vive di solo pane, ma anche della parola del Padre”, perciò non mi resta che fare questa proposta ai miei colleghi e ai cristiani di Mestre: dono volentieri questo “nuovo brevetto” perché lo usino liberamente anche nelle chiese e nei loro ambienti di servizio al prossimo.


La carità produce carità

Venerdì 9 novembre i cento volontari dell’associazione onlus Vestire gli ignudi, che gestisce i magazzini San Martino di via dei Trecento campi 6, a Carpenedo, hanno festeggiato il 18º anno di attività. Si sono ritrovati per una cena solidale al Seniorestaurant del Centro don vecchi di Carpenedo.

Questa associazione benefica è di certo la più importante e la più efficiente nel campo della solidarietà. I magazzini San Martino fruiscono di una superficie di 600 metri quadrati e usano pure un grande magazzino a Mogliano, che funge da deposito. La “clientela” è quanto mai numerosa: si calcola che vi siano più di sessantamila contatti all’anno di concittadini che ottengono indumenti di ogni tipo, alcuni usati e in gran parte nuovi. Infatti, Oviesse e non solo mettono a disposizione una grande quantità di indumenti in modo che tutti possano trovare gli articoli che gradiscono e di cui hanno bisogno.

Il “manager” di questo “supermercato solidale” è Danilo Bagaggia, ora pensionato, che proviene da una vita impegnata presso i grandi magazzini Coin e perciò ha organizzato i magazzini San Martino e li gestisce con gli stessi criteri con i quali vengono gestiti i magazzini di carattere commerciale. Anche i volontari operano come qualsiasi dipendente di questo settore, con puntualità, cortesia, ordine ed efficienza.

La merce viene dispensata a titolo assolutamente gratuito; si chiede solamente una modestissima offerta per coprire i costi di gestione, che sono quanto mai ingenti. Si calcola che ogni cliente “spende” normalmente da 1,50 euro a 2 euro. Tuttavia, essendo questi magazzini sempre affollatissimi, si può contare su qualche risultato un po’ significativo, ma che comunque viene speso, fino all’ultimo centesimo, in carità.

Ultimamente con queste offerte, seppur minime, si è riusciti a dimezzare, per gli anziani meno abbienti, il costo del pranzo fornito da La Serenissima Ristorazione, che garantisce il servizio mensa ai cinquecento residenti dei Centri don Vecchi. Nel contempo si è provveduto al parziale arredo dei cinquantasette nuovi appartamenti del settimo centro attualmente in costruzione, è stata comperata una cucina nuova per il punto cottura del Seniorestaurant presente presso il Centro Don Vecchi 2 ed è stata risolta la situazione pressoché disperata di qualche residente in particolare disagio economico.

Il consiglio direttivo dell’associazione, che in maniera piuttosto insolita ha come presidente una suora, suor Teresa Dal Buffa, e come consiglieri, oltre al signor Bagaggia che è vice presidente e direttore generale, Barbara Navarra, Ugo Bembo e il sottoscritto, mi ha dato il compito di dispensare gli “utili” di quest’anno.

Proprio in occasione della cena solidale ho potuto dare relazione dettagliata di come ho distribuito questa somma, che oltre all’impiego suddetto, ci ha permesso di offrire tremila euro a ognuna delle mense per i poveri di Mestre, Venezia e Mira e mille euro a ogni gruppo caritativo presente nelle comunità parrocchiali di Mestre e dell’interland. Da noi, la carità produce carità e mette in moto un volano che speriamo faccia crescere in città la cultura della solidarietà e del servizio.

Ora Vestire gli ignudi ha chiesto duemila metri di superficie nel nuovo Ipermercato solidale che la Fondazione Carpinetum sogna di realizzare in un’area, in località Arzeroni, per la quale il Comune di Venezia ha già deliberato il cambio d’uso in modo da costruire quest’opera che ha una grande importanza sociale e che diventerà il prototipo di soluzione moderna nel settore degli indumenti di tutte le città del nostro Paese.

Il progetto desta un po’ di preoccupazione perché è collocato ai margini della città; la Fondazione è stata costretta a questa scelta perché non è riuscita a ottenere dalla Società dei Trecento campi di Carpenedo la grande area prospiciente al Centro Don Vecchi 2, attualmente in stato di abbandono, che sarebbe stata ottimale per questa iniziativa di carattere solidale assolutamente innovativa.

La ricorrenza dei diciott’anni di attività dell’associazione mi offre l’occasione di ringraziare gli oltre cento volontari che con la loro generosità sono riusciti a realizzare questa eccellenza e per invitare i concittadini a unirsi numerosi per fare in modo che Mestre possa definirsi “la città della solidarietà”.


Non è di don Armando

Un emerito ignorante ha scritto alcune righe sul maltempo e le conseguenze che ha provocato, facendole girare sui social a nome di “Armando Trevisiol”.
Anche per la volgarità del linguaggio è evidente a tutti che il testo non ha nulla a che fare col nostro caro don Armando.
E poiché non è giusto dare pubblicità a questo sciocco, chiudo qui la nota.

(intervento pubblicato da don Gianni Antoniazzi su “L’Incontro”)


Quanto costa vivere ai Centri Don Vecchi

Sono convinto che a Mestre non ci sia più alcun cittadino che non abbia sentito parlare, fortunatamente bene, dei Centri Don Vecchi, tuttavia sono ancora troppo pochi coloro che ne hanno visitato almeno uno. Solo chi visita e si informa, anche sommariamente, di come si vive in uno dei Don Vecchi può accertare quanto sia innovativa, umana e conveniente la vita in queste strutture.

Nel passato ho pubblicato un opuscolo con alcuni esempi concreti circa i costi e i vantaggi. Qualche giorno fa, essendomi capitato di conoscere quanto paga un nuovo residente al centro di Carpenedo, m’è parso doveroso far conoscere ai concittadini di come stanno le cose.

Questo signore occupa da solo un alloggio monolocale, di circa 25 metri quadrati che è composto di: angolo cottura, soggiorno, zona notte e bagno. Ebbene il suo “affitto” che comprende costi condominiali, acqua fredda e calda, luce, gas, canone telefonico, canone tv, riscaldamento e tassa rifiuti, tutto compreso è di 161 euro al mese. Con altri 150 euro pranza pure a mezzogiorno: pane, acqua, primo piatto, secondo con contorno, purè, insalata, dessert. Il tutto in un ambiente signorile con spazi enormi interni ed esterni per la vita comune.

Dico tutto questo per far conoscere ai concittadini che i “miracoli” avvengono soprattutto dove si amministra in maniera oculata e saggia.


Rubelli per il Don Vecchi 7

Con questa iniziativa speriamo di ricavare almeno qualche decina di migliaia di euro da destinare al finanziamento del Centro don Vecchi 7 a favore degli anziani di modeste condizioni economiche della nostra città.

Come tutti sanno la Fondazione Carpinetum di solidarietà cristiana, da me fondata, è attualmente gestita dal Consiglio di amministrazione il cui presidente è don Gianni Antoniazzi, parroco di Carpenedo. A tutt’oggi la Fondazione amministra 438 alloggi con 500 residenti. Tali centri sono situati a Carpenedo, Marghera, Campalto e Mestre nella località Arzeroni.

Giacendo presso la segreteria un numero molto elevato di domande inevase, la Fondazione ha deciso di fabbricare, sempre agli Arzeroni, una nuova struttura di 57 alloggi bilocali (cucina e soggiorno – camera da letto – ripostiglio – bagno e terrazzo), alloggi offerti parzialmente arredati con angolo cottura e un grande armadio guardaroba. Attualmente il fabbricato ha già raggiunto il terzo piano e si pensa che questo nuovo centro potrà essere inaugurato verso la tarda primavera del prossimo anno.

Gli anziani che aspirano ad avere un alloggio possono quindi già ritirare il modulo della domanda presso la segreteria della direzione in via dei Trecento campi n. 6 (centralino tel. 041/5353000). Questo settimo centro metterà a disposizione pure una ventina di stanze per persone di altri paesi, ma che lavorano o studiano a Mestre e Venezia.

Il costo previsto di questa nuova struttura è di 3.900.000 euro, parte dei quali sono già disponibili avendo ricevuto la Fondazione alcune eredità di una certa consistenza: proventi da coniugi Milena e Giulio Rocchini, Vittorio Coin, sig. Da Rol, sigg.ri Furlan e sig. Filisdei e dalle sottoscrizioni di azioni di 50 euro delle quali informiamo ogni settimana sull’Incontro e nel sito della Fondazione Carpinetum. Nonostante tutti questi contributi la Fondazione è ancora ben lontana dall’aver raccolto tutta la somma necessaria.

A questo proposito è giunta in questi ultimi giorni, quanto mai gradita, l’offerta della ditta veneziana Rubelli che è, a livello mondiale, una delle più conosciute e prestigiose aziende che produce tessuti di altissima qualità. I titolari di questa ditta sono persone particolarmente amiche di monsignor Valentino Vecchi, sacerdote che consideravano come loro consigliere spirituale: quando sono venuti a conoscenza di questa impresa che sarà pure dedicata alla memoria di monsignor Vecchi, il quale è stato uno dei protagonisti della crescita civile di Mestre del dopo guerra, hanno deciso di mettere a disposizione della Fondazione due furgoni dei loro prestigiosi prodotti tessili per onorare la memoria del loro indimenticabile amico e per concorrere all’opera benefica dei Centri don Vecchi.

Pertanto, per il primo di ottobre sarà allestito nella sala Carpineta al piano terra del Centro don Vecchi di Carpenedo, con ingresso sempre da via dei Trecento campi, uno stand dedicato ai tessuti Rubelli. Questi tessuti saranno messi in offerta dalle ore 15 alle ore 18 tutti i giorni per i cittadini interessati, ma contemporaneamente desiderosi di collaborare alla realizzazione della nuova struttura a favore degli anziani poveri. Un signore, venuto a conoscenza dell’iniziativa, s’è offerto a comprare l’intero stock, ma la Fondazione ha preferito mettere tale merce a disposizione di tutti stabilendo un’offerta minima che ognuno potrà aumentare dato il valore aggiunto di questo materiale così pregiato. L’inaugurazione di questa bella iniziativa benefica avrà luogo alle ore 16 di lunedì 1 ottobre alla presenza dell’avvocato Alessandro Favaretto Rubelli e del presidente della Fondazione Carpinetum don Gianni Antoniazzi.


Operai specializzati

Ai Centri don Vecchi tra i tanti tanti problemi da risolvere c’è pure quello di tagliare l’erba durante i mesi estivi. Essendo fortunatamente abbastanza rilevante la superficie verde di ognuno degli attuali sei centri, per rendere più piacevole e riposante l’ambiente dove vivono i nostri anziani, risulta difficile fare in modo che i prati siano sempre rasati a dovere.

In passato ci siamo rivolti alle cooperative sociali, che di solito si dedicano a questi lavori, però ci siamo accorti che i costi erano abbastanza rilevanti e i risultati non molto soddisfacenti perché riducendo i tagli dell’erba a motivo del costo, l’aspetto del prato è spesso sgraziato e imbruttito da certe erbacce che crescono più velocemente dell’erba da prato e disturbano la regolarità del tappeto verde.

Al Centro don Vecchi di Marghera è stato assunto da un paio d’anni un “operaio” veramente meraviglioso: non fuma, è sempre silenzioso, lavora in maniera assidua, si accontenta di una paga pressoché insignificante e alla sera si ritira nel suo cantuccio per riposarsi e per ricaricarsi per il giorno dopo. Il robottino lavora ed è bravo più di qualsiasi giardiniere esperto tanto che il prato ha l’aspetto di un tappeto di velluto verde, sempre ordinato e curato con infinita attenzione.

In questo ultimo periodo abbiamo avuto una bella opportunità cosicché è stato deciso di ripetere l’esperienza anche per i prati dei Centri don Vecchi 5 e 6 degli Arzeroni, che svolgono un ruolo determinante per incorniciare le due strutture in un’atmosfera particolarmente silenziosa e rilassante. Ci è sembrato doveroso fare questa scelta a favore di quel centinaio di residenti che anche quest’anno non possono permettersi le vacanze estive tra i boschi e prati delle nostre montagne.

“L’ingaggio” di questi due “nuovi operai” è stato piuttosto oneroso, comunque di un costo assolutamente inferiore a quello dei calciatori: si accontentano di uno stipendio mensile irrilevante e siamo certi che vestiranno nella maniera più armoniosa l’erba del prato e incorniceranno in maniera quanto mai graziosa le piante che vi dimorano. Gli uccelli multicolori della voliera, ma soprattutto gli occhi stanchi dei nostri vecchi, potranno godere dei benefici del loro servizio senza spostarsi da casa.

“Dulcis in fundo” un benefattore si è fatto carico dell’ingaggio e dello stipendio dei due nuovi robottini. Cosa possono desiderare di più e di meglio gli anziani della nostra città? Il nostro dono vuole essere ancora una volta un piccolo segno di affetto e di riconoscenza che Mestre prova per loro.


Centro don Vecchi 7

“L’ultimo dei sette fratelli” consterà di 57 alloggi per anziani e persone che si trovano in reali difficoltà di ordine economico. Ci saranno anche 12 stanze per persone che, pur abitando fuori Mestre, lavorano nella nostra città: avranno una camera arredata, con bagno personale e con la possibilità di cucinare, pranzare, lavare gli indumenti in locali predisposti a questo scopo e passare il tempo libero in ambienti signorili all’interno della struttura. Gli appartamenti, invece, saranno tutti bilocali: camera, soggiorno, bagno, ripostiglio e terrazzino. Tutti gli alloggi verranno consegnati forniti di angolo cottura ultramoderno, un grande armadio guardaroba e il frigorifero congelatore; per il resto dell’arredo ognuno potrà portarsi i propri mobili. La nuova struttura avrà uno stile sobrio, ma quanto mai decoroso e signorile perché tutti i nostri centri si qualificano anche per l’arredo, la pulizia e il buon gusto.

Il contratto prevede la consegna del manufatto entro maggio o giugno del prossimo anno. Il costo dell’opera finora s’aggira attorno ai quattro milioni di euro. Ben s’intende che si è partiti disponendo della metà della spesa, come abbiamo sempre fatto anche per le altre strutture. Ora però si pone il problema di recuperare l’altra metà del costo. In passato ho venduto le stelle del soffitto della chiesa di Carpenedo, un’altra volta il lastricato del sentiero che attornia l’edificio con mattoncini su cui è stato inciso il nome delle persone care da voler ricordare. Ora penso di mettere sul mercato, come ho già fatto per il Don Vecchi 5 e per il 6 delle azioni dal costo di 50 euro o euro 25. Come si può aver riscontro sulla rubrica settimanale dell’Incontro e sul sito della Fondazione Carpinetum, gli investimenti sono quanto mai numerosi anche se non troppo consistenti. Contiamo, però, come è avvenuto in passato, ci sia qualche benefattore particolare ad offrire un contributo più consistente e risolutivo.

Sarà mia premura coinvolgere la città in questa nobile impresa perché il Centro don Vecchi 7 sia, come per tutti gli altri, il risultato dell’impegno di tutti i nostri concittadini. Mestre ha oggi un ospedale nobile e degno, fra qualche mese pure un museo d’avanguardia ma il fiore all’occhiello, nel settore della solidarietà, rimangono i Centri don Vecchi della Fondazione Carpinetum e siamo decisamente impegnati a mantenere questo primato.


Un sogno da avverare

Qualche giorno fa, sfogliando un vecchio libro, ho trovato tra le pagine una piccola cartolina della Madonna di Luini. La Vergine è presentata raccolta, pudica e bella. Era l’immagine della mia consacrazione sacerdotale. Sul retro una frase di San Paolo, il mio nome e la data: 27 giugno 1964. Me ne ero dimenticato persino io e tanto più il caro mondo che mi è vicino. Solamente Cecilia, la piccola scout dei miei primi anni di sacerdozio, che aveva trovato pure lei l’immaginetta in un libro della nostra biblioteca, mi ha fatto gli auguri.

Mi capita spesso, ma mi pare naturale, di lasciarmi prendere dai ricordi della mia lunga vita di prete e di riprovare le emozioni di tempi tanto lontani, vissuti con tanta intensità, e di analizzare vecchie storie che si sono concluse con alterne vicende. Alcuni giorni fa l’Università popolare mi ha chiesto un articolo sul mio rapporto con i poveri a Mestre e perciò sono stato costretto a ripercorrere certe imprese: alcune delle quali mi sono riuscite, mentre altre restano un sogno bello tra le nuvole di un cielo che fa sognare!

Tra queste ultime rientra il progetto di mettere in rete tutte le attività benefiche della nostra città. Non lo vedrò certo realizzato nel suo insieme, ma mi è rimasta qualche speranza di vederne realizzata almeno una parte, se il Signore mi concederà ancora qualche anno di vita.

L’architetto Giovanni Zanetti, il professionista che ha progettato e realizzato il Don Vecchi tre e il Don Vecchi quattro, un giorno di una decina di anni fa, mi prospettò che avrebbe avuto la possibilità di ottenere gratis una superficie di circa 20.000 metri quadrati a Favaro Veneto per l’iniziativa della quale mi aveva sentito parlare. La proposta, un po’ interessata, dei padroni del terreno era legata al fatto che il Comune concedesse loro di realizzare un albergo su un terreno contiguo. La mia testa cominciò a ipotizzare la cittadella della solidarietà, ossia un centro in cui i poveri potessero trovare le risposte per ognuna delle loro attese, dando vita al coordinamento cittadino della solidarietà. Ebbi perfino l’avallo e l’appoggio del cardinale patriarca Angelo Scola, ma non se ne fece niente un po’ perché tramontò presto la possibilità del dono e un po’ perché ebbi tutti contro, a cominciare dalla Caritas.

Svanita questa ipotesi, trasferii idealmente il progetto, ridotto a una sede per i magazzini della carità, nel grande campo incolto della società dei 300 campi, contiguo al centro Don Vecchi di Carpenedo. Già molti anni prima, un consiglio di amministrazione aperto e illuminato di questa società mi aveva offerto l’area dove ora sorge il Don Vecchi uno. Mi parve bellissimo che la parrocchia del posto, questa antica Società benefica e il nuovo centro si accordassero per dar vita assieme a una grande iniziativa, forse la prima in Italia. Purtroppo “il diavolo ci mise la coda”, perché il vecchio parroco di allora, un gruppetto di parrocchiani preoccupati di avere nel quartiere la “poveraglia” e un consigliere della stessa società boicottarono ferocemente l’iniziativa. Così anch’essa è caduta presto rovinosamente.

Pensavo che questa vicenda fosse finita, senonché la costruzione del Don Vecchi 5, 6 e ora del 7 ci ha messo sulla strada di acquistare un terreno di circa 30.000 metri quadri attiguo a questi centri ora serviti dalla nuova strada e dagli autobus cittadini. È già stato firmato un preliminare d’acquisto e mi auguro che presto firmeremo anche il rogito e che, tra un anno, si possa pensare alla nuova sistemazione dei magazzini della carità. Non mancano difficoltà di ogni genere ma sappiamo che chi la dura la vince!

Scrivo queste vicende per la storia, perché ritengo giusto ricordare che i percorsi dei progetti di solidarietà sono particolarmente duri e difficili, ma talvolta si avverano. Spero di offrire qualche elemento in più a chi scriverà la storia di Mestre solidale.


Lo spaccio solidale

Monsignor Valentino Vecchi, con quella sua vena di paternalismo che usava spesso nei riguardi di noi suoi giovani preti, ci ripeteva abbastanza di frequente che la vera ricchezza di un paese sono i “capitani d’industria” e con questo discorso voleva indicare il ruolo determinante per il successo di un qualsiasi gruppo sociale. Servono le virtù che hanno le persone che possiedono attitudini naturali al comando, come: l’impegno, la costanza, la generosità e lo spirito di sacrificio, con i quali queste persone si dedicano a qualsiasi impresa umana.

Io sono perfettamente d’accordo, ma il guaio è che di queste persone non se ne trovano moltissime e quando si scoprono, la maggioranza delle volte esse sono impegnate per i fatti loro anche dopo la pensione. Bisogna dire però che ogni tanto capita la fortuna o meglio la grazia di incontrarne qualcuno e di ottenere la disponibilità di occuparsi delle nostre imprese solidali. Io vi confesso che sono costantemente a caccia di queste persone perché di frequente abbiamo dei “rami di impresa” molto promettenti, ma che hanno bisogno estremo di un “capo” che sappia organizzare, gratificare i volontari, mettere pace, fiutare il mercato ed essere quanto mai intraprendente nello sviluppare “l’azienda”.

Vengo a un esempio: un paio d’anni fa s’è aperta la possibilità di ottenere dai supermercati i generi alimentari in scadenza. La legge poi sta spingendo perché tutto questo ben di Dio non venga buttato, ma sia recuperato a favore dei concittadini in difficoltà di ordine economico. La cosa però non è proprio facile perché alle aziende è più comodo e meno costoso buttare le merci piuttosto che fare bolle di consegna ed altro ancora, e da parte nostra occorrono furgoni, autisti disponibili nei giorni e nelle ore fissate dai supermercati, luoghi per lo stoccaggio, celle frigorifere, personale per la distribuzione, mezzi economici per la benzina, riparazioni automezzi, guanti, sacchetti, luce ecc….

Un po’ alla volta, comunque, presso il Centro don Vecchi ha preso consistenza questa attività di raccolta e distribuzione di generi alimentari, attività che abbiamo denominato “spaccio solidale”. Ormai ci elargiscono ogni giorno i loro prodotti i sette supermercati Cadoro, quattro della catena Alì, la catena Despar di via Paccagnella, i mercati generali di frutta e verdura di Padova, Treviso e Santa Maria di sala. Abbiamo reclutato un gruppo qualificato di signore e di uomini per la selezione e distribuzione. Questi generi alimentari sono distribuiti gratuitamente, si chiede solamente un piccolo contributo per le spese di gestione.

Purtroppo i locali sono inadeguati e sempre più insufficienti. La vera fortuna poi è quella di aver assoldato a titolo gratuito il “manager” ossia “il capitano di industria” di cui ci parlava don Vecchi il quale pian piano è diventato la mente e il cuore di questa attività quanto mai promettente: il signor Alfio, ha abbandonato tutti i precedenti impegni e da più di un anno si dedica anima e corpo a questa bella impresa sociale, facendo ben sperare per il futuro. Abbiamo ancora tanti problemi soprattutto per distribuire le eccedenze, ma di questi problemi vi parlerò in un prossimo articolo.


Insieme per fare comunità

Credo sia ormai passata nell’opinione pubblica l’idea che nei Centri don Vecchi si paga poco e si sta bene. Questa convinzione, vera e facilmente verificabile, mi fa felice. Non mi pare però che sia altrettanto chiaro a chi sono destinati i centri e quali doveri comporti chiedere ed ottenere un alloggio.

Ho letto da qualche parte che, dopo Mazzini, in Italia nessuno ha più parlato dei doveri del cittadino. Politici, sindacalisti e imprenditori, per ottenere consenso, hanno parlato solamente e fin troppo dei diritti che i cittadini devono chiedere e pretendere. Vengo al Don Vecchi per chiarire ancora una volta a chi sono destinate queste strutture, riassumendo per sommi capi la destinazione.

I centri sono stati ideati e destinati ad anziani di modeste condizioni economiche, autosufficienti e che desiderano vivere una vita autonoma. Suddetti centri sono stati costruiti specificatamente tenendo conto di queste condizioni. Le case di riposo sono totalmente diverse dai centri Don Vecchi.

Cosa si intende per anziani poveri? È presto detto, perché il termine “povero” sottintende molte cose: povero per motivi economici, ma anche povero per solitudine. Siccome i centri sono stati fondati e vivono sul valore della solidarietà, a chi si trova in condizioni economiche abbastanza consistenti viene chiesto, per entrare, di versare un contributo anche per chi è in condizioni economiche meno floride.

Nei Centri Don Vecchi non si chiede un affitto, ma solo un rimborso spese che si cerca in ogni modo di contenere. Chi fa richiesta di entrare in questa struttura si impegna a versare, sempre e a tempo debito, quanto gli viene richiesto. I centri possono contare solamente su questi piccoli rimborsi per vivere e perciò non possono fare deroghe o riduzioni a chicchessia, anche perché non ricevendo contributi da alcuno sono altresì impegnati a dare risposte anche ad altri anziani che finora non godono dei benefici di chi vi risiede già.

Per ridurre i costi di gestione, e quindi i rimborsi dei residenti, l’amministrazione è il più leggera possibile; si combattono gli sprechi e si tenta di avvalersi del volontariato. Ad esempio, se si fosse costretti ad assumere dipendenti per la vigilanza, per il giardinaggio, per servire a tavola e al punto di ristoro, per chiudere le porte, per distribuire la posta, per rispondere al telefono e per gestire la segreteria del centro, i costi si gonfierebbero e aumenterebbero anche i rimborsi. Di conseguenza, non potrebbero essere accolti gli anziani meno abbienti e verrebbe meno la scelta di fondo di aiutare i più poveri.

Si è ripetuto all’infinito che la Fondazione Carpinetum non vuole in maniera più assoluta ridursi a un’agenzia immobiliare che affitta a chiunque alloggi a poco prezzo perché sogna e sognerà sempre di costruire una comunità di cittadini, di amici che si aiutano a vivere una vita dignitosa, collaborativa e serena. Perciò chi non fosse disponibile alla collaborazione secondo le sue possibilità, chi non volesse stabilire rapporti caldi, cordiali e solidali con gli altri residenti ma pretendesse di pensare ai fatti suoi, di estraniarsi dalla vita della comunità e di impegnarsi in altre mille attività seppur buone, ma fuori dalle necessità della comunità, deve sapere che questa struttura non è stata creata per lui e deve quindi rivolgersi altrove per trovare risposte alle sue aspettative di vita.

Queste parole possono suonare sgradite a qualcuno ma ognuno è informato chiaramente sull’impianto dell’opera e le condizioni sono liberamente sottoscritte. Comunque chi non le condividesse non deve sentirsi vincolato a rimanere al Don Vecchi, anzi ci farebbe felici se cercasse una dimora diversa e più consona alle sue attese.