“Il prodigo” di questa mattina

Anche oggi ho celebrato un cosiddetto “funerale di povertà”, ossia un commiato per il quale l’amministrazione comunale si fa carico della “cassa”, delle “carte” e dei vari balzelli che il Comune impone anche in occasione della morte e dall’altra il sacerdote prega il Signore senza aspettarsi “offerta” alcuna.

Veniamo al cofano, che è la cosa che più direttamente balza agli occhi. Un tempo era veramente indecente: quattro assi di abete inchiodati alla buona ed un po’ di mordente marron chiaro. Da qualche anno il Comune adoperava delle casse un po’ più decenti, anche se appena colorate di una tintarella che sapeva di miseria. Ora adopera una partita un po’ più dignitosa, ma con un coperchio piatto che dice chiaramente a tutti che dentro non ci può essere che un nullatenente.

Io, che per “mestiere” ho abbastanza dimestichezza con gli addetti alle pompe funebri, so che la loro bara meno costosa, ma migliore di quelle del Comune, costa dai 120 ai 140 euro. Ben s’intende nella cassa dei poveri non ci sono maniglie, imbottiture, crocifisso né zampe (un famigliare, questa volta, ha messo un mazzo di fiori sopra il cofano).

Normalmente il capo ufficio della Veritas, che è un uomo rispettoso della morte e che è colui che prende i contatti con me, mi fornisce il nome e cognome. Spesso non sa niente, neppure lui, del defunto che quasi sempre non ha famigliari. Questa mattina invece mi ha dato il numero del telefonino del fratello. Gli ho telefonato e lui mi ha raccontato il passato squallido del defunto. Il padre scappò in America quando erano ancora tanto piccoli, la madre se ne andò con un altro uomo. Uno dei fratelli fu mandato giù a Venezia all’Istituto Manin, che un tempo raccoglieva i trovatelli o gli orfani indigenti, e l’altro in un istituto diverso.

Il primo si salvò perché gli zii lo seguirono ed egli trovò lavoro e si fece una famiglia, mentre l’altro – quello per il quale questa mattina ho pregato e che ho affidato al Padre celeste – passò i suoi pochi anni tra la droga, i furti e il carcere, non trovando requie in alcun luogo neanche dopo morto, essendo rimasto in cella frigorifera per tanto tempo (perché l’iter dei funerali di povertà è sempre lungo e complesso), ma finalmente ha trovato pace sotto una croce bianca.

Sempre provo tenerezza per questi “rifiuti d’uomo” che la nostra società produce sempre più abbondantemente. Questa mattina però, avendo conosciuto questa triste storia, ne ho provata più di sempre e durante la messa d’esequie non ho fatto altro che sognare l’incontro col Padre, che domenica scorsa la parabole del Figliol Prodigo mi aveva già descritto. Così lo squallore di questa partenza solitaria si è trasformata in qualcosa di caro e di sereno.

16.09.2013

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