La ricchezza del prete

Io sono e resterò, tutto sommato, un uomo di chiesa e della mia Chiesa. Anche se a qualcuno forse posso sembrare talvolta critico, severo e perfino duro nei riguardi di certi fatti, di certi personaggi o comportamenti che si incontrano all’interno di essa e che a mio umile parere non sono coniugabili col messaggio evangelico, amo profondamente la mia Chiesa, l’ammiro appassionatamente e sono deciso a spendermi tutto per essa.

I miei profeti, ai quali sono quanto mai legato – don Mazzolari, don Milani, La Pira, Madre Teresa, padre Turoldo e tanti altri – sono per me, anche a questo riguardo, dei fari e dei punti sicuri di riferimento in questo mondo tempestoso in cui tutti noi, fedeli e preti, siamo bombardati da mille messaggi contrastanti.

La mia preoccupazione però rimane sempre quella, che noi sacerdoti corriamo il pericolo di diventare gestori di piccole comunità di credenti mediante la celebrazione, seppur corretta ed attenta, di riti religiosi, mentre per me – ma credo anche per tantissimi altri – il prete deve diventare il custode e il dispensatore di valori autentici, di una lettura positiva della vita che vinca quel nichilismo oggi imperante che svuota l’esistenza dell’uomo di significato e di perché.

In questi giorni, vedendo tanta gente vivere alla giornata, rassegnata, senza sogni e senza ideali, quasi condannata a vivere, mi sono tornate in mente le parole di due preti che sono esattamente in controcorrente e che danno motivazioni forti ai sacerdoti di oggi che talvolta sembrano dei perdenti come il parroco del villaggio di cartone di Olmi.

Il primo è il prete del romanzo di Bernanos “Il curato di campagna” che afferma: «Poco importa che vesta da beccamorto, ma io posseggo la speranza e ve la donerei per niente se voi me la chiedeste!» Quanta ebbrezza provo quando, nella mia povera chiesa prefabbricata, posso dire ai fedeli che stanno accanto alla bara di un loro caro: «Il vostro caro vive, ha già recuperato tutta la sua ricchezza umana e s’incontra col Padre che, abbracciandolo, gli dice “entra e facciamo festa!”». Sono così felice di poter affermare che la vita ha significato, che c’è una méta, che c’è una risposta a tutte le nostre attese! Sarei un perduto ed un disperato se non potessi donare queste certezze.

Il secondo è don Zega, il direttore di Famiglia Cristiana, morto due anni fa, che in occasione del suo cinquantesimo di sacerdozio, disse ai suoi fedeli:«Noi preti oggi abbiamo il grande e splendido compito di parlare alla nostra gente della `tenerezza di Dio’».

Il Signore ci parla attraverso la natura, gli incontri, gli eventi, la Bibbia e ci parla col cuore caldo di padre che capisce, perdona ed ama anche, se come il prodigo arrischiamo di sperperare quel magnifico dono che è la vita.

Oggi ci sono pochi giovani che scelgono di fare il prete, però se incontrassero sacerdoti che vivono in maniera entusiasta e radicale il messaggio evangelico, penso che sarebbero molti di più.

10.10.2013

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