Il fine e i mezzi

Sono d’accordissimo che i cristiani lodino Dio per tutto quello che ci ha dato e quello che ci ha promesso. Quante volte non sogno e non desidero che impariamo a contemplare il creato e le creature con gli occhi stupiti e incantati di Francesco d’Assisi, per sentire che tutto quello che ci circonda e che è semplicemente stupendo e meraviglioso è un segno dell’amore e della benevolenza di Dio nei nostri riguardi e per questi doni Gli rendiamo grazie e cantiamo la Sua lode.

Sono pure convinto che è opportuno, anzi necessario, che i fedeli, nel chiuso della loro coscienza e delle loro case, ma soprattutto assieme alle loro comunità, si fermino di frequente a riflettere sul messaggio di Dio, sulla Sua misericordia e sulla Sua tenerezza. La liturgia che ne è l’occasione principe, è, e sarà sempre, una componente insostituibile di questo rapporto d’amore, di fiducia e di riconoscenza. Però, affermato questo con profonda convinzione mi sembra di dover affermare, con altrettanta convinzione, che queste occasioni, che normalmente sono definite con la parola “riti” non devono mai essere fini a se stesse, ma devono essere tese a costruire “l’uomo nuovo”, quello che vive a livello esistenziale queste grandi e meravigliose realtà.

Io ho la fortuna e soprattutto la grazia di celebrare ogni domenica “i divini misteri” in una chiesa gremita di fedeli partecipi dei sacri segni, che mi pare accolgano il dono della parola del Signore a cuore aperto, con gioia e disponibilità.

Ogni domenica però, quando vedo uscire questa folla di uomini e donne per immergersi di nuovo nel quotidiano, sogno che esca dalla mia povera chiesa una folata di primavera, di speranza, di ottimismo, di bontà e di generosità. La bibbia afferma: “Come son belli i piedi dei messaggeri di liete notizie”. La fede, la preghiera e il dialogo con Dio, di natura loro devono promuovere questa rinascita interiore, questi uomini e donne nuove; guai se il rito diventa fine a se stesso e il credente si sentisse a posto dopo aver “pagato la tassa al Signore”! Il dialogo, e soprattutto la comunione con Dio, deve promuovere per sua natura letizia, speranza, ottimismo, bontà, simpatia, disponibilità, bellezza, coraggio e solidarietà.

Se non fosse così di certo ci sarebbe un inceppo spirituale o un travisamento per cui messe, rosari e prediche relative diventerebbero un perditempo inutile, un equivoco a livello religioso, perché il mezzo diventerebbe fine e ciò sarebbe veramente desolante.

Negli Atti degli Apostoli i pagani riconoscevano i cristiani non perché si facevano il segno della la croce o celebravano i sacri riti particolari, ma come “coloro che si amano”. Spero che tutti i cristiani escano finalmente dalla convinzione che i riti siano fine a se stessi e che Dio li gradisca solamente come tali.

15.11.2013

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