La lettera a Putin

Solo Dio sa quanti papi avranno scritto ai despoti di turno, o almeno a chi detiene il potere dei popoli e dispone della vita e della morte dei loro cittadini, per implorare pace e per scongiurarli di non mandare i loro soldati – poveri uomini incolpevoli – a scannarsi con altri soldati con divise diverse ma, anch’essi, poveri uomini incolpevoli!

Non mi pare che questi appelli abbiano ottenuto tanti risultati; in genere i potenti di questo mondo si nascondono dietro a parole magiche ed altisonanti e continuano noncuranti per la loro strada. Ricordo l’appello di Papa Pacelli ai tempi di Mussolini, Hitler e Stalin col suo grido accorato: “Con la guerra tutto si distrugge, mentre con la pace tutto si guadagna!”. Loro continuarono imperterriti, condannando a morte decine e decine di milioni di uomini innocenti, così che sono ricordati dalla storia come dei sanguinari e degli infami, nel senso più stretto del termine.

Ricordo pure i tentativi accorati di Papa Wojtyla con Bush, ma l’esito non è stato più positivo e le conseguenze del rifiuto altrettanto catastrofiche ed amare. E ancora ricordo la lettera accorata di Raoul Follereau che chiese all’America e alla Russia l’equivalente di un cacciabombardiere perché con quei soldi avrebbe debellato la lebbra dal mondo intero. Non credo che questi governanti si siano degnati neppure di una risposta. Quella gente ascolta solamente i suoi generali, i signori della guerra, il cui mestiere non prevede altro che l’uso delle armi. Infatti sono professionisti della morte! Come se la forza offrisse un argomento razionale anche minimo, per risolvere i problemi dei popoli e dell’umanità.

Mi pare di aver sentito in questi giorni che Papa Francesco ha scritto a Putin per implorare una soluzione pacifica per la questione siriana. Credo pure che, se ha scritto a Putin, l’avrà fatto anche ad Obama. Per ora non ho avvertito che ci sia stata risposta alcuna.

Se penso a Putin, troverei un qualche motivo, pur non assolutamente valido, per il suo silenzio; egli infatti ha frequentato la scuola di uno dei più sanguinari servizi segreti, che si è macchiato di ogni sorta di crimini contro l’umanità. Ma se penso ad Obama, che è stato alla scuola di Martin Luther King, allora mi è assolutamente impossibile comprendere la sua smania di sparare dal mare anche una qualche salva dimostrativa di missili, ma non meno micidiale. In questi giorni Obama ha perfino detto che l’America è America, dimenticandosi delle disfatte ignominiose in Indocina, in Irak, in Libia ed in Afganistan.

Avevo speranze e simpatia per questo presidentino mandato al potere dagli ex schiavi africani costretti a lavorare nei campi di cotone. Ora però sono deluso. In contraccambio, finalmente, sono una volta tanto orgoglioso per Letta, ma soprattutto per la Bonino. Bravi! Dio vi benedica!

10.09.2013

“La semina del mattino”

Quando nell’ottobre del 2005 ho lasciato la mia vecchia parrocchia per “limiti di età”, ho regalato ai parrocchiani un volumetto che avevo portato a termine qualche mese prima. Era mia intenzione lasciare un ricordo alla gente che ho amato e tentato di “servire” da parroco per ben 35 anni.

Il volume di ben 230 pagine, portava come titolo “La semina della sera”, con una specie di “occhiello” esplicativo: “Piccolo catechismo per i cristiani non praticanti della mia parrocchia. Riflessioni a voce alta di un vecchio parroco sulla fede e la religione”. Ho sempre avuto la grande preoccupazione di “parlare” anche ai non praticanti che, in parrocchia, erano poco più della metà dei battezzati.

Il volume contiene una serie di articoli su problematiche di attualità religiosa, che io avevo già pubblicato sui vari numeri del mensile parrocchiale “Carpinetum”. In quella occasione ho recuperato questi articoli ed ho premesso ad ognuno qualche nota che inquadrava ulteriormente il problema trattato. Nella mia intenzione c’era il desiderio di recuperare e di riseminare la semente già buttata nei solchi, nella speranza che potesse attecchire. Inoltre speravo di essere ricordato per quelle tensioni che mi hanno sorretto per tanto tempo. Mi pareva, andandomene, di compiere il mio dovere di pastore con quest’ultima semina.

Qualche tempo fa qualcuno mi ha chiamato al capezzale di una persona anziana che, alla fine della vita, volle riconciliarsi col Signore. La cosa mi trovò prontamente disponibile.

Sulla soglia dell’eternità fu quasi naturale gettare un ponte sull’educazione religiosa che ella aveva ricevuta da giovane. Ho avuto la netta sensazione che il seme posto nella sua coscienza decenni e decenni prima, germogliasse e fiorisse improvvisamente ed in maniera imprevista ed inaspettata.

Fui tanto felice che questa donna si spegnesse in pace avendo la percezione che, una volta ancora, si avverasse quanto è scritto nella Bibbia: “C’è chi semina nel pianto e chi raccoglie nella gioia”. In questa occasione io ho raccolto “la semina del mattino” di un prete sconosciuto e questa sensazione mi ha ravvivato la speranza che anche la mia semente, sparsa con tanta larghezza, prima o poi potrà fiorire e ravvivare il cuore e la speranza di un altro prete: possa lui provare la stessa gioia che io ho provato in questi giorni.

07.09.2013

Volontariato zoppo

La mia vita ha molto a che fare con il volontariato. Molte volte sono intervenuto a dire le mie preoccupazioni perché esso tende a diminuire numericamente e ad impoverirsi a livello ideale, correndo il pericolo che quella del volontariato sia una scelta per risolvere i propri problemi esistenziali piuttosto che per aiutare il prossimo.

Molte altre volte però ho affermato convinto che il volontariato è una vera ricchezza per la nostra società e in particolare per la Chiesa. La realtà dei Centri don Vecchi, e soprattutto del polo solidale che ruota attorno ad essi, è merito quasi esclusivo di concittadini che dedicano, o han dedicato, il loro tempo e le loro capacità professionali a quest’opera umanitaria che s’è imposta non solamente all’attenzione della città, ma di buona parte del nostro Paese. I duecentocinquanta volontari che prestano servizio gratuito presso l’istituzione che è conosciuta sotto la denominazione “Centro don Vecchi”, sono la spina dorsale di questa struttura che offre un alloggio protetto a più di cinquecento anziani e aiuto ad una moltitudine di bisognosi; senza di loro essa si affloscerebbe o perlomeno avrebbe un volto molto diverso.

A tutta questa cara e preziosa gente va la mia ammirazione e la mia riconoscenza. Però c’è un cruccio che spesso mi tormenta, perché temo di non essere stato capace di motivare sufficientemente questi miei collaboratori. Mi preoccupa il fatto che una parte si offra per risolvere i propri problemi esistenziali ed un’altra parte fa, si, del volontariato, ma tende ad avere soprattutto, qualche vantaggio personale, spesso in natura; sono dei volontari che non hanno ancora recepito le motivazioni profonde e ideali che devono supportare la loro scelta. Perciò spesso mi addosso la responsabilità di non aver sufficientemente “educato” questa gente all’amore vero e disinteressato al prossimo.

Qualche giorno fa si faceva rilevare a qualcuno di non approfittarsi di una certa situazione favorevole; mi ha colpito una risposta che denotava questa motivazione, perlomeno spuria: “In fondo noi volontari lavoriamo per voi!”. Può darsi che i termini con cui s’è risposto siano stati solamente impropri e “infelici”, ma se non fosse così credo che si debba precisare che è troppo poco impegnarsi per chi ha un ideale, è invece giusto impegnarsi per i propri ideali; mi spiacerebbe tanto che i 250 volontari lo fossero solamente per farmi un piacere personale, ma desidererei che essi condividessero fino in fondo la mia scelta solidale.

07.09.2013

Un pericolo mortale

In questi giorni mi è parso che il mondo stia vivendo la stessa situazione drammatica di quando Krushchev aveva inviato i missili a Cuba e Kennedy pareva deciso ad attaccare le navi russe.

Allora, non so se per paura o per saggezza, i russi tornarono indietro e il mondo tirò un sospiro di sollievo. Oggi il nome degli antagonisti è diverso, ma gli interessi che hanno alle spalle sono identici, ma soprattutto mi pare che il pericolo sia identico.

Un tempo fu il dittatore Fidel Castro ad accendere la miccia, ora ce n’è uno ancora peggiore perché sta massacrando imperterrito la sua gente. Assad è oggi la causa prossima del pericolo incombente. Ieri c’erano Kennedy e Krushchev ad avere la tentazione di arrischiare la guerra totale per interessi di parte, oggi sono Obama e Putin a esporre il mondo intero al pericolo di un conflitto che metterebbe a repentaglio la sopravvivenza dell’uomo sulla terra.

Questo avviene ai vertici delle potenze mondiali, però dietro ci sono pure nazioni che forniscono armi a volontà perché la povera gente si scanni, mentre esse tessono la ragnatela dei loro loschi interessi.

In questa situazione drammatica s’è levata la voce limpida e pulita di Papa Francesco ad invocare la pace. Il pontefice si è messo in mezzo ai duellanti per invocare pace e l’ha fatto con le “armi” che gli sono proprie: preghiera e digiuno.

Questa vicenda mi sta turbando profondamente e mi sorprende che le nazioni non si uniscano alla sua invocazione a favore dell’uomo. Poi penso che chi comanda gli Stati è sempre preoccupato del vantaggio o meno che gli possa derivare da ogni contesa, ma mi chiedo poi dove sono quelle folle numerose e rovinose di pacifisti che sono spesso scesi in piazza per motivi meno importanti. Dove sono le bandiere arcobaleno? Dove sono i “no TAV”, i “no DalMolin”? Dove sono gli aderenti ai centri sociali sempre disposti a difendere “i deboli” e la natura?

Questa situazione, più tragica che drammatica, mi sta riconfermando che le parole altisonanti dei capi di governo che si sprecano per la democrazia o per il popolo o gli slogan coloriti delle bande pacifiste, si dimostrano ancora una volta amanti della libertà, della democrazia e della pace, ma a senso unico.

Per fortuna e per grazia di Dio abbiamo ancora il vicario di Cristo, Papa Francesco, che oggi come non mai rappresenta la coscienza dell’umanità che dà voce vera alle attese dei popoli di tutto il mondo.

07.09.2013

Non è proibito sognare

Ringrazio il Signore perché, nonostante la mia tarda età, sento ancora il bisogno di sognare e di perseguire qualche altro progetto. Ricordo bene un’affermazione del mio vecchio Patriarca, il cardinale Roncalli, il quale confidava a noi seminaristi che quando aveva un progetto da realizzare ne parlava a destra e a manca, da mattina alla sera, perché era convinto che prima o poi si sarebbe imbattuto in qualcuno che gli avrebbe dato una mano per realizzarlo.

E ricordo pure monsignor Vecchi, mio parroco a San Lorenzo, che affermava che una iniziativa o una struttura non sorgono mai dal nulla per generazione spontanea, ma hanno bisogno di un’opinione pubblica, o meglio di una cultura che maturi e sensibilizzi la gente a questo problema, perché quando c’è questo supporto di ordine sociale, prima o poi qualche iniziativa troverà modo di essere realizzata.

Io, per un sogno o un progetto che coltivo ormai da qualche anno, sono allo stadio di creare opinione pubblica favorevole. Perciò mi sto dando da fare per costruire questa sensibilità perché esso abbia una qualche probabilità di vedere la luce. Ecco il progetto. A Mestre funzionano tre mense dei poveri: Ca’ Letizia della San Vincenzo, la mensa dei Cappuccini e quella dei Padri Somaschi ad Altobello. Tutte e tre funzionano bene e svolgono un servizio di alto livello sociale per la povera gente. Forse in questo momento, in cui morde più duramente la crisi, sono insufficienti; inoltre esse servono il centro di Mestre e la parte sud, mentre la parte nord della città non ha questo presidio sociale. Il mio sogno non è solo quello di servire questa parte del nostro territorio con un’altra mensa, ma pure di offrire un servizio un po’ diverso da quelli che hanno le attuali in funzione.

Io sognerei di puntare su un “ristorante” oppure su una tavola calda di carattere popolare, sempre con la dottrina di offrire un servizio a pagamento, però alla portata delle persone meno abbienti. Penso ad una struttura nella quale, convenzionandosi con uno dei tanti catering esistenti e coinvolgendolo in questa opera umanitaria, il pranzo o la cena sia preparata da questa organizzazione gastronomica al massimo per tre euro al pasto, mentre il servizio sia svolto da volontari.

Sogno inoltre che questo “ristorante” dal volto pulito e signorile non sia destinato solamente o principalmente ai mendicanti, ma che vi possano accedere singole persone o famiglie che devono lottare per arrivare alla fine del mese. Come mi piacerebbe che un operaio con moglie e con uno o due bambini, e con uno stipendio di 1200 euro al mese potesse dire ai suoi cari: «Questa sera vi porto a cena fuori!».

Per la realizzazione di questo sogno ho, come vedete, il progetto, ho individuato un terreno in cui possa sorgere ed ho perfino messo da parte qualche soldarello. Manca ancora qualcosa ed è per questo che ne parlo.

01.09.2013

La rivoluzione sociale è appena iniziata, o forse no!

Con l’inizio del campionato di calcio è iniziata la strana e odiosa ballata dei costi dei calciatori e dello stipendio che questa categoria di giocolieri percepisce.

Ho sempre pensato che se un genio fa una scoperta che aiuta in maniera consistente l’umanità, – ad esempio chi ha scoperto la penicillina – meriti un riconoscimento significativo anche a livello economico per il suo apporto al bene della società. Oppure ritengo anche che se un imprenditore, in questi tempi difficili per l’economia, riesce a mantenere a galla la sua fabbrica o, meglio ancora, ad estendere la sua attività assicurando stipendi seri ai propri dipendenti e producendo ricchezza per la società, gli debba essere riconosciuta la sua bravura.

Per me è giusto il criterio della meritocrazia non solamente ad alti livelli ma anche a quelli più bassi, perché l’impegno, l’intraprendenza, la dedizione al lavoro, meritano un riconoscimento economico. Infatti non sono per nulla d’accordo con i sindacati che hanno l’atavica tendenza ad appiattire tutti sugli stessi livelli, sia che un dipendente si impegni sia invece che faccia il fannullone. Con questo non sono minimamente del parere che le persone meno dotate, i disabili e perfino le personalità fragili e labili vengano escluse dal processo produttivo: hanno diritto anche loro di poter vivere dignitosamente, così come chi ha ricevuto da madre natura dei talenti più significativi li metta a servizio anche di chi ne ha meno.

Però vi sono, nella nostra società, delle sperequazioni veramente intollerabili. Credo, anche se comprendo quanto sia difficile, che si debba tendere con il massimo impegno ad una… perequazione economica che tenga conto delle necessità reali di tutti e non tolleri assolutamente più differenze abissali.

Oggi ci sono delle categorie che hanno degli stipendi stratosferici: sportivi, politici, magistrati, dirigenti di enti pubblici, manager, generali e via dicendo. Possibile che, calcolate a parte le spese inerenti alle funzioni di questa casta di privilegiati, non si possa stabilire uno stipendio minimo di mille euro ed uno massimo di cinquemila? La rivoluzione sociale purtroppo pare non solo non ancora iniziata, ma nemmeno progettata.

E dire che se ogni italiano al mattino si rivolgesse a Dio, pregandolo seriamente: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano», quasi tutti i problemi del nostro Paese e del mondo intero sarebbero in gran parte risolti.

In attesa di tutto ciò, rinnovo il proposito a livello personale, di consumare solamente il pane che mi permette di vivere, perché quello in più è degli altri.

31.08.2013

Il governatore

Quando “RAI Storia” non trasmette qualcosa di interessante sono tentato di fare una scappatina sul canale 18 ove trasmette Rete Veneta. Su questo canale mi piace seguire la cronaca di Venezia, anche se quasi sempre è discorsiva, si interessa dei fatti del giorno dei quali hanno già parlato i quotidiani e raramente approfondisce, in maniera adeguata, i relativi problemi. Ma mi piace ancora di più la rubrica “Focus”, diretta da Bacialli, già direttore de “Il Gazzettino” ed ora responsabile di questa rete che mi pare si imponga sempre più all’attenzione della popolazione del Veneto.

Un paio di volte sono stato invitato anch’io a intervenire a “Focus”, una bella rubrica in cui i responsabili locali di enti pubblici o privati discutono su temi quanto mai interessanti riguardanti le problematiche del Triveneto.

Un altro paio di volte sono stato invitato, ma ho rifiutato perché gli studi di questa emittente sono a Treviso ed io mi perderei nel dedalo di strade che oggi sono più intricate di un labirinto per uno come me che annaspa per andare semplicemente a Spinea.

Domenica pomeriggio il direttore Bacialli ha fatto una lunghissima intervista al governatore del Veneto Luca Zaia. Devo ammettere che appena conoscevo questo amministratore; nel passato avevo tentato anche di ottenere un colloquio con lui, ma pare che sia inavvicinabile. Domenica l’ho ascoltato per più di un’ora con vero interesse. Si avvertiva che il sottofondo culturale era quello della Lega, ma fortunatamente, da quanto ho potuto capire, c’era il meglio del progetto e della politica della Lega.

Il primo argomento su cui ha insistito è stato quello di un vero federalismo in cui ogni regione abbia una certa autonomia che permetta di recepire e trovare risposte specifiche ed adeguate ai problemi d’ordine economico, culturale e sociale che riguardano il territorio, smettendola con l’assimilare regioni che hanno una cultura e prassi di vita assai diverse. Non mi è parso che tendesse alla “secessione”, anzi m’è parsa valida l’idea di pensare a Venezia come ad una “città-stato” con specificità particolari, mentre mi è sembrata più che razionale la bocciatura della città metropolitana, perché sarebbe ingiusto lasciar fuori altre città come Belluno, Vicenza o Verona.

Ho avvertito anche lo sforzo di mantener fuori dalle logiche della politica nazionale il governo della Regione che non pare avverta le diatribe in corso.

Così come m’è piaciuto il discorso schietto sulla gioventù che, secondo lui, deve imparare a rimboccarsi le maniche e non attendere la manna dal cielo.

Zaia m’è parso un buon parlatore e, se è vero quello che dicono – che risulta il miglior governatore del nostro Paese – penso che gli si possa dar credito su quello che ha detto e che sta facendo.

30.08.2013

L’ultimo fiore

Per moltissimi anni non ho degnato neppure d’uno sguardo le piante grasse: molte di esse sono munite di spine acutissime, quasi sempre hanno una forma per nulla agile, anzi mi sembrano spesso delle polente, più o meno grandi, di un verde opaco, paciose e sornione, assolutamente inodori, da sembrare quasi dei nani addormentati che non fanno un sussulto neanche se spira la più dolce delle brezze.

Questo atteggiamento di fondo s’approfondì ulteriormente quando un mio vecchio amico intelligente e sornione mi regalò una pianta grassa che assomigliava ad un pallone, ma che, a differenza del pallone, aveva delle spine lunghe ed acutissime, tanto da dovervi girare al largo. Quando mi regalò questa pianta grassa, sapendo che i miei rapporti con la curia non sono mai stati idilliaci, me la presentò come “il fiore della curia”.

La misi sul davanzale, ma una gelata particolarmente rigida dello scorso inverno la fece morire, cosicché non ho più sul davanzale “il dolce e suadente sorriso” della curia. Però ho capito che ci si può innamorare anche in tarda età; ho sentito infatti più di uno affermare che l’amore è cieco e mai razionale.

Le cose sono andate così: una signora amica mi portò in dono, in un pomeriggio d’estate, una pianta grassa che aveva sulla “pancia” una protuberanza marcata e che il giorno dopo mi offrì un fiore di una inaudita bellezza, che mi incantò e mi costrinse ad uscire più volte nel terrazzino per accarezzarlo con uno sguardo pieno di ammirazione, anche perché quel bellissimo fiore – mi aveva avvertito la signora – dura solo un giorno.

Questa pianta in un paio d’anni ha generato figli, nipoti e pronipoti, tanto che dovetti cambiarla di vaso e darle una dimora più grande (le piante infatti pare che non si preoccupino del controllo delle nascite!). Quest’anno fece, in tempi successivi, una decina di fiori. Ieri è sbocciato l’ultimo. So di certo che è l’ultimo fiore per quest’anno. Per godere della sua bianca dolcezza, del suo sorriso che spunta tra le spine acute e bellicose dovrò aspettare la prossima estate.

Ieri, mentre chiudevo le imposte per la notte, gli diedi un ultimo sguardo malinconico di tenerezza e di riconoscenza, mentre mi saliva dal cuore il cantico del poverello d’Assisi: “Laudato sii, mi Signore, anche per le piante grasse inodori e piene di spine”. Ho capito finalmente che se niente niente avessi degli occhi più vigili ed un animo più semplice, ogni giorno coglierei le mille attenzioni del mio Signore ed avrei mille motivi per amarlo e ringraziarlo.

30.08.2013

Scusatemi ma non riesco a fare di meglio

Mi pare sia Bertolt Brecht che ha scritto: “Quando nel `De bello gallico’ si legge che Cesare conquistò la Gallia, penso che non fosse proprio solo ma che avesse con sé almeno un barbiere”, per dire che Cesare fu un brillante condottiero, ma che disponeva delle poderose legioni di romani per vincere Vercingetorige e così conquistare il paese d’oltralpe. Da sempre si dà per scontato che il merito e pure il demerito di grandiose imprese sia solo del capo.

Più volte, nei miei discorsi di inaugurazione delle strutture o delle attività in cui mi sono cimentato, ho sentito il bisogno e il dovere di affermare pubblicamente che con me c’era stata una intera comunità che ha, almeno globalmente, condiviso l’obiettivo che poi è stata indispensabile nel suo realizzo. Credo che per ogni impresa umana avvenga tutto questo. Spesso mi sento lodato o ringraziato per un’opera che è stata realizzata dall’apporto determinante di una intera comunità. Ed altrettanto spesso mi si imputano sbagli, errori e fallimenti che invece sono dipesi dalla balordaggine, dalla indisciplina dei miei collaboratori.

Vorrei pur far presente che mentre nell’esercito o in fabbrica la catena di comando è ferrea, per cui il subordinato deve eseguire gli ordini pena la perdita del posto di lavoro, con i volontari le cose sono ben diverse. Al “don Vecchi” e nei suoi derivati “lavorano” almeno duecentocinquanta volontari, assunti a scatola chiusa, senza alcuno skimming preventivo. Motivo per cui ho con me un po’ di tutto: gente fortemente motivata da valori ideali, gente che non sa come passare il tempo, gente che spera che gliene venga qualche utile, gente che pensa che un volontario possa permettersi di fare quello che crede, e via di seguito. Comunque e sempre sono “lavoratori” spesso splendidi e generosi, però qualche volta povera gente che fa quello che può. In ogni caso il volontario può piantarti in asso quando vuole e per qualsiasi motivo. Sono ben cosciente di avere con me una specie di esercito di Brancaleone, però solamente con queste truppe devo combattere la mia “guerra”.

Un tempo, quando facevo l’assistente della San Vincenzo, avevo come presidente l’amministratore delegato di COIN, il quale inizialmente pensava di poter disporre di un personale selezionato, intelligente, sempre sull’attenti, ma ben presto capì che con i volontari era tutt’altra cosa.

Faccio questa lunga premessa sperando che i concittadini mi perdonino tutte le gaffes, i contrattempi, i malintesi e le furberie che sono tentati di addebitarmi. Qualche giorno fa ho ricevuto una lettera di protesta, giustissima nel suo contenuto, che mi faceva rilevare le deficienze della mia gente. Dovetti scusarmi e dire: «Grazie signora, so bene con chi ho a che fare, però spero che, tutto sommato, sia preferibile fare qualcosa con questo volontariato che far niente senza di esso. Forse per questo motivo alcuni miei colleghi hanno deciso di starsene con le mani in tasca.

29.08.2013

“Cacca d’artista”

Qualche giorno fa una fedele di una parrocchia di Mestre mi ha portato il bollettino parrocchiale della sua comunità, il nome della quale non ritengo opportuno riportare. Nel numero di domenica 25 agosto di questo bollettino è inserito, sotto il titolo “La biennale di don Armando”, il trafiletto che trascrivo integralmente perché i lettori de L’Incontro, che spesso mi manifestano una certa stima, abbiano un elemento in più per farsi un giudizio più obiettivo sulla mia persona e su quanto vado scrivendo.
Il trafiletto non è firmato e quindi è evidente che l’autore è il parroco. Eccovi l’articolo.

La Biennale di don Armando
C’era nel Gazzettino del 10 Agosto, accanto all’articolo dei monsignori di Curia retrocessi al livello di don, un lungo articolo, tratto dal suo melenso foglietto settimanale, su quanto don Armando Trevisiol pensava intorno alla biennale di Venezia. Anche se non l’avete letto certamente immaginate cosa può aver detto don Armando sulla biennale: peste e corna. Non ha fatto altro che straparlare sulla mostra, che certamente da molti anni dà lustro a Venezia, senza probabilmente averla mai vista di persona. Varrà la pena di ricordare che quest’anno è presente anche la Santa Sede per l’opera intelligente che sta svolgendo nel campo della cultura il card. Ravasi. Leggendo l’articolo di don Armando mi è venuta in mente la famosa frase latina “Sutor, ne ultra crepidam” (Calzolaio, non andare oltre la scarpa). La frase circolava all’inizio dell’impero romano ai tempi di Augusto ed ho impressione che se ne trovi traccia in Plinio (non ricordo se si tratti del Vecchio o del Giovane). La frase era attribuita al grande artista greco Apelle che, dopo aver fatto un’opera pittorica, la esponeva e si nascondeva dietro l’opera stessa per raccogliere le eventuali critiche di quanti passavano e osservavano il quadro. Un giorno raccolse le critiche di un calzolaio che aveva criticato la calzatura del personaggio rappresentato; Apelle rimediò alla calzatura e riespose il quadro. Il giorno dopo Io stesso calzolaio ripassò e, dopo essersi gloriato della critica accolta, cominciò a criticare altre parti della figura rappresentata nel quadro; a quel punto Apelle venne fuori da dietro il quadro dicendo al calzolaio la frase sopra riportata: “calzolaio, te ne intendi di scarpe ma non di altre cose”. Vorrei ripetere a don Armando la celebre frase latina parafrasata con l’opportuna variante: “Don Armando, te ne intendi di costruzioni per anziani e per questo ti sei acquistato onore e gloria, ma non strafare, non parlare di cose su cui dovremmo tutti impegnarci per un dialogo fecondo tra fede cristiana e mondo della cultura e dell’arte”.

Chi legge “L’Incontro” di certo saprà le innumerevoli volte in cui ho confessato che non sono laureato, che non ho un solido retroterra culturale perché nella mia vita da prete ho fatto sempre “il manovale”, essendomi sempre impegnato nel campo dei giovani, dei poveri, della scuola elementare, dei vecchi, degli ammalati e dei bambini. L’occupazione di più alto livello culturale è stata quella di aver fatto, con un certo successo, il consulente ecclesiastico dei maestri cattolici, ho insegnato per più di 15 anni alle magistrali e al Pacinotti. Nonostante questo ho trovato modo di pubblicare una trentina di volumi.

Per quanto poi riguarda l’arte, ho dato vita alla galleria “La Cella”, nella quale sono state allestite più di quattrocento mostre. A Villa Flangini abbiamo organizzato parecchi incontri e seminari per artisti. Sempre quando ero parroco, abbiamo dato vita a dodici biennali d’arte sacra a tema. Attualmente gestisco, assieme ai miei collaboratori, la più grande pinacoteca di Mestre, con l’esposizione, nei Centri don Vecchi, di circa 1500 opere. A Marghera ho pure dato vita ad una seconda galleria d’arte, la “San Valentino”, nella quale, allo stato attuale, si sono allestite più di 60 mostre e abbiamo già dato vita a due biennali d’arte sacra. Con questo curriculum pensavo di aver un qualche motivo per esprimere un giudizio critico su certe aberrazioni che io ritengo non abbiano nulla a che fare con quella realtà che finora è chiamata arte.

Infatti a questo proposito ho letto che un artista di fama, Piero Manzoni, è diventato famoso perché “sigillò le proprie feci in 90 barattoli di conserva, ai quali applicò un’etichetta con la scritta «merda d’artista» in italiano, inglese (Artist’s shit), francese (Merde d’Artiste) e tedesco (Künstlerscheiße). Sulla parte superiore del barattolo è apposto un numero progressivo da 1 a 90 insieme alla firma dell’artista. Manzoni mise in vendita i barattoli di circa 30 grammi ciascuno ad un prezzo pari all’equivalente in oro del loro peso”».

Se però il mio collega laureato apprezza questo tipo di artisti s’accomodi pure, mentre io continuerò a rimanere “ciabattino”.

28.08.2013

I miei incontri più belli

Permettetemi di avvalermi dell’importante detto sapienziale, che probabilmente ci è stato donato dalla cultura greco-romana: “Il vecchio ha diritto di dimenticare”, perché spesso sono costretto ad farne uso. Cito ancora una volta due volumetti che mi hanno fatto del bene aprendomi due orizzonti, almeno per me, fantastici.

Il primo è del giornalista Accattoli: “Fatti di Vangelo”. Questo brillante giornalista si è impegnato a scoprire, tra tutto il ciarpame, o la montagna di immondizie alle quali giornalmente danno volto e voce i mass media, quelle “perle preziose”, quegli splendidi fiori che sono di “natura evangelica”. Accattoli si rifà al principio che Gesù non ha ancora finito di parlare agli uomini, cosicché ogni volta che questo giornalista scopre fatti, atteggiamenti o eventi belli e puliti, li ritiene quasi un’appendice aggiornata della “Buona notizia”, ossia del Vangelo.

Il secondo volume è stato pubblicato sette o otto anni fa da parte della diocesi di Venezia sotto il titolo “I santi della porta accanto” ed è una raccolta di storie e di vite di persone sane, pulite e generose che anche oggi si possono incontrare nelle nostre frequentazioni quotidiane. Io sono certo che, anche nel nostro tempo, esistono dei “profeti maggiori”: ad esempio Papa Giovanni, don Milani, il dottor Sweitzer, don Mazzolari, Madre Teresa di Calcutta, don Gnocchi, padre Kolbe, La Pira e tantissimi altri. Però accanto a questi profeti la cui voce ha raggiunto i confini della nostra penisola o del mondo, ci sono anche i “profeti minori”, ossia le persone belle, pulite, umili e generose, che fortunatamente tutti possiamo incontrare nella vita di ogni giorno.

Per me poter scoprire i grandi profeti del nostro tempo, ma anche i piccoli profeti del nostro quotidiano, è una grande fortuna che mi dà speranza e gioia perché essi costituiscono quasi le briccole che segnano i canali nella laguna, o i lampioni che indicano la strada. In una società che ti fa incontrare ogni giorno, attraverso i giornali e la televisione, una folla di loschi figuri sanguinari, truffatori, politicanti, imbroglioni e mezze cartucce inconsistenti, scoprire queste persone è veramente un dono del cielo.

Un mio amico prete, morto una ventina di anni fa, mi disse: «Armando, non conosci due o tre persone per bene?». Io gli risposi che ne conoscevo molte di più. Allora lui soggiunse: «Cammina dietro le loro tracce e non ti smarrirai!».

Spessissimo, quando i famigliari dei defunti di cui celebro il commiato cristiano mi offrono delle storie belle di vite generose e sane delle loro madri o dei loro padri, sono quanto mai felice di questi incontri e di questi nuovi amici che in cielo splendono come stelle luminose.

28.08.2013

Il mio blog

Nota: quando don Armando ha scritto queste righe, non sapeva che il suo diario viene riportato nel blog nella sua interezza.

Faccio queste confessioni perché la gente conosca uno dei tanti disagi che comporta la vecchiaia e perciò abbia comprensione per gli anziani. I miei amici sanno che la mia amicizia con la stampa non è da oggi, perché vi traffico dentro da una vita intera, avendo capito che se non avessi trovato degli strumenti idonei – e soltanto i più moderni sono i più efficienti – avrei avuto la tristezza che il messaggio in cui credo sarebbe stato destinato a soffocare dentro la mia coscienza o comunque non sarebbe andato molto oltre l’ombra del campanile.

Da questa consapevolezza è nato prima il settimanale “La Borromea”, poi il mensile con lo stesso nome. Giunto a Carpenedo, diedi vita al settimanale “Lettera aperta”, al mensile “L’Anziano”, all’altro mensile “Carpinetum” e alla testata radiofonica “Radiocarpini San Marco”. Con la pensione ho fondato il settimanale “L’Incontro” e il mensile “Sole sul nuovo giorno”.

Però ora mi sono trovato di fronte una montagna invalicabile. Appena giunto al “don Vecchi” ho acquistato un computer perché avevo capito che il computer e tutti i suoi derivati digitali – internet, il blog, web, facebook, ecc. erano i mezzi moderni per raggiungere più persone possibili e soprattutto per poter parlare alle nuove generazioni. Allora avevo 77 anni, mi sono spazientito quasi subito e sono tornato alla mia penna biro, perché era un’amica più duttile e più comprensiva della mia impazienza.

Ho regalato il computer e mi sono fatto aiutare da alcuni esperti ai quali però devo ricorrere ad ogni pié sospinto e dei quali mi devo fidare. Pensate che un carissimo amico, per Natale di un paio di anni fa, mi ha regalato il “blog”, col quale potrei offrire il mio pensiero ad un numero sconfinato di persone. Con ciò non sono neanche mai riuscito a sapere cosa dico al mio “prossimo digitale” perché questo amico è stato costretto a scegliere lui i pezzi che lui ritiene più …..inerenti al mio pensiero e spulciando quindi dai miei scritti “mette in onda” quelli che lui ritiene più opportuni.

Faccio questa confessione perché i miei amici più giovani vengano a conoscenza degli “acciacchi segreti” della vecchiaia. Tante volte, specie quando mi occupavo del mensile “L’Anziano”, ho pubblicato dei bei pezzi che andavano sotto il titolo “Le beatitudini del vecchio”, in cui si diceva: “Beato colui che non dice al vecchio `questa cosa l’hai detta altre volte’, oppure beato chi mi parla forte perché sono duro d’orecchio…..” e si continuava ad offrire beatitudini a chi accettava i limiti propri della vecchiaia.

Se mi capiterà l’occasione aggiungerò anch’io una beatitudine: “Beato chi non mostra sorpresa quando sono impacciato col telefonino, quando non so adoperare il computer e perfino quando chi mi fa il piacere di farmi da portavoce sceglie lui, a piacimento, ciò che voglio dire.”

27.08.2013

La cappellana

Mia sorella Lucia, giovane pensionata del reparto di oculistica dell’Ospedale dell’Angelo di Mestre, mantiene praticamente i contatti tra me e don Roberto, il più giovane di noi sette fratelli, che fa il parroco a Chirignago. Il più vecchio e il più giovane della nostra famiglia sono ambedue preti, perciò oltre ai legami di affetto, abbiamo anche il “mestiere” in comune. Ci vogliamo bene, ci stimiamo, ma ci frequentiamo poco perché ambedue ci “tuffiamo” nella nostra attività pastorale pensando di non aver tempo da dedicare ad altre cose.

Pur avendo la parrocchia di don Roberto otto, novemila anime, il patriarca quest’anno ha ridotto a mezzo servizio il cappellano, avendolo assegnato agli uffici della curia per l’intera mattinata. Neanche per farlo apposta, sempre a don Roberto, è stata pure tolta una suora che si dedicava con passione e competenza al catechismo dei ragazzi. Mio fratello è stato quindi costretto a ridimensionare il suo impegno pastorale, tentando di sfrondare le attività meno importanti. Però, dopo questa revisione, gli è parso che ci fossero alcune attività che era opportuno non abbandonare.

Mia sorella Lucia mi ha portato il testo del discorso che don Roberto farà all’assemblea parrocchiale per presentare questo riordino. Tra i vari provvedimenti mi ha sorpreso e incuriosito una decisione che egli presenterà col suo stile che è spesso condito da un certo humour. Scrive don Roberto nel suo documento: “Ho deciso di assumere a tempo pieno direttamente, senza passare per la curia, una “cappellana”. Si tratta di una ragazza preparata ed aderente ad una congregazione religiosa laica, che ha deciso di mettersi totalmente a servizio della parrocchia”. Pare che mio fratello, non appena si libererà un appartamentino della parrocchia glielo assegnerà perché possa dedicarsi con più facilità al suo compito.

A parte la trovata della “cappellana”, credo che ormai sia già giunto il tempo di pensare a dei collaboratori laici, possibilmente preparati e motivati, che si dedichino a tempo pieno alla comunità e che questa si faccia carico del costo di questi nuovi e particolari discepoli di Gesù. A me è parsa una scelta saggia e innovativa, più concreta di certi fumosi e velleitari progetti. Comunque queste sperimentazioni le credo quanto mai utili per superare le gravi difficoltà che le parrocchie stanno affrontando a motivo della carenza di clero.

25.08.2013

Piccolo mondo antico

Qualche giorno fa don Gianni, il mio secondo successore nella chiesa arcipretale di Carpenedo, mi ha accompagnato a villa Flangini, la splendida villa sui colli asolani che una trentina di anni fa ho acquistato e restaurato per le vacanze estive degli anziani della parrocchia e della città.

Villa Flangini era l’antica dimora del cardinal Flangini, patriarca di Venezia che a metà `700 la fece costruire per le sue vacanze estive. Il restauro di questa villa veneta dalle nobili e sobrie linee architettoniche, mi ha impegnato fino allo spasimo, ma mi ha ripagato a iosa con mille ricordi cari e con esperienze indimenticabili. Per anni e anni si sono succeduti ogni quindici giorni, da giugno a settembre, gruppi di una cinquantina di anziani poveri. Don Gianni pare che, nonostante i suoi infiniti impegni, voglia ripensare ad una destinazione pastorale di questa perla dell’architettura e del paesaggio asolano. Questa villa mi è quanto mai cara perché custodisce tanti ricordi dolcissimi del mio recente passato. Avevo tanta paura di restare deluso tornando a rivederla. L’ho trovata bella come sempre, pur non avendo più quel tocco personale di buon gusto e di signorilità con le quali sempre ho tentato di impostare le strutture a cui ho dato vita. Quello però che mi ha sorpreso quanto mai è che la strada che avevo percorso mille e mille volte non sembra più quella dopo solamente dieci anni che non la percorrevo più. Non l’ho più riconosciuta e credo che se fossi stato io alla guida certamente mi sarei perso tra le rotonde e gli svincoli con i quali si inoltra nella Marca Trevigiana.

Lungo la strada poi ho piacevolmente conversato col nuovo giovane parroco di Carpenedo sulle problematiche d’ordine pastorale, avendo la sensazione che il discorso cordiale, franco e ricco di affetto e di stima tra un giovane ed un vecchio prete, sia qualcosa di veramente “regale”. Le due ore e mezzo sono passate velocissime e quanto mai piacevoli.

Infine ho capito da tutto il contesto, ma soprattutto dallo stile di don Gianni, che il mio “piccolo mondo antico” è bene che me lo cerchi e me lo coccoli solamente all’interno della mia memoria, perché ormai non c’è quasi più. Vedendo don Gianni che ogni tanto prendeva in mano il telefonino e dettava messaggi con quel “robino” scuro che teneva in mano e pareva quasi che tenesse a bada il mondo intero, mi ha fatto ulteriormente capire che io non appartengo quasi più al mondo di oggi.

20.08.2013

L’asso nella manica del buon Dio

Dopo le dimissioni di Papa Benedetto che, pur di umili origini, si è adeguato alla prassi, al costume e alle tradizioni abbastanza principesche del Vaticano, senza scossoni e senza rotture evidenti, inserendosi quasi naturalmente nel solco dei “Pontefici regnanti”, mai e poi mai avrei immaginato che il suo successore avrebbe “saltato il muro” in maniera così decisa e radicale dando un’immagine assolutamente inedita del successore di San Pietro.

Nella migliore delle ipotesi potevo sperare in una evoluzione lenta, quasi impercettibile, mentre invece le sorprese di Papa Francesco si susseguono una dopo l’altra con una rapidità assoluta e sorprendente e sempre in linea con uno stile veramente inaudito ed una radicalità evangelica che non solo stupisce, ma che mi lascia attonito e quasi stordito (pur uno come me che sono immerso nella vita della Chiesa).

Ho già scritto che dopo la morte di Papa Roncalli mi sono regalato un volumetto dal titolo “I fioretti di Papa Giovanni XXIII”. L’autore ha denominato “fioretti” le gesta e i comportamenti di quel pontefice e questo termine lasciava intendere: racconti verosimili, pie leggende, storie minori per devoti e vertevano poi sull’intero pontificato. Mentre i “fioretti” di Papa Francesco sono documentati da stampa e televisione e nel lasso di tempo solamente di un paio di mesi sarebbero più che sufficienti per un volume.

Questi fioretti che riguardano il mondo ecclesiale sono equiparabili alla bomba atomica, alla teoria dei Quanti, o all’avvento del mondo digitale per lo choc che stanno producendo sull’opinione pubblica. Ieri la stampa ci ha informato della doppia telefonata papale ad uno studente di Padova che gli aveva scritto una lettera. E – sorpresa nella sorpresa – : «Diamoci del tu, come amici!» Questa è l’ultima, ma le precedenti non sono meno radicali: dalla battuta «M’hanno pescato alla fine del mondo» alla richiesta di essere benedetto dalla folla prima di benedire a sua volta, alle scarpe grosse e nere da contadino; dalla tonaca bianca che lascia intravvedere i pantaloni, al salire in aereo con la borsa nera, all’affermare che il monsignore dello IOR non è stato messo in galera perché era devoto di santa Imelda…. e via di seguito!

Sarebbe quanto mai opportuno che qualcuno facesse la raccolta non dei “fioretti”, ma di queste nuove pagine di storia ecclesiale quanto mai documentabili.

Chi avrebbe mai pensato che la Divina Provvidenza avrebbe tirato fuori questo asso dalla manica? Io sono alle stelle perché, pur sognando molto di meno, spesso mi s’è accusato di essere irrispettoso verso l’autorità. Penso poi come faranno a sopravvivere cardinali, arcivescovi, vescovi, monsignori, arcipreti, prelati, cavalieri del Santo Sepolcro, commendatori e chi più ne ha più ne metta!

15.08.2013