“Cacca d’artista”

Qualche giorno fa una fedele di una parrocchia di Mestre mi ha portato il bollettino parrocchiale della sua comunità, il nome della quale non ritengo opportuno riportare. Nel numero di domenica 25 agosto di questo bollettino è inserito, sotto il titolo “La biennale di don Armando”, il trafiletto che trascrivo integralmente perché i lettori de L’Incontro, che spesso mi manifestano una certa stima, abbiano un elemento in più per farsi un giudizio più obiettivo sulla mia persona e su quanto vado scrivendo.
Il trafiletto non è firmato e quindi è evidente che l’autore è il parroco. Eccovi l’articolo.

La Biennale di don Armando
C’era nel Gazzettino del 10 Agosto, accanto all’articolo dei monsignori di Curia retrocessi al livello di don, un lungo articolo, tratto dal suo melenso foglietto settimanale, su quanto don Armando Trevisiol pensava intorno alla biennale di Venezia. Anche se non l’avete letto certamente immaginate cosa può aver detto don Armando sulla biennale: peste e corna. Non ha fatto altro che straparlare sulla mostra, che certamente da molti anni dà lustro a Venezia, senza probabilmente averla mai vista di persona. Varrà la pena di ricordare che quest’anno è presente anche la Santa Sede per l’opera intelligente che sta svolgendo nel campo della cultura il card. Ravasi. Leggendo l’articolo di don Armando mi è venuta in mente la famosa frase latina “Sutor, ne ultra crepidam” (Calzolaio, non andare oltre la scarpa). La frase circolava all’inizio dell’impero romano ai tempi di Augusto ed ho impressione che se ne trovi traccia in Plinio (non ricordo se si tratti del Vecchio o del Giovane). La frase era attribuita al grande artista greco Apelle che, dopo aver fatto un’opera pittorica, la esponeva e si nascondeva dietro l’opera stessa per raccogliere le eventuali critiche di quanti passavano e osservavano il quadro. Un giorno raccolse le critiche di un calzolaio che aveva criticato la calzatura del personaggio rappresentato; Apelle rimediò alla calzatura e riespose il quadro. Il giorno dopo Io stesso calzolaio ripassò e, dopo essersi gloriato della critica accolta, cominciò a criticare altre parti della figura rappresentata nel quadro; a quel punto Apelle venne fuori da dietro il quadro dicendo al calzolaio la frase sopra riportata: “calzolaio, te ne intendi di scarpe ma non di altre cose”. Vorrei ripetere a don Armando la celebre frase latina parafrasata con l’opportuna variante: “Don Armando, te ne intendi di costruzioni per anziani e per questo ti sei acquistato onore e gloria, ma non strafare, non parlare di cose su cui dovremmo tutti impegnarci per un dialogo fecondo tra fede cristiana e mondo della cultura e dell’arte”.

Chi legge “L’Incontro” di certo saprà le innumerevoli volte in cui ho confessato che non sono laureato, che non ho un solido retroterra culturale perché nella mia vita da prete ho fatto sempre “il manovale”, essendomi sempre impegnato nel campo dei giovani, dei poveri, della scuola elementare, dei vecchi, degli ammalati e dei bambini. L’occupazione di più alto livello culturale è stata quella di aver fatto, con un certo successo, il consulente ecclesiastico dei maestri cattolici, ho insegnato per più di 15 anni alle magistrali e al Pacinotti. Nonostante questo ho trovato modo di pubblicare una trentina di volumi.

Per quanto poi riguarda l’arte, ho dato vita alla galleria “La Cella”, nella quale sono state allestite più di quattrocento mostre. A Villa Flangini abbiamo organizzato parecchi incontri e seminari per artisti. Sempre quando ero parroco, abbiamo dato vita a dodici biennali d’arte sacra a tema. Attualmente gestisco, assieme ai miei collaboratori, la più grande pinacoteca di Mestre, con l’esposizione, nei Centri don Vecchi, di circa 1500 opere. A Marghera ho pure dato vita ad una seconda galleria d’arte, la “San Valentino”, nella quale, allo stato attuale, si sono allestite più di 60 mostre e abbiamo già dato vita a due biennali d’arte sacra. Con questo curriculum pensavo di aver un qualche motivo per esprimere un giudizio critico su certe aberrazioni che io ritengo non abbiano nulla a che fare con quella realtà che finora è chiamata arte.

Infatti a questo proposito ho letto che un artista di fama, Piero Manzoni, è diventato famoso perché “sigillò le proprie feci in 90 barattoli di conserva, ai quali applicò un’etichetta con la scritta «merda d’artista» in italiano, inglese (Artist’s shit), francese (Merde d’Artiste) e tedesco (Künstlerscheiße). Sulla parte superiore del barattolo è apposto un numero progressivo da 1 a 90 insieme alla firma dell’artista. Manzoni mise in vendita i barattoli di circa 30 grammi ciascuno ad un prezzo pari all’equivalente in oro del loro peso”».

Se però il mio collega laureato apprezza questo tipo di artisti s’accomodi pure, mentre io continuerò a rimanere “ciabattino”.

28.08.2013

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