Portavoce

Ho degli amici collaboratori semplicemente meravigliosi che sono per me più che una fortuna, una Provvidenza! Quest’anno ricorre il cinquantenario della morte tragica di Kennedy, il giovane e prestigioso presidente degli Stati Uniti, ucciso a Dallas. Ricordo che a quel tempo si diceva che il successo di J.F. Kennedy era dovuto in gran parte allo staff di persone quanto mai intelligenti che lui si era scelto come collaboratori.

Fatte le debite proporzioni, sono certo che se qualcosa mi è riuscita nel mio impegno di prete, lo debbo in gran parte ai miei collaboratori che io reputo capaci, ma soprattutto fedeli e generosi.

Vengo ad un fatto che a qualcuno sembrerà perfino banale. La data di questa “pagina” è il 3 dicembre 2013. Ebbene, la prossima settimana uscirà, ancora prima che finisca l’anno, il volume con il mio diario del 2013. La signora Laura, che inserisce e riordina pensieri, sintassi e grammatica dei miei scritti aggrovigliati e scorretti, il signor Luigi Novello, che ha stampato il prototipo del volume da mandare in tipografia, il signor Causin che ha corretto sollecitamente le bozze, il signor Cavinato che ha studiato l’impianto grafico della copertina e Gianni Bettiolo che ha fornito una splendida foto che mi ritrae mentre celebro messa nella splendida abbazia di Santa Maria in Silvis a Sesto al Reghena durante una gita pellegrinaggio, chi ha preso contatti con la tipografia e chi ha procurato i soldi per la stampa, tutti loro sono gli artefici di questa nuova edizione del diario 2013.

A questa bella gente debbo veramente tanto, anzi quasi tutto, e per questo ringrazio il buon Dio.

Ieri poi il cognato di Gianni, fotografo per diletto, mi ha perfino portato la magnifica foto inserita nel calendario 2014. Che cosa mai desidero di più? Tutta questa amabile gentilezza finisce poi per mettermi in crisi perché non riesco a ricambiare tanta generosità e a condividere quel po’ di successo che tanti addebitano a me, mentre va debitamente condiviso e la parte che mi spetta è quanto mai piccola.

Stamattina, mentre ho appeso il calendario con la bella foto scattata a Sesto al Reghena, sono stato colpito da un particolare che mi ha costretto a meditare: la foto mi ritrae mentre sto celebrando l’Eucarestia per i miei anziani e alle mie spalle c’è un grande e meraviglioso Cristo in croce. Guardandola ho sentito tutto il peso e la responsabilità di aver scelto di fare il prete. Il Cristo dell’antica basilica che è ritratto alle mie spalle, pare proprio che mi incarichi di essere il suo portavoce. Quante volte non mi sono sentito pesare questo compito così carico di responsabilità che, ogni giorno di più, mi fa sentire l’inadeguatezza ad una “missione impossibile”.

Spero proprio che Cristo non si sia sbagliato e non si sia stancato di farsi rappresentare da un povero gramo quale io so di essere.

03.12.2013

Il libro della vita

Prima la ritenni una necessità, poi forse è diventata un’abitudine abbonarmi ad un sacco di riviste. L’editoria cattolica, anche se oggi non è all’avanguardia nel settore della carta stampata, sforna ogni settimana ed ogni mese una serie di periodici che mi interessano quanto mai, per non parlare poi dei volumi che le case editrici di orientamento religioso, ma pure quelle di impronta laica, sfornano a getto continuo su argomenti che riguardano la Chiesa e il mondo religioso.

Questa sovrabbondanza di informazioni e di approfondimenti su argomenti che mi interessano come sacerdote, finisce per mettermi a disagio e di frequente perfino mi fa sentire in colpa perché non riesco a leggere che una piccola parte di questa valanga di discorsi, analisi, informazioni, progetti e proposte.

Nonostante il serio impegno di non perdere tempo, faccio fatica a seguire anche quegli argomenti che di primo acchito mi sembrano importanti, tanto che sperando sempre di leggere certi articoli che mi interessano, finisco per produrre pile di giornali e riviste che poi non fanno che aumentare il mio disagio per tanto bene sprecato. La cosa mi tocca particolarmente conoscendo di persona la fatica e il costo della “produzione giornalistica”, perciò il suo spreco mi turba quanto mai. Nonostante abbia pensato e ripensato non riesco a risolvere questo problema. Forse questo discorso riguarda soprattutto le persone anziane, e io lo sono fin troppo.

A questo proposito porto nell’animo un ricordo che forse mi offre un varco per uscire da questo stato d’animo. Tanti anni fa, giovane prete, sembrandomi che il mio vecchio parroco, don Valentino Vecchi, leggesse poco, da impertinente e criticone come sono sempre stato, glielo feci osservare. Lui mi diede una risposta su cui sto meditando, e forse mi offre una via d’uscita per le mie difficoltà di aggiornamento. Monsignore, sornione e veramente intelligente qual’era, mi rispose: «Armando, se alla mia età (e forse a quel tempo era più giovane di me adesso) non avessi ancora imparato a leggere il libro della vita, vorrebbe dire che non avrei proprio imparato nulla!».

Forse dovrò anch’io dedicarmi un po’ di più a leggere questo “quotidiano” fatto di incontri, riflessioni, sensazioni, confidenze, piuttosto che cimentarmi su elucubrazioni spesso artificiose, interessate o scritte per sbarcare il lunario.

02.12.2013

Il pettirosso di un mattino

Stamattina il termometro segnava solamente due gradi. Nonostante il freddo gelido, ho aperto la porta-finestra che dà sul terrazzino per il ricambio dell’aria mattutina. Quindi, dopo la toilette, sono tornato nel salottino, dove ogni mattina recito il breviario, per richiudere la porta.

Non appena accesi la luce notai che qualcosa si muoveva sul pavimento. Dapprima pensai con stupore e preoccupazione ad un topo, poi vedendo che quel cosino scuro si era alzato in volo, capii subito che era un piccolo pettirosso che probabilmente, vista la luce, era entrato nella stanza. Feci un po’ di fatica per ridargli la libertà perché, per la paura, finiva sempre per andare a sbattere sulle pareti. Finalmente poi imboccò la porta-finestra che avevo spalancato, ed uscì nel buio verso il luogo da cui era venuto. D’istinto m’è venuto da domandarmi “dove è nato, chi sono i suoi genitori, dove sarà andato?”. Tutte domande che, almeno per me, non trovano una risposta adeguata.

Il piccolo incidente, per associazioni di immagini e di idee, mi rimandò alla prefazione di quello splendido volume, uscito una quarantina di anni fa, che è “Il catechismo per adulti” della Chiesa d’Olanda nei Paesi Bassi. Il testo  immagina che l’uomo entri in maniera inaspettata in un salone ove si disserta sui misteri della vita, come l’uccello entra misteriosamente nella stanza ove c’è calore e luce e poi esce quasi subito nel buio da cui è arrivato.

Il catechismo olandese, avvalendosi della Bibbia e della tradizione, tenta di dare una risposta agli eterni e sempre attuali problemi che si esprimono con le domande “da dove vengo, cosa ci sto a fare a questo mondo e dove vado?”. Con i vesperi di questa prima domenica di avvento la Chiesa, rifacendosi alla Rivelazione, tenta di dare a queste domande delle risposte convincenti. Nella mia meditazione mattutina ho fatto il proposito di andare ancora una volta a lezione da Gesù, per comprendere un po’ di più il senso della mia esistenza. Non posso accettare che essa si riduca ad un attimo di incontro con la luce della vita senza capire il prima e il dopo di questa vita, perché non avrebbe senso se essa venisse dal buio e dopo qualche attimo di calore e di luce, di certo non assolutamente appaganti, si rituffasse nel buio del mistero.

Cristo viene per parlarmi di tutto questo, perciò lo voglio ascoltare con rinnovata attenzione.

30.11.2013

Don Fausto

Tutte le settimane un mio collaboratore mi porta “La Borromea”, il primo “bollettino settimanale”, in ordine di tempo, che è sorto a Mestre. La storia del periodico l’ho raccontata altre volte, però la ripeto per giustificare il mio particolare interesse per questo settimanale.

Mezzo secolo fa monsignor Vecchi, di cui ero cappellano, mi portò in Francia, Paese che allora era all’avanguardia da un punto di vista pastorale, per aggiornare la nostra attività parrocchiale su quel modello. Scoprimmo in una chiesa un “rudimentale” bollettino, ed appena tornati a casa fondammo “La Borromea”, in ricordo della campana donata alla parrocchia di San Lorenzo da parte di san Carlo Borromeo che, di ritorno da Roma, sostò nella villa di via Carducci, villa che oggi ospita la biblioteca civica.

Al mio interesse per questo motivo s’aggiunge il fatto che della “Borromea” sia oggi responsabile don Fausto Bonini, che io conobbi ragazzino quando, ben sessant’anni fa, fui assegnato alla parrocchia dei Gesuati ove don Fausto abitava con la sua famiglia. In verità leggo ogni settimana questo bollettino parrocchiale perché è un foglio eccellente sotto ogni punto di vista. Don Fausto, già direttore di “Gente Veneta”, è uno dei sacerdoti più preparati in fatto di giornalismo. Seguo poi questo “bollettino” perché posso seguire un tipo di impegno pastorale che io reputo assolutamente all’avanguardia nella nostra città.

Le iniziative pastorali di questo parroco, pur arrivato in tarda età alla parrocchia, dimostrano un intuito piuttosto raro di come oggi deve orientarsi una comunità cristiana che intende dialogare in maniera vera con i fedeli e la città.

Oggi la copertina di questo numero della “Borromea” riporta una bella foto di don Fausto e una sua triste lettera alla parrocchia e a Mestre. Il parroco del duomo informa che a metà maggio, avendo compiuto settantacinque anni, ha dato le dimissioni, che il Patriarca le ha accettate e che l’ha pregato di continuare per ora a svolgere l’attività pastorale con la delega di “amministratore parrocchiale”, un incarico che sa “di parroco azzoppato”, ossia con poteri limitati.

Don Fausto ha accettato di proseguire il suo compito con parole nobili e piene di amore verso la Chiesa veneziana che ha servito per più di cinquant’anni.

Confesso che ho letto La Borromea con tanta amarezza. La Chiesa mestrina perde uno dei suoi pochi leader che ha dimostrato di guardare al futuro e di saper dialogare non solamente con i fedeli del nostro tempo, ma pure con la città.

La Chiesa veneziana, mi pare che anche in passato non abbia mai conferito compiti sostanziali di guida al parroco del duomo di Mestre; sono state, a mio modesto parere, nomine piuttosto formali che reali. Ora non ci sono neppure quelle.

E’ vero che in linea d’aria Venezia è a un tiro di schioppo, in realtà però c’è di mezzo la laguna che per Mestre è poco meno dell’Oceano Pacifico.

25.11.2013

Il viale

Molti anni fa mi capitò tra le mani un saggio di un certo architetto Artico, persona che credo di non aver mai incontrato. Lo studio verteva sulla scelta del tracciato di viale Garibaldi; mi sembrò una specie di studio di fattibilità. Ricordo che quando lo lessi, una quindicina di anni fa, la cosa mi incuriosì alquanto perché si diceva che i progettisti che studiarono e decisero questo tracciato del viale che, partendo dalla torre, congiunge Mestre a Carpenedo, si ispirarono al viale più celebre di Versailles, la notissima residenza reale. Se fosse stato così, mi pare che le ambizioni dei mestrini fossero più che mai esagerate e che il risultato sia stato quanto mai modesto. Capisco invece un po’ di più la direzione di viale Garibaldi che secondo i costruttori doveva manifestare la tensione verso Treviso.

Non è da dimenticare che, almeno a livello religioso, la prima periferia di Mestre è costituita dalla comunità di Carpenedo, che fino al 1926 fu l’ultima propaggine, a livello religioso, della diocesi trevigiana. Quando dovettero adeguarsi alle scelte del duce, che desiderava far combaciare le diocesi con le province, ci fu una qualche resistenza da parte dei sacerdoti che avevano studiato tutti nel seminario di Treviso e perciò erano più legati a quella città che a Venezia.

Comunque, dei sogni eccessivamente ambiziosi di questi progettisti, di bello non ci sono che i tigli che ingentiliscono le case senza pretese architettoniche che fiancheggiano il viale e che a primavera offrono un profumo delicato all’unica passeggiata possibile per i mestrini. Ora però anche i tigli, spogli delle loro chiome e del loro fogliame, offrono uno spettacolo triste e malinconico, di una città che nonostante i recenti tentativi di nobilitarla con qualche ritocco parziale di arredo urbano, rimane ben povera, stretta tra l’elegante ed operosa capitale della Marca e Venezia, la morente capitale della Serenissima.

Un tempo Mestre aveva almeno il vanto di un polo industriale di prim’ordine, ora ha perduto anche questa ricchezza, perché le sue fabbriche sono quasi tutte chiuse e ridotte a macerie in una città post industriale che vive di espedienti, condannata ad un grigiore civile e commerciale e a rimanere periferia di tutto quello che esiste di più nobile e di bello.

A livello religioso, una quarantina di anni fa sembrò che la nostra Chiesa avvertisse un sussulto di vita e di autonomia, ora pare che anche da questo lato segua la sorte di questa città destinata a rimanere periferia.

24.11.2013

Un’Italia da scoprire

La signora Mariuccia, la nota voce solista del “coro Santa Cecilia”, che anima tutte le feste l’Eucarestia al “don Vecchi” e nella “cattedrale fra i cipressi” e che inoltre si esibisce spesso, durante l’anno, nei vari Centri con dei programmi di musica lirica e romanze, ha convinto lo staff che organizza i “pomeriggi turistici” per i nostri anziani, di puntare, come meta dell’ultima uscita, su Arzerello, suo paese natìo.

Ho fatto fare una ricerca su Internet per avere qualche notizia su questo paese della nostra soprano. In verità ho trovato tanto poco: un paesino della bassa padovana, che in una minuscola frazione offre una chiesa denominata “del Cristo”. Le foto relative, del paese e di questo piccolo santuario, mi sono sembrate ben meschinelle, tanto che subito mi è venuto da pensare che avremmo fatto cilecca per questa uscita mensile che noi, con un po’ di retorica, chiamiamo “gita-pellegrinaggio”. Il fatto poi che i giorni precedenti ci avessero inflitto la coda del “ciclone Cleopatra”, che ha messo in ginocchio la Sardegna e che ci aveva offerto pioggia a volontà, mi avevano creato ancor maggiore apprensione e pessimismo.

Invece il buon Dio ci ha regalato una giornata primaverile, un cielo terso ed un sole proprio ammiccante ed affettuoso. Lungo il viaggio abbiamo potuto ammirare l’autunno nel suo fulgore, mentre tutta la catena del Grappa, ben visibile a motivo della pioggia che aveva ripulito l’atmosfera, ci ammoniva, con le sue cime innevate, che l’inverno è ormai alle porte.

Arrivammo verso le 15,30 al piccolo sagrato della Chiesa del Cristo, una chiesetta di campagna con una facciata insignificante. Ci accolse un signore in blue jeans che pensai fosse un contadino del posto, ma ben presto scoprii che era il parroco e “che parroco!”, ben cosciente della sua autorità! Prese in mano, fin da subito, la regia del nostro pellegrinaggio, spiegandoci alla buona la storia del santuario e del Cristo che vi era custodito. La storia risultò uno dei tanti racconti che, se non sono leggenda, di certo ne sono un parente prossimo. Quando ci permise di entrare, dopo il racconto-predica, scoprii subito che la cappella a destra, con il Cristo, era la parte antica alla quale, all’inizio del secolo scorso, avevano accostato una chiesa alquanto modesta ma ben curata ed accogliente.

La visione del Cristo, dipinto su tavola dal Donatello, o da qualcuno della sua scuola, da solo meritava veramente il viaggio: una splendida e dolce figura di squisita armonia e di calda umanità.

Poi, da anfitrione deciso, il parroco ci impose la recita del rosario ed una messa condita abbondantemente con canti vecchi e nuovi. Comunque ho notato che i miei vecchi hanno gradito quanto mai quella liturgia popolare e interventista e hanno seguito seriamente il rito ben più lungo, nonostante io abbia rinunciato, per motivi di tempo, al mio sermone sul dovere di cogliere la vita come un bel dono.

La seconda parte dell’uscita, con la consueta merenda – che per una persona un po’ parca basterebbe per colazione, pranzo e cena – s’è svolta nel bellissimo patronato della parrocchia vicina di Campagnola.

Penso che se avessimo portato la nostra allegra brigata di un centinaio di anziani del “don Vecchi” e di Mestre a Parigi o a Londra, non li avremmo fatti più felici!

Recentemente ho sentito che il petrolio è la ricchezza di una nazione e che noi italiani ne abbiamo giacimenti quasi infiniti: non di petrolio, ma delle nostre opere d’arte! Il guaio è che non sappiamo di averli e perciò siamo costretti a vivere da poveri.

23.11.2013

La zarina e la rivoluzione

Un paio di settimane fa ho ceduto alla tentazione di vedere un altro film banale e scontato. La pellicola messa in onda da “Rai storia” narrava la vita di Caterina, la zarina di Russia, l’imperatrice che riuscì a liberarsi di un marito pazzo che stava screditando la monarchia e rovinando il Paese, riuscendo così a prendere in mano le redini del potere.

Confesso il motivo del mio “peccato” di sperperare in maniera così banale il mio tempo, mentre ho molte cose tanto più importanti a cui badare: provo da sempre una curiosità morbosa per le ricostruzioni storiche, per i film in costume e, in questo caso, per la messa in scena di un mondo che ho conosciuto attraverso le splendide opere di Tolstoj, Dostojevskij e di Cechov.

Ripeto, il film era una somma un po’ scontata di luoghi comuni: balli, divise militari pittoresche, galanterie sentimentali, intrighi di corte a non finire e lusso sfrenato. Il film però presentava, in maniera perfino troppo evidente, il mondo frivolo e flaccido, fatuo ed inconsistente di una aristocrazia ricca, spendacciona, che campava lussuosamente sulla sofferenza e sulla miseria dei poveri contadini di una società arretrata.

Mentre guardavo il susseguirsi di scene che evidenziavano il basso livello civile ed umano di quella società, capii che essa non poteva non generare che la rivoluzione dei Soviet. La rivoluzione russa è stata un’utopia di un mondo diverso e migliore, anche se poi questo sogno generato da una società dissoluta e priva di valori comportò tanto sangue e tanta miseria.

Ricordo che quando vivevo nella piccola comunità di sacerdoti di San Lorenzo, monsignor Vecchi ribatteva al rifiuto radicale di don Franco della politica e del modo di governare di De Gaulle e dell’ebrea Golda Meyer – i quali governavano con mano decisa che don Franco definiva “fascista” – che non erano questi uomini di Stato a determinare un clima quasi di dittatura, ma erano essi stessi invece ad essere espressione diretta di un certo tipo di società confusa ed irrequieta.

Questi ricordi mi hanno spinto ad accostare quel clima di disordine, di intrighi e di distacco dalla vita e dai bisogni reali del popolo, alla situazione in cui stiamo vivendo: faide di palazzo nel Pdl, lotta fratricida con colpi bassi nel Pd e frantumazioni costanti delle frange del Centrosinistra e del Centrodestra!

La gente è “disamorata”, non va più a votare, e chi lo fa punta sull’incognita finora sconosciuta di Grillo, il comico della politica.

Più volte ho sentito qua e là un già conosciuto ed amaro auspicio: “Ci vorrebbe un uomo forte che mettesse a posto le cose!”. Non si auspica più “l’uomo della Provvidenza” perché la società è sempre meno religiosa, però mi pare che ci siano tutte le premesse di un desiderio di ordine, di disciplina e di autorevolezza. Ho paura che, se andiamo avanti di questo passo, questo modo di pensare possa generare ancora una volta, il dittatore!

22.11.2013

I ladri di galline e i ladri in frac

Io sono nato in campagna e una delle risorse più consistenti per la mia famiglia piuttosto numerosa era il pollaio. Le galline, le oche, le faraone, le anitre e i conigli erano una delle ricchezze che costituivano non solo una risorsa per la tavola, ma pure una merce di scambio per gli acquisti nella bottega degli alimentari. Spesso mia madre mi mandava a far la spesa pagando con le uova. Era un compito che mi faceva sentire povero, eppure era necessario farlo perché la paga di mio padre carpentiere era piuttosto miserella.

Il pollaio era collocato nel cortile e mio padre lo sorvegliava vigile mantenendo sempre a portata di mano lo schioppo calibro sedici con cartucce caricate a pallini, per custodire il nostro “tesoro” specie nelle notti buie senza luna che erano più propizie per i ladri di polli durante la notte.

Ben presto però sono venuto a conoscenza che di ladri ce ne sono di tutte le specie, tanto che è molto difficile farne una lista, perché oggi sarebbe troppo lunga. I giornali ci informano ogni giorno delle trovate più “geniali” per procurarsi denaro a buon mercato e senza sudare. Qualche settimana fa i ladri hanno sottratto, senza colpo ferire, trenta milioni di euro dal forziere di una società di vigilanza; l’altro ieri han rubato cento quintali di argento da un camion sull’autostrada. Ora mi pare di aver tristemente scoperto che come alle vecchie povertà oggi se ne sono aggiunte tante di nuove, così è avvenuto per la tipologia dei “ladri”. Oggi ci sono ladri che possono fregiarsi di titoli di ministro, governatore di Regione deputato, senatore, magistrato, sindaco, manager di enti pubblici e perfino senatore e i loro furti sono ben più consistenti di quelli perpetrati dai ladri di pollaio.

Queste categorie però, almeno nominalmente sono imputabili e perseguibili, anche se non sempre sono puniti come quelli delle galline. Ho però anche la sensazione che ci siano cittadini che a livello formale non possano essere definiti ladri, ma in sostanza forse delinquono più dei primi. Io vorrei chiedere ai miei amici come dovrebbero essere definiti i giocatori di calcio o di basket che percepiscono decine di milioni all’anno, i deputati, i managers degli enti pubblici, i magistrati, che già percepiscono stipendi favolosi, ma che un giorno prima della pensione sono promossi per averla raddoppiata. Così pure i capitani, i colonnelli, i generali dell’esercito e così via dicendo?

Vorrei chiedere alla gente molto più equilibrata e saggia di me: “Vi pare onesto che a fronte di decine di milioni di italiani che percepiscono una paga tra i millecinquecento e i duemila euro al mese ed una pensione ancora inferiore, questi personaggi possano accettare, senza batter ciglio, paghe e pensioni dieci, venti, trenta volte superiori a quelle dei comuni mortali, senza sentirsi rimordere la coscienza per questa grande ingiustizia e sostanziale illegalità?”.

Io confesso che non sono ancora riuscito a trovare un termine adeguato per definire questa realtà. Mi sta venendo il dubbio che la nostra società preveda un tipo di “furto reale”, ma non perseguibile penalmente!

19.11.2013

Domande senza risposta

Provo una curiosità morbosa di essere informato sulla vita del nostro Paese e del mondo intero. Il telegiornale è per me come “il pane nostro quotidiano”. Debbo confessare che quasi sempre l’ascolto mi fa scattare reazioni solitarie di rabbia, indignazione, sconforto, delusione e, non di frequente, di scoraggiamento profondo.

Purtroppo anche il telegiornale, figlio naturale del giornale, ne porta i tratti caratteristici che non sono proprio né i più belli della vita né, meno ancora esaltanti. Le notizie, quando non sono grigie sono buie e lacrimose e spesso tra di esse ogni volta scopro la “perla” alla rovescia, che mi porta quasi una disperazione a livello civile.

Ieri sera ho seguito quasi con sgomento la grande dimostrazione nella cosiddetta “terra dei fuochi”, nella quale almeno cinquemila persone, sotto la pioggia battente che rendeva ancor più squallida l’atmosfera e l’ambiente, in modo un po’ folkloristico hanno dimostrato contro coloro che hanno inquinato la campagna e i pascoli con centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti nocivi ed invocavano giustamente dal Governo rimedi pronti e risolutivi. Chi mai a questo mondo può non condividere questa protesta contro qualcosa che avvelena la terra, le falde acquifere e soprattutto la popolazione?

Mentre sfilavano sotto i miei occhi i cartelli portati da bambini, donne e uomini di tutte le età che reclamavano il diritto di vivere, pensavo agli azionisti delle fabbriche inquinanti, ai consigli di amministrazione, ai responsabili della gestione, ai mafiosi, ai cittadini avidi di denaro che hanno lucrato vendendo i campi: tutti personaggi che per denaro, da sprecare in maniera spesso disinvolta, si sono resi colpevoli di questo delitto sociale.

Ma poi, quasi per istinto, mi sono domandato: “Ma quando si è compiuto questo attentato al Creato? In Italia non c’era un presidente della Repubblica, un capo di Governo, un ministro dell’interno, dell’agricoltura e della salute pubblica; non c’era un presidente della Regione, dei consiglieri, un prefetto, un sindaco, un vescovo, un parroco, una stazione dei carabinieri, un magistrato, dei vigili urbani, non c’erano dei cittadini partecipi alle vicende del proprio Comune? Le industrie, la mafia pure hanno commesso il delitto, ma tutti questi si sono prestati a “fare da palo” e perciò sono corresponsabili.

Perché non si trascinano tutti in tribunale, non li si accusa di disastro naturale, di omicidio? Perché la nostra magistratura, spesso così solerte per reati certamente gravi, ma non così gravi, non condannano a riparare almeno i danni, costringendoli a pagare di persona e con i loro averi il delitto commesso per ignobili motivi contro la collettività?

Finché non si condannano i veri colpevoli, che spesso si mescolano con chi protesta, certe manifestazioni diventano una messinscena pietosa piuttosto che una richiesta seria di giustizia!

18.11.2013

Decadenza ed ipocrisia

Sono tristemente convinto che Venezia stia decadendo in maniera ineluttabile sotto ogni punto di vista: economico, sociale, culturale e di costume. Non so se si riuscirà a farne un museo abbastanza dignitoso nel quale si ingessino palazzi, canali, strutture sociali, economia, arti e mestieri e offrirli quali reliquie della cultura dei tempi della Serenissima, perché “i foresti” possano visitare la nobile repubblica dei secoli passati ridotta a museo, ma per ora temo che stiamo offrendo al mondo lo spettacolo di una città in progressivo degrado a tutti i livelli.

Ho letto ieri mattina la bocciatura della presunzione del governo di Venezia di poter far dichiarare Venezia città della cultura, mentre è stata umiliata e collocata perfino dietro a Matera. Si, perché tra i mille altri difetti attuali di Venezia, c’è pure oggi la supponenza, l’arroganza e la presunzione di rappresentare ancora la Serenissima Repubblica.

Ma vengo al motivo per cui sento il bisogno di intervenire ancora una volta, cioè la scelta di cancellare dai documenti il nome di “padre” e “madre” per sostituirli con “genitore uno e genitore due”, e questo per mettere la tipica foglia di fico sopra la convivenza dei gay e delle lesbiche.

Credo che l’assessore che ha avuto questa trovata, portando avanti questa operazione pensi di dare maggiore prestigio, notorietà e pensi di presentare Venezia come la mosca cocchiera del progresso. Dico, senza mezzi termini, che reputo questa cosa un segno di ulteriore decadenza ed ipocrisia. A scanso di equivoci affermo che non ho nulla contro gli omosessuali, anzi auspico che si dia loro una copertura giuridica attenta alla loro situazione particolare; i gay e le lesbiche che io ho conosciuto sono delle degnissime persone che hanno diritto di essere rispettate e tutelate, ma non mi si dica che la loro convivenza possa essere denominata famiglia, perché questa è tutt’altra cosa! Non posseggo sufficiente competenza di ordine psicologico, pedagogico e sociale per dire se sia opportuno affidare loro dei bambini in adozione, anche se penso che con tutte le coppie normali che sono alla ricerca di adottare un bimbo o una bambina, questi siano il surrogato più simile alla paternità e maternità naturale essendo un uomo ed una donna “veri” che hanno delle doti specifiche e complementari. E certamente questi sono più idonei a crescere ed educare più positivamente di qualsiasi coppia omosessuale per quanto formata da soggetti corretti.

La trovata dell’assessore del Comune di Venezia manifesta il suo intento di essere ad ogni costo “à la page” con una certa opinione pubblica corrente e non certo un “doveroso coraggio” di andare contro corrente, accodandosi invece a chi sbraita di più.

Anche questo comportamento è per me segno di decadenza morale e civile, in netto contrasto col passato nobile ed elevato della nostra gente e della nostra città.

16.11.2013

Quando e perché?

Ho la sensazione, anzi quasi la certezza, che molti miei colleghi e forse anche il mio “governo” non capiscano e non condividano il mio impegno a favore degli anziani poveri. Le insinuazioni che furtivamente mi giungono all’orecchio sono diverse e quasi mai benevole. Qualcuno mi accusa di mania di protagonismo, “mal della pietra”, voglia di emergere ed altro ancora. Qualche altro accampa motivazioni vetero-comuniste, arcaiche, irrazionali e superate, ma ancora superstiti in qualche nostalgico del passato, affermando che a queste cose ci deve pensare lo Stato o il Comune o, comunque, l’ente pubblico, perché questi compiti non sono di pertinenza della Chiesa.

Per le prime insinuazioni neanche tento una difesa: è giusto che anch’io porti la mia croce. Ma per questi ultimi mi è sempre venuto da domandarmi: “Ma che ci sta a fare la carità cristiana e, meglio ancora, il comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso”, se poi non si realizza un qualcosa di concreto?

Qualcuno che mi vuol bene pensa che questi giudizi malevoli siano un modo volgare per nascondere il proprio menefreghismo, il proprio desiderio di quieto vivere che viene turbato dall’impegno altrui. Qualche altro pensa che si tratti di invidia o di una reazione per giustificare il proprio disimpegno. Comunque la pensino gli uni e gli altri, è mia convinzione profonda che il comandamento dell’amore reciproco debba essere calato giù dalle nuvole e concretizzarsi in strutture o servizi, anche se questa operazione di concretizzare le scelte e gli ideali sempre si impoveriscono a motivo dei nostri limiti. Io, in questa stagione della mia vita, fra tutto il possibile e il necessario, mi sono ritagliato una piccola fetta: la residenza per gli anziani poveri, pur sapendo che il campo della carità è semplicemente immenso.

Voglio aggiungere che quando un uomo di Chiesa fa una scelta di questo genere, essa debba avere delle caratteristiche ben definite che la qualificano come autentica carità cristiana. Perciò ho eliminato fin da subito i settori che sono già abbondantemente presidiati o dall’ente pubblico o dagli enti di commercio. Ritengo invece che la Chiesa debba intervenire in presenza di queste condizioni:

  1. Quando apre una strada nuova con delle soluzioni innovative e quando, risultando questa sperimentazione collaudata e positiva, lasci pure che altri si occupino del progetto e lo portino avanti in scala più vasta.
  2. Quando l’opera è offerta alle classi più povere e quindi possono accedere a questa struttura o a questo servizio anche i soggetti meno abbienti che non potrebbero mai permettersi di fruire di realtà costose e superiori alla portata delle sue possibilità.
  3. Quando l’opera offre delle soluzioni rispondenti alle attese della povera gente, è rispettosa della persona e permette agli utenti di realizzarsi in maniera compiuta e pure rispondente agli standard del nostro tempo.

Da queste premesse credo che un prete non debba mai fare concorrenza alle strutture esistenti, non debba mai impegnarsi per le classi agiate, non debba puntare al lucro ed offrire soluzioni sgangherate, fuori tempo e non degne di essere destinate ai figli di Dio.

Questa è la mia dottrina e spero di essermi sempre attenuto ad essa nei miei impegni di ordine sociale.

16.11.2013

Il fine e i mezzi

Sono d’accordissimo che i cristiani lodino Dio per tutto quello che ci ha dato e quello che ci ha promesso. Quante volte non sogno e non desidero che impariamo a contemplare il creato e le creature con gli occhi stupiti e incantati di Francesco d’Assisi, per sentire che tutto quello che ci circonda e che è semplicemente stupendo e meraviglioso è un segno dell’amore e della benevolenza di Dio nei nostri riguardi e per questi doni Gli rendiamo grazie e cantiamo la Sua lode.

Sono pure convinto che è opportuno, anzi necessario, che i fedeli, nel chiuso della loro coscienza e delle loro case, ma soprattutto assieme alle loro comunità, si fermino di frequente a riflettere sul messaggio di Dio, sulla Sua misericordia e sulla Sua tenerezza. La liturgia che ne è l’occasione principe, è, e sarà sempre, una componente insostituibile di questo rapporto d’amore, di fiducia e di riconoscenza. Però, affermato questo con profonda convinzione mi sembra di dover affermare, con altrettanta convinzione, che queste occasioni, che normalmente sono definite con la parola “riti” non devono mai essere fini a se stesse, ma devono essere tese a costruire “l’uomo nuovo”, quello che vive a livello esistenziale queste grandi e meravigliose realtà.

Io ho la fortuna e soprattutto la grazia di celebrare ogni domenica “i divini misteri” in una chiesa gremita di fedeli partecipi dei sacri segni, che mi pare accolgano il dono della parola del Signore a cuore aperto, con gioia e disponibilità.

Ogni domenica però, quando vedo uscire questa folla di uomini e donne per immergersi di nuovo nel quotidiano, sogno che esca dalla mia povera chiesa una folata di primavera, di speranza, di ottimismo, di bontà e di generosità. La bibbia afferma: “Come son belli i piedi dei messaggeri di liete notizie”. La fede, la preghiera e il dialogo con Dio, di natura loro devono promuovere questa rinascita interiore, questi uomini e donne nuove; guai se il rito diventa fine a se stesso e il credente si sentisse a posto dopo aver “pagato la tassa al Signore”! Il dialogo, e soprattutto la comunione con Dio, deve promuovere per sua natura letizia, speranza, ottimismo, bontà, simpatia, disponibilità, bellezza, coraggio e solidarietà.

Se non fosse così di certo ci sarebbe un inceppo spirituale o un travisamento per cui messe, rosari e prediche relative diventerebbero un perditempo inutile, un equivoco a livello religioso, perché il mezzo diventerebbe fine e ciò sarebbe veramente desolante.

Negli Atti degli Apostoli i pagani riconoscevano i cristiani non perché si facevano il segno della la croce o celebravano i sacri riti particolari, ma come “coloro che si amano”. Spero che tutti i cristiani escano finalmente dalla convinzione che i riti siano fine a se stessi e che Dio li gradisca solamente come tali.

15.11.2013

Al “Ritrovo”

La signora Laura Novello, a nome dell’Associazione Anziani di Carpenedo, mi ha chiesto di celebrare una Santa Messa al “Ritrovo” il circolo di anziani di Carpenedo. Ho aderito volentieri anche perché alcune delle attuali responsabili del gruppo che gestisce questa struttura parrocchiale, più di trent’anni fa mi furono meravigliose collaboratrici nel dar vita a questa bellissima e riuscita esperienza pastorale.

Erano quasi dieci anni che non entravo più nella sede del gruppo di via del Rigo 14, ossia da quando avevo lasciato la parrocchia per la pensione e onestamente avevo un po’ di preoccupazione nel tornare in quel luogo dopo tanto tempo. Non sempre i miei successori mi hanno assomigliato o hanno condiviso lo stile che, quasi in maniera maniacale, ho sempre perseguito nelle strutture alle quali ho dato vita. Per me la pulizia, il buon gusto, l’ordine, la signorilità, sono il presupposto di fondo per una qualsiasi proposta pastorale, sociale, culturale e spirituale. Sono sempre stato convinto che non col cattivo gusto, la volgarità e la sciatteria sia semplicemente illusorio poter fare una proposta sociale seria e positiva.

Per mia fortuna non sono stato deluso: l’esterno era perfino migliorato, mentre all’interno tutto sommato è rimasta l’impronta originale, fatta la piccola eccezione d’aver lasciato i tavoli nella sala della riunione, cosa perdonabile perché sono sempre stati pesanti per poterli rimuovere facilmente. Il “patronato degli anziani” è la risultante del recupero di due appartamenti: un ingresso, un ripostiglio, un salottino per la direzione, due bagni, il cucinotto e la sala degli incontri, capace di ottanta, cento posti a sedere. Sullo sfondo due grandi tele, una di Vittorio Felisati con la piazza e la chiesa di Carpenedo, l’altra di Amedeo Tortani rappresentante la villa di Asolo che per tanti anni ha ospitato le vacanze degli anziani.

Le mie “vecchie” meravigliose dirigenti (vecchie solamente per il tempo di impegno e di servizio, perché per entusiasmo, aspetto e grinta sono rimaste poco più che ventenni) hanno avuto la brillante e cara idea di elencare la serie ormai quanto mai numerosa di collaboratori che “sono andati avanti” e che ci aspettano lassù e quella di quel popolo sconfinato di anziani della parrocchia e della città che al “Ritrovo” hanno trovato amicizia, cultura, attività fisica, ricreazione, turismo, spiritualità e gioco.

Mentre a turno Angela, Laura, Ada e Alice leggevano i nomi di questi amatissimi amici, alla mia memoria si sono affacciate, sovrapponendosi l’una all’altra le immagini di un’infinità di volti, i ricordi di viaggi, conferenze, tombole, concerti di ogni tipo, pranzi, feste e vacanze nella villa asolana che fu, per almeno vent’anni, il prolungamento de “Il Ritrovo”.

Nell’omelia ho parlato con foga e convinzione della bellezza, della ricchezza, delle potenzialità e del valore sociale e religioso della terza e quarta età, nella speranza di motivare ulteriormente il gruppetto che ora porta avanti questa struttura e soprattutto questo servizio. Per me quella degli anziani è stata una splendida avventura pastorale. Vista poi dall’alto e dal dopo, mi è parsa perfino straordinaria. Spero che Laura, Angela e Ada accettino la mia proposta di raccogliere in un volumetto questi ricordi e soprattutto i volti, le testimonianze e i contributi dei moltissimi personaggi che dettero vita a questa singolare e forse unica “impresa” cittadina nel settore del mondo degli anziani.

14.11.2013

Quelli del no

Ritorno ancora una volta su un argomento sul quale già ho riflettuto ad alta voce in passato. Lo faccio perché anch’io sono membro di questa città e da sempre sono convinto che non si può stare alla finestra, ma è doveroso dare il proprio contributo, seppur umile, alla vita della nostra città.

L’occasione di questo intervento me l’offre l’incontro dell’altro ieri a Roma ove ministro, presidente della Regione e sindaco di Venezia hanno preso delle decisioni sull’ingresso in laguna delle grandi navi. Non ho ben capito quale sia il risultato. Zaia e Orsoni sono ritornati soddisfatti, mentre le migliaia di lavoratori, piccoli commercianti e cittadini che vivono della ricchezza portata a Venezia da queste città galleggianti cariche di gente che spende, lo sono un po’ meno, anzi sono delusi e in rivolta.

So, da quanto ha pubblicato Il Gazzettino una settimana fa, che le entrate economiche di Orsoni sono quanto mai ingenti, ma penso che pure Zaia possa vivere tranquillamente anche senza gli euro che arrivano dalle grandi navi.

Qualche giorno fa un certo giornalista del Gazzettino ha pubblicato un articolo dal titolo “Quelli del NO” ed ha enumerato la serie di rifiuti che tutti conosciamo perfino troppo bene. Alla serie molto lunga e dibattuta in questi giorni si è aggiunto il NO alle navi e l’altro NO al “Gardaland” nell’isola abbandonata alla sterpaglia e popolata dalle pantegane. Sembra che la politica cittadina sia condizionata più dai ragazzi dei centri sociali e dalle dame che discutono le sorti della città mentre prendono il tè nei salotti buoni, che dalle esigenze della povera gente e dai bisogni di restauro dei palazzi, delle chiese e delle case che cadono a pezzi (vedi l’ultima denuncia delle vetrate del Vivarini di San Giovanni e Paolo).

Io ritengo che non possiamo soltanto continuare a mendicare dallo Stato, il quale sta spendendo fin troppo, ora per il Mose e prima per la legge speciale, ma bisogna pure darci da fare perché Venezia ridiventi veramente “la perla della Laguna”.

Andando a Lourdes sono passato per la cittadina medioevale di Carcassonne e sono stato quanto mai ammirato da come abbiano restaurato e conservato quel borgo che si offre in tutta la sua bellezza e in tutta la sua originalità ai visitatori di mezzo mondo. Credo che siamo ancora in tempo per salvare Venezia. C’è bisogno di bonificare i rii, i palazzi e le case malsane e gestire con oculatezza, con i piedi per terra, con sano realismo tutte le potenzialità che vi sono ancora, cogliendo con saggezza le opportunità quanto mai numerose e provvidenziali che sono state offerte in questi ultimi trent’anni e che invece sono state sprecate per arroganza e per dilettantismo politico, bisogna uscire dall’immobilismo che paralizza e sta strangolando la città. Sta “partendo l’ultimo treno”. Salviamo Venezia ora o mai più!

“Dio lo vuole?”

Altre volte ho confessato che dopo aver recitato il rosario alle 20,30 con i miei vecchi sono un uomo “morto”. Non riuscendo a far niente di serio, mi siedo davanti alla televisione e dopo un minuto sono già addormentato, mentre il televisore, qualsiasi cosa trasmetta, mi canta la ninna nanna, a meno che un dibattito politico o un argomento che tocchi i nervi ancora nudi del mio spirito o della mia sensibilità non mi tenga desto. I discorsi che vertono sulla vita della Chiesa poi sono quelli che comprensibilmente mi interessano di più; non per nulla ho investito tutto il mio patrimonio vitale su questi valori.

Da un paio di settimane ho scoperto, sempre per caso perché non seguo mai i programmi pubblicati dai vari giornali, una serie di trasmissioni sulle crociate. La solita “Rai storia” ha in programma una decina di trasmissioni su questo argomento. Fin dalla prima puntata ho avuto l’impressione che si tratti di una trasmissione seria, documentata, per niente polemica, anzi obiettiva, almeno così mi è parso. Una voce legge un testo e sul video appaiono spezzoni di film che hanno trattato l’argomento, immagini di testi del tempo, oppure riprese di monumenti che, più o meno, si rifanno all’epoca delle crociate.

Qualche settimana fa definii “la Sacra Inquisizione” in generale, ed in particolare quella spagnola, come una macchia di pece sul “vestito bello” della Chiesa. Le crociate credo che siano ben più di una macchia, ma una cascata di “nero fumo” che oscurò per due o tre secoli l’immagine evangelica del “Popolo di Dio”.

Mentre la voce narrava, in maniera documentata, le vicende di questo tragico evento che sporcò in maniera quasi irreparabile il volto, il cuore e il pensiero della comunità cristiana, avevo la sensazione di trovarmi dentro a questo strumento medioevale di tortura chiamato “la vergine di Norimberga”, mediante il quale il condannato veniva chiuso dentro una sagoma irta all’interno di pungiglioni che trafiggevano il corpo trapassandolo da parte a parte. Sentire delle stragi operate dai crociati, che passavano a fil di spada i musulmani convinti di lodare il Signore con quelle atrocità, o sentire Goffredo di Buglione che percorse i paesi dell'”Europa cristiana” gridando e incitando la gente a partire per “liberare il santo sepolcro” al grido di “Dio lo vuole”, mi ha fatto provare la sensazione che le spade affilate trapassassero anche la mia coscienza. Ma la sofferenza è ancora maggiore pensando che anche oggi tanti credenti, sugli argomenti più disparati, affermano con ingiustificata sicurezza “Dio lo vuole!”, quando probabilmente certi discorsi non passano neppure per l’anticamera del volere del Signore!

9.11.2013