Api operose

Una delle cose che mi piacciono di più alla televisione sono i documentari sulle specie vegetali, ma soprattutto su quelle animali. Ogni tanto alla sera riesco a “beccare”, quasi sempre per caso, questi programmi che mi fanno sognare e che offrono una immagine di Dio non solamente sapiente, ma soprattutto pieno di estro e di fantasia, un Dio tanto più simpatico di quello che i miei docenti di teologia, ai tempi del seminario, mi han fatto conoscere e che assomigliava ad un professore di matematica, fisica o chimica, tutto serio e compassato che dà solo lezioni di logica. Penso alle cinque prove sull’esistenza di Dio di san Tommaso, un Dio tanto diverso da quello ricco di fantasia, un po’ sornione e geniale, che si diverte come un bambino con il lego, a costruire creature quanto mai interessanti – vedi i miliardi di uomini e donne tutti diversi e tutti meravigliosi, e altrettanti miliardi di animali e di piante tutti diversi e tutti di una ricchezza e di una ingegnosità sorprendente.

Mentre però l’uomo, il più elevato in grado tra le creature di Dio, per poca umiltà, e soprattutto per la sua supponenza, s’è pressoché rovinato usando male del dono della libertà, piante ed animali, che pare non abbiano commesso il peccato originale, sono rimasti tali e quali, come erano usciti dalla infinita intelligenza della mente di Dio e perciò sono di una ingegnosità e di una bellezza sorprendenti.

L’altro ieri ho seguito una “lezione” sulle formiche e i loro formicai che rappresentano, nella loro specie, delle vere cattedrali. Era un vero spettacolo vedere una folla di formiche portare nei loro magazzini degli enormi – per loro – fili d’erba. All’interno del formicaio questi fili si decompongono e fanno nascere così un fungo di cui esse sono ghiotte e che, al tempo stesso, produce anidride carbonica che mantiene a temperatura la loro dimora collettiva.

Quante volte, camminando per i prati, non ho dato un calcio a qualche piccola montagnola di terra che mi sembrava un qualcosa di banale e di insignificante, mentre ora ho appreso che ogni formicaio rappresenta una struttura quanto mai complessa, funzionale ed articolata, costruita con intelligenza da “vari ingegneri” e da “docenti” di fisica. Questi dati sono poi i più macroscopici, ma ad una analisi più approfondita anche un semplice formicaio e i suoi abitanti rappresentano un mondo affascinante da scoprire.

Queste esperienze mi aiutano a liberarmi da un concetto statico, freddo e compassato di Dio e lo sostituiscono col volto sorridente e divertito di Chi ha costruito un mondo così vario e complesso, perché io non finisca mai di scoprire quanto sia infinito e sapiente il Dio che volle che io fossi suo figlio.

03.01.2014

Alternative

Questo pomeriggio, dato che in cimitero s’è chiuso alle 12, mi sono preso qualche ora di libertà. Dopo aver pranzato con mio fratello Roberto e le mie sorelle Rachele, Severina e Lucia al Seniorestaurant del “don Vecchi”, assieme ai pochi residenti superstiti dagli inviti di prassi dei loro famigliari, ho prima fatto un pisolino, senza la preoccupazione di dover celebrare nella mia “cattedrale fra i cipressi”, poi ho seguito per intero il concerto di capodanno da Vienna trasmesso in Eurovisione. Ogni anno, quando seguo questo concerto, ho la sensazione di immergermi nella vecchia Vienna romantica; sono affascinato da quella sala in cui trionfa il barocco nel suo maggior splendore, dalla magia degli stucchi, dai grandi lampadari di Boemia, ma soprattutto dall’immensa orchestra e dal pubblico composto e partecipe che vibra letteralmente e si lascia coinvolgere fino in fondo dalla musica che è tipicamente viennese.

I primi brani non li conoscevo, ma quando il maestro ha alzato la bacchetta per dare il via al “Bel Danubio blu”, commentato dalle immagini di due ballerini di danza classica che volteggiavano leggeri e leggiadri, veramente ho avvertito qualcosa di sublime in cui danza, poesia e musica si fondevano in un’unica armonia. Quanta bellezza! Di quanta dolcezza soave sono capaci la donna e l’uomo!

Purtroppo, per una strana e inspiegabile associazione di idee, a questa visione si sono sovrapposte le tristi e tragiche immagini che avevo visto il giorno prima, sempre alla televisione, di giovani soldati congolesi in tuta mimetica che scorrazzavano con i fuoristrada, armati di mitragliatrici, nelle strade polverose di Kinsasa nel Congo martoriato da un’ennesima guerra civile, a caccia di altri giovani che indossano una tuta mimetica diversa, ma pronti, con le loro armi micidiali, ad uccidere, forse non sapendo, né gli uni né gli altri, il motivo di quella caccia spietata ed omicida.

Ebbi la stessa emozione tanti anni fa a Redipuglia, visitando il grande cimitero della prima guerra mondiale, dove sono sepolti, gli uni accanto agli altri, soldati italiani ed austroungarici, vedendo i prati verdi trapuntati dai sassi bianchi. Mi sono chiesto perché questi ragazzi, invece che spararsi a vicenda, non hanno giocato una bella partita a caccia al tesoro e, semmai, perché non hanno sparato a chi li ha mandati a morire senza alcun motivo!

Chissà che prima o poi gli uomini abbandonino la triste arte della guerra per dedicarsi alla musica, alla poesia e al gioco!

01.01.2014

La pubblica arroganza

Pare che quelli del pronto soccorso dell’Ospedale dell’Angelo non solamente non abbiano adottato la soluzione dell'”uovo di Colombo” che io avevo suggerito qualche settimana fa per evitare le eterne attese e le relative rimostranze dei cittadini, ma pure abbiano bisogno di ulteriori suggerimenti.

Questa mattina “Il Gazzettino” ha pubblicato, con un titolo a cinque colonne, l’indignazione per un’attesa di cinque ore per ottenere un elettrocardiogramma e l’altro ieri una persona amica, del tutto attendibile, mi ha parlato della maleducazione di un medico, che, credendosi un padreterno, ha inveito in maniera quanto mai prepotente ed incivile nei riguardi di una signora che aveva accompagnato in ospedale una persona, forse in coma etilico e che si dava da fare, forse un po’ ingenuamente, per aiutarla. In questo caso non è affatto sufficiente suggerire ai responsabili lo stratagemma dell'”uovo di Colombo”, ma è necessario richiedere alcune lezioni di una maestra di prima elementare che rinfreschi la memoria sulle regole della buona creanza e, magari, prescriva di scrivere per cento volte, come un tempo ordinavano i vecchi maestri, “devo essere rispettoso verso tutti, ma in maniera particolare verso le persone meno istruite”,

Chi mi legge almeno qualche volta, conosce di certo la mia “guerra dei cent’anni” verso i burocrati, mentre conosce meno quella nei riguardi dei dipendenti degli enti pubblici. Sono ben cosciente che generalizzare è scorretto ed ingiusto – ci sono ottime persone, serie, educate, laboriose ed impegnate in ogni comparto della nostra società – però pare che certi responsabili degli enti pubblici siano persino troppo tolleranti nei riguardi dei loro dipendenti che si dimenticano di frequente che sono pagati anche dagli ultimi cittadini e che essi sono “i loro padroni”.

Se il rispetto lo si deve a tutti, a maggior ragione lo si deve al proprio “datore di lavoro” dalle cui tasche arriva la paga mensile. Arroganza, prepotenza e maleducazione non si devono usare verso alcuno, ma in maniera particolare non si devono usare verso gli umili e gli indifesi.

La ricetta a cui io ricorro in questi casi e che suggerisco a tutti coloro che subiscono questi affronti, è la denuncia scritta ai superiori del comportamento di simili soggetti. Non sempre alla prima denuncia le cose cambiano, ma quando essa si ripete, prima o poi sono costretti ad intervenire. E’ ormai tempo di non stare col capello in mano verso i propri dipendenti, che sono pagati per fornire le loro prestazioni specifiche e per fornirle in maniera corretta e cortese!

31.12.2013

Il sermone che avrei voluto fare

Mi pare di aver capito, dalla reazione di tanti fedeli, che la nostra gente non ama assolutamente che il sacerdote faccia la predica leggendo un testo scritto. Infatti il sermone scritto risulta poco vivo, spesso noioso, poco spontaneo, perché quando uno scrive cerca con attenzione le parole ed è quasi lezioso nel proporre il messaggio.

La predica in diretta è più difficile anche quando il sacerdote se l’è preparata in maniera accurata. Sono pochi però i preti che hanno un bel dire, sciolto, convincente, perché i preti non sono scelti col criterio con il quale si scelgono gli attori del cinema o di teatro. La vocazione nasce da motivazioni ben diverse che non hanno nulla a che fare con l’eloquenza.

Io sono uno della maggioranza di sacerdoti che, quanto alla predica, si arrovella, arranca, pur tentando di prepararsi accuratamente e per tempo. Normalmente mi faccio degli appunti abbondanti che però tengo sempre in tasca perché, se me li metto sull’altare, mi fanno confusione e farfuglio ancora peggio. Predicare per me è un tormento, soprattutto avendo la convinzione che la Parola di Dio meriterebbe di essere offerta in un “piatto d’oro” e che il popolo del Signore avrebbe diritto ad una meditazione profonda, intelligente e soprattutto fedele e convincente.

Se sempre per me la predica costituisce un tormento, nelle occasioni delle grandi feste cristiane, nelle quali il messaggio e le verità proposte sono particolarmente importanti, essa diventa un autentico dramma per la paura di impoverire il messaggio del quale tutti abbiamo estremo bisogno.

Per questo Natale volevo passare il messaggio che se non siamo vigili ed accorti, la nostra società svuota “la bella notizia” del suo contenuto prezioso, lasciandoci il guscio che ci viene dalla tradizione dopo averlo riempito di paglia e di volgare segatura. Riassumo per sommi capi la predica che volevo fare, ma che è risultata, a parer mio, incerottata da tutte le parti. Il motivo da cui sono partito è stato il titolo di un articolo apparso su “Avvenire”: “Ci hanno rubato il Natale!”.

Punto primo: ci hanno rubato il Natale di Gesù, Figlio di Dio, il Gesù povero, il Gesù che ci avrebbe parlato del Padre, il Gesù delle Beatitudini, il Gesù della condivisione, il Gesù venuto a ripeterci “che Dio non è ancora stanco di noi, che non ci volta le spalle ed è disposto a perdonarci”.

Punto due – i ladri: il mercato, il consumismo, i benpensanti, la pubblica opinione, l’edonismo.

Punto tre: i ladri hanno messo al posto del Gesù del Vangelo, Babbo Natale, quella maschera un po’ “rimbambita e stupidotta” che, pagata dai commercianti, al posto delle grandi verità sulla vita, dispensa caramelle, cenoni, vacanze paradisiache sulla neve, luminarie e auguri banali.

Punto quattro: riprendiamoci il nostro Natale, il Natale della fede, del Dio che s’è fatto povero, piccolo e fragile, perché lo possiamo incontrare, amare e servire ogni giorno nelle attese di tutti coloro che sono poveri, bisognosi di amore, di aiuto, di pace e di speranza.

Conclusione: riprendiamoci il nostro Natale andando al presepio per scoprire che Maria ha il volto bello e sacro della maternità anche delle nostre donne, che Giuseppe è l’uomo che sa assumersi le sue responsabilità, che il piccolo Gesù accetta anche il mio povero dono come accettò quello dei pastori, e ritorniamo dal presepio ricchi di questa nuova lettura della vita e del quotidiano.

30.12.2013

Eterni problemi

Perfino ne “L’Incontro” insorgono problemi razziali. I guai causati dai problemi di razza in questo nostro tempo sono semplicemente terrificanti. Dall’Irlanda all’Uganda, dalla Catalogna ai Sudeti, dall’India al Pakistan e perfino dalla Sicilia all’Alto Adige – per parlare di casa nostra – gli scontri a motivo della lingua, della razza e della religione, sono veramente nefasti.

Qualche tempo fa una nostra collaboratrice, che ama passare lunghissimi tempi di vacanza in Alto Adige, in un suo intervento su “L’Incontro” ebbe a fare dei rilievi circa i comportamenti degli indigeni, ossia della popolazione originaria di quella regione che, per la stragrande maggioranza, è di cultura e di tradizione tedesca, affermando che, a parer suo, gli altoatesini sarebbero ostili agli italiani che dimorano in quella terra o che vi passano periodi di vacanza, mentre hanno un trattamento di favore da parte del governo italiano. Al che una coppia di coniugi di origine altoatesina, pure loro carissimi collaboratori, ha risposto per le rime affermando che quei comportamenti recriminatori sono la naturale conseguenza di certi comportamenti repressivi che il governo italiano, ai tempi del Duce, ha usato nei riguardi di quelle popolazioni.

Io ho pubblicato il primo e pure il secondo intervento, ritenendo che il confronto di idee e di posizioni ideali, quando è garbato e civile, è sempre positivo. Nella fattispecie, pur avendo avvertito un pizzico di polemica, comunque l’ho ritenuto nei limiti del dialogo e della correttezza e perciò ho ritenuto opportuno pubblicare le due tesi. Io sono stato educato dal Duce che affermava che il Mediterraneo era una proprietà privata degli italiani e che i “sacri confini della Patria” erano segnati dalle Alpi e dalla punta dello Stivale. Stop!

Nonostante la prima ed incisiva educazione, ho cambiato decisamente parere, per cui sono estremamente favorevole anche alle autonomie locali, non solamente dei gruppi etnici di grande respiro, ma anche di quelle più piccole, come per il Veneto; pur preoccupato che si sviluppino al massimo il dialogo, la collaborazione e la solidarietà e si tenga pur conto che esaltando in maniera esasperata queste autonomie, si esce dalle regole e dalle istanze di quella globalizzazione in atto, che esige sinergie autentiche, se non si vuol uscire dalle leggi ferree dell’economia che giocano una influenza determinante nella situazione economica di ogni regione piccola o grande. Solo in questa direzione si va avanti, non certamente adottando il passo dei gamberi.

Le parole chiavi del domani cominciano con: tolleranza e dialogo costruttivo, per arrivare al rispetto delle singole identità e alla collaborazione.

La direzione del progresso e della civiltà è certamente questa, l’attardarsi su concetti superati e sulla retorica patria a buon mercato è mettersi fuori dalla storia!

27.12.2013

Autonomia solidale

La cautela non è mai troppa in qualsiasi occasione e di qualsiasi cosa si stia parlando. Quando si è costruita la famosa “Torre Maya” che doveva diventare finalmente il nuovo ospedale – che poi con mia sorpresa si chiamò “L’Ospedale dell’Angelo” – scoprii che nel mondo imprenditoriale e dell’economia, fra i tanti modi per finanziare un’opera, c’è anche quello della “finanza di progetto”.

In realtà, quando si parla di questo tipo di contratto, lo si definisce con due parole inglesi, che per me che ho studiato solamente un po’ di francese durante la guerra, suonano come qualcosa di misterioso e di sorprendente. Comunque si tratta di una soluzione che permette di costruire un’opera grandiosa a buon mercato.

Il direttore della Ulss di allora, il dottor Antonio Padoan, presentò questo marchingegno finanziario come qualcosa di estremamente conveniente e risolutivo, anzi come qualcosa di prodigioso. Ora però che i cittadini hanno “licenziato” Galan, che era “la spalla” dell’ideatore dell'”Angelo”, sostituendolo con il governatore Zaia e che i rapporti tra Forza Italia e la Lega non sono idilliaci come allora, pare non solo che la soluzione di “finanza di progetto” non sia più per nulla conveniente, ma che sia perfino svantaggiosa e che l’aver costruito un’opera bella sia contro gli interessi della nostra società. Ho sentito almeno un paio di volte Zaia fare affermazioni del genere nei riguardi del nuovo ospedale.

La politica del nuovo governatore del Veneto pare più pragmatica, cosa comprensibile in un momento di grave crisi economica. Mi spiace però che il rifiuto del tipo particolare di finanziamento col quale s’è costruito l'”Angelo” finisca per stroncare anche l’architettura dell’unica opera di pregio che dall’ottocento in poi s’è costruita a Mestre.

Che l'”Angelo” sia costato tanto; che si sarebbe risparmiato facendo un debito con le banche, non discuto; però che si rifiuti l’unica struttura bella esistente a Mestre come una disavventura, mi dispiace davvero. Se dovessi accompagnare qualcuno che volesse visitare la nostra città, non saprei proprio dove portarlo se non a vedere la “Torre Maya” dell’Ospedale dell’Angelo. Col suo bel giardino pensile tra le dolci e leggiadre collinette trapunte di cipressi e i suoi due laghetti, è veramente bella.

Caro Zaia, lei avrà tutte le buone ragioni di questo mondo per risparmiare, però lasci stare questa unica “perla” tra le tante brutture e volgarità di Mestre, anche se fosse stata costruita da un dissennato sperperatore di pubblico denaro!

26.12.2013

Seminari di egoismo

Nonostante io sia perfettamente cosciente di essere un “giornalista” affatto brillante, non solamente senza una preparazione culturale di fondo, ma anche senza una preparazione specifica sui problemi sui quali mi capita di riflettere, mi pare che tanta gente segua i miei discorsi ed ho la sensazione che sia sufficientemente informata su quanto vado dicendo.

Facevo questa premessa perché probabilmente tante persone che si divertono a leggere ciò che pensa questo vecchio prete ultraottantenne, hanno seguito le vicende della mia richiesta di ottenere dai supermercati i generi alimentari non più commerciabili, vicenda che fortunatamente si è conclusa in maniera positiva qualche giorno fa. Per quanto riguarda la Despar devo confessare poi che in verità non è stata la mia bravura ad ottenere questo felice risultato, ma soprattutto la mediazione dell’assessore Maggioni del Comune di Venezia che s’è preso a cuore questo problema.

Se l’abbiamo spuntata con la Despar, il problema rimane aperto con la quindicina di altri ipermercati presenti a Mentre; soprattutto non v’è alcuna apertura con il più grande supermercato della zona, che da solo potrebbe rispondere alle attese di tutti i poveri di Mestre. Tutti sanno che la proprietà di queste grandi aziende è lontana e pressoché sconosciuta. Chi ha il pacchetto di maggioranza delle catene di ipermercati può abitare in una villa a Parigi, non sapendo neppure che esista Mestre, e meno che meno conosca i problemi della città da cui gli giungono i guadagni.

Pure la “catena di comando” sembra del tutto estranea alle problematiche sociali e ai drammi dei poveri. In uno dei miei tanti tentativi, dopo infinite richieste, una ventina d’anni fa sono riuscito ad ottenere un colloquio con un direttore. Ebbi l’impressione che fosse interessato solamente alla voce “ricavi”, che il resto gli scivolasse via sopra i capelli, e neppure lontanamente potesse toccare la corda della sua coscienza. A quel tempo mi occupavo della San Vincenzo di Mestre che aveva come presidente l’amministratore delegato di Coin. Quando gli confidai lo sdegno e la pena che questo direttore mi aveva procurato, egli mi disse che i “quadri” della catena di comando dei responsabili di queste aziende sono sottoposti periodicamente a dei seminari di ordine aziendale, che li condizionano, a livello psicologico, in maniera tanto ossessiva da far “scoppiare” i più deboli, cosicché questi funzionari sono condizionati da regole ferree con l’unico obiettivo di: produrre, produrre, sempre di più, produrre sempre a minor costo. Questa è l’ideologia infernale del mercato!

Gesù infatti l’ha detto chiaramente che non si può servire il Dio dell’amore e della fraternità e contemporaneamente il dio della ricchezza. Ritengo che questo sia il “mistero” per cui si preferisce buttare nella concimaia piuttosto che rimetterci un centesimo per darlo al concittadino che ha fame!

19.12.2013

I rifiuti d’uomo

Ci risiamo! Ancora una volta pare che nessuno voglia i rifiuti vicino a casa sua!

Quella dei rifiuti è diventata nel nostro Paese una telenovela o – per adoperare un’immagine propria dei vecchi tempi della mia infanzia – la “fiaba del sior Intento”.

Ricordo che quando ero bambino chiedevo a mio padre, che era bravo a raccontare favole, di raccontarmene una e lui non aveva né tempo né voglia di farlo. Allora mi diceva: «Ti racconto la favola del sior Intento, che dura poco tempo; vuoi che te la racconti o vuoi che te la dica?». Sia che gli rispondessi di raccontarmela, o che gli dicessi dimmela, lui ripeteva monotono: «Questa è la favola…» terminando con il medesimo finale.

Quella dei rifiuti è diventata una questione nazionale, in cui brilla in negativo, una volta ancora, in particolare Palermo, ma soprattutto Napoli e dintorni. Ora poi è spuntata, sempre nel meridione, la vicenda della “Terra dei fuochi” nella quale sono finiti i peggiori residuati delle fabbriche del nord con la complicità delle amministrazioni e degli abitanti del sud. Anche questa gente, dopo aver intascato alla chetichella i soldi, vuole liberarsi, a spese degli altri, di questi incomodi rifiuti.

Questa tragica vicenda, in cui si incrociano l’avidità, la spregiudicatezza e l’egoismo del nord, con la passività e la connivenza del sud, si ripete, purtroppo, anche a “casa nostra” per quanto riguarda “i rifiuti d’uomo”. Quando ero a Mestre la gente di via Querini non voleva i poveri di Ca’ Letizia o quelli della mensa dei frati. Quando si è parlato della “cittadella della solidarietà”, prima in viale don Sturzo, poi a Favaro, si sono rifiutati i poveri. Ora che la Curia col Comune ha pensato ad una ventina di posti letto a Marghera per chi dorme all’aperto, giunge lo stesso rifiuto.

E’ veramente tragico che un mondo che, per il suo egoismo, produce come non mai rifiuti industriali ma soprattutto “rifiuti umani”, non voglia farsi carico delle conseguenze del proprio egoismo e della propria meschinità!

18.12.2013

Matteo nella fossa dei leoni

Matteo Renzi ha vinto alla grande la sua “battaglia” per diventare il segretario del PD, ma soprattutto per poter “salvare” l’Italia dal baratro economico e sociale in cui è caduta.

Tante volte mi son chiesto se il cimentarsi in questa “folle” impresa da parte di Renzi sia stato determinato da un sentimento di irresponsabilità tipico dei giovani o da un “amore folle” per l’Italia, come son quasi sempre gli amori della verde età.

A vedere il giovane sindaco di Firenze alla televisione, tantissime volte mi sono venute in mente le “imprese impossibili” in cui si cacciavano i miei scout durante i campi estivi e per le quali ero costretto a supplicare i loro angeli custodi da mattina a sera perché non cadessero in un burrone o non bruciassero il bosco con i loro bivacchi attorno al fuoco durante le notti stellate.

Il Matteo nazionale visto alla televisione, scherzoso, sornione, con le sue battute al fulmicotone da toscanaccio, non m’è parso per nulla impaurito anche dopo l’elezione a segretario. Non m’è sembrato che abbia assunto quell’aria di sussiego tipica di chi viene a ricoprire ruoli importanti; anzi, ha mantenuto un atteggiamento di sicurezza sia nell’avviare progetti “a distanza zero tempo” che nel fare proposte impossibili.

Pensando a Matteo, a Roma tra senatori, deputati e burocrati d’alto livello, vecchi volponi che sono sopravvissuti a tutte le svolte, m’è parso che lui sia caduto nella fossa dei leoni come il giovane Daniele di biblica memoria. Immaginando i ruggiti, i denti appuntiti di Dalema, Berlusconi, Grillo, Bersani, ma pure dei suoi compagni di cordata, sono arrivato alla conclusione che solamente il buon Dio può salvarlo da una “morte” certa. Eppure la Bibbia racconta che anche Daniele è uscito indenne dalla fossa dei leoni; allora, perché il Signore non potrebbe ripetere un miracolo che ha già fatto e che ha funzionato? L’arcangelo Gabriele ha pure rassicurato la giovane vergine Maria, anche lei tremebonda ed indifesa di fronte ad una “proposta impossibile”, che “nulla è impossibile a Dio”.

Rasserenato da questa vicenda raccontata dalla Bibbia, anch’io continuo a sperare “contro ogni speranza” che Renzi ce la faccia! Però, per buona sicurezza, gli lancio una corda, pregando ogni giorno il suo angelo custode che s’accordi con gli angeli custodi dei suoi “nemici”, ma pure dei suoi “amici”, perché gli spianino la strada in maniera che la possa spuntare senza perdere le ali.

18.12.2013

Femminilità

Dice una massima popolare “Tanto tuonò che piovve!” L’arco della mia vita ha avuto inizio negli anni trenta del secolo scorso e, naturalmente, si avvia a conclusione all’inizio di questo terzo millennio; perciò ho assistito o, meglio ancora, ho partecipato alla fase cruciale e quasi conclusiva della emancipazione della donna.

Ho conosciuto le “donne della penombra” del secolo scorso, ho seguito il loro uscire tormentato dalla prigionia del bozzolo e il loro mettere le ali alla fine del novecento e quindi vedo con ebbrezza ed ammirazione la farfalla che oggi si alza bella e leggera sulla nostra società.

La donna di questi ultimi anni, dopo i sussulti disordinati e spesso sguaiati del femminismo di soltanto un decennio fa, è emersa a tutto campo nel mondo economico, professionale e soprattutto politico. Il fatto che la politica tenga banco sui giornali e nella televisione, ci ha dato modo di constatare, con una certa sorpresa – soprattutto per la gente della mia età – che il mondo rosa che un tempo era definito tale non so se per cavalleria o per compassione, è emerso e si è affermato in maniera quanto mai decisa. Ormai in tutti i partiti è emersa, quasi dal nulla, una fitta schiera di giovani donne intelligenti e preparate, se si eccettua qualche reperto del passato, quali la Bindi, la Camusso o la Finocchiaro che, pur non rinunciando all’avvenenza, sono diventate delle vere protagoniste della politica. Mi fa veramente piacere che nell’industria, nel commercio e nella politica sia arrivato questo soffio di leggiadria femminile che sta donando un contributo specifico delle risorse dell'”altra metà del mondo”.

Qualche giorno fa ho visitato il cantiere del “don Vecchi 5”, ove sta crescendo a vista d’occhio la nuova struttura che, in linea con i tempi, è stata progettata da tre “architette” giovani, avvenenti e quanto mai agguerrite a livello professionale: Giovanna Mar, Francesca Cecchi ed Anna Casaril. Non so se il fascino di queste giovani donne abbia influenzato anche questo prete, vecchio e perdipiù scapolo, ma sta di fatto che ho avvertito, nelle linee e nella struttura del fabbricato, un tocco di leggiadria che renderà di certo tanto più dolce e più caro l’abitarvi.

Ho avuto la sensazione che questa casa, destinata agli anziani più fragili, sarà non solamente adeguata alle loro particolari condizioni di vita, ma offrirà pure quel tocco di calore umano e di clima familiare che solamente quelle che un tempo erano chiamate “gli angeli del focolare” hanno sempre dato e ancora sanno dare, prima che per professionalità, per un istinto di natura.

Per gli altri Centri ho sempre deciso io l’arredamento; per questo, avverto che perlomeno dovrò chiedere un consiglio a queste donne, perché non strida con la poesia e l’amore che hanno dato volto alla loro “creatura”.

18.12.2013

Il messaggio di Papa Francesco

Ho detto e scritto più volte che i discorsi di Papa Francesco mi fanno tanto felice perché sono brevi, comprensibili, incidenti e soprattutto liberatori, perché danno una lettura della vita tanto positiva e sono pregni di una fiducia totale nella paternità e nella comprensione del Signore nei nostri riguardi.

Per carità! Anche gli altri Papi che hanno preceduto Papa Francesco han detto cose belle e sagge, ma per trovare la “perla preziosa” bisognava passare al crivello una montagna di parole e di concetti, mentre il Papa attuale pare che abbia in mano un cesto di fiori di ogni specie, uno più bello dell’altro, ed ogni volta che si affaccia al balcone della basilica di San Pietro te ne offra uno con dolcezza e accompagnato dal sorriso e dal suo affetto paterno.

“L’Osservatore Romano”, il giornale della Santa sede, questi messaggi li riporta integralmente, “L’Avvenire” li riassume, i settimanali e i mensili cattolici ne danno notizia e la televisione riporta spesso le battute più felici, però penso che la gran massa dei nostri concittadini li ignorino e non riescano a coglierne la verità profumata di calda umanità. E’ anche vero che la mimica, la voce, lo sguardo e gli ammiccamenti del Pontefice li arricchiscono e li rendono ancor più gradevoli, comunque sono belli ed incoraggianti anche leggendone solamente il testo. E’ un vero peccato che i nostri concittadini non ne possano trarre profitto.

L’idea di offrirli ad un pubblico più vasto è venuta ad Enrico Carnio, mio caro amico e collaboratore liturgico, che normalmente legge tutto, o quasi, quello che il Papa dice. Un giorno, parlando di questo argomento, mi fece la proposta: “Perché non li riassumiamo e li offriamo ai fedeli della nostra città?”. L’idea mi parve brillante e quanto mai opportuna.

Tradurre però questa intuizione in realtà si è dimostrato molto più difficile di quanto pensassimo. Il lavoro di riassumerli, inserirli in computer, impaginarli, come distribuirli e soprattutto il costo, si dimostrarono ostacoli assai consistenti.

Trovammo disponibile un collega di lavoro del mio amico, che è stato uno dei ragazzini di quando ero a San Lorenzo, ed un grafico de “L’Incontro” – però impegnato fin sopra i capelli – che si è entusiasmato all’idea.

Finora abbiamo approntato bozze, progetti sperimentali, però non abbiamo ancora scoperto la strada giusta; speriamo tuttavia che prima o poi riusciremo ad imboccarla

Confesso però che provo un po’ di tristezza che il mondo cattolico della nostra città sia così inerte, apatico, mentre con un pizzico di buona volontà potremmo portare in ogni casa il volto e la parola di questo Papa che, ogni giorno di più, si dimostra un dono tanto prezioso da farci dire che il buon Dio non poteva donarci di meglio.

Comunque spero che ce la faremo!

17.12.2013

Paradiso subito!

Domenica scorsa ho commentato, come di certo han fatto tutti i preti di questo mondo, la pagina del Vangelo nella quale Gesù dà una significativa risposta al Battista che, dal carcere, sentendo prossima la sua fine, gli aveva chiesto, tramite i suoi discepoli, se era lui l’Atteso o se dovesse aspettare qualche altro.

Credo che la gran parte dei fedeli che gremivano la mia “cattedrale tra i cipressi” del camposanto la domenica terza di avvento, da sempre siano stati convinti che il messaggio di Gesù abbia avuto come scopo principale quello di indicare agli uomini la strada verso il Paradiso e quindi abbia offerto delle indicazioni per raggiungere la salvezza eterna.

Dico questo perché anch’io, per decenni e decenni della mia vita, ho pensato la stessa cosa. Da qualche tempo però questa convinzione è venuta gradualmente meno e domenica, in relazione alla risposta di Gesù: “Riferite quello che voi vedete: i ciechi vedono, i sordi sentono, gli zoppi camminano ed ai poveri è annunciata la buona notizia”, ho offerto una lettura diversa di questa pagina del Vangelo. Ossia ho affermato senza esitazione che Dio ci ama e ci vuole aiutare a vivere una vita buona, prima di tutto ora e quaggiù.

Mi è parso che Gesù sia quasi preoccupato di informarci che è venuto a questo mondo soprattutto perché la nostra vita sia bella, serena, pacifica, libera e vissuta in una società che favorisca ognuno ad essere il più possibile felice. Questo discorso non nega la versione del passato quando si pensava che Gesù ci dicesse che il Padre ci aspetta a braccia aperte, disposto al perdono e che dopo la morte, nella vita nuova, la felicità sarà completa. Però mi vien da pensare che Lui non trascurasse il fatto di impegnarci a vivere “quaggiù” una vita il più possibile bella.

La lettura della pagine del Vangelo, vista da questa angolatura, mi rende più comprensibile e più gradito il messaggio evangelico, perché esso non è preoccupato solamente del “dopo”, ma soprattutto è teso ad aiutarci a vivere con pienezza il “prima”, cioè la nostra vita terrena. Il cristiano quindi, nella scia di questa verità, deve imparare da Cristo ad essere una persona serena, gioiosa ed ottimista, che vive con ebbrezza i suoi giorni cogliendo il meglio della vita.

Questo discorso non solamente disapprova il cristiano che sta alla finestra a guardare il corso degli eventi o che si estranea dalle vicende del nostro mondo per rifugiarsi nell’attesa della vita futura, ma insegna che l’uomo di oggi, deve scendere sempre nella mischia, deve impegnarsi a tutti i livelli: sociale, politico, sanitario, culturale, per raggiungere il massimo della felicità umana possibile.

Forse questo è stato per me il tipico “uovo di Colombo”; può darsi che tanti discepoli di Gesù l’abbiano capito da secoli, però mi ha fatto piacere fare questa “scoperta” e passarla agli altri con tanta convinzione. Perciò non possiamo più tollerare che ci siano zoppi, sordi, ciechi e disperati, lasciati soli senza il nostro decisivo aiuto perché escano dalla loro sofferenza, ma dobbiamo quindi produrre il massimo del nostro sforzo perché tutti arriviamo al “Paradiso” fin da subito.

16.12.2013

Spero che vinca il mio cavallo

Domenica prossima è per me la festa dell’Immacolata. Nel mio sermone, anche se non me lo sono ancora preparato, parlerò della Vergine come punto di riferimento a livello umano, perché non ha ereditato le miserie e le brutture commesse dall’uomo lungo i secoli. Sono sempre stato convinto che all’uomo del nostro tempo si debbano proporre valori alti ed ideali luminosi, dicendo che in qualche parte della nostra coscienza possiamo scoprire ancora qualche vestigia della creatura uscita dalle mani di Dio, ma ora ridotta ad una “magnifica rovina”. Per me l’Immacolata apre, su un cielo cupo, uno scorcio di luce e di speranza e perciò mi fa sognare e sperare che l’incontro con l’Immacolata sia per tutti uno sprono ad esprimere il meglio di sé.

Confesso però che domenica 8 dicembre non sarò del tutto indifferente all’evento politico della consultazione popolare sulla candidatura a segretario del Pd. Io ho già scritto che ho puntato la mia fiducia sul “cavallo matto” Renzi – per usare un termine sportivo – che m’è parso giovane, vivace, risoluto, intelligente, senza peli sulla lingua. Soprattutto spero che Renzi, proveniente dalla cultura e dalla sensibilità del mondo cattolico più aperto, apra un dialogo onesto e costruttivo con la cultura e la sensibilità del mondo laico più aperto e disponibile ad un servizio al Paese e non all’interesse di un partito o di una frangia del nostro Paese.

Continuo a sperare che lo zoccolo duro proveniente dal partito comunista non riesca – come avvenne con Veltroni che pure proveniva da quella cultura – a far fallire questo sogno di creare in Italia un partito più composito, più aperto al dialogo, più moderno e soprattutto più capace di sfruttare tutte le potenzialità positive che ogni esperienza ed ogni creatura può offrire.

Se però alla Provvidenza sembrerà opportuno far emergere un altro dei tre candidati in corsa, a me andrà ugualmente bene se egli riuscirà a portare la pace sociale, sollevare le sorti dell’economia e soprattutto prendersi particolarmente a cuore la sorte delle classi più povere e più indifese e tagliare le unghie al parassitismo, alla esasperata burocrazia e ai tantissimi privilegi che ancora permangono nel nostro Paese.

Quando queste note vedranno la luce, questi giochi saranno di certo conclusi, però ritengo opportuno che si sappia e possibilmente si tenga conto che tanti sognano come me una nuova “primavera” della politica.

07.12.2013

Attendere Gesù o Godot

Mi piace quanto mai il tempo di avvento. L’avvento, tempo di attesa, mi riporta, per associazione di idee, al “clima” della poesia della mia infanzia, “Il sabato del villaggio”. L’attesa intima e trepida dell’avverarsi di qualcosa di bello, mi porta nel cuore una dolcezza struggente. Se volessi tradurre in termini musicali questa dolce sensazione, mi rifarei alla pastorale del Guglielmo Tell di Rossini, o alla delicata e intima melodia del Nuovo Mondo di Dvorak, oppure alle note trepide di Cajkovskij.

Attendere l’incontro con il Figlio di Dio mi pare si rifaccia all’espressione biblica di “già” e di “non ancora”, ossia a qualcosa di già presente, ma in attesa della sua pienezza.

Qualche giorno fa, parlando della dolce attesa dell’incontro definitivo col Signore, dicevo ai miei vecchi che è bello attendere l’incontro col Signore, ma che fin d’ora dobbiamo essere vigilanti e disponibili per poter già pregustare l’ebbrezza di questo incontro che ci permetterà di tuffarci totalmente nell’Assoluto.

Per dare un po’ più di concretezza al discorso e per renderlo comprensibile e pregnante, citai un’intervista che il prestigioso giornalista Sergio Zavoli fece, una cinquantina di anni fa, ad una monaca di clausura di un monastero di Bologna. Mezzo secolo fa un incontro del genere costituiva un evento quanto mai raro e singolare. Zavoli è l’intellettuale che tutti conosciamo, ma pure la priora era una donna di Dio ricca di umanità e di fede. Zavoli chiese alla monaca: «Voi che vivete di preghiera e di austerità, non avete paura della morte?». La monaca si schermì: «Oh si, anche noi siamo umane e temiamo la morte, però l’incontro con Colui che abbiamo amato deve essere qualcosa di veramente bello e sublime!».

Quella donna di fede disse questa frase con tale intensità che il solo ricordo tocca le fibre più profonde del mio spirito. Noi credenti attendiamo qualcuno che già in qualche modo conosciamo e amiamo, motivo per cui la nostra attesa è trepida e, nello stesso tempo, piena di ebbrezza. Mentre quanto mai amara e deludente deve essere quella di chi non conosce affatto e non ha alcuna esperienza di chi pensa di attendere. Il testo di “Aspettando Godot” traduce in maniera tragica ed amara l’attesa vana e deludente di una realtà assolutamente vuota, che non può essere che il salto nel buio della morte.

In questi giorni freddi dell’incipiente inverno i fiorellini di un bianco latteo del mio giardino pare mi assicurino e mi dicano: «Ti accompagneremo noi, tenendoti per mano, durante il tempo gelido, per farti incontrare la soave realtà della primavera».

La fede so che certamente mi condurrà con mano sicura all’incontro con Colui che ho amato e che in qualche modo ho già incontrato quaggiù!

05.12.2013

Se non è vero è di certo verosimile

Soprattutto in passato, ma purtroppo anche recentemente, mi è capitato di tentare di leggere certi “pistolotti” di lettere pastorali, o comunicazioni di ordine religioso di commissioni varie, quanto mai astrusi e, almeno per me, soporiferi.

Sono sempre stato assai allergico a certe elucubrazioni teologiche, difficili da capirsi, tanto che spesso, nonostante i miei quattro anni di studi teologici, non sempre ho compreso dove volevano andare a parare. Mentre i discorsetti candidi ed elementari di Papa Francesco non solamente li comprendo, ma spesso da un lato mi mettono in crisi e dall’altro mi fanno felice, perché ho finalmente uno scudo autorevole che protegge la mia pochezza.

Ho raccontato ancora che all’inizio del mio sacerdozio il direttore del settimanale del patriarcato mi ha chiesto di fare il commento del Vangelo della domenica. Da uomo libero quale ho sempre tentato di essere, ho certamente scontentato qualcuno con le mie prese di posizione quanto mai schiette. Tanto che qualcuno deve averlo fatto presente al Patriarca – che a quel tempo era Roncalli – il quale un giorno mi chiamò e mi riferì la cosa. Poi soggiunse: «Continui, e sappia che alle sue spalle c’è il suo Patriarca!».

Morto Papa Roncalli, molto spesso mi sono sentito con le spalle scoperte, spesso indifeso e vulnerabile. Ora finalmente alle mie spalle c’è nientepopodimeno che Papa Francesco!

Qualche giorno fa ho letto, prima sul Gazzettino e poi sul Corriere della Sera, che il Papa, secondo certe voci, uscirebbe di notte in incognito per fare la carità nei quartieri poveri di Roma. Non so se la notizia sia vera, né mi interessa più di tanto saperlo, perché sono sicuro che la cosa è certamente verosimile, e questo mi basta.

Qualche anno fa ho visto un film che mi pare fosse intitolato “Il Papa che viene dal freddo”, un Papa russo che mette a soqquadro la curia del Vaticano con le sue scelte da cristiano da Vangelo. Quella è stata una pellicola che mi ha fatto sognare, ma non avrei mai e poi mai pensato di poter avere a Roma un Papa del genere!

Adesso mi verrebbe da dire, col vecchio Simone: «Signore, ora posso chiudere i miei occhi in pace perché han visto la salvezza della Chiesa». Forse aspetterò ancora un po’ per rivolgere al buon Dio questa preghiera, perché so che se avrò ancora qualche giorno da vivere, di certo vedrò cose ancora più belle; comunque perlomeno ora son certo di non essere stato un eretico o un infelice.

04.12.2013