“La governante”

Nota: questo commento è stato scritto ai primi di ottobre. La signorina Rita è mancata poche settimane dopo.

Un paio di giorni fa sono stato al “Nazaret” di Zelarino a far visita alla mia vecchia perpetua. In verità in parrocchia io la presentavo sempre come la mia “governante”, sia perché mi pareva un termine più elegante per indicare la persona che non solo accudiva, ma faceva da anfitrione in casa, sia anche perché Rita (così si chiamava la mia più diretta collaboratrice a livello di canonica), per indole era portata a gestire le cose con un piglio deciso che non permetteva deroghe.

Trovai Rita in carrozzina, nel vasto soggiorno della casa di riposo per non autosufficienti gestita dall’Opera Santa Maria della Carità, in una sala ordinata e pulita ed abitata da sei, sette donne anziane pure in carrozzella, solitaria e misteriosa. Della Rita di un tempo non ho trovato che gli occhi lucidi e luminosi ed un sorriso appena accennato, mentre la voce era talmente flebile che non riuscii ad afferrare neppure una parola.

Questo incontro mesto e rassegnato mi fece tornare in mente quando, più di quarant’anni fa, andai nel suo appartamentino in Riva dell’Osellino che le serviva come casa e come laboratorio da sarta e le chiesi se voleva venire con me nella parrocchia a Carpenedo. Mi avevano appena chiesto di fare il parroco di quella parrocchia. Lei, che era stata presidente della gioventù femminile dell’Azione Cattolica di Santo Stefano a Venezia, mi disse subito di si. Io non possedevo allora neppure un cucchiaio o un bicchiere; caricammo le sue povere masserizie su un furgoncino della San Vincenzo ed aprimmo casa nella canonica grande ma disastrata, tanto che la cucina aveva per tetto un telo di nylon color verde.

Rita aveva appena 50 anni, io 42. E ci buttammo a capofitto in quell’impresa pressoché impossibile, nei tempi perfidi ma esaltanti della contestazione. I compiti che lei doveva svolgere erano pressoché universali: fare le pulizie, fare da segretaria, telefonista, arredatrice, sorvegliante dei ragazzi, organizzatrice dei volontari a servizio in Patronato, al Ritrovo anziani, all’asilo, alla Malga dei Faggi, a Villa Flangini e qualsiasi altra impresa pastorale. Ci fu persino un tempo in cui funzionò anche da tecnico a Radiocarpini.

Io, onestamente, non mi sono mai risparmiato, ma neppure a Rita ho risparmiato qualcosa. Per dare un compenso per questa molteplicità di servizi ho sempre delegato il buon Dio. Non so che cosa Egli le abbia dato o le darà, ma io di certo nulla, se non pretese. Alla fine della mia carriera parrocchiale le ho offerto al “don Vecchi”, a pagamento, un appartamentino di 30 metri quadri.

Rita, avvertendo che non avevo più bisogno di lei, compiuti gli ottant’anni e fino ai novanta, si è impegnata ad aiutare don Paolo presso la parrocchia di San Nicolò dei Mendicoli a Venezia. Ora era lì, un mucchietto di ossa, a ricordarmi tanti anni intensi ed agitati, vissuti per servire la Chiesa ed un parroco esigente, ad attendere ora l’incontro con quel Signore che di certo le darà il saldo per un servizio svolto con estrema generosità.

Mi congedai con una carezza leggera sui capelli; non le diedi neppure un bacio perché tra noi c’è sempre stato tanto pudore da non permetterci neppure il più delicato segno di affetto. Un tempo penso fosse così per tutti i vecchi parroci e le loro perpetue.

04.10.2013

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