Ad ognuno il suo

Talvolta mi capita di dover masticare amaro a causa di certe insinuazioni e talvolta pure di qualche giudizio malevolo che mi arriva da parte di alcuni colleghi o di qualche concittadino che ha poca fiducia nei preti. Il colmo l’ha raggiunto un giornalista de “Il Gazzettino” che, circa due anni fa, ha scritto che in città io sono noto come un affermato “palazzinaro”. In altra occasione c’è stato qualche altro che però, con più benevolenza, mi ha chiamato “l’imprenditore di Dio”.

Io so invece di essere solamente un povero diavolo che ha sempre tentato di aiutare il suo prossimo, come credo dovrebbe fare ogni cristiano e soprattutto ogni prete. Mi sono sempre arrabattato per aiutare i poveri. Forse questa sensibilità mi è arrivata dall’esser nato in una famiglia assai modesta, o forse dalle letture che ho fatto: non ho mai nascosto infatti che il mio punto di riferimento ideale, come prete, è stato don Mazzolari, sacerdote che nel nostro tempo credo sia stato uno dei più significativi testimoni in questo settore.

Devo anche dire, per onestà, che i discorsi sulla “carità”, come virtù soprannaturale, li ho sempre ritenuti “aria fritta”. Credo soprattutto alla solidarietà che diventa struttura o servizio, quella che sporca le mani e che si paga di tasca propria; quella che invece vola sopra le nubi la lascio ai mistici o, peggio, agli imbonitori.

Sono pure convinto che uno che vuol fare qualcosa di bene deve porsi un obiettivo ben definito e a quello deve tendere senza lasciarsi sviare da altri obiettivi più apprezzabili ed urgenti.

In questi ultimi vent’anni lo scopo di tutti i miei sforzi è stato il domicilio per gli anziani poveri e in disagio abitativo, ma non vi so dire quante e quali sono state le spinte per allargare il campo e per inserirvi situazioni e tipi di povertà diverse. Le assistenti sociali, i funzionari comunali o le persone dal cuore tenero, ma che non intendono sporcarsi le mani, spesso insistono per inserire nelle strutture che abbiamo pensato per questa categoria di persone, anche altri elementi che hanno fatto esperienze diverse e che sono andate a finire all’asilo notturno o che hanno girovagato da un alloggio all’altro lasciando “buchi” con i proprietari i quali hanno affittato la loro casa.

L’inserimento, spesso “sostanzialmente coatto”, di questi personaggi, è sempre stato un buco in acqua, mettendo a disagio i residenti per i quali abbiamo destinato i nostri attuali 315 alloggi protetti.

Io sono più che mai convinto che la società e la Chiesa debbano in qualche modo farsi carico anche dei senza fissa dimora per “vocazione”, per scelta o per la loro struttura mentale, però per questa gente si deve pensare a strutture che tengano conto di questa loro condizione esistenziale. Se ho ancora qualche anno di vita mi piacerebbe quanto mai tentare un’esperienza di questo genere, per ora però devo limitarmi alla nuova tipologia di alloggi per chi si trova in perdita di autonomia fisica.

26.09.2013

Ho sbagliato e sono contento!

Normalmente, quando uno sbaglia in una sua valutazione, rimane amareggiato, quasi deluso di se stesso. Almeno a me capita così! Però ultimamente, di fronte a certi eventi di ordine politico, ho avuto una reazione opposta; infatti sono stato felice di aver sbagliato.

So di aver affermato, e non una sola volta, che dopo la chiusura per vecchiaia della Democrazia Cristiana, i cattolici che si erano spalmati nei vari partiti di centrodestra e di centrosinistra mi avevano profondamente deluso. Ero convinto che su valori autenticamente cristiani, sia che essi militassero da una parte che dalla opposta sponda, si sarebbero trovati d’accordo ed avrebbero fatto fronte comune indipendentemente dalla disciplina dei relativi partiti. M’era però parso che le cose non andassero così e che invece essi si fossero fatti fagocitare dalla mentalità, dalle scelte ideali degli opposti schieramenti e si fossero ridotti ad essere solamente dei porta acqua della destra o della sinistra.

Le ultime complesse e controverse vicende del nostro Paese mi hanno invece fatto comprendere che i cattolici rosa o azzurri, in realtà sono diventati evangelicamente “lievito” sia da una parte che dall’altra. E se, in qualche modo, l’Italia ha, nonostante tutto, un governo, lo dobbiamo ai cattolici che militano negli opposti schieramenti e che, seppur con fatica, sono riusciti a proporre e forse anche ad imporre uno stile di relativo rispetto, di comprensione e di collaborazione, nonostante gli orientamenti di fondo tanto diversi.

Non mi pare che lo “zoccolo duro” dei rispettivi partiti sia totalmente messo fuori gioco, però sicuramente è stato costretto all’angolo e messo in minoranza. Ho la sensazione che i cattolici in politica, in questi ultimi vent’anni di diaspora della vecchia “casa comune”, siano riusciti a spostare pian piano l’asse ideologico e comportamentale dei due maggiori orientamenti politici. Questo risultato non è proprio poco, anche se c’è ancora tanta strada da fare per arrivare ad una politica di dialogo, di confronto e di una dialettica costruttiva.

Mi pare che all’orizzonte del Paese siano comparsi, con funzioni non marginali, ma anzi di primo piano, alcuni cristiani seri, credibili e capaci, che non hanno nulla da spartire con la vecchia nomenclatura dei rispettivi partiti, quasi sempre faziosa, intransigente e polemica.

A livello politico io, che mi sono sempre considerato un uomo della strada – quindi ben lontano dai politici di professione – ho la sensazione che gli uomini come Monti, Letta, Alfano, Renzi e tanti altri, pur con i loro limiti e le difficoltà del momento, facciano onore alla loro matrice cristiana, siano credibili ed offrano speranza almeno agli italiani non settari. Di questo ringrazio il Signore e la sua Chiesa.

11.10.2013

La ricchezza del prete

Io sono e resterò, tutto sommato, un uomo di chiesa e della mia Chiesa. Anche se a qualcuno forse posso sembrare talvolta critico, severo e perfino duro nei riguardi di certi fatti, di certi personaggi o comportamenti che si incontrano all’interno di essa e che a mio umile parere non sono coniugabili col messaggio evangelico, amo profondamente la mia Chiesa, l’ammiro appassionatamente e sono deciso a spendermi tutto per essa.

I miei profeti, ai quali sono quanto mai legato – don Mazzolari, don Milani, La Pira, Madre Teresa, padre Turoldo e tanti altri – sono per me, anche a questo riguardo, dei fari e dei punti sicuri di riferimento in questo mondo tempestoso in cui tutti noi, fedeli e preti, siamo bombardati da mille messaggi contrastanti.

La mia preoccupazione però rimane sempre quella, che noi sacerdoti corriamo il pericolo di diventare gestori di piccole comunità di credenti mediante la celebrazione, seppur corretta ed attenta, di riti religiosi, mentre per me – ma credo anche per tantissimi altri – il prete deve diventare il custode e il dispensatore di valori autentici, di una lettura positiva della vita che vinca quel nichilismo oggi imperante che svuota l’esistenza dell’uomo di significato e di perché.

In questi giorni, vedendo tanta gente vivere alla giornata, rassegnata, senza sogni e senza ideali, quasi condannata a vivere, mi sono tornate in mente le parole di due preti che sono esattamente in controcorrente e che danno motivazioni forti ai sacerdoti di oggi che talvolta sembrano dei perdenti come il parroco del villaggio di cartone di Olmi.

Il primo è il prete del romanzo di Bernanos “Il curato di campagna” che afferma: «Poco importa che vesta da beccamorto, ma io posseggo la speranza e ve la donerei per niente se voi me la chiedeste!» Quanta ebbrezza provo quando, nella mia povera chiesa prefabbricata, posso dire ai fedeli che stanno accanto alla bara di un loro caro: «Il vostro caro vive, ha già recuperato tutta la sua ricchezza umana e s’incontra col Padre che, abbracciandolo, gli dice “entra e facciamo festa!”». Sono così felice di poter affermare che la vita ha significato, che c’è una méta, che c’è una risposta a tutte le nostre attese! Sarei un perduto ed un disperato se non potessi donare queste certezze.

Il secondo è don Zega, il direttore di Famiglia Cristiana, morto due anni fa, che in occasione del suo cinquantesimo di sacerdozio, disse ai suoi fedeli:«Noi preti oggi abbiamo il grande e splendido compito di parlare alla nostra gente della `tenerezza di Dio’».

Il Signore ci parla attraverso la natura, gli incontri, gli eventi, la Bibbia e ci parla col cuore caldo di padre che capisce, perdona ed ama anche, se come il prodigo arrischiamo di sperperare quel magnifico dono che è la vita.

Oggi ci sono pochi giovani che scelgono di fare il prete, però se incontrassero sacerdoti che vivono in maniera entusiasta e radicale il messaggio evangelico, penso che sarebbero molti di più.

10.10.2013

Le reliquie del domani

Ho terminato di leggere, circa due mesi fa, un volume scritto dal padre scolopio Ernesto Balducci. In questo volume, “L’uomo planetario”, il religioso fiorentino analizza le principali religioni, mettendo l’accento sulla loro evoluzione storica e affermando che più o meno ognuna, sollecitata dallo sviluppo della scienza e della cultura, tende ad adeguarsi alle mutazioni culturali e sociali ove essa vive.

Soprattutto il Balducci sostiene che, a motivo della globalizzazione dei rapporti, che sta facendo del mondo un “villaggio globale”, l’incontro fra le varie religioni, così come avviene per il linguaggio, per i costumi e per il modo di vivere, finisce per creare una osmosi ed un meticciato spirituale che determina tra esse un minimo denominatore comune.

Fin qua mi pare che l’analisi sia razionale e il risultato alla lunga positivo, tale da realizzare praticamente quell’ecumenismo del quale si parla molto e verso cui si tende da almeno un secolo. Però padre Balducci si spinge più oltre, ipotizzando che questo incontro e questa comunione finirà col produrre un risultato quanto mai positivo, ossia tutte le religioni, pur mantenendo le usanze e i propri riti, finiranno per convergere e proporre come risultato di questo incontro esistenziale un’unica morale ed una proposta religiosa comune, tendente a promuovere un mondo solidale.

Questa utopia mi pare alquanto lontana e difficile da raggiungersi, anche se un supporto religioso comune fra tutti i popoli faciliterebbe di certo una convivenza più pacifica e solidale. Questa tesi di fondo come cristiano mi fa sognare e sperare che anche il cristianesimo possa in futuro essere arricchito dai costumi religiosi della negritudine, più pensoso e contemplativo dal mondo indù, più convinto e radicato nella vita e nella società dall’islamismo. Ogni religione ha certamente degli apporti positivi da offrire, come la mia Chiesa, che con convinzione ritengo la più adeguata alle attese e alle esigenze dell’uomo di ogni tempo e di ogni terra, ha molto da offrire agli altri modi di credere e di tradurre la fede in vita.

Da ragazzo fui folgorato dalla tesi del Cronin che nel suo “Le chiavi del Regno” afferma che molte, anche se diverse, sono le strade che portano al Regno. Ora mi pare che Balducci aggiunga che si intravede che è legittimo sognare che questi pellegrini dell’eternità possano condividere la fatica della ricerca e darsi una mano nel tempo del percorso verso la meta comune.

09.10.2013

“Le chiavi del Regno”

Origene, uno dei più grandi scrittori ecclesiastici della Chiesa antica, sosteneva che, pur esistendo l’inferno, nessuno ne sarebbe stato rinchiuso perché gli pareva assurdo che il sacrificio di Gesù, Figlio di Dio, non riuscisse a portare a salvezza ogni uomo, per quanto perduto.

Questa tesi non fu condivisa da tanti teologi e soprattutto da tanti mistici (ci fu infatti perfino una santa che, in base ad una presunta visione, disse che le anime che andavano all’inferno erano tanto numerose quanti i fiocchi di neve che cadono durante una grande nevicata). La tesi di Origene fu ripresa qualche decennio fa da Papini, il famoso poeta fiorentino convertitosi in età matura.

Io che non sono né un teologo né un mistico, ma semplicemente una povera creatura che ama e crede nel Dio fattoci conoscere da Gesù, con grande semplicità e fiducia sono più vicino ad Origene e a Papini che ai predicatori che ho ascoltato nella prima infanzia, preti e frati che sembravano degli specialisti degli altiforni dell’inferno e parlavano, con dovizia di particolari, delle pene infernali.

Ho già detto, adoperando solamente il sentimento e il cuore, che penso che Pannella si guadagni un posto in prima fila in Paradiso per le sue campagne e per le innumerevoli quaresime a favore della legalità, degli aiuti al Terzo mondo, della “giustizia giusta” e, più recentemente, per la questione del sovraffollamento delle carceri e soprattutto per una giustizia che sia veramente impostata per il recupero e per la redenzione dell’uomo e non solo per una detenzione disumana.

In quest’ultimo tempo poi sto pensando che pure il buon Napolitano, cresciuto alla scuola delle Botteghe oscure e che ebbe per compagni di classe Togliatti, Paglietta, Ingrao, Longo e via di seguito, stia conquistandosi “le chiavi del Regno” con scelte decise e coerenti al messaggio evangelico, prima accettando la croce pesante della presidenza della Repubblica nonostante l’età che gli avrebbe dato diritto ad una meritata e serena pensione, poi portando pazienza con dei parlamentari che più litigiosi e arroganti di così non se ne potrebbero trovare, infine invitando il Parlamento a mettersi una mano sul cuore per rendere le sentenze più rapide. Ci sono infatti migliaia e migliaia di cittadini in carcere per mesi prima del processo e tutti gli altri, pur condannati, che vivono in condizioni terribili per sovraffollamento.

Da ragazzo lessi “Le chiavi del Regno” in cui Cronin afferma che per arrivare al Regno ci sono infinite strade. Ora mi viene da pensare che sono sempre più numerosi i concittadini che scelgono strade alternative a quella indicata dalla Chiesa e mi pare che procedano anche con sicurezza e rapidità verso il “Regno”. Vuoi vedere che Origene prima, e Papini poi, avevano ragione!

08.10.2013

San Francesco

Ho sempre ammirato ed amato san Francesco. Mi è caro il poverello di Assisi forse perché lo conosco più degli altri santi, quali san Paolo, san Benedetto, sant’Agostino, san Domenico, san Francesco Saverio, che pur mi sono tanto cari e ritengo i miei grandi maestri e i miei punti più sicuri di riferimento.

Del santo di Assisi ho letto una splendida biografia del Magni, un’opera di solido impianto storico, ma ricca di poesia e di quell’incanto dolcissimo e insuperabile proprio del paesaggio dell’Umbria verde. Ho letto un altro bel volume di Maria Sticco, un libro dalla narrazione più asciutta e puntuale, che fa emergere il fraticello semplice e luminoso ma capace di incantare le anime di ogni tempo e di proporre una rivoluzione di tipo esistenziale tra le più radicali e in linea con il messaggio di Gesù. Ma soprattutto ho letto i fioretti di san Francesco e mi sono deliziato della lettura del Cantico delle Creature: pura poesia, preghiera pura e contemplazione sublime del creato.

Di san Francesco ho pure visto alcuni film, uno più bello dell’altro, ma soprattutto porto nel cuore la soavità di “Fratello sole e sorella luna” che, da quando è uscito una trentina di anni fa, mi ha offerto una splendida cornice ed un’atmosfera armoniosa e gentile da cui emerge la figura sublime del santo, ricco di povertà e di amore per Dio e le sue creature.

Quest’anno ho celebrato la messa di san Francesco a Ca’ Solaro, il piccolo e umile borgo ai confini della nostra città, un borgo fatto di gente semplice e buona. Alle 18 si è aperta la chiesetta linda ed accogliente, l’altare con le tovaglie bianche che odoravano di bucato e i fiori freschi di questo nostro dolce autunno appena colti nell’orto di casa. La gente – vecchi, donne, qualche ragazza – sono entrati a piccoli gruppetti in chiesa per pregare il Signore.

Mentre guardavo questa cara gente prendere posto nei banchi, mi pareva di vedere il povero popolo di “Fratello sole e sorella luna” che saliva dalla larga vallata verde a portare doni per la preghiera nella chiesa di San Damiano appena ricostruita da Francesco e dai suoi compagni.

Al Vangelo parlai al piccolo gruppo di fedeli – una trentina in tutto -ispirandomi al “cantico”, dicendo loro, che ogni fiore per quanto umile, ognuno dei loro animali domestici, i campi col grano maturo, i grandi platani che segnano i bordi della loro strada, il cielo aperto e la terra da cui traggono sostentamento, rappresentano per ciascuno di loro una parola ed una carezza di Dio.

Il Signore forse privilegia e “parla” con più frequenza ed in maniera più convincente a questa umile e cara gente che vive in un piccolo borgo solitario ai margini della città.

06.10.2013

“La governante”

Nota: questo commento è stato scritto ai primi di ottobre. La signorina Rita è mancata poche settimane dopo.

Un paio di giorni fa sono stato al “Nazaret” di Zelarino a far visita alla mia vecchia perpetua. In verità in parrocchia io la presentavo sempre come la mia “governante”, sia perché mi pareva un termine più elegante per indicare la persona che non solo accudiva, ma faceva da anfitrione in casa, sia anche perché Rita (così si chiamava la mia più diretta collaboratrice a livello di canonica), per indole era portata a gestire le cose con un piglio deciso che non permetteva deroghe.

Trovai Rita in carrozzina, nel vasto soggiorno della casa di riposo per non autosufficienti gestita dall’Opera Santa Maria della Carità, in una sala ordinata e pulita ed abitata da sei, sette donne anziane pure in carrozzella, solitaria e misteriosa. Della Rita di un tempo non ho trovato che gli occhi lucidi e luminosi ed un sorriso appena accennato, mentre la voce era talmente flebile che non riuscii ad afferrare neppure una parola.

Questo incontro mesto e rassegnato mi fece tornare in mente quando, più di quarant’anni fa, andai nel suo appartamentino in Riva dell’Osellino che le serviva come casa e come laboratorio da sarta e le chiesi se voleva venire con me nella parrocchia a Carpenedo. Mi avevano appena chiesto di fare il parroco di quella parrocchia. Lei, che era stata presidente della gioventù femminile dell’Azione Cattolica di Santo Stefano a Venezia, mi disse subito di si. Io non possedevo allora neppure un cucchiaio o un bicchiere; caricammo le sue povere masserizie su un furgoncino della San Vincenzo ed aprimmo casa nella canonica grande ma disastrata, tanto che la cucina aveva per tetto un telo di nylon color verde.

Rita aveva appena 50 anni, io 42. E ci buttammo a capofitto in quell’impresa pressoché impossibile, nei tempi perfidi ma esaltanti della contestazione. I compiti che lei doveva svolgere erano pressoché universali: fare le pulizie, fare da segretaria, telefonista, arredatrice, sorvegliante dei ragazzi, organizzatrice dei volontari a servizio in Patronato, al Ritrovo anziani, all’asilo, alla Malga dei Faggi, a Villa Flangini e qualsiasi altra impresa pastorale. Ci fu persino un tempo in cui funzionò anche da tecnico a Radiocarpini.

Io, onestamente, non mi sono mai risparmiato, ma neppure a Rita ho risparmiato qualcosa. Per dare un compenso per questa molteplicità di servizi ho sempre delegato il buon Dio. Non so che cosa Egli le abbia dato o le darà, ma io di certo nulla, se non pretese. Alla fine della mia carriera parrocchiale le ho offerto al “don Vecchi”, a pagamento, un appartamentino di 30 metri quadri.

Rita, avvertendo che non avevo più bisogno di lei, compiuti gli ottant’anni e fino ai novanta, si è impegnata ad aiutare don Paolo presso la parrocchia di San Nicolò dei Mendicoli a Venezia. Ora era lì, un mucchietto di ossa, a ricordarmi tanti anni intensi ed agitati, vissuti per servire la Chiesa ed un parroco esigente, ad attendere ora l’incontro con quel Signore che di certo le darà il saldo per un servizio svolto con estrema generosità.

Mi congedai con una carezza leggera sui capelli; non le diedi neppure un bacio perché tra noi c’è sempre stato tanto pudore da non permetterci neppure il più delicato segno di affetto. Un tempo penso fosse così per tutti i vecchi parroci e le loro perpetue.

04.10.2013

L’incontro

Una delle mie vecchie alunne delle magistrali, conoscendo le mie simpatie e i miei orientamenti pastorali, mi ha regalato il numero di “Repubblica” di due giorni fa. Il quotidiano ha dedicato la prima pagina e gran parte della seconda all’incontro tra Eugenio Scalfari, il fondatore di questo giornale – uomo che non fa mistero del suo ateismo – e Papa Francesco.

Confesso che mi sono letteralmente commosso alla lettura della lunga intervista con cui Scalfari racconta, con impareggiabile maestria ed umanità, il suo dialogo col Papa. Dovrei impiegare tutte le dodici pagine de “L’Incontro” per descrivere la commozione interiore e l’ebbrezza spirituale che ho provato leggendo questo singolare colloquio, così profumato di sincerità e di calore umano, tra due personalità tanto diverse ma, nel contempo, tanto simili.

Mi soffermo soltanto sul motivo, forse più banale, per il quale ho trovato tanto conforto e letizia interiore leggendo l’intervista di Scalfari e le risposte precise, pulite, ma dirompenti di Papa Francesco. Mi vergogno quasi di rivelarlo tanto è intimo e personale, ma confesso che uno dei drammi più amari nei miei quasi sessant’anni di sacerdozio è sempre stata la solitudine ideale all’interno della mia, pur amata, Chiesa. Mi sono sempre sentito solo; poche volte ho avvertito il conforto della condivisione con i fratelli di fede, ma soprattutto con i preti, miei colleghi. Quanto spesso ho penato dentro di me avvertendo che quasi nessuno dei miei confratelli condivideva la mia concezione di libertà di coscienza, del modo di essere obbedienti, di una Chiesa libera e povera, dell’impegno pastorale che privilegiasse i cosiddetti “lontani” e i poveri e non si fermasse alle altisonanti enunciazioni teoriche e soprattutto si sporcasse le mani sulle vicende dell’uomo vero.

Quante volte non ho sofferto in solitudine sentendomi circondato da una religiosità ridotta a cerimonia e a rito o da una comunità dall’impostazione gerarchica che spesso non lasciava quasi trapelare paternità e fraternità vera.

Quante volte ho avuto la sensazione che tanti mi pensassero spericolato e spregiudicato, perché ritenevano che camminassi sul ciglio dello spartiacque tra fedeltà e infedeltà alla comunità cristiana.

Le parole di Papa Francesco a Scalfari mi hanno dato un senso di liberazione, mi hanno offerto una Chiesa dal volto umano, mi hanno fatto sentire che insieme a tutti, ed ognuno con la propria individualità, si deve cercare e camminare verso i valori più alti della vita, che costituiscono per tutti la porta per entrare nel Regno.

01.10.2013

Le pecorelle smarrite

Domenica scorsa ho predicato, come tutti i preti cattolici di questo mondo, sulla pecorella smarrita. Interpretando ed analizzando il brano evangelico secondo la mia sensibilità (e cosa avrei potuto fare diversamente?). Credo però di non essermi discostato di molto da quello che han detto e dicono tutti i preti a proposito di questa parabola. Ho affermato alcune cose che oggi sono ovvie, ma che la gran parte dei preti non dicono. Ad esempio oggi non avviene più quanto ho letto sul volume che riporta la relazione della visita pastorale del Patriarca cardinal Flangini. Riguardo questa visita, fatta intorno alla metà dell’ottocento, si legge che i parrocchiani di San Marcuola o dei Carmini che non adempivano al precetto pasquale della confessione erano sette e quelli che non si comunicavano erano dodici.

Potrei sbagliarmi di qualche unità, ma non di molto, mentre nell’ultimo numero di “Gente Veneta”, in prima pagina, un titolo a cinque colonne apre un approfondito servizio sulla pratica religiosa nel nostro patriarcato dal tono “Sposarsi si (ma non in chiesa)”, con l’occhiello che specifica “meno di un matrimonio su due si celebra all’altare”. Ed io aggiungo “senza contare le convivenze”.

La scorsa settimana si scrisse, sullo stesso periodico, che su ogni dieci nati, due non sono battezzati. E qualche tempo fa si scriveva pure che la frequenza al precetto festivo superava di poco il 15 per cento, ossia su cento “credenti” 85 non vanno a messa tutte le domeniche. Di fronte a queste cifre, credo che anche il nostro Patriarca potrebbe, o forse meglio dovrebbe scrivere – come fece il cardinal Suar, arcivescovo di Parigi cinquant’anni fa – ai suoi preti e ai suoi quattrocentomila fedeli: “Venezia, Mestre, Mira, Jesolo, Caorle, Quarto d’Altino sono ormai terra di missione! Da rievangelizzare!”.

Ma, a differenza delle sessanta volte che nei miei sessant’anni di sacerdozio commentai questa parabola, ho aggiunto: «Come mai tanto zelo per recuperare l’unica pecora smarrita e tanta tranquillità nell’abbandonare le 99 rimaste sole? Questo comportamento può sembrare del tutto irrazionale? Che non sia che quella che se ne va è la migliore in assoluto? E che quelle che sono rimaste nel gregge siano state solamente apparentemente buone, fedeli e affezionate al pastore?».

Se osservo il comportamento e le scelte pastorali di Papa Francesco, il pastore delle periferie, dei profughi, dei “peccatori” o semplicemente di Scalfari, debbo concludere che egli pensa e si comporta non come noi pastori siamo abituati, ma come quello sconsiderato, imprudente ed irrazionale pastore descritto dal Vangelo.

Leggendo bene la Bibbia si possono fare anche delle scoperte: che i “vicini” potrebbero essere veri “lontani”. Così la pensava forse anche sant’Agostino quando disse: «Ci sono uomini che Dio possiede, ma la Chiesa non possiede ed altri che la Chiesa possiede, ma Dio non possiede!».

22.09.2013

Sono con Pascal!

Un signore dell’interland di Mestre, qualche giorno fa, mi ha mandato una e-mail chiedendomi un consiglio. Sarei stato felice di poterlo pubblicare ma lui, pur essendosi firmato e pur avendomi fornito il suo indirizzo, mi ha chiesto di non pubblicare la sua lettera, cosa che ritengo giusto fare. Comunque questa persona anziana, ma quanto mai lucida e che si dichiara credente, mi ha chiesto aiuto per questioni di fede. Sostanzialmente è rimasto estremamente turbato per la perdita, in un incidente stradale, di un congiunto molto giovane che gli era particolarmente caro.

Di primo acchito sarei stato tentato di lasciar perdere perché i quesiti che mi poneva erano molti ed estremamente impegnativi e avrebbero richiesto un discorso quanto mai lungo ed articolato, non tanto per dargli soluzioni certe ed apodittiche, ma perlomeno per inquadrare seriamente i problemi che mi poneva. Io poi diffido quanto mai delle “parole buone” e consolatorie, che ritengo luoghi comuni poco umani e poi, pur essendo per grazia di Dio credente, navigo io pure a vista in mezzo a mille dubbi e mille perplessità.

Confessai apertamente che non dispongo “pastigliette” per ogni problema religioso.

Questa è stata la mia prima reazione, ma poi, avendo appena appresa la notizia della lettera-risposta di papa Francesco a Scalfari, come avrei potuto io, ultimo suo suddito, non seguirne l’esempio? Presi la mia biro e gli scrissi tre cose che trascrivo, perché penso che potrebbero servire a tanti altri.

Primo. Ritengo che la vita sia un dono assolutamente gratuito e tale rimane se dura cent’anni o solo un minuto, perciò nessuno può pretendere nulla, ma solamente ringraziare.

Secondo. Dio sa fare il suo mestiere e soprattutto mi ama, perciò Lui sa meglio di me quello che è meglio per me e quindi quello che mi capita, anche se io non capisco, è sempre un dono e un atto di amore. Di ciò ho avuto esperienze personali, quindi l’atteggiamento più opportuno, doveroso e razionale è questo: “Signore, sia fatta la tua volontà!”.

Terzo. Sarebbe assurdo ed infantile pregare per far cambiare idea a Dio. Prego solamente per poter capire il messaggio che Dio mi manda in qualsiasi evento della mia vita e soprattutto per ottenere il coraggio di accettare la sua volontà.

Quarto. Io sono con Biagio Pascal che afferma: “Pur con Dio la vita rimane un mistero, ma senza Dio essa è un assurdo”. Molto umilmente, ma con molta convinzione, io aggiungo: “Senza Dio la vita non sarebbe solamente un assurdo, ma una beffa e io non potrei mai accettare di vivere un sol giorno da beffato!”.

Comprendo che queste risposte avrebbero bisogno di una elaborazione, ma io, per natura e per scelta, sono solito andare al nocciolo delle questioni.

21.09.2013

“Avanti tutta!”

E’ nota la favola, o la leggenda, intitolata “Aspettando Godot”. In sintesi si tratta di qualcuno, comunità o singolo individuo, che passa il tempo e consuma la vita aspettando un “non si sa chi” che dovrebbe arrivare a risolvere problemi incombenti. L’attesa però non è espressa da un momento particolare della vita o da una situazione congettuale, ma da un atteggiamento o da uno stato d’animo senza motivazioni razionali, solamente da una forma di inerzia, di paura di prendere posizione e di misurarsi, o forse solamente per quieto vivere, per non aver fastidi, e quindi per “tirare a campare”, senza fatica e senza rischi.

Più volte, e forse troppe, per i gusti di certi miei colleghi, ho denunciato l’immobilismo, la “pavidità”, l’inerzia, la mancanza di tentativi di un nuovo annuncio evangelico, di un tentativo della tanto declamata “nuova evangelizzazione”. E con questo non dico che per tutti sia così; vi sono parrocchie che sperimentano, che tentano e soprattutto che danno testimonianza di impegno in questo o in quel settore della pastorale, ma purtroppo ce ne sono tante, tantissime altre, che vivono nell’ormai consunta poltrona della tradizione, sonnecchiando e sperando, più o meno inconsciamente, l’arrivo di “Godot” che “faccia il miracolo” di risolvere, con un tocco di bacchetta magica, il costante arretramento e la fuga sempre più numerosa di “pecorelle smarrite” o deluse, o perfino in rivolta, insoddisfatte dell’offerta religiosa povera e stantia che vien proposta dalla loro comunità cristiana.

Ogni volta che scorgo nella seppur minima iniziativa, un atteggiamento nuovo, un tentativo di rompere “il guscio”, provo ebbrezza nel volerlo far conoscere, perché diventi traccia da seguire per chi è meno dotato di spirito di iniziativa, però ho la sensazione che siano ancor troppo rare queste testimonianze profetiche. Ora poi, con l’esempio discreto, ma deciso, continuato, di Papa Francesco, cade anche la scusa che certe prese di posizione siano contrarie alla tradizione, ai codici, ai sinodi o all’insegnamento apostolico, perché Papa Francesco ogni settimana fa saltare gli “steccati” e gioca sempre più, anzi sempre, “all’attacco” ignorando quasi la “difesa”.

Sono profondamente convinto che il cristianesimo e la Nostra Chiesa dispongano ancora di immense potenzialità e potrebbero vivere un momento “magico” estremamente favorevole alla proposta cristiana, forse non intesa come “conquista formale di territori, ma come “lievito” nei riguardi di una società che, come non mai, chiede speranza, valori e certezze. Mi verrebbe da adoperare il linguaggio marinaresco per dire a parroci e cristiani di ogni livello: “Avanti tutta!”.

20.09.2013

Perfino io!

Un tempo i buoni preti si facevano un dovere di leggere “L’osservatore romano”, il quotidiano della Santa Sede e del Papa. Ci deve essere stato un tempo – forse dopo un ritiro o un corso di esercizi spirituali – che per un anelito alla santità, anch’io ho sentito il dovere di prendermi il giornale del Papa. Il proposito durò poco tempo, perché pian piano nacque nel mio animo un senso di rifiuto: repulsione che col tempo diventò sempre più radicale.

Le foto delle beatificazioni di suore di due, trecento anni fa, con le loro tonacone e le cuffie di altri tempi, le pose, se non bigotte, perlomeno pietistiche, il riportare i discorsi interminabili e “teologici” del Papa, le cronache delle presentazioni dei vari ambasciatori presso la Santa Sede, mi resero il giornale sempre più indisponente sia per i contenuti che per l’impostazione grafica pesante e ottocentesca, che dava l’impressione di un vecchiume ecclesiastico da soffitta.

Il rifiuto crebbe a tal misura che quando un addetto alla diffusione del periodico mi telefonò per invitarmi all’abbonamento, rifiutai in maniera decisa, aggiungendo che il giornale dava “scandalo” e presentava una Chiesa che non aveva più nulla a che fare con la gente e perfino con i preti che la amano e la sognano viva, giovane e bella. Così finì il mio rapporto di un amore mai nato nei riguardi dell'”Osservatore romano”.

Senonché da qualche settimana un mio caro collaboratore liturgico, fedele devoto, che si è abbonato al periodico, mi passa quello della settimana prima che lui ha letto o che avrebbe desiderato leggere. Il giornale non è cambiato un granché, né si mette in competizione con i grandi periodici come “Repubblica”, “Il Corriere della sera” e neppure, perfino, con “Gente Veneta”, il giornale della diocesi veneziana, però si presenta con una veste povera, candida, pulita ed innocente, per cui desta quasi tenerezza, tanto che l’attuale “Osservatore romano” potrebbe competere, dal punto di vista di impostazione grafica, appena con “L’Incontro” – e non sarebbe proprio certo che la vincerebbe. E neppure per la varietà dei contenuti spazia troppo, però riporta fedelmente e senza commento i discorsi del Papa, che pur essi si presentano disarmati, disadorni e poveri, ma ricchi di semplicità e di un profondo afflato spirituale, come si diceva un tempo, tanto che anch’io, che un pizzico di anticlericalismo me lo porto nel sangue da sempre, leggo tanto volentieri e con edificazione e mi fa sempre almeno sognare e desiderare una Chiesa migliore.

Questa scoperta potrebbe rappresentare un altro apporto per il volume “I fioretti di Papa Francesco”, o meglio ancora un “miracolo” per la sua futura beatificazione.

19.09.2013

Competizione o guerra

Io non sono un grande sportivo e, meno ancora, un fanatico di qualsiasi sport, però talvolta seguo con qualche interesse le gare di ciclismo, quelle di atletica leggera e perfino gli incontri di box. Mi piace la competizione, lo sforzo di superare se stessi, perché la ritengo una prova che l’uomo ha delle meravigliose potenzialità che potrebbero diventare “ricchezza” per tutti se fatte emergere da quella ricca e profonda “miniera” che è il cuore e lo spirito di ogni persona.

Lo sport, che esige sempre disciplina, allenamento, fatica e coraggio, diventa per me motivo e stimolo per prendere coscienza che l’onestà, la generosità, l’altruismo, la solidarietà e – diciamo pure – la santità, esigono una ascesi continua, anche se faticosa. Confesso che sarei più felice se gli uomini del nostro tempo si impegnassero, a riguardo dei valori umani, con lo stesso rigore con cui gli atleti faticano tanto per guadagnare qualche decimo di secondo per vincere le gare sportive.

Dello sport, inoltre, mi piace soprattutto il fatto che gli atleti, pur spremendo ogni energia per vincere l’avversario, dopo la gara quasi sempre si trattano da amici. Porto nella memoria il bel gesto di Bartali e Coppi che sul Pordoi si sono scambiati la borraccia dell’acqua. Mi commuove e mi edifica quando dopo un match di box, in cui due pugili se le sono date di santa ragione, alla fine del combattimento si abbracciano come se non avessero ricevuto i fendenti l’uno dell’altro.

Mi spiace, mi addolora e mi delude, che la stessa cosa non avvenga mai in politica. Comprendo che lo scontro di idee possa essere talvolta forte e duro, ma non riesco ad accettare che quasi sempre i politici non si comportino da avversari ma, troppo spesso, da nemici, non risparmiandosi quasi mai l’insulto, la totale sfiducia, il rancore, lo spirito di odio e di vendetta che li rende poveri e meschini più degli uomini comuni, visto che essi sono spessissimo dotati di intelligenza particolare.

Le recenti vicende di Berlusconi, del PD, dei “Cinque stelle” e della Lega, mi hanno offerto uno spettacolo meschino e deludente. Non saprei proprio chi salvare!

La passione politica spesso è un fatto irrazionale, come quasi sempre è irrazionale fare il tifo per la Juventus piuttosto che per il Milan, ma comprendo di più il folklore e le battute colorite delle “curve”; condanno però, senza scuse, chi s’approfitta delle competizioni sportive per dar sfogo agli istinti più bruti, così non riesco a comprendere, anzi provo disprezzo, per chi si serve della politica per scopi interessati e lo fa con livore e cattiveria nei riguardi degli altri.

18.09.2013

“Il prodigo” di questa mattina

Anche oggi ho celebrato un cosiddetto “funerale di povertà”, ossia un commiato per il quale l’amministrazione comunale si fa carico della “cassa”, delle “carte” e dei vari balzelli che il Comune impone anche in occasione della morte e dall’altra il sacerdote prega il Signore senza aspettarsi “offerta” alcuna.

Veniamo al cofano, che è la cosa che più direttamente balza agli occhi. Un tempo era veramente indecente: quattro assi di abete inchiodati alla buona ed un po’ di mordente marron chiaro. Da qualche anno il Comune adoperava delle casse un po’ più decenti, anche se appena colorate di una tintarella che sapeva di miseria. Ora adopera una partita un po’ più dignitosa, ma con un coperchio piatto che dice chiaramente a tutti che dentro non ci può essere che un nullatenente.

Io, che per “mestiere” ho abbastanza dimestichezza con gli addetti alle pompe funebri, so che la loro bara meno costosa, ma migliore di quelle del Comune, costa dai 120 ai 140 euro. Ben s’intende nella cassa dei poveri non ci sono maniglie, imbottiture, crocifisso né zampe (un famigliare, questa volta, ha messo un mazzo di fiori sopra il cofano).

Normalmente il capo ufficio della Veritas, che è un uomo rispettoso della morte e che è colui che prende i contatti con me, mi fornisce il nome e cognome. Spesso non sa niente, neppure lui, del defunto che quasi sempre non ha famigliari. Questa mattina invece mi ha dato il numero del telefonino del fratello. Gli ho telefonato e lui mi ha raccontato il passato squallido del defunto. Il padre scappò in America quando erano ancora tanto piccoli, la madre se ne andò con un altro uomo. Uno dei fratelli fu mandato giù a Venezia all’Istituto Manin, che un tempo raccoglieva i trovatelli o gli orfani indigenti, e l’altro in un istituto diverso.

Il primo si salvò perché gli zii lo seguirono ed egli trovò lavoro e si fece una famiglia, mentre l’altro – quello per il quale questa mattina ho pregato e che ho affidato al Padre celeste – passò i suoi pochi anni tra la droga, i furti e il carcere, non trovando requie in alcun luogo neanche dopo morto, essendo rimasto in cella frigorifera per tanto tempo (perché l’iter dei funerali di povertà è sempre lungo e complesso), ma finalmente ha trovato pace sotto una croce bianca.

Sempre provo tenerezza per questi “rifiuti d’uomo” che la nostra società produce sempre più abbondantemente. Questa mattina però, avendo conosciuto questa triste storia, ne ho provata più di sempre e durante la messa d’esequie non ho fatto altro che sognare l’incontro col Padre, che domenica scorsa la parabole del Figliol Prodigo mi aveva già descritto. Così lo squallore di questa partenza solitaria si è trasformata in qualcosa di caro e di sereno.

16.09.2013

Perseverare

Il nostro vecchio patriarca, il cardinal Roncalli, parlava abbastanza di frequente della “santa perseveranza”, la virtù che accompagna l’uomo fino all’ultimo passo.

Qualche settimana fa “L’avvenire” ha pubblicato un bel servizio su Emilia Zucchetti, in occasione del compimento dei suoi centodieci anni di età. Questa anziana signora parlava con entusiasmo della sua terra, della sua famiglia, del suo lavoro, ma soprattutto della sua fede nel buon Dio.

I vecchi che mantengono entusiasmo, che rimangono attivi ed ottimisti e che continuano ad amare la vita, sono veramente delle persone belle e dei testimoni autentici del grande dono ricevuto dal Signore. Io conservo nel mio cuore delle bellissime immagini di vecchi. Ricordo di aver visto alla televisione Emma Gramatica recitare a novant’anni di età, ed era veramente meravigliosa e piena di fascino. Ricordo il cardinal Bevilacqua che tanti anni fa è venuto a parlare in seminario e conservo di questo vecchio prete, che parlava con fatica ma con grande entusiasmo e freschezza, un ricordo bellissimo e stimolante.

Io attualmente vivo tra tanti vecchi che vanno da un minimo di settant’anni ad un massimo di quasi cento. C’è, si, qualche bella persona, ma non troppe. Sono arrivato a pensare che i valori, gli ideali, i sogni, l’ottimismo e la bontà vanno curati con infinita pazienza e passione perché quando essi s’appannano fa veramente sera.

Mi confidava una cara signora di Firenze che aveva avuto una vita intensa, ma pure con tanti drammi: «Sapesse, don Armando, quanto faticoso sia vivere quando gli ideali non brillano più!». Per questo sono giunto alla conclusione che nella vita non bisogna sedersi, mettersi in pantofole ed in poltrona, ma sognare, progettare, reagire, partecipare, impegnarsi, perfino ribellarsi ma vivere!

Parecchi anni fa organizzai un incontro con i miei ragazzi di un tempo, ragazzi con i quali avevo percorso gli alti sentieri della montagna, bivaccato in tenda, discusso in maniera animata sui vari problemi della vita. Ormai tutti s’erano fatti una famiglia e avevano una professione. Posi loro questa domanda: «Ragazzi, che ne è dei sogni e dei progetti che mi avete confidato nella vostra adolescenza?». Era una domanda impegnativa e ognuno era un po’ imbarazzato nel rispondere. Qualcuno mi disse, deluso, che la vita reale è ben diversa da quella sognata, ma qualche altro aveva continuato a servire, in politica, nel sindacato o nel volontariato. Mi accorsi che avendo continuato a coltivare gli ideali questi erano ancora ricchi, ma soprattutto vivi, presenti e partecipi.

La perseveranza fa tagliare il traguardo ancora in piedi.

05.09.2013