Il viale

Molti anni fa mi capitò tra le mani un saggio di un certo architetto Artico, persona che credo di non aver mai incontrato. Lo studio verteva sulla scelta del tracciato di viale Garibaldi; mi sembrò una specie di studio di fattibilità. Ricordo che quando lo lessi, una quindicina di anni fa, la cosa mi incuriosì alquanto perché si diceva che i progettisti che studiarono e decisero questo tracciato del viale che, partendo dalla torre, congiunge Mestre a Carpenedo, si ispirarono al viale più celebre di Versailles, la notissima residenza reale. Se fosse stato così, mi pare che le ambizioni dei mestrini fossero più che mai esagerate e che il risultato sia stato quanto mai modesto. Capisco invece un po’ di più la direzione di viale Garibaldi che secondo i costruttori doveva manifestare la tensione verso Treviso.

Non è da dimenticare che, almeno a livello religioso, la prima periferia di Mestre è costituita dalla comunità di Carpenedo, che fino al 1926 fu l’ultima propaggine, a livello religioso, della diocesi trevigiana. Quando dovettero adeguarsi alle scelte del duce, che desiderava far combaciare le diocesi con le province, ci fu una qualche resistenza da parte dei sacerdoti che avevano studiato tutti nel seminario di Treviso e perciò erano più legati a quella città che a Venezia.

Comunque, dei sogni eccessivamente ambiziosi di questi progettisti, di bello non ci sono che i tigli che ingentiliscono le case senza pretese architettoniche che fiancheggiano il viale e che a primavera offrono un profumo delicato all’unica passeggiata possibile per i mestrini. Ora però anche i tigli, spogli delle loro chiome e del loro fogliame, offrono uno spettacolo triste e malinconico, di una città che nonostante i recenti tentativi di nobilitarla con qualche ritocco parziale di arredo urbano, rimane ben povera, stretta tra l’elegante ed operosa capitale della Marca e Venezia, la morente capitale della Serenissima.

Un tempo Mestre aveva almeno il vanto di un polo industriale di prim’ordine, ora ha perduto anche questa ricchezza, perché le sue fabbriche sono quasi tutte chiuse e ridotte a macerie in una città post industriale che vive di espedienti, condannata ad un grigiore civile e commerciale e a rimanere periferia di tutto quello che esiste di più nobile e di bello.

A livello religioso, una quarantina di anni fa sembrò che la nostra Chiesa avvertisse un sussulto di vita e di autonomia, ora pare che anche da questo lato segua la sorte di questa città destinata a rimanere periferia.

24.11.2013

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