Declino inarrestabile

In questi giorni “Il Gazzettino” è ritornato più volte sul discorso dello stadio perché il russo che si è offerto di costruire un nuovo stadio in quel di Tessera s’è spazientito per l’indecisione e la lentezza del Comune di Venezia ed ha minacciato che se non si arriverà all’autorizzazione entro tempi strettissimi, ritirerà definitivamente la sua offerta.

Questo stadio è una vecchia storia. I due stadi esistenti, il “Penzo” di Venezia e il “Baracca” di Mestre, sono piccoli, fatiscenti ed inadeguati, pari neppure a quelli di Preganziol o di Campagna Lupia. E’ vero che le squadre di calcio di Venezia-Mestre sono ben lontane dall’essere squadre meritevoli di un’opera moderna, però la popolazione sportiva delle due città da almeno mezzo secolo reclama uno stadio adeguato.

Ricordo una scenetta spassosa alla quale ho assistito almeno cinquant’anni fa durante un incontro su questo argomento al Laurentianum di Mestre. Uno dei miei giovani scout, che ora è in pensione ormai da quasi dieci anni e che da sempre ha praticato l’atletica leggera, durante l’incontro alzò la mano per chiedere la parola; poi, adottando lo stile degli imbonitori da fiera di paese che reclamizzano gli articoli da vendere, cominciò il suo intervento al ribasso: «Non potete farci uno stadio da centomila, fatecelo pure da ottanta. Non è possibile da ottanta? Scendiamo a cinquanta… e via di seguito finché si ridusse a chiedere uno stadio da mille persone, purché lo si facesse.

E’ passato mezzo secolo. Massimo Di Tonno, che fu il piacevole protagonista di questa scenetta spassosa, ormai non è più giovane e penso che sia più preoccupato delle case di riposo che dello stadio, ma il nostro Comune lumaca, ancora una volta corre il rischio di perdere anche l’ultima occasione dopo aver perso quella della torre Lumière, del carcere e di non so quante altre opportunità.

Sono arrivato alla conclusione che il declino di Venezia, cominciato con la scoperta dell’America – scoperta che ha cambiato le rotte del commercio mondiale – si sta concludendo ai nostri giorni con il degrado della città, con l’acqua alta, l’illusione di essere ancora la “regina dei mari” e l’inefficienza dei nostri amministratori.

“Povera Venezia, si bella e perduta!”. Ormai sul ponte sventola da decenni la “bandiera bianca” della resa senza neppure l’onore delle armi!

14.01.2014

L’avallo di Papa Francesco

Un paio di mesi fa ho dedicato una pagina del mio diario al pensiero religioso di padre Ernesto Balducci. Questo sacerdote, appartenente all’ordine dei Padri Scolopi, fiorentino di nascita e morto in un incidente automobilistico una ventina di anni fa, fu quanto mai noto al tempo della ricostruzione perché nel dopoguerra fondò una bellissima rivista di ispirazione cristiana; “Testimonianze”, mensile che ho seguito con tanta ammirazione per moltissimi anni e che poi ho lasciato perché mi è parso che la linea editoriale si fosse spostata eccessivamente a sinistra a livello politico e fosse un po’ troppo di fronda a livello ecclesiale.

Ritrovai padre Balducci un paio di anni fa leggendo un ottimo volume di don Piazza sulla vita e sul pensiero del sacerdote friulano, parroco, se non per punizione, ma di certo confinato, in una minuscola parrocchia dal suo vescovo perché “non facesse troppi danni” a livello di pensiero. Don Piazza è un grande ammiratore di padre Balducci, tanto da dedicargli una sua struttura di accoglienza per i profughi del mondo.

Infine, tre o quattro mesi fa, qualcuno mi regalò un volume quanto mai arduo da capire, dello stesso padre scolopio, “L’uomo planetario” nel quale, tra l’altro, questo intellettuale sosteneva la tesi che il meticciato dei popoli avrebbe finito di essere tale anche a livello religioso. Questo avrebbe portato ad un ecumenismo reale che avrebbe dato vita ad un denominatore comune tra le religioni spingendole ad operare per la pace e il benessere dell’uomo.

La tesi mi affascinava, ma l’ho presentata con le pinze, temendo che avesse qualcosa di ereticale, perché ammetteva un pluralismo religioso impegnato soprattutto a cercare il Regno dei Cieli quaggiù, pur non escludendo quello dell’aldilà. Dentro di me ho sempre pensato che il buon Dio gradisse di più che noi, suoi figli, ci aiutassimo ad andar d’accordo e a vivere una vita possibilmente più felice, piuttosto che fossimo troppo impegnati in riti misteriosi che abbondano di acqua santa e di nuvole di incenso, ma soprattutto che noi perdessimo troppo tempo in contese dottrinali, peggio ancora in “guerre sante”.

Confermo che ero molto preoccupato di non andar troppo fuori dal seminato. Però il volume che sto leggendo “Papa Francesco ed Eugenio Scalfari, dialogo tra credenti”, va molto oltre, tanto da farmi sentire un vetero cattolico, conservatore, quanto mai retrogrado e superato dalle posizioni del Santo Padre.

Man mano che procedo a leggere i discorsi del Papa, tanto più mi sento innamorato di questa dottrina fresca, limpida ed innovativa. Cosicché, alla proposta timida di Enrico, mio amico e collaboratore, di dar vita a qualcosa che faccia cassa di risonanza alla rivoluzione di Papa Francesco, ho aderito immediatamente e con entusiasmo. Così è nato il piccolo nuovo settimanale “Il messaggio di Papa Francesco”

13.01.2014

I miei “amici” di carta

Qualche giorno fa ho scoperto, con poco entusiasmo, un quotidiano del quale non avevo mai sentito parlare; mi è parso quanto mai fazioso e settario e ho quindi messo in guardia i miei amici dalla frequentazione di questo “cattivo compagno”.

Anche quest’anno ho scelto gli amici con i quali intendo fare il tratto di strada segnato da questo 2014, pur essendo convinto che la realtà è estremamente poliedrica e che perciò, come si diceva un tempo, può essere vista sia da destra che da sinistra, seguendo l’antica massima di Orazio “ci sono determinati confini al di qua e al di là dei quali non può consistere il retto” o quell’altra, altrettanto sensata “La virtù (e pure la verità) sta sempre nel giusto mezzo”. Ritengo che il confronto di tesi e di idee, per quanto siano diverse, è sempre utile, però sono pur convinto che quando qualcuna di queste tesi e di queste idee è sempre e comunque negativa e soprattutto estremista, allora il confronto piuttosto che utile diventa dannoso. Attualmente “gli amici” con i quali amo confrontarmi e dei quali ascolto le opinioni, sono le testate di una serie di periodici che, tutto sommato, condividono i miei stessi valori di fondo ed offrono una lettura degli eventi almeno vicina alla mia. Ne faccio l’elenco perché i miei amici mi possano conoscere un po’ meglio e, semmai lo ritenessero opportuno, possano sceglierli pure loro come compagni affidabili. Essi sono: “Il nostro tempo” di Torino, un quindicinale con una critica serena, approfondita e, credo, onesta, degli eventi e dei personaggi della nostra società; “Il cenacolo”, il mensile dei Padri sacramentini, splendido dal punto di vista grafico e ricco di dossier su argomenti specifici; “Il messaggero di Sant’Antonio”, il mensile del quale si stampano in assoluto più copie in Italia, periodico poliedrico, serio ed intelligente; “Vita pastorale”, il periodico dei discepoli di don Alberione che tratta, in maniera specifica, le problematiche pastorali; “Gente veneta”, il settimanale del nostro patriarcato, diretto da mio nipote don Sandro Vigani, che informa puntualmente ed in maniera equilibrata ed intelligente sulle problematiche della Chiesa, della città di Venezia e della diocesi; “Se vuoi”, il quindicinale delle Suore paoline che si occupa in maniera particolare delle scelte esistenziali.

A questi amici, che mi sono scelto da tempo e che ho riconfermati come tali, si aggiunge un’altra serie di compagni di viaggio sui sentieri del pensiero e della vita, che mi vengono offerti dopo averli letti, dai miei coinquilini: i quotidiani “Avvenire” e “Il Gazzettino”, “L’Osservatore romano” e i settimanali “Famiglia cristiana”, “Credere” e “A sua immagine”, una stampa seria, spesso ben informata e sempre edificante.

Mi permetto quindi di indicare a tutte le persone che hanno per me un pizzico di stima e che mi vogliono bene, almeno alcuni di questi miei “grandi amici”.

11.01.2014

Il breviario

“I promessi sposi” io li ho letti una cinquantina di anni fa e forse più. Avrei desiderato rileggerli ancora, ma penso che ormai me ne manchi in assoluto il tempo. Una delle figure che sono rimaste nella mia memoria, pur un po’ sfuocata ma presente, è quella di don Abbondio. Credo che la cosa sia comprensibile perché, tutto sommato, don Abbondio è un mio “collega” a motivo del “mestiere” che ambedue abbiamo scelto di fare.

Per me, onestamente, egli rappresenta però un protagonista del mondo religioso in negativo, perché se c’è una figura di prete che rifiuto decisamente è quella del prete pavido, asservito ai ricchi e ai prepotenti, del prete rassegnato che fa il suo “mestiere” senza voler noie o correre pericoli di sorta.

Quando mi capita di pensare al capolavoro di Manzoni mi viene in mente don Abbondio sgomento e piagnucolante che incontra per strada i due bravi mentre sta recitando in maniera tranquilla il suo breviario. Sono convinto che fino a qualche anno fa l’immaginario collettivo pensava il prete come un uomo un po’ rubicondo e in tonaca nera col breviario tra le mani. Forse pochi sapevano che cosa sia il libro, legato in maniera indissolubile alla figura del prete, comunque credo che i più lo pensassero come un libro di preghiere.

Difatti la recita del breviario, che la Chiesa prescrive a tutti i sacerdoti, è la preghiera ufficiale per l’intera comunità cristiana. Probabilmente questo rito deriva dalla tradizione della vita monacale che è tutta imperniata sul lodare Dio negli snodi principali del giorno: dal primo mattino, con la recita del “mattutino”, fino alla tarda sera, con la recita della “compieta”.

Io, pur non essendo un patito o un entusiasta di questo modo di rivolgersi a Dio, fatto attraverso i salmi dell’Antico Testamento e di molte letture scritte dai padri antichi della Chiesa perché questo modo di pregare mi pare uno strumento assai lontano dalla cultura e dalla sensibilità del mondo d’oggi, vi sono rimasto sempre fedele, sia perché ritenevo giusto obbedire a questa prescrizione, sia perché ritenevo pure opportuno ricordare a Dio l’intera collettività.

Anche al tempo in cui ero estremamente impegnato ho mantenuto fede alla recita del breviario più per dovere che per un bisogno interiore. Spesso recitavo il diario nei momenti possibili, tanto da ritrovarmi a tarda sera a pregare perché Dio mi assistesse durante la giornata già vissuta o al mattino a ringraziare del giorno che non avevo ancora trascorso. Ora recito tutto il breviario di primo mattino lasciando al Signore di sistemare la mia preghiera nelle ore che crede più opportune.

Sennonché, qualche giorno fa, ho letto in una rivista dedicata ai sacerdoti, che appena il sedici per cento dei preti recita ancora il breviario. Ci sono rimasto male, non tanto per la fatica e il sacrificio che ho fatto, quanto nel constatare che il mio “piccolo mondo” è cambiato anche da questa parte e che sono rimasto un povero superstite del passato.

12.01.2014

Camminare con le proprie gambe

Non so se gli altri sono fatti diversamente ma io, quando mi imbatto in un ostacolo, sia sociale che religioso, finché non l’ho “filtrato”, non ne ho colto quello che ha di positivo per averne un arricchimento, continuo a rimuginare il discorso o l’esperienza finché non li ho assimilati ed armonizzati con la mia filosofia di vita.

La lettura di qualche tempo fa del volume di Balducci, “L’uomo planetario”, poi di quello di padre Enzo Bianchi della Comunità di Bose sul messaggio cristiano nel nostro tempo, poi ancora del volume del cardinal Ruini su Dio nel pensiero contemporaneo, ed ora de “Il dialogo” di Enzo Mauro – tutti volumi a livello universitario scritti da pensatori di altissimo livello, però per me quanto mai ostici – mi ha creato più di una difficoltà, costringendomi ad una riflessione quanto mai faticosa.

Tutti questi pensatori, credenti o meno, vanno al nocciolo del messaggio cristiano, ne studiano i contraccolpi col pensiero oggi dominante, ne danno un’interpretazione quanto mai difficile citando altri studiosi ancora più astrusi di loro. E’ stato quindi fatale che mi domandassi che fine fanno allora il catechismo, le tradizioni, la liturgia, le pratiche della nostra religione, tutte realtà di cui è intessuta la vita religiosa.

Di primo acchito ho avuto l’impressione che essi passassero come un bulldozer sopra una cristalleria bella e pregiata ma tanto fragile di fronte a tanta possenza.

Mi capitò un’altra volta questa sensazione dopo aver partecipato, da giovane prete, ad una conferenza del famosissimo teologo tedesco Karl Raner sul sacerdozio. Andò avanti un’ora intera facendo tutte le ipotesi possibili ed immaginabili sul sacerdozio, tanto che alla fine della conferenza l’idea della missione sacerdotale che mi ha determinato a fare il prete ne usciva massacrata non riuscendo più a capire chi fossi e che cosa facessi a questo mondo. Un mio insegnante mi rasserenò dicendo che quella di Raner era ricerca pura e teoria ad alto livello, ma che doveva essere mediata e calata nella vita a livello esistenziale.

Così penso sia anche per questi ricercatori ai massimi livelli e cioè che le loro teorie devono incarnarsi nelle formule consuete. Ho capito che nella vita di tutti non solo c’è spazio, ma che ad esempio, per quello che riguarda la fede, tutto lo spazio va riempito con: la messa, il breviario, il rosario, le novene, le giaculatorie, i funerali e i matrimoni. Sono arrivato alla conclusione che la fede, come la verità, la bellezza e l’amore sono verità alte e pressoché indefinibili e, da un punto di vista teorico, forse poco appaganti umanamente, che però vanno mediate riducendole a parole e gesti umili e semplici che, soli, le possono rendere utilizzabili anche dagli illetterati.

Se io domandassi a questi testoni: «Cos’è l’amore?», di certo mi farebbero un discorso altrettanto ostico e difficile di quello sulla Chiesa e la fede, però poi nella pratica l’amore è quella realtà dolce che fa cantare il cuore e rende bella la vita e si alimenta e si esprime con le cose più elementari: uno sguardo, una carezza, un bacio, cose che anche gli analfabeti sanno far bene.

La ricerca è importante, ma la vita lo è ancor di più. Talvolta può esser utile che quella piccola casta di studiosi se la vedano fra di loro, mentre noi continuiamo a vivere.

21.01.2014

Il vecchio e il mare

Da qualche giorno a questa parte in rapporto alla lettura di un volume in cui eminenti pensatori esprimono il loro pensiero molto critico su Dio, sul cristianesimo e sulla Chiesa, mi torna in mente un lungo e famoso racconto di Heminway, “Il vecchio e il mare”. Lo riassumo in poche parole per chi non l’avesse letto, perché possa comprendere il mio stato d’animo.

Il libro racconta la vicenda di un vecchio pescatore che esce in mare per la pesca e fortunatamente, ma con tanta fatica, riesce a prendere un grosso pesce, ma data la sua mole non è in grado di caricarlo a bordo, quindi lo lega alla barca sperando di portarlo in qualche modo a riva. Purtroppo altri pesci, quanto mai voraci, glielo mangiano letteralmente e il pescatore, dopo tanta fatica, arriva alla sponda con solamente la lisca del grande pesce. Il romanzo rispecchia la visione pessimistica del grande narratore che finì per togliersi la vita nonostante i suoi successi. La storia, pur narrata con stile limpido e avvincente, è di una grande tristezza.

Qualcuno si domanderà che rapporto c’è tra questo racconto e la lettura appena terminata del volume “Dialogo” di Ezio Mauro, Edizione Einaudi, volume che raccoglie gli incontri di Scalfari con Papa Francesco, poi corredato dalla critica di eminenti studiosi quali Veronesi, Enzo Bianchi, Cacciari, Boff ed altri ancora. I discorsi di questi studiosi si muovono ad altissimo livello intellettuale, di certo superiore alla mia preparazione culturale e alla mia intelligenza. Molti di questi critici poi sono pensatori non credenti o laici, così che dal loro discorso ho avuto la sensazione di correre il pericolo che possano erodere i miei valori fondamentali che, tutti, si rifanno al messaggio cristiano e alla tradizione.

Mi è venuta tanta paura che alla fine della vita, dopo aver scoperto un messaggio che ha motivato la mia esistenza e che m’è parso finora il migliore e quello assolutamente vero, questi liberi pensatori me lo possano ridurre ad una povera lisca di pesce inutile e piena di spine.

Rimango convinto che l’aggiornamento, il dialogo e il confronto, siano utili, anzi necessari, però questo va bene se fatto ad armi pari e con contendenti dello stesso “peso”, cose che però io non posseggo.

Mi sono consolato con una storiella tanto meno nobile ma efficace. Un barcaiolo porta in mare uno studioso illustre ma saccente. Questi domanda al povero gramo se conosce una teoria, poi un personaggio, quindi un’opera d’arte e il marinaio è costretto a dire, mortificato, sempre di no. Al che lo studioso gli dice: «Hai perso metà della tua vita». Ma mentre parlano, scoppia nel lago un furioso, improvviso temporale. Allora il barcaiolo chiede al suo illustre trasportato: «Lei sa nuotare?» «No!», gli risponde quello. Allora il poveretto, pressoché illetterato, conclude: «Allora lei ha perso tutta la vita!»

Per ora scelgo la parte del barcaiolo, anche se poco colto!

20.01.2014

85 e 60

Durante il pranzo m’è giunta, inaspettata e sorprendente, una telefonata della “Mariolina”, una residente del Centro don Vecchi di Campalto che, rifacendosi alle sue esperienze del “sessantotto”, il tempo che fece sussultare tutte le vecchie ed ingessate strutture della nostra società, chiese comprese, mi informò che un giornalista, figlio di una coppia di coniugi dello stesso Centro, aveva già prenotato il Candiani per celebrare la festa del mio compleanno.

La telefonata l’aveva fatta a suor Teresa, mia aiutante di campo, che però l’aveva orientata a fissare questa festa per il 27 giugno, giorno in cui compio sessant’anni di sacerdozio.

Non ebbi il coraggio di smorzare fin dal nascere questo gesto di affetto, mi fa sempre piacere che qualcuno mi mostri simpatia ed amicizia, ma sinceramente sono del parere che non si facciano celebrazioni, specie al Candiani, né per i miei 85 anni di vita, né per i miei sessant’anni di prete. Ora non desidero altro che stare in pace e svolgere quelle piccole mansioni alle quali mi dedico. Già sento pesante, ma soprattutto inadeguato, il compito di portare avanti “L’Incontro”, di predicare alla domenica, di collaborare alla gestione dei Centri don Vecchi, tanto che mi sorprendo spesso a sognare la casa di riposo ma soprattutto, essendo ancora abbastanza lucido da avvertire i miei limiti, non desidero che si dicano anche bugie per nasconderli.

La notizia di questa intenzione, che so bene che non coinvolge tutti i residenti, è per me un gesto d’affetto che mi giunge gradito, ma nulla più. Sono disposto ad offrire il panettone e lo spumante sia per l’una che per l’altra data, però desidero che mi si lasci nella quiete del quotidiano. E’ mia convinzione che ognuno debba mettere sul tavolo della vita quello che ha di meglio; a me, pur marginalmente al mio ministero di sacerdote, al quale ho dedicato la maggior parte del mio tempo e delle mie energie, è capitata l’ avventura del “don Vecchi”. Sono contento di averla vissuta con passione, però sono altrettanto conscio d’averla condivisa con una moltitudine di persone, perciò i miei meriti si riducono a molto poco.

Semmai, faremo festa assieme alla città, in aprile o maggio, quando inaugureremo il “don Vecchi” degli Arzeroni.

19.01.2014

Il parroco del domani

Ieri ho incontrato mia sorella Lucia che vive in stretto contatto con mio fratello don Roberto, parroco a Chirignago e che perciò partecipa più da vicino alle difficoltà di sempre di ogni parroco, alle quale se ne aggiunge qualcuna in più per i parroci dei nostri giorni. Lucia mi ha riferito una “frase storica” del nostro Patriarca: “Un prete per campanile!”

Quello del Patriarca non è un nuovo slogan a livello pastorale, ma una dura decisione data dalla carenza di preti.

Credo che don Roberto senta certamente più di me questo annuncio, perché ha attualmente un cappellano a mezzo servizio, ma presto teme di non avere più neanche quello.

La notizia, che mi giunge nuova solamente nella sua formulazione da slogan, “un prete per campanile”, mi ha fatto riflettere su questa questione che non mi è per nulla nuova. Presto non saranno più possibili neppure le soluzioni tampone delle “unità pastorali”, ossia l’aggregazione di più comunità parrocchiali con, alla guida, un solo prete quando esse sono piccole, o con una équipe di sacerdoti quando ci si riferisce a parrocchie più consistenti.

Queste soluzioni tampone, sono pur opportune ma non risolutive. Si pensa quindi con più frequenza e più determinazione a dare più responsabilità ai laici, al sacerdozio di preti sposati (il primo passettino a questo proposito lo si è fatto con l’introduzione dei diaconi che però, attualmente, svolgono compiti ancora marginali) e soprattutto al sacerdozio esteso alle donne.

In questa prospettiva in veloce evoluzione mi pare di scorgere anche qualcosa di provvidenziale. E di questo credo di avvertire già l’inizio, ossia il liberare il sacerdote sempre più velocemente e radicalmente da ogni compito organizzativo, per offrirgli la possibilità di assumere sempre più il ruolo di profeta, da un lato facendogli celebrare i divini misteri e dall’altro riservandogli il compito di chi annuncia la proposta a livello evangelico, lasciando invece ai rappresentanti della comunità le altre incombenze di ordine organizzativo e di gestione. Se al prete si tolgono gli infiniti incarichi che oggi gravano sulle sue spalle, “un prete per campanile” sarebbe già quasi di troppo!

Questi orientamenti, che qualcuno potrebbe pensare innovativi e forse rivoluzionari, non sono più tali perché non si tratta che di ritornare alle origini quando nelle prime comunità cristiane c’era chi provvedeva alla gestione della carità, che è il più importante impegno della parrocchia. Ma anche, ritornando indietro soltanto di cent’anni, c’erano le fabbricerie che avevano in mano la gestione della parrocchia.

Ho l’impressione che più si libera il sacerdote dalle pastoie burocratiche, più lo si aiuta ad assumere il ruolo dell’annunciatore, di chi propone i valori più alti, lasciando ad altri il compito della gestione pratica, che spesso rende odiosa la figura del sacerdote.

18.01.2014

La dottoressa Corsi

Attendevo da un paio di settimane con trepidazione questa telefonata, e purtroppo ora mi è giunta: la dottoressa Francesca Corsi, funzionario di alto livello del Comune di Venezia, è morta.

A motivo dei Centri don Vecchi in questi ultimi vent’anni il rapporto con questa donna è stato frequente, stretto e quanto mai collaborativo. Ho sognato e mi sono battuto con fatica e molta determinazione per la soluzione che col tempo è stata identificata nel Centro don Vecchi a favore degli anziani, ma ero sprovvisto di esperienza e conoscenza degli ingranaggi degli enti pubblici, mentre lei, che ha speso una vita all’interno di queste realtà, intelligente e determinata com’era, ha condiviso con me e mi ha offerto frequentemente soluzioni determinanti a livello legale e burocratico che da solo non sarei mai stato in grado di risolvere.

La dottoressa Corsi in questi ultimi vent’anni, all’interno dell’assessorato alle politiche sociali del Comune di Venezia, ha ricoperto ruoli di alto livello nel settore che riguarda gli anziani e i disabili, io l’ho conosciuta sui banchi della scuola quando insegnavo alle magistrali e lei era ancora una ragazzina.

Nacque, fin da allora, un rapporto di simpatia e di condivisione. Forse sono stato un docente anomalo, perché ho sempre tentato di passare valori piuttosto che aride nozioni dottrinali. Onestamente penso che i miei alunni abbiano colto e condiviso il messaggio di solidarietà in cui ho sempre creduto e che rappresenta il cuore del messaggio evangelico.

Francesca, da quanto ho potuto riscontrare, fu una delle alunne che recepì in maniera più seria e sostanziale questa proposta e l’attuò in maniera del tutto personale attraverso un suo itinerario spesso sofferto, ma sempre coerente.

Sulla testimonianza umana e sociale della dottoressa Corsi spero di ritornare con più calma e serenità. Ora la notizia della sua scomparsa mi turba troppo, anche perché sento rimorso per non averle detto più spesso e più apertamente il mio affetto, la mia ammirazione e la mia riconoscenza. Un sentimento di pudore e di rispetto reciproco ha sempre caratterizzato il nostro rapporto, tanto che io stupidamente le ho sempre dato del lei, nonostante le volessi tanto bene e condividessi tanto a fondo il suo modo di operare e la sua reale dedizione al prossimo, dedizione che superava in maniera abissale il suo dovere professionale.

Chi mi ha annunciato la morte della dottoressa Corsi, mi ha riferito che lei ha chiesto ad un suo collega a cui era legata da sentimenti di stima e di condivisione, che fossi io a celebrare il suo funerale. Questo mi assicura che l’intesa fu vera e profonda, nonostante il diaframma di un pudore che, soprattutto da parte mia, ha impedito un rapporto più caldo ed affettuoso.

Ora la piango, ma sono certo che la comunione di ideali con questa bella creatura mi aiuterà nel mio impegno a favore degli anziani e che assieme potremo fare ancora qualcosa di buono per i fratelli più fragili.

17.01.2014

Che tempo!

Sono ormai due o tre giorni che il cielo è chiuso e cupo ed una pioggia leggera mi mette tanta malinconia.

Ho appena dato uno sguardo al Gazzettino. M’è parso in linea col brutto tempo. Ogni giorno non faccio altro che trovare titoli tristi e deludenti, tanto che non mi viene voglia di leggerne il testo per paura di essere intristito ulteriormente.

La vita, il mondo e la società attualmente non fanno che colmarmi ogni giorno di tristezza. A parte i dissapori tra Letta e Renzi, Alfano e relative tifoserie, c’è ancora di peggio. In un momento in cui i mali del Paese non fanno che aggravarsi perché ogni giorno aumenta la disoccupazione e si chiudono fabbriche, questi mediocri rappresentanti della politica non fanno altro che litigare e dividersi ulteriormente.

Oggi poi, allo squallido scenario che ci viene offerto dalla politica e dalla cronaca nera, il quotidiano ci informa con grandi titoli e dovizia di particolari, che una suora ha partorito un bimbo “non sapendo” di essere incinta e che il Vaticano ha informato una commissione che si occupa di queste cose, che negli ultimi tre anni Papa Ratzinger e Papa Francesco hanno allontanato due, trecento preti perché accusati di pederastria.

Queste notizie che mi riguardano ancora più da vicino, sono per me ferite aperte e sanguinanti. Quello della suora passi – tra tante magnifiche e belle creature che rappresentano un qualcosa di splendido nella Chiesa, un piccolo neo non mi turba più di tanto – ma che un numero così consistente di sacerdoti abbiano rubato innocenza a dei bambini, proprio non mi va giù; solo a pensarci provo una vergogna infinita.

Questa mattina, in questo stato d’animo, mi sono ricordato di un’affermazione di un grande pensatore cattolico francese, se non ricordo male mi pare che sia Mauriach: “Ti ringrazio Signore per i preti che non sono degli angeli, perché se fossero tali non potrebbero mai capire ed aiutare noi poveri uomini!”.

Questo pensiero non mi ha rasserenato più di tanto, ma mi ha aiutato almeno un po’ a comprendere e a compatire tutto il resto. All’alba di questo nuovo giorno ho tentato di superare questa amara delusione e tristezza, rivolgendo al Signore una calda preghiera ed allargando le braccia per stringere al cuore questo mio e nostro povero mondo.

16.01.2014

La ricchezza della diversità

Moltissimi anni fa, con monsignor Vecchi, sono stato a Brescia per vedere come una delle parrocchie più importanti stava affrontando il problema dei senzatetto che vagano nelle grandi città. Era il tempo in cui a San Lorenzo stavamo progettando Ca’ Letizia; e la visita fu certamente utile nei riguardi di questo problema di ordine pastorale.

In quella occasione ebbi modo di partecipare anche ad un incontro di giovani appartenenti al movimento “Comunione e liberazione”, fondato dal prete milanese don Giussani. La riunione aveva luogo nell’oratorio parrocchiale. Non ricordo il tema affrontato però, a parte il fatto che il gruppo dei giovani era molto folto e composito – c’erano universitari e pure lavoratori – fui colpito dal modo in cui si svolgeva l’incontro. Una volta impostato brevemente dal conduttore l’argomento, i presenti chiedevano, uno ad uno, la parola, per portare il contributo personale, però non solamente non era prevista la replica di altri, meno ancora il dibattito, ma neppure osservazioni negative o positive su quello che chi era intervenuto aveva detto.

Quando chiesi al responsabile il perché di questo metodo strano, mi rispose che così si evitava la polemica che, secondo lui, non arricchiva il dibattito, mentre così ognuno aveva modo di confrontare pacatamente le sue opinioni con quelle degli altri.

Più volte ho tentato di usare questo metodo negli incontri che ho presieduto, però non ci sono mai riuscito.

A me capita di fare ne “L’incontro” delle affermazioni frutto di una faticosa ricerca personale, però sempre avverto che ci sono lettori che mi tirano per la manica pretendendo che non dica, o meglio scriva, quello che a loro non sembra giusto.

Io so di non avere la verità in tasca, so pure di non essere un luminare del sapere e neppure un esperto, ed affermo anche che sono sempre disposto a cambiare idea quando giungo alla conclusione che quella degli altri è più valida e più saggia della mia, però mi vien da dire: «Lasciatemi dire quello che ritengo giusto, non ha importanza se voi non lo condividete; se credete opportuno tenetene conto, oppure tirate diritto per la vostra strada».

Ripeto ancora che il confronto corretto e la diversità sono sempre un arricchimento.

15.01.2014

Il buio oltre la siepe

La legge dei centri concentrici credo che abbia molto da insegnare a chi è in costante ricerca del senso della vita, e soprattutto si sente partecipe di ciò che avviene sia vicino che lontano da noi, ma che comunque è legato ai problemi del nostro vivere. Quando una persona lancia un sasso nello stagno, nel punto dell’impatto nasce un’onda rilevante che, man mano si allarga, diventa sempre più tenue fino a scomparire, almeno alla visione dell’occhio umano.

Questo fenomeno, che obbedisce ad una legge della fisica, si realizza pure per quanto riguarda gli atti, i comportamenti o le scelte che avvengono in ogni angolo, anche il più remoto, del mondo. Oggi il fenomeno dei centri concentrici provocati dalle scelte dell’uomo sono ancora più evidenti in un mondo che, a motivo dei mass media, è diventato un villaggio globale. Oggi nessuno può dire “non sapevo”, “non mi riguarda” e “non mi interessa”, perché le nostre responsabilità sono ormai globali, essendo informati in ogni momento di quanto avviene in ogni angolo della terra. Una grande regista francese ha intuito quasi trent’anni fa questo fenomeno di corresponsabilità denominato in un suo film rimasto famoso “Siamo tutti assassini”.

In questi giorni i mass media ci hanno informato che il giovane e crudele despota della Corea del Nord avrebbe fatto sbranare, da un branco di cani affamati, un suo zio che pensava tramasse per spodestarlo dal potere, e l’altro ieri ho letto che si sono riempite due grandi navi di gas e prodotti chimici che l’altro satrapo della Siria ha accumulato nei suoi arsenali e che avrebbe usato per sterminare i suoi oppositori finendo poi per uccidere dei cittadini inermi del suo paese.

Questi non sono che due episodi di quello che sta avvenendo nel mondo, mentre i governi continuano a fare, senza scomporsi più di tanto, gli interessi dei loro popoli, mentre all’ONU si discute per niente, mentre i pacifisti sembrano totalmente impegnati per la TAV e le “grandi navi”, mentre perfino le comunità cristiane sono tutte dedite a celebrare i sacri riti.

Qualcuno è tentato di pensare che la strage degli innocenti di Erode sia una storiella del passato, mentre purtroppo nel nostro mondo si sono moltiplicati a dismisura gli Erodi disposti a tutto pur di rimanere al potere, mentre attorno a Gesù, venuto per ripeterci ancora una volta il discorso della montagna, ci sono solo poche “voci che gridano nel deserto”.

08.01.2014

“La bontà insensata”

Ho già raccontato che una quindicina di anni fa invitai un gruppo di signori ormai sulla cinquantina, quasi tutti sposati e sistemati da un punto di vista professionale, familiare ed economico, dei quali ero stato l’assistente scout ai tempi della loro adolescenza. Non volli però dare all’incontro il solito taglio “amarcord” del ricordare assieme momenti intensi della loro e della mia avventura giovanile, ma proposi invece di fare una verifica schietta e concreta su che fine avessero fatto le proposte ideali che avevo fatto loro, rifacendomi alla conosciutissima frase di quel grande pedagogo che fu il fondatore dello scoutismo: “Cercate di lasciare il mondo un po’ migliore di quello che avete trovato venendo a questo mondo!”.

Non sto a riferire il risultato di questa confessione collettiva, però debbo dire che, tranne qualcuno, molti si erano adeguati al pensiero medio che ha sempre proposto la carriera e il successo, il quieto vivere, uniformandosi agli standard dell’opinione pubblica e relegando nel mondo ovattato dei ricordi i valori ideali che noi educatori avevamo loro proposto.

Questa esperienza fu, francamente, un po’ deludente, per uno come me che crede ai valori che ha tentato di passare. Pur cosciente dell’affermazione vera e realistica che “è quanto mai comprensibile il rivoluzionario ventenne, ma è da chiedersi se è del tutto giusto che uno rimanga tale anche a quaranta”, mi sono chiesto: “Che cosa è rimasto del sognatore, del rivoluzionario, dell’integrista e del “ribelle per amore”? Questo incontro mi ha costretto infinite volte a fare un serio e talvolta uno spietato esame di coscienza sulla mia esperienza personale. Nella vita di certo ci sono modalità diverse di “resistenza”, di impegno, di servizio e di coerenza, però tutto sommato devo dire che sono costretto giorno dopo giorno a difendere coi denti i miei ideali umani, civili e religiosi e che spessissimo mi ritrovo solo e perdente. Se ragiono umanamente, la mia seppur piccola rivoluzione è fallita e mi ritrovo a vivere con quel mondo piccolo borghese e perbenista che spesso mi ha etichettato come un sognatore, mai contento, illuso, con la testa per aria ed avvocato delle cause perse.

Da qualche tempo, un po’ scoraggiato e solo, mi crogiolavo su questi pensieri, domandandomi sempre più spesso se ho sbagliato tutto e se sono un perdente. La Provvidenza mi ha buttato per Natale “il salvagente”, avendo pietà del mio sconforto. Una cara signora mi ha regalato un volume della Mondadori di Gabriele Nissin: “La bontà insensata”. La tesi di fondo si rifà, con una documentazione sconfinata, a persone “perdenti”, ma che come i profeti rimangono un “faro”, un punto di riferimento, una spina sulla coscienza ed una proposta per ogni tipo di società per quanto piatta ed opaca possa essere.

Non è molto, però credo che sia sufficiente per giustificare un sogno o una visione ideale della vita.

07.01.2014

Un dialogo particolare

Una signora che collabora con “L’Incontro” con degli articoli brillanti e piacevoli, un giorno mi confidava che a lei piace rimanere sola a casa e che, mentre provvede al suo riordino e alla pulizia degli ambienti, le piace chiacchierare con quanto c’è nel suo ambiente domestico. Non mi ha detto in che cosa consiste il suo dialogo, ma mi è sempre piaciuta l’idea e l’immagine di questa donna intelligente e sensibile che dialoga con la macchina da cucire, la macchina del caffè, o semplicemente con la scopa o con la tazzina da tè. La sua casa dev’essere veramente viva! Anche mia mamma, a cui chiedevo come mai i suoi fiori erano sempre splendidi mentre i miei erano sempre tanto poverelli e dimessi, con un fare affettuoso e sornione, mi diceva: «Ai fiori bisogna volergli bene e soprattutto parlargli».

Ho capito da tempo che in fatto di poesia e di sentimenti le nostre donne posseggono una marcia in più di noi uomini. Comunque, forse non per scelta cosciente, ma per associazione di idee, o semplicemente per senescenza, capita anche a me, in questi mesi, di parlare a dei fiori che mi sono molto cari. Forse non pronuncio parole, ma sento che mantengo vivo un dialogo di amore tenero e affettuoso con loro.

In tempi in cui ero forse un po’ più romantico, ho accennato più volte ad una accentuata simpatia che nutro, forse da decenni, nei riguardi di piccoli fiori bianco latte che sbocciano con i primi freddi e che durante i mesi del ghiaccio la fanno da re nei cortili del “don Vecchi”. Gli scorsi anni ne possedevo parecchi e facevano da bordatura ad un marciapiede tra la struttura ed un parco interno. La primavera scorsa però li ho fatti togliere per sostituirli con una siepe sempreverde, perché d’estate di quei fiori non rimanevano che le foglie, spesso insignificanti e miserelle. Me n’è rimasta, di queste piante invernali, solamente una decina nelle aiole di una corte interna.

Da un paio di settimane, dopo che sono sfioriti nel tardo novembre i crisantemi, questi fiorellini bianco latte sono bellissimi, sembra che dicano “guardateci!” a noi vecchi che li incontriamo andando in sala da pranzo. Queste piccole chiazze bianche color latte sulle piante verde scuro sembrano perle vere. Quando passo non trascuro mai di dir loro “grazie” per il loro sorriso d’inverno.

A primavera tutti i fiori sfoggiano la loro bellezza, ma nelle giornate uggiose e fredde di questi mesi i miei fiori bianchi sono semplicemente meravigliosi. Altro che le donne che, per via della moda, quest’anno sembrano diventate tutte dei trampolieri che camminano malsicuri con certe gambuzze da merlo o da gru di Chichibio del Decamerone di Boccaccio!

06.01.2014

Operai al lavoro

C’è un passo della Bibbia che mi torna sovente alla mente quando incontro persone di buona volontà che si danno da fare per il prossimo o che semplicemente tentano di far bene il loro dovere: “Quanto sono belli i piedi degli operatori di pace!”.

Un paio di settimane fa ho fatto una capatina in quel degli Arzeroni per vedere come vanno i lavori per la costruzione del “don Vecchi 5”. La mattinata era umida e fredda per una nebbia insistente, eppure, una volta entrato nel cantiere, ebbi una bellissima impressione. Quando si trattò di costruire gli altri quattro Centri precedenti, un po’ perché ero più giovane e un po’ perché ero direttamente responsabile, visitavo molto più di frequente i relativi cantieri e mi interessavo direttamente dei problemi; ora, un po’ perché sono più lento, un po’ perché c’è qualcuno più giovane ed intraprendente che ha responsabilità dirette, vado più raramente nel cantiere e mi informo in maniera più sommaria.

Comunque, durante l’ultima visita, nonostante la giornata uggiosa, ebbi una bellissima impressione. Siccome s’è accelerato il tempo della consegna del manufatto, sono attualmente impegnati una trentina di operai tra muratori, idraulici, elettricisti, ferraioli. Il cantiere sembrava un formicaio quanto mai operoso: tutti con l’elmetto di plastica gialla, intenti al loro lavoro, diretti da un capomastro intelligente e quanto mai esperto. Penso che quando l’impresa è seria e il committente è responsabile e paga a tempo debito, l’efficienza si manifesti in una operosità veramente apprezzabile.

Questi operai mi hanno dato l’impressione di essere consci della fortuna di avere un lavoro remunerato, di essere guidati da persone responsabili e competenti e di costruire un qualcosa di valido a livello sociale, un qualcosa che dà loro una dignità ed una consapevolezza della validità del loro lavoro.

Quanta differenza tra questo stile operoso ed impegnato e quello dei dipendenti di certi enti pubblici che sembrano degli sbandati, annoiati e inconcludenti che aspettano che arrivi sera o la fine del mese.

Ho sentito che l’apparato burocratico di certi Stati, quali l’Austria, la Germania o la Francia, è preparato ed efficiente, cosa che non possiamo certo dire della nostra Italietta. Un mio amico, ora in Paradiso, era solito affermare che non solo molti dei dipendenti pubblici sono inconcludenti, ma col loro cattivo esempio rovinano anche gli altri. A Cacciari, all’inizio di uno dei suoi mandati a sindaco, dissi che se fosse solamente riuscito a rendere efficiente il Comune, sarebbe passato alla storia come un sindaco meritevole.

Temo che nonostante tutta la sua filosofia, sia stato ben lontano dall’esserci riuscito.

05.01.2014