La differenza

Nei mesi successivi all’ultima guerra mondiale è uscito un volume: “Le ultime lettere da Stalingrado”. La lettura di quella raccolta di lettere di soldati tedeschi accerchiati dai russi a Stalingrado, mi ha spinto a rifiutare in maniera radicale ed assoluta tutta una certa retorica sull’amor di Patria, sulla necessità degli armamenti per la difesa della nazione e su tutto quello che direttamente o indirettamente riguarda l’esercito e le forze armate, reputandole tutte spese inutili, anzi dannose. Io ho ammirato in maniera entusiasta il Lussemburgo che una quindicina di anni fa ha venduto al ferrovecchio carri armati, fucili e cannoni, ha mandato a casa i soldati, conservando solamente un corpo di polizia per l’ordine pubblico.

Tornando alle lettere da Stalingrado, i responsabili della propaganda del Reich avevano fatto sequestrare le lettere che i soldati tedeschi avevano spedito con l’ultimo aereo partito dalla città assediata dalle armate russe, volendo così dimostrare il valore, il coraggio, l’amor di Patria dei soldati della Vermacht. Però, aperte le lettere, esse si dimostrarono di ben altro tono: disperazione, paura, smarrimento, fame, freddo! Ne ricordo una di un soldato che da civile aveva fatto l’attore e in palcoscenico aveva interpretato la morte eroica del soldato del Fuhrer suscitando applausi e battimani a non finire. “Qui, scriveva, questo soldato muore nel fango, nell’abiezione più meschina, ci rubiamo l’un l’altro un tozzo di pane. L’altro giorno ho visto un commilitone rimasto incastrato in un carro armato in fiamme, colpito da un proiettile russo: bruciava come una torcia e gridava disperato chiedendo sua madre! Altro è la morte nella scena, altro la morte in questo inferno!”

Qualche giorno fa, per una strana associazione di idee, ho pensato a questi eventi incontrando un giovane ventenne disabile. «Mia madre vedova lavora presso una signora del “don Vecchi” e prende 600 euro al mese, mentre ne vogliono 500 di affitto. Io non riesco a trovare nulla. Un’associazione mi ha proposto un impiego ad un euro e mezzo l’ora»

Altro è parlare dei poveri, fare studi, organizzare l’assistenza da parte di funzionari con paga sicura, altro sono i poveri veri! Io purtroppo, o per fortuna, presso le associazioni di volontariato del “don Vecchi” incontro i poveri reali e vi dico che sono una disperazione, un dramma tragico. Qualcuno ogni tanto mi fa capire che sono “troppo forte”, che adopero “parole dure”, che nei miei interventi accuso in maniera tagliente. Credetemi amici: altro è parlare dei poveri, altro è incontrarli in carne e ossa. Vi vorrei elencare una litania di drammi a cui non so dare risposta alcuna. Allora l’apparato burocratico, le beghe e i discorsi politici e perfino l’apparato ecclesiale mi destano rabbia, ribellione, rifiuto.

Oggi c’è troppa gente senza voce, che è piegata dalla miseria, mentre altra gente sguazza nello sperpero nascondendosi dietro un perbenismo ed una retorica assurda ed omicida.

Fede e religione

E’ ormai da molto tempo che vado riflettendo su un argomento che pian piano mi fa intravedere un varco nel grigiore di una nebbia molto spessa in cui tante volte mi trovo avviluppato e in cui sto procedendo con dubbi e molte perplessità ed incertezze. Mi pare che per la stragrande maggioranza dei cristiani del nostro tempo si ritenga che fede e religione siano quasi due sinonimi per esprimere la stessa realtà, mentre questi due termini hanno dei contenuti estremamente diversi, anche se mantengono tra di loro un legame esistenziale.

La fede è fiducia assoluta ed illimitata in un Dio a cui dobbiamo tutto: la vita, il creato, l’oggi e il domani. Per noi cristiani poi questa realtà sublime ed indefinibile è rappresentata dal concetto di Paternità, per cui Dio non è una verità fredda, lontana ed assoluta, ma ha il calore e l’amore di Padre che ha voluto renderci partecipi della sua infinita ricchezza.

François Mauriac, il celebre pensatore e letterato francese, ha affermato infatti che se Gesù, venendo a questo mondo, non ci avesse annunciato altro che “Dio è nostro Padre” e che possiamo rivolgerci a Lui con questo nome, la sua venuta sarebbe più che mai giustificata per questa sola straordinaria notizia. La fede è veramente la pietra preziosa che dobbiamo custodire e difendere ad ogni costo, perché essa sola dà significato alla nostra vita.

Mentre la religione è tutto quell’apparato di pensiero, di riti, di usanze e di tradizioni che hanno come fine di alimentare, custodire e aiutare l’uomo a tradurre in scelte di vita la luce che riceve dalla fede.

Allora, se le cose stanno così, la fede è un assoluto, mentre la religione è condizionata dal tempo, dalla cultura, dall’evoluzione del pensiero umano, dalla stessa scienza e dalla tecnica. Perciò la religione non solo è soggetta alle singole culture dei popoli diversi, dall’evoluzione, dall’emancipazione dell’uomo, dai condizionamenti di mentalità e costumi che si vanno evolvendo; anzi la religione deve essere, per sua natura, una realtà che deve evolversi, adattarsi ai tempi nuovi e trovare modo di esercitare il suo compito in relazione al progresso umano.

Quindi la religione ha un compito sublime, ma nello stesso tempo corre il grosso pericolo di diventare una incrostazione del passato, o di ingessare la fede soffocandola in una morsa mortale. Se mi è lecito fare una osservazione, credo che abbiamo bisogno di una religione sempre più duttile, sempre in una evoluzione più rapida perché la maturazione del pensiero umano è più veloce che nel passato.

Sto leggendo un bel volume di Enzo Bianchi, il fondatore della comunità monastica di Bose, che afferma che la Chiesa “deve sempre convertirsi (cambiare) e sempre riformarsi”. A ben pensare i rapporti di Gesù con la religione sono molto particolari: mentre possiamo affermare senza dubbi che Gesù fu un uomo di fede, non possiamo dire con altrettanta certezza che fu “un uomo di Chiesa”. Si avvalse della religione, ma non ne fu schiavo. Credo che questo sia un problema su cui è bene riflettere.

03.11.2013

Lo zio Tom

Qualche giorno fa mi è capitato per caso di imbattermi in un film molto datato sulla vicenda del famosissimo romanzo “La capanna dello zio Tom”. Ripeto che la pellicola era molto vecchia e soprattutto lontana dai nostri film rapidi, disinibiti, per nulla convenzionali e soprattutto quasi mai positivi. La trama era elementare e sempre scontata.

Ho visto il film fino alla fine, anche se ogni episodio mi risultava prevedibile, però sono stato risucchiato dalle emozioni provate quando, ancora adolescente, lessi questo celeberrimo romanzo che aveva come protagonista il vecchio zio negro, saggio, giusto e fiducioso nel Signore, che teneva desta la speranza dei negri condotti in America dagli schiavisti per lavorare nelle piantagioni di cotone delle contee degli stati del sud. Zio Tom non conobbe la dottrina di Gandhi sulla “forza della non violenza”, ma ne fu di certo l’antesignano che seminò nella coscienza dei suoi fratelli in schiavitù la speranza nell’aiuto del Signore e nella liberazione.

Mentre scorrevano sul piccolo schermo gli episodi, “innocenti” da un punto di vista cinematografico, il mio pensiero si è collegato all’impegno ancor non violento del pastore protestante Martin Luther King che, proseguendo la lotta non violenta dello zio Tom, liberò finalmente, almeno da un punto di vista legislativo e formale, i cittadini di colore degli Stati Uniti d’America. Pure Luther King fu assassinato dai concittadini che presumevano di appartenere ad una razza più evoluta, però la bandiera dell’emancipazione è stata recentemente raccolta dal giovane presidente Obama che proprio in questi giorni ha combattuto e vinto, all’ultimo momento, la protervia dei repubblicani che ancora una volta hanno tentato di sfruttare i più poveri e i più deboli tentando di privarli dell’assistenza medica.

Mentre seguivo questo filo sottile che legava il lontano passato con le conquiste attuali dei negri d’America, ho compreso che non possiamo valutare il risultato dei nostri tentativi nell’angusto spazio dell’immediato, ma che dobbiamo “seminare nel pianto” perché altri, in tempi anche molto lontani, possano in futuro “raccogliere nella gioia”.

Non ho per niente rimpianto di aver impegnato una serata per vedere una pellicola così scontata ed “innocente”, perché la presa di coscienza che la semente sepolta su quella terra grigia ed inerte prima o poi fiorirà per il bene delle future generazioni mi ha fatto molto bene.

Noi raccogliamo i frutti che sono stati bagnati dalle lacrime e dal sudore dei nostri padri, così è giusto e doveroso che noi seminiamo, pur nel sacrificio, perché i nostri figli o nipoti, o pronipoti, raccolgano il frutto del nostro impegno.

01.11.2013

I poliziotti e l’amnistia

Il dirigente della questura di Mestre è un mio caro amico che non perde occasione per dimostrarmi affetto e fiducia. Io ricambio interamente questi sentimenti perché mi sono sempre piaciuti gli uomini franchi, candidi, senza fronzoli diplomatici e dai rapporti caldi ed immediati.

Questo “questore” – penso sia questo il titolo che gli si addice – una settimana fa mi ha invitato in questura per una piccola cerimonia di cui io, di primo acchito, non ho capito la portata.

I suoi poliziotti avevano scoperto uno zingaro che aveva rubato, lo avevano arrestato e recuperata la refurtiva. Tra le cose rubate c’era un po’ di tutto: motociclette, arnesi per scasso, portagioielli, filo di rame e tante altre cose. La polizia aveva restituito ai proprietari quanto era loro ed il resto, di cui non era stato possibile trovare il padrone, il nostro poliziotto invece di farlo rottamare come al solito, con una complicatissina procedura aveva ottenuto dalla magistratura di poterlo donare ad un ente benefico. Per il dottor Vomiero evidentemente io rappresento la beneficenza e perciò l’ha destinata ad una delle associazioni Onlus del “don Vecchi”.

A raccontarla la cosa sembra semplice e perfino banale, però chi conosce anche superficialmente “la giustizia”, sa che le procedure sono infinite e superburocraticizzate. Per il questore si trattava di una vicenda quasi storica e in occasione dell’arrivo del verbale di consegna del materiale, organizzò una piccola cerimonia. Fece intervenire una ventina di poliziotti che si trovavano in caserma, fece un discorsetto, stappò una bottiglia di vino e tolse il tappo ad una di aranciata, aggiungendo un pacchetto di biscotti.

In quell’occasione chiesi che cosa ne pensavano del discorso che si stava facendo in quei giorni sull’amnistia. Mi parvero estremamente scettici, infatti uno si lasciò scappare: «Fra un anno li dovremo metter dentro di nuovo!». Capii allora più di sempre che il problema delle carceri non si risolve assolutamente mandando fuori trenta, quarantamila detenuti: senza lavoro, senza prospettive di alcun genere. Capii la fatica che quei ragazzoni avevano fatto per assicurare alla giustizia tanta gente con una prospettiva di dover cominciare da capo perché la detenzione aveva di certo affinato la loro capacità di delinquere.

L’Italia continua a metter toppe nuove su un vestito vecchio in brandelli. Ci vuol ben di diverso per affrontare questo problema! Giudici diversamente preparati e responsabili, codici moderni, pene diversificate, personale di custodia preparato, carceri civili, lavoro per tutti, direttori di carceri intelligenti, processi più snelli e veloci, fiducia nel recupero e nella redenzione di chi ha sbagliato, rifiuto di pene solamente afflittive.

Napolitano fa bene a pungolare, però dovrebbe nel contempo esigere una riforma vera e seria, non una soluzione spiccia per alleggerire gli istituti carcerari spesso più vicini al medioevo che al mondo contemporaneo.

E’ tempo di abbandonare i rattoppi, che non risolvono nulla, anzi spesso peggiorano l’esistente per puntare ad un intervento radicale.

22.10.2013

“La vera religione è questa”

Ogni tanto me ne va qualcuna di dritta, ma non troppo di frequente. Come prete ho un sacco di difetti: criticone, mai contento, diffidente con la gerarchia, poco spiritualista ed altro ancora. Però mi riconosco almeno due o tre pregi. Ho sempre lavorato tanto, non ho mai fatto una predica senza prepararmi e soprattutto ho tentato di essere libero ed onesto con me stesso e con gli altri pagando per questo “il conto” senza ribattere.

Domenica scorsa penso che il mio sermone sulla preghiera abbia “fatto centro” e che mi sia andata dritta, ossia spero di essere riuscito a passare l’idea che pregare non consiste in una litania sbrodolosa di avemarie, o in un salmodiare soporifero con parole e concetti senza impatto sul cuore e sulla testa. Mi pare di essere riuscito a passare la convinzione che pregare è qualcosa di inebriante che sa di amore e di primavera nell’immergersi in Dio (amore – felicità – sapienza – tenerezza – infinito) e riuscire perciò a cogliere nella vita quotidiana, negli eventi, nei volti delle persone e nella natura, gli infiniti messaggi e le attenzioni amorose di Dio.

Credo che uno dei difetti più diffusi e perniciosi della religiosità contemporanea sia quello di affidarsi acriticamente alla prassi trasmessaci dalla tradizione e non tentare di reinventare metodiche nuove di spiritualità. Sono convinto che il cristiano di oggi debba mutar pelle, debba cercare di far emergere dal bruco stanco e che striscia per terra, la farfalla leggera e bella.

La religione di oggi non deve essere condizionata dalle formule, dai luoghi comuni e dalla prassi consolidata, ma deve essere ricerca appassionata del vero, del bello, del giusto e del buono. Per me la religione è liberazione, ebbrezza di vivere, onestà intellettuale, libertà interiore.

Un pensatore francese ha compilato il credo del non credente ed un altro la preghiera dell’ateo. In realtà questo tipo di personaggi ho l’impressione che siano religiosi perché tentano di essere onesti, autentici, di rivolgersi all’Assoluto con le parole, con i gesti e con i mezzi di cui dispongono.

L’altro ieri ho celebrato il funerale di un vecchio più che novantenne: un uomo buono nel senso più vero della parola, un uomo che ha amato la sua famiglia, un uomo che ha lavorato tanto fino alla fine ed ha amato il suo lavoro, un uomo umile e rispettato dal prossimo. Andava poco, veramente poco in chiesa; non so perché, ma son convinto che il Padre non solo lo ha aspettato, ma si è alzato dal suo trono dorato per andargli incontro.

Quando Gesù, dialogando con la samaritana presso il pozzo di Giacobbe, le disse che era giunto il tempo che “l’uomo adorasse Dio in spirito e verità”, penso che si riferisse proprio a questo modo di essere religiosi. E sono pure convinto che il nostro sia veramente quel tempo auspicato da Gesù.

21.10.2013

Sesto al Regana

Nelle stagioni buone, primavera ed autunno, è ormai diventata tradizione una uscita mensile in una qualche località del nostro Veneto raggiungibile facilmente e che offra qualcosa di interessante sia dal punto di vista paesaggistico che da quello storico o religioso. Queste uscite le definiamo “gite pellegrinaggi” perché tentiamo di coniugare l’utile col dilettevole, ossia sono l’occasione per chiacchierare piacevolmente lungo il viaggio di trasferta, per una celebrazione religiosa più intensa e preparata del solito, per una ricca merenda e per conoscere uno dei tantissimi angoli del nostro meraviglioso Paese.

Giovedì scorso, grazie all’intraprendenza e allo spirito di sacrificio che anima il piccolo staff che organizza le uscite mensili degli anziani del “don Vecchi” e di Mestre, siamo andati a visitare il piccolo borgo medioevale di Sesto al Regana ai confini della nostra provincia

Pranzo anticipato alle 12 e alle 14 partenza da Carpenedo, raccogliendo lungo il percorso i residenti del Centri di Campalto e di Marghera. Viaggio comodo in pullman extralusso attraverso la stupenda campagna veneta vestita dei toni caldi dell’autunno: il rosso, il giallo e il verde stanco per la lunga estate. Accoglienza da parte di una gentile e colta ragazza della comunità che ci ha illustrato la storia dell’antica abbazia benedettina che nel lontano passato dominava tutto il basso Friuli (fu un piacere ascoltarla perché aveva le movenze di un maestro d’orchestra ebbro di offrire le sue melodie).

Quindi la messa. La signora Laura ha letto il tema dell’eucarestia: il corpo umano e le sue membra, dono inestimabile di Dio. Don Armando ha tenuto la meditazione sull’argomento, poi la liturgia con gli anziani che hanno espresso la preghiera dei fedeli. Quindi la lunga fila dei cento “pellegrini” che si sono presentati a ricevere il pane consacrato.

A seguire, in una sala messa a disposizione del parroco, la meritata merenda: tre panini alla soppressa, al salame e al formaggio, il dolce e una banana offerta dall’associazione “La buona terra”, vino, bibite e acqua minerale. Infine la passeggiata lungo il fiume Reghena che scorre sornione attorno al borgo, piccolo ma ricco di edifici stupendi del quattro-cinquecento.

Alle 18 partenza per il ritorno. Costo dell’uscita: 10 euro, tutto compreso. Compreso perfino il buonumore e la cordialità. Credo che se avessimo organizzato un ritiro spirituale non avremmo ottenuto gli stessi effetti positivi.

Una volta ancora mi sono convinto che Gesù non è venuto perché vivessimo una spiritualità musona e mesta, ma perché “avessimo la gioia ed una gioia piena” e con un po’ di buona volontà e 10 euro la cosa è assolutamente ancora possibile. Informo i parroci di Mestre che sono disposto a cedere gratuitamente la ricetta.

21.10.2013

“I compagni cattivi”

La mia prima formazione religiosa l’ho ricevuta a catechismo nella mia parrocchia. A dire il vero essa non ha influito più di tanto sulle regole di vita che pian piano andavo assumendo. Ai miei tempi il catechismo si rifaceva al testo scritto di san Pio X, testo che era una specie di “Bignami”, che riassumeva in formule estremamente concise tutta la teologia. Sia i contenuti che la formulazione di questo catechismo erano piuttosto difficili, per cui dicevano alla mia intelligenza infantile poco o nulla. Ben s’intende quella catechesi per formule mi ha aiutato quanto mai da adulto e costituisce ancora l’ossatura del mio impianto di cultura religiosa. Mentre credo che abbia sbozzato la mia coscienza morale l’Associazione di Azione Cattolica che ho frequentato da bambino.

Dagli otto ai dodici tredici anni ho frequentato gli “aspiranti” e i bravi sacerdoti che ho incontrato in quel tempo e in quella associazione hanno inciso nella mia formazione dandomi regole morali, indirizzi di vita che si sono dimostrati nel tempo come le basi e le fondamenta del mio orientamento comportamentale. A questo proposito, l’incontro fortuito, qualche giorno fa, con un quotidiano che non conoscevo, ha fatto riemergere in maniera forte una norma che ho assimilato a quei tempi tanto lontani, ossia quella di non frequentare i compagni cattivi.

Vengo al fatto. Ho trovato casualmente sul tavolo del banco di cortesia della hall del “don Vecchi”, dove abito, un quotidiano di cui avevo sentito parlare, ma che non conoscevo assolutamente, “Il fatto quotidiano”. Incuriosito, l’ho scorso con attenzione leggendo i titoli e qualche articolo. Credo in tutta la mia vita di non aver mai incontrato un periodico più fazioso, più irridente del buon senso e della misura, più malizioso nell’interpretare problemi ed eventi.

Dagli aspiranti mi pare di aver capito che era giusto e doveroso tenersi lontani dai “compagni cattivi”, perché avrebbero finito per influenzare negativamente la coscienza. Da ragazzino infatti mi son ben guardato dal vedere pellicole “proibite” o dal leggere “L’intrepido”, o frequentare ragazzi che fumavano o marinavano la scuola. E da adulto dal leggere “L’Unità” o “Il Manifesto”, perché avrebbero finito per sviarmi dalla “retta via”. Ora che son vecchio sono più che mai convinto che il leggere con frequenza “Il fatto quotidiano” finirebbe per rendere faziosa e maliziosa qualsiasi persona e la indurrebbe a giudicare sempre in mala fede e ad interpretare in maniera assolutamente negativa ogni persona ed ogni evento.

In questi giorni la televisione ha trasmesso le scene veramente tristi della violenza bruta di quelle bande di giovinastri capaci solo di rompere, incendiare, lordare e insultare. Mi vien da pensare che essi siano il risultato desolante della “catechesi” di giornali come questo, assolutamente incapaci di proporre qualcosa di positivo.

20.10.2013

Una medaglia mancata

A me piace sempre avere un volto, avere i lineamenti umani che definiscono il tipo di personalità dei fratelli per i quali mi si chiede di celebrare il commiato cristiano. Mi riesce impensabile immaginare di poter salutare in maniera anonima un fratello di fede che non ho mai incontrato e, meno che meno, conosciuto, e perciò non poter far beneficiare della sua testimonianza la comunità. In genere celebro il funerale di persone molto anziane che da anni vivono assistite da una badante o ospiti delle case di riposo per non autosufficienti di Mestre o del contado, persone ormai del tutto sconosciute in una città che di per se stessa è quanto mai anonima.

Talvolta sono i famigliari che mi cercano per parlarmi del loro caro estinto, ma più spesso sono io a prendere contatto, quasi sempre per telefono, con un famigliare di cui mi fornisce il numero di cellulare l’agenzia di pompe funebri che organizza il funerale. Quindi la conoscenza è quasi sempre precaria e parziale, ma comunque sufficiente per poter cogliere la testimonianza e recepire l’eredità umana e spirituale che il “partente” ci lascia.

Per me il commiato è occasione propizia per aiutare i parenti a porsi le grandi e fondamentali domande: “Da dove vengo, chi mi ha donato la vita, che cosa ne sto facendo, ed infine dove sono diretto?” La dimensione pastorale del suffragio si basa su questa possibilità di far riflettere, in una situazione esistenziale quanto mai propizia, sulla bellezza e l’essenzialità del messaggio di Gesù nei riguardi della vita e della morte. Il suffragio è importante, ma altrettanto la catechesi e più ancora la testimonianza globale di un’intera vita che il fratello ci offre.

A questo riguardo potrei e forse dovrei parlare a lungo delle “belle scoperte” che sto facendo. Mi convinco sempre di più che a questo mondo, anonimo ed apparentemente banale, c’è invece tanta bella gente che ha molto da insegnarci e da donarci. Per un prete avere un auditorio attento, disponibile e soprattutto nelle condizioni migliori per recepire la proposta delle grandi verità cristiane, è un’opportunità da non lasciar perdere. Quindi provo la gioia profonda di donare il messaggio di Cristo in maniera essenziale, senza fronzoli e con grande convinzione.

Mi arricchiscono pure moralmente le belle testimonianze di gente semplice e umile che mai raggiungono le pagine dei giornali, ma che sempre edificano e ci aiutano a vedere la parte più buona della nostra società.

Proprio in questi giorni nei giornali si è parlato del criminale nazista che non si disse mai pentito per aver trucidato a Roma a sangue freddo più di 300 persone, avendo solamente obbedito agli ordini e fatto il suo dovere. Il figlio del defunto novantatrenne di cui dovevo celebrare il funerale mi confidò che suo padre aveva partecipato alla campagna di Grecia e poi di Russia, avendo meritato perfino la croce di guerra, ma era orgoglioso di non aver sparato neppure un solo colpo e poi, tornato, aveva fatto con scrupolo il cameriere. La stampa non parla mai di questi veri eroi, eppure ci sono e fortunatamente sono tanti i cittadini che lasciano un’eredità preziosa e sublime e che io fortunatamente sono in grado di raccogliere e ridonare.

20.10.2013

Una sola misura

In queste ultime settimane non ho potuto non seguire le vicende postume del capitano tedesco che organizzò e portò a termine l’eccidio delle Fosse Ardeatine. I giornali e la televisione ci hanno informato con dovizia di particolari sull’eccidio, sulla fuga e cattura del nazista, sulle sue vicende giudiziarie, sulla dottrina a cui ha aderito sino alla fine dei suoi giorni e sulle avventurose e macabre circostanze, al momento non ancora terminate, dei funerali e della sepoltura.

Aggiungerei ancora che mi ha fatto riflettere la rabbia, il senso di vendetta e rancore che la morte di questo superstite dell’ultima guerra hanno attizzato tra la nostra gente. Infine non posso neppure sottacere sulle manifestazioni non solamente affatto cristiane, ma neppure umane e civili insorte in occasione di questo amaro evento che ha portato a galla le vicende tragiche che molto e molto faticosamente ci stiamo lasciando alle spalle. Ritengo che il tempo non soltanto dovrebbe lavare, ma anche farci prendere le distanze dalla generazione che ne fu travolta e che purtroppo fu protagonista di queste vicende.

La mia condanna sull’eccidio è assoluta, senza alcuna sbavatura e senza alcuna riserva. Però anche in questa occasione debbo registrare la protervia, l’inciviltà, la disumanità e la totale mancanza di pietà del vincitore. Il capitano delle SS è certamente un uomo che ha profanato e dissacrato la sua umanità ed è giusto che l’opinione pubblica ne prenda coscienza e nel contempo ne prenda le distanze, però mi chiedo e chiedo a tutti gli italiani che in questo momento si impalcano a giudici spietati: «Ma il pilota che ha sganciato la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, facendo strage di decine di migliaia di innocenti è forse meno colpevole? E il comandante che gli ha dato l’ordine di portare a termine quella missione, e il Presidente degli Stati Uniti, sono meno colpevoli? Eppure per loro, vincitori, c’è una tomba e forse un mausoleo. Stalin, sulla cui coscienza ci sono non trecento morti, ma una decina di milioni di morti, merita forse un giudizio più benevolo?

Una volta ancora la giustizia è addomesticata e al guinzaglio del vincitore!

Credo che la sacralità della morte che i romani definirono con la sentenza “Parce sepulto” dovrebbe essere rispettata da tutti e in ogni tempo, mentre una volta ancora viene ridotta a paravento per nascondere l’aspetto più disumano dell’uomo. Finché si continueranno ad usare le parole che esprimono i valori più alti, quali libertà, giustizia, verità, democrazia, a nostro uso e consumo, anzi per nascondere le nostre vergogne e meschinità, non si potrà parlare di civiltà.

Anche in occasione della morte di questo criminale di guerra penso che l’Italia non abbia scritto una pagina nobile ed umana. Credevo che si fosse voltata pagina, mentre constato che siamo ancora indietro di secoli.

18.10.2013

i soliti

Alcuni anni fa ho letto un articolo di don Franco De Pieri – il parroco di San Paolo che, raggiunta la pensione per limiti di età, ha lasciato la sua comunità parrocchiale per continuare il suo ministero pastorale in Brasile – articolo che mi ha interessato quanto mai.

Don Franco rispondeva alla critica che si sente di frequente: “che nei nostri luoghi girano sempre le solite persone”. Come a dire che questa gente è impicciona e occupa gli spazi nei quali altri concittadini o fedeli potrebbero dare il loro contributo, forse migliore di quanto offrono “i soliti”.

Don Franco, col cipiglio che gli è proprio, anche nei suoi scritti afferma: “Benedetti questi `soliti’ e guai a noi e alle nostre parrocchie se non ci fossero, perché tanta gente è bravissima a parlare e soprattutto a criticare, ma quando c’è bisogno di qualcuno che dia una mano, essi scompaiono dalla scena”.

Tante volte ho riscontrato personalmente la verità di questa osservazione. L’ultima volta che ho fatto questa constatazione è stato qualche settimana fa in occasione di un appello a favore di due residenti al “don Vecchi” che sono privi di qualsiasi introito. Per aiutare queste due persone ho fatto un appello su “L’Incontro”: “Adottate un anziano in difficoltà assicurandogli un mensile di almeno 100 euro”. Appena posto il periodico sull’espositore, un signore amico, sempre disponibile a farsi carico del prossimo, s’è immediatamente offerto alla prima adozione e il giorno dopo un’altra persona, quanto mai generosa, mi ha telefonato per offrirmi la seconda adozione.

Per associazione di idee mi venne in mente l’affermazione di don Franco che, per fortuna, possiamo contare sui soliti. E’ una vita che mi occupo di poveri e che sono preoccupato di reperire i fondi dei quali non si può fare a meno se si vuole dare una mano a chi è in difficoltà. Sempre sono i pochi “soliti” a farsi carico dei bisogni del prossimo.

Ricordo che nel passato più volte, di fronte al bisogno di finanziare qualche struttura o servizio, ho preparato un piano finanziario in cui si prevedeva che se ogni mestrino avesse offerto 50 centesimi, la cosa si sarebbe risolta senza alcuna difficoltà. Mai, nonostante appassionate campagne di stampa, una volta mi è andata dritta. Sono quindi arrivato alla conclusione di non rinunciare mai a coinvolgere la comunità, ma di contare purtroppo solamente sui soliti. Benedetti quindi “i soliti!”.

30.09.2013

Scuole di rieducazione

Ho letto che finalmente il ministro degli interni ha mandato altri quattrocento poliziotti per fermare la guerriglia dei NO TAV in val di Susa per impedire loro di distruggere le macchine con le quali si sta lavorando per il traforo della montagna. Non sia mai che io mi permetta di dare un giudizio sulla validità di questo progetto. So solamente che la Francia pare che abbia quasi terminato il tratto di sua pertinenza nel suo territorio, mentre noi andiamo avanti con passo di lumaca, anzi spesso stiamo fermi a causa dei valligiani e soprattutto della manovalanza dei “soldati di ventura” pronti a combattere per delega.

In Italia pare che tutti gli esperti, e deputati a decidere in merito a queste cose, abbiano discusso all’infinito e poi abbiano deciso. Credo che anche il più stupido sappia che mai si può pretendere che non ci sia qualcuno che obietti, ma in ogni Paese con un minimo di senso civico, chi è deputato dalla maggioranza decide. Anche in questi casi i dissenzienti hanno il diritto di influire, su chi ha il compito di decidere, ma con mezzi pacifici e non tentare di imporre il proprio parere con azioni di teppismo.

Detto questo rimane sempre la questione dei centri sociali che sono sempre i portabandiera e i soldati di ventura di qualsiasi dissenso, specie di quelli più eversivi.

Il dottor Bettin, eminente sociologo veneziano, persona che stimo, ha sempre sostenuto che è bene mantenere aperti i centri perché si possono controllare. Io non sono mai stato di questo parere perché reputo che in uno Stato di diritto sia sempre comunque la maggioranza a decidere, si tratti di ferrovie, grandi navi o caserme americane.

Mi pongo invece il problema se non sia il caso di pensare a campi di rieducazione. I Paesi ritenuti i più avanzati da un punto di vista sociale da parte della sinistra, quali la Russia, la Cina, il Vietnam, la Cambogia ed altri ancora, hanno sempre adoperato questo strumento per “rieducare alla democrazia”. Non capisco perché il PD, che si ispira a questi modelli, non chieda che anche da noi si usino, magari anche con forme meno rigide, queste scuole di democrazia. Mi riesce tanto difficile comprendere che le istituzioni non si preoccupino affatto di “rieducare” ad una sana democrazia queste frange eversive sempre pronte a menar le mani, a rompere e a muoversi secondo regole che per i più rimangono sconosciute e che comunque non sono previste dalle leggi del nostro Paese.

30.09.2013

il cane che porta l’uomo a passeggio

Come ho affermato ormai troppe volte, esco dal “don Vecchi” verso le 7,20 del mattino per aprire le mie amate chiese del cimitero, la cattedrale prefabbricata e la vecchia cappella ottocentesca costruita esattamente 200 anni fa assieme al camposanto di Mestre. Il tragitto è sempre il solito: via dei 300 campi, via Sem Benelli, via Goldoni, via Trezzo e via Santa Maria dei Battuti, per arrivare alla meta: la piazzetta dei cipressi antistante l’ingresso principale del cimitero.

Sono strade abbastanza solitarie durante le prime ore del mattino, battute solamente da alcuni concittadini che vengono dalla direzione opposta e finiscono per raggiungere la meta comune attraverso il “viottolo della solidarietà” che si imbocca proprio davanti al “don Vecchi” il grande parco verde di viale don Sturzo, per permettere ai loro cani di scorrazzare indisturbati tra l’erba verde.

Fino a qualche mese fa questo parco non vedeva anima viva, se non i rari anziani del “don Vecchi” che vanno al supermercato dell’Ins o, i più “nobili” di loro, a prendere il caffè al bar o a giocare qualche puntata alle macchinette (purtroppo il male del minigioco d’azzardo ha qualche affezionato cliente anche tra i residenti del Centro). Il parco si anima solamente nel pomeriggio perché frequentato dai ragazzini che, non potendo fruire da più di mezzo anno del parco antistante alla chiesa di San Pietro Orseolo perché i lavori di bonifica sono sospesi, si divertono con i pochi giochi trasportati dal vecchio al nuovo prato sotto gli occhi disattenti delle mamme che approfittano di questa occasione per chiacchierare tra loro.

Al mattino però il parco è animato dai cani, di tutte le taglie e di tutte le razze che, sciolti i guinzagli dai loro padroni, possono finalmente ritrovare il loro habitat originale, trastullarsi aiutati dai padroni che fan loro rincorrere pezzi di legno o palle colorate lanciate lontano. Ma soprattutto per fare i loro bisognini indisturbati sotto lo sguardo benevolo e compiaciuto dei loro accompagnatori. In realtà loro, per far la pipì, non disdegnano di alzare la gambetta anche ai margini della strada, ma per le loro necessità più consistenti amano il parco. Da noi, ai margini della città, si vive ancora secondo natura per cui palette, sacchetti di plastica per la raccolta differenziata, sono assolutamente sconosciuti.

Confesso che mi piace vedere queste scenette bucoliche: persone di trenta, quarant’anni che accompagnano con tanta tenerezza i loro cani, talora di media taglia e spesso poco più grandi di una pantegana, ma lustri, ben nutriti e soprattutto tanto amati, che conducono, secondo i loro estrosi desideri, i loro padroni a passeggio.

Non c’è volta che non mi salga dalla coscienza il giudizio amaro: “Quanta gente dedica tempo, denaro e amore a questi animali, ma non trova qualche ora alla settimana per soccorrere vecchi, bambini e persone di altri Paesi poveri che avrebbero bisogno del loro aiuto disinteressato e generoso.

Penso che anche san Francesco, amante del Creato ed amico del lupo di Gubbio, sarebbe più contento che questi nostri concittadini destinassero un po’ meno tempo ai cani e più ai loro simili.

29.09.2013

Il “don Vecchi celeste”

Questa mattina, assieme ad un gruppetto di famigliari ed uno un po’ più numeroso di residenti al Centro don Vecchi di Mestre, nell’umile chiesa tra i cipressi del nostro cimitero, abbiamo preso commiato da Gino.

Negli ultimi tempi questo caro amico, che per anni abbiamo visto nel nostro Centro accompagnare in ospedale la sorella ed assisterla con attenzione ed un amore veramente ammirevole, aveva un volto sempre più pallido e perdeva, a vista d’occhio, sempre più peso. La signora Cervellin, che per una vita ha lavorato tra i pazienti del nostro ospedale e che ora funge da consulente sanitario presso i nostri Centri, ha consigliato al nostro coinquilino, prima di fare degli accertamenti e poi il ricovero in ospedale. Il nostro amico, pur controvoglia, perché preoccupato dell’assistenza alla sorella con la quale ha lavorato e poi vissuto l’intera vita, aveva accettato e quando il chirurgo gli ha prospettato un intervento, ha detto subito di si per la preoccupazione di tornare presto a casa ad assistere questa sorella più anziana ed apparentemente più acciaccata di salute. L’intervento è stato tardivo ed inutile, tanto che in qualche giorno se n’è andato in pace.

Nell’omelia di commiato, pensando alla sua età e alla nostra – al “don Vecchi” infatti l’età media è di 84 anni – dissi ai presenti, come fanno gli alpini con i loro commilitoni che tornano alla Casa del Padre: «Gino è andato avanti!» per aggiungere subito «noi camminiamo però sulla stessa strada verso la stessa méta!».

Mentre pronunciavo queste parole, pensavo che ora per fortuna abbiamo un gruppo numeroso di “colleghi” pronti a darci il benvenuto quando arriveremo anche noi alla Casa del Padre: sono infatti più di cento i concittadini che dalla dimora del “don Vecchi” hanno traslocato lassù. Allora queste parole della pagina del Vangelo appena letto diventarono una immagine viva e sorridente: “Vado a prepararvi un posto, e quando ve lo avrò preparato, verrò a voi perché siate anche voi dove Io sono!”.

Se la nostra città è riuscita ad offrire una piccola dimora a mezzo migliaio di anziani in difficoltà – alloggio che tutti ci invidiano, e che stanno offrendo serenità ed una vecchiaia tranquilla – quanto più bella e gradevole sarà la dimora che Cristo ci ha preparato perché vi dimoriamo per l’eternità!

L’ultimo trasloco tra il Don Vecchi e la Casa del Padre sarà di certo un passaggio felice, migliore e pieno di piacevoli sorprese, tanto che sarà quanto mai opportuno che fin da subito facciamo la domanda per essere accolti. Per ora disponiamoci ad aspettare pazientemente, senza fretta.

29.09.2013

L’abito senza tasche

Un mio caro amico, che conosce il tedesco e, meglio ancora, la storia, i costumi, la tradizione di quel Paese, un giorno, parlando del rapporto col denaro, mi raccontò di una strana usanza del popolo tedesco. Non ho avuto modo di approfondire se ciò che mi disse fosse “una sentenza” o un detto popolare, o un’autentica usanza. Mi disse infatti: «Lei, don Armando, che ha come ministero principale il commiato ai concittadini che ci lasciano, sa come i tedeschi vestono i loro morti?». Pensai di primo acchito che gli mettessero o meno le scarpe nella bara, oppure avvolgessero la salma in un lenzuolo come assai raramente, ma talvolta, capita anche da noi (un po’ dappertutto c’è qualcosa di stravagante; io, ad esempio conoscevo un mio vecchio parrocchiano molto generoso – infatti mi lasciò in testamento svariati milioni di lire per i poveri – ma un po’ originale, che visse tutta la sua vecchiaia con la cassa da morto, con la quale l’avrebbero sepolto, sotto il suo letto).

Il mio amico, vedendo che non riuscivo a dargli una risposta esatta, mi disse che i tedeschi vestono i loro morti con un vestito privo di tasche. Al che rimasi più curioso di prima e allora lui, come mi raccontasse la cosa più saggia di questo mondo, mi informò che i tedeschi vestono così i loro morti perché essi non portano proprio nulla con sé quando vanno all’altro mondo.

Tante volte mi è venuto in mente questo discorso quando invito i miei concittadini che non hanno dei doveri diretti verso parenti prossimi, a ricordarsi, almeno nel testamento, delle persone che sono in grave disagio economico, specie se anziani, perché loro non hanno più la possibilità di un inserimento lavorativo. Comunque in città c’è sempre qualcuno – e magari fosse soltanto qualcuno – che, per i motivi più diversi, non riesce a sbarcare il lunario, mentre ci sono persone più fortunate, o forse più intraprendenti, che lasciano dei patrimoni grandi o piccoli che poi, alla fin fine, sono motivi di scontro e dissapori tra i pretendenti che in vita non li hanno quasi conosciuti.

In questi ultimi anni, grazie alle mie insistenze, e soprattutto alla testimonianza palpabile dei Centri don Vecchi, la Fondazione ha ricevuto più di un lascito. Però quanta più gente potrebbe ben meritare, di fronte a Dio e ai concittadini, se si ricordasse che vestendo per l’ultimo viaggio vestiti con o senza tasche, non può portare via assolutamente nulla se non la gratitudine del prossimo e i meriti presso Dio.

28.09.2013

L’ultimo giudice di Berlusconi

Non ho nessunissima intenzione di lasciarmi invischiare nei problemi di carattere giudiziario di Berlusconi. Sono convinto che il suo momento politico sia assolutamente finito o che, comunque, anche lo superasse, di “spade di Damocle” che gli pendono sulla testa ve ne sono almeno una mezza dozzina e tra le toghe, a torto o a ragione, ci sono giudici in ogni tribunale d’Italia che sono animati da particolarissima passione per applicargli le sacre leggi patrie.

Mi spiace constatare che altri imprenditori che portano un distintivo di un partito diverso da quello di Berlusconi, altri solamente preoccupati di fare i loro affari, abbiano una vita ben più tranquilla e che certi giudici abbiano meno scrupolo nel verificare i loro libri contabili.

Ricordo che tra le mie avventure sociali sono stato inserito “ad onorem” in un circolo del Rotary Club di Mestre. Tutti sanno che i membri di questo circolo si trovano in un albergo ogni settimana alterna, ascoltano una relazione di qualche esperto su tematiche sociali e cittadine e quindi cenano insieme. In una delle poche volte che vi ho partecipato per il fatto che mi avevano assegnato un contributo per le mie imprese di beneficenza, mi toccò di essere a tavola con il prefetto di una città vicina. Parlando di Berlusconi mi disse: «Io non faccio il tifo di certo per questo imprenditore e politico, però sono convinto che nella storia d’Italia nessun imprenditore ha avuto visite fiscali, denunce e quant’altro come Berlusconi». Questo avvenne 10-15 anni fa, e già allora, mi disse, che queste “visite” e queste denunce si contavano a svariate decine. Credo che negli anni successivi esse siano di certo aumentate a dismisura. Questo zelo particolare per un soggetto specifico non mi ha mai troppo convinto, per cui di certo andrò a votare per alcuni referendum da ridicali.

Non è però di questo che volevo parlare, ma della notizia letta su un “quotidiano indipendente”, ossia che il presidente della corte che da ultimo ha giudicato Berlusconi, gode di uno stipendio di 25.000 euro al mese (dico venticinquemila). Non ci volevo credere, perché non posso immaginare che mentre la gran parte degli italiani percepisce in media stipendi da 1200 1500 euro al mese, un uomo che rappresenta la giustizia accetti per stipendio una cifra così esorbitante. Ma che giustizia è mai questa?

Per favore, amici miei, non mi si dica che altri managers, parlamentari, generali, percepiscono anche di più; questo è ancora meno giusto, però almeno questi ultimi militano sotto le bandiere del partito, del denaro e delle armi – cose tutte sporche -, ma chi pronuncia sentenze sotto la scritta “La legge è uguale per tutti” dovrebbe vergognarsi e non giudicare alcuno, perché prima ha da “togliere la trave dal suo occhio”.

26.09.2013