La regina dei salotti romani

Credo che i miei amici ormai sappiano tutto di me: la mia storia, i miei problemi, il mio modo di reagire di fronte alla realtà di questo nostro Paese e perfino le rubriche televisive che preferisco. Riconfermo quindi che, oltre il telegiornale, qualche sera seguo le rubriche di Rai Storia, qualche dibattito politico e alla domenica “L’Arena”, la trasmissione condotta da Giletti, un giornalista che stimo per i valori ai quali si ispira e per la bravura con cui conduce la sua trasmissione.

Mi spiace tanto che “L’Arena” vada in onda contemporaneamente a “In mezz’ora”, l’intervista domenicale della Annunziata, giornalista con cui ho un rapporto di “amore-odio”: amore per la sua preparazione, intelligenza e bravura e odio per la sua estrema faziosità.

Ma, a proposito di “Arena”, trasmissione che denuncia gli sperperi, le ambiguità della politica e le contraddizioni dei suoi protagonisti e che mi fa spesso indignare perché, nonostante questa pubblica denuncia e riprovazione, pare che nulla cambi, una settimana fa sono stato sorpreso per la scelta di Giletti di intervistare quella che lui ha definito “la regina dei salotti romani”. Parlare di “salotti” in senso di ritrovi tra gente brillante, mi dà la sensazione di qualcosa che sa di muffa ottocentesca, e quindi pensavo che essi sopravvivessero solamente nei romanzi di storia, ma non più nel nostro mondo disinibito e poco salottiero; a parte questo non ho capito perché Giletti abbia avuto questa trovata. Accetto solamente la sua scelta così estemporanea solo se ha inteso mettere in ridicolo questa reliquia stantia del passato; guai però se venissi a sapere che per lui i “salotti” di certe signore meritano una qualche seppur minima attenzione. Se fosse così taglierei immediatamente anche con questo ragazzone buono, bravo e simpatico.

Questa “regina dei salotti”, oca giuliva, da un punto di vista estetico m’è sembrata una tavolozza e da un punto di vista sociale un qualcosa che assomiglia al rifiuto di una soffitta. Il salotto in cui lei riceve m’è invece apparso come qualcosa di sfacciatamente lussuoso; mi sono sorpreso che esistano ancora cose del genere, manifestazione e simbolo di una ricchezza parassitaria che si esprime con la banalità, lo sperpero disgustoso e personaggi che si muovono e vivono come non ci fosse la crisi, come se le aziende non chiudessero, come un mondo di concittadini non vivessero momenti veramente drammatici.

Fortunatamente quella domenica partecipava all'”Arena” un imprenditore dal volto sano e pulito, magari anche più ricco della “regina dei salotti romani”, ma che impegna il suo tempo per creare lavoro per la povera gente, che con qualche battuta più sarcastica che ironica ha sottolineato la fatuità di un mondo del quale la suddetta regina è probabilmente un vecchio relitto alla deriva.

05.02.2014

La stagione dei raccolti

Una confidenza di uno dei ragazzi dei tempi del mio sacerdozio a San Lorenzo mi ha fatto riflettere e mi ha dato una spiegazione in uno dei frequenti incontri che danno conforto e letizia alla mia canizie. Due o tre anni fa l’affermato architetto mestrino Gianni Caprioglio, che ho incontrato ragazzo fin dai tempi in cui facevo il cappellano a San Lorenzo, di fronte alle mie continue insistenze presso la Veritas e il Comune per l’inadeguatezza della vecchia cappella dell’ottocento del nostro cimitero, si è offerto di progettare, a titolo gratuito, una chiesa all’altezza dell’importanza della nostra città, chiesa da costruirsi all’interno del nostro camposanto.

Questo architetto, vero amante della nostra città, si impegnò seriamente e disegnò un progetto veramente bello della nuova chiesa, progetto e relativo plastico che conservo gelosamente per tempi migliori per l’economia della nostra città. Trovammo assieme l’ubicazione quanto mai opportuna; io suggerii poi anche una soluzione per il finanziamento che non sarebbe costato un centesimo al Comune, ma che esigeva solamente l’anticipazione del costo della costruzione.

La crisi economica ci colse in pieno e perciò fu giocoforza riparare sul prefabbricato attuale, che di certo non è un’opera d’arte, ma risponde in maniera adeguata ai bisogni dei numerosi fedeli.

Ebbene, un giorno che andai allo studio di Gianni, fui sorpreso dalle sue dimensioni e dalla ventina di collaboratori tra architetti e geometri. Quando manifestai la mia sorpresa e la mia ammirazione, Gianni mi disse come fosse una cosa scontata: «Don Armando, sto raccogliendo i frutti di una vita di impegno e di lavoro».

A pensarci bene, dovrebbe essere sempre così. In qualsiasi posto io vada, trovo sempre gente che si complimenta per i Centri don Vecchi, per il mio impegno per gli anziani, per il periodico “L’Incontro” e per l’altra serie di pubblicazioni che col bellissimo gruppo di collaboratori riusciamo a stampare, così che il dialogo con la città è sempre vivo e fecondo. Così si complimentano per il mio servizio pastorale in quello che, per vezzo, ho chiamato “La cattedrale tra i cipressi”, chiesa che mi riempie di consolazione per la bellissima comunità che pian piano l’ha eletto come il luogo della propria preghiera e per l’ascolto della parola del Signore.

Tante volte ho ringraziato il Signore per tutte queste consolazioni che sono di certo un Suo dono, ma che spero, rifacendomi alle confidenze dell’architetto Gianni Caprioglio, siano pure il frutto di sessant’anni di lavoro appassionato e senza risparmio.

Penso di aver lavorato e di essere pure oggi tanto impegnato, però devo confessare che questo lavoro è stata una grazia e che pure anche quaggiù sto raccogliendo un frutto insperato ma tanto bello e gratificante.

04.02.2014

Mio Dio, cosa abbiamo fatto?

Sono sessant’anni che faccio il prete e da almeno sessant’anni so che Gesù afferma che i suoi discepoli devono “essere sale” e “luce” per i fratelli; perciò questo discorso dovrebbe essere per me arcinoto, eppure domenica scorsa, quando la Chiesa ancora una volta mi ha fatto leggere questa pagina del Vangelo, ho avuto una reazione tutta particolare, come avessi toccato un filo della luce scoperto.

La lettura del Vangelo in questi ultimi anni mi riserva queste reazioni quanto mai forti e particolari. Quando ho preso in mano il testo per prepararmi al sermone per i miei fedeli, la prima reazione pressoché istintiva è stata: “Ma Gesù caro, tu presumi troppo da noi, siamo tutti poveri diavoli che tirano la carretta e perciò mi pare che sia un po’ troppo pretendere che siamo coloro che danno sapore alla vita e che sappiamo inquadrare lucidamente le sue complicate problematiche.

Ma poi, pensando che il progetto di Cristo su di noi è quello che aiutiamo gli uomini del nostro tempo a vivere una vita bella e felice, ossia che aiutiamo il prossimo a cogliere il “sapore” della vita e ad inquadrare le sue problematiche in maniera lucida e comprensibile – cosa che è propria di chi ha la luce – m’è parso che questo messaggio cristiano sia un qualcosa che va al cuore della vita e non un’aggiunta marginale strana e preoosché insignificante che complica l’esistenza. Quindi sono stato “costretto” a fare un altro gradino ancora più faticoso pensando alla mia religiosità e a quella della quasi totalità dei discepoli di Gesù di oggigiorno.

Al che, è uscito dal profondo del mio spirito quasi un lamento doloroso ed angosciato: “Dio mio, a che cosa abbiamo ridotto il messaggio di Cristo che dovrebbe andare oltre l’esistenza?”, e sono stato costretto ad analizzare con sincerità e quasi con crudezza il modo in cui viviamo il progetto di Gesù: abbiamo ridotto un qualcosa di vitale e di essenziale del vivere ad un complesso di riti, di pie pratiche, di discorsi melensi ed inconsistenti, di ritualità astruse e quasi magiche che lasciano la vita qual’è, anzi talvolta la rendono più cupa, meno appetibile, quasi un castigo piuttosto che un bel dono.

Mi venne in mente allora una invettiva di quell’ateo lucido e tagliente che è stato André Gide: “Come pretendete di essere testimoni del Risorto voi che camminate sul ciglio della strada con occhi bassi, tristi e lagnosi?”. E nello stesso tempo mi brillarono luminose e belle le parole del testamento di quel grande pedagogo cristiano che fu Lord Baden Powell, che ho riletto in questi giorni: “Io, ragazzi, ho vissuto una bellissima vita, così sarà anche per voi se tenterete di far felici gli altri e di lasciare il mondo un po’ più bello e più buono di quello che avete trovato”.

Una volta di più capisco che il cristianesimo esige contenuti, non timbri, cerimonie o distintivi, o formule appiccicate alla vita.

03.02.2014

La disoccupazione in Italia

Uno dei miei drammi attuali – e, credetemi, non esagero nello scrivere “drammi” – è quello dei disoccupati che la crisi economica, nonostante Letta ci dica frequentemente che ci siamo lasciati alle spalle i brutti tempi, sta producendo ogni giorno più numerosamente.

A motivo dei Centri don Vecchi, di qualche iniziativa caritativa del passato e del presente e soprattutto della diffusione de “L’Incontro”, capisco di essermi fatto una certa fama in questo settore della vita cittadina. Ogni settimana almeno ventimila concittadini possono conoscere facilmente i mio indirizzo e il mio numero di telefono dalla facciata del nostro periodico, motivo per cui non passa giorno che io non riceva almeno un paio di telefonate per domandarmi se posso aiutarli a trovare un posto di lavoro.

Purtroppo ormai da tempo non posso assolutamente offrire neppure un pur esile consiglio. I giornali ci informano a iosa sui licenziamenti nelle fabbriche di una certa consistenza, però c’è pure un sottobosco di impieghi presso artigiani, di piccoli commercianti o semplicemente impieghi a livello personale, nel quale c’è una falcidia di concittadini che rimangono senza lavoro. Nel contempo dal mio piccolo osservatorio vengo a conoscere che la stragrande quantità di anziani vive sola, perché ormai la convivenza con i figli è praticamente scomparsa per una infinità di motivi, ma soprattutto perché la famiglia a dimensione patriarcale non esiste più.

Quando chiedo ai famigliari, in occasione del commiato, dove e come viveva il loro vecchio genitore rimasto solo, nella stragrande maggioranza mi si risponde che viveva con una badante, aggiungendo poi, quasi a scusarsi da un eventuale giudizio meno positivo, che era ben accudito e che loro lo visitavano di frequente. Mai mi capita di sentirmi rispondere che a fare questa assistenza sia stata una donna italiana.

Nei dieci anni da quando ho fatto “questo lavoro”, mai, assolutamente mai, mi è stato detto che “il vecchio” era accudito da una donna delle tantissime famiglie italiane in difficoltà, ma sempre da una extracomunitaria.

Non voglio di certo aggiungermi a chi afferma che gli italiani vogliono lavorare poco e percepire un buon stipendio, però resta il fatto che certi lavori faticosi, come quello a cui sto accennando, sono pressoché rifiutati in partenza dai nostri compatrioti.

Una volta ancora ritengo doveroso affermare che la nostra vita deve essere più sobria, deve avanzare meno pretese e meno diritti e tutti devono lavorare in maniera più seria, consapevoli che “il tempo delle vacche grasse” è certamente finito ed è doveroso condividere la sorte di più di tre quarti dell’umanità che da sempre vive un tempo di “vacche magre”.

02.02.2014

La moda

Forse dipenderà dal fatto che sono un vecchio scapolo, o forse perché a motivo della modestia di risorse economiche sono abituato a non sprecare, so di essere molto critico con la moda, specie quella femminile. Mia madre, non so se per educazione o per necessità, mi ha educato alla parsimonia e alla sobrietà. A casa mia non andava buttato via nulla. Ricordo che per la mia prima comunione i miei genitori mi hanno comperato un vestito da tenente di marina. Penso che dopo di me mezzo paese abbia adoperato questo vestito.

Anche quest’anno, col comparire della moda degli stivali e dei fuseaux, che come per incanto ha vestito alla stessa maniera l’universo femminile, non ho resistito a trattenermi dal dare qualche stilettata in proposito. Però, volendo essere onesto con gli altri, ma soprattutto con me stesso, ho pensato che se le donne vestissero soltanto come cinquant’anni fa, sarebbero ben monotone. A casa mia c’era in cornice una foto di mia mamma, poco più che ventenne, che da giovane era molto bella, con un vestitino con la cintura a livello dei fianchi ed un cappellino alla Maria Josè. Ogni tanto mi veniva da dirle: «Ma mamma, come ti vestivi?» Lei sorridendo affermava che quando le avevano comperato quel vestito in paese tutte glielo invidiavano perché era alla moda!

Ho concluso che, nonostante la crisi economica, sarà opportuno che permettiamo alle nostre donne la piccola debolezza di tentare ad ogni stagione di “farsi nuove”.

Qualche giorno fa, partendo da questi pensieri abbastanza leggeri e frivoli, m’è capitato di imbarcarmi in una riflessione molto più seria ed importante, arrivando ad una conclusione quanto mai scontata, ma disattesa dalla maggioranza dei cristiani, ossia che pure la fede e la religiosità che la alimenta e la esprime sono un fatto dinamico, in continua evoluzione, tanto da vestirsi sempre in maniera diversa, e pur mantenendo la stessa identità, molto velocemente cambiano volto e respiro. Una fede “ingessata” soltanto da dieci anni assomiglia a quelle vecchie nobildonne veneziane che ho conosciuto quando ero cappellano ai Gesuati, signore che andavano a spasso col collarino. Chi mai accetterebbe oggi anche la donna più bella vestita a quel modo?

Io ho preso coscienza formale di questo fatto una decina di anni fa, quando ho fatto trasloco dalla canonica di Carpenedo al “don Vecchi”. Quando mi capitò di decidere quello che dovevo portare con me rimasi un po’ perplesso di fronte ad un cassone di appunti delle mie prediche. Dopo un attimo di esitazione le buttai. Quelle rare volte infatti che m’era venuta la tentazione di riesumarne qualcuna, ho capito che era ridotta ormai ad un reperto storico morto e superato e non più presentabile, anche se datava di un solo anno.

Per questo motivo sento il bisogno e il dovere di avvertire i fedeli che la fede è un fatto vivo, dinamico che, crescendo, si sviluppa, si esprime sempre con accenti nuovi e diversi; quindi c’è assoluto bisogno di lettura, aggiornamento, riflessione, per poter avere nel cuore un fiore vivo e profumato, non un fiore di plastica sbiadito, sempre uguale ed inerte. Questo vale per i preti, ma pure per i fedeli.

05.02.2014

L’educazione

Ho proprio l’impressione che Renzi stia affrontando una delle prove più difficili. Da una parte Il patto con Berlusconi, che è più furbo del diavolo, le irrequietezze di quelli della sua squadra che, pur sconfitti alla grande alle urne, non si rassegnano perché come nel passato pensano di essere il sole del domani (infatti sono già comparsi i cecchini che gli sparano alle spalle). Dall’altra parte Grillo che spalleggiato da alcuni partitini – che poi sarebbero i primi ad essere tolti di mezzo qualora la “rivoluzione” del comico prevalesse – non si rassegna ad essere spiazzato, perciò sta sparando tutte le cartucce che ha in canna.

Qualche giorno fa ho immaginato Renzi come “Daniele nella fossa dei leoni”, ora avverto che quei ruggiti si fanno ancor più rabbiosi e tentano di azzannarlo mortalmente. Però non ho perso la speranza pensando al piccolo David “di bell’aspetto e dai capelli fulvi” con la sua fionda e la riserva di ciottoli del fiume, contro il gigante Golia.

Per una strana concomitanza di eventi m’è capitato, proprio in questi giorni, di poter riascoltare i canti scout che uno dei miei “ragazzi” di mezzo secolo fa mi ha regalato. Tutta una rassegna di canti pregni di entusiasmo, di ottimismo, di coraggio e di fede gioiosa, che suonano come un inno alla vita, alla giovinezza e all’avventura. E, neanche a farlo apposta, m’è capitato pure tra le mani il testamento di Baden-Powell Gilwell, il fondatore degli scout, che trascrivo, perché rappresenta per un ragazzo una meravigliosa eredità.

Mi auguro, per il bene del nostro Paese, che il Matteo “nazionale” ritorni spesso a questa “sorgente” per trovare il coraggio e la determinazione per mantenere il suo sorriso, le sue battute franche e leali e la sua volontà di servire il prossimo nonostante tutto.

Eccovi il testamento; a me fa bene rileggerlo ogni tanto, spero che faccia bene a Renzi e pure a voi.

L’ultimo messaggio del capo

Cari scouts, se avete visto la commedia Peter Pan vi ricorderete che il capo dei pirati ripeteva ad ogni occasione il suo ultimo discorso, per paura di non avere il tempo di farlo quando fosse giunto per lui il momento di morire davvero.

Succede pressappoco lo stesso anche a me e per quanto non sia ancora in punto di morte, quel momento verrà, un giorno o l’altro,- così desidero mandarvi un ultimo saluto, prima che ci separiamo per sempre.

Ricordate che sono le ultime parole che udrete da me: meditatele.

Io ho trascorso una vita felicissima e desidero che ciascuno di voi abbia una vita altrettanto felice.

Credo che il Signore ci abbia messo in questo mondo meraviglioso per essere felici e godere la vita. La felicità non dipende dalle ricchezze né dal successo nella carriera, né dal cedere alle nostre voglie.

Un passo verso la felicità lo farete conquistandovi salute e robustezza finché siete ragazzi, per poter «essere utili» e godere la vita pienamente, una volta fatti uomini.

Lo studio della natura vi mostrerà di quante cose belle e meravigliose Dio ha riempito il mondo per la vostra felicità. Contentatevi di quello che avete e cercate di trarne tutto il profitto che potete. Guardate al lato bello delle cose e non al lato brutto.

Ma il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri. Procurate di lasciare questo mondo un po’ migliore di quanto non l’avete trovato e, quando suonerà la vostra ora di morire, potrete morire felici nella coscienza di non aver sprecato il vostro tempo, ma di avere «fatto del vostro meglio». «Siate preparati» così, a vivere felici e a morire felici: mantenete la vostra promessa di esploratori, anche quando non sarete più ragazzi, e Dio vi aiuti in questo.

Il vostro amico
Baden-Powell Gilwell

04.02.2014

Bisogna che siamo onesti

L’altro ieri ho seguito alla televisione una trasmissione sul drammatico problema dell’Elettrolux dove o si accetta una paga di 800 euro al mese o si chiude perché la società ha deciso di trasferirsi in Paesi le cui leggi permettono di stare sul mercato.

Per prima cosa devo confessare che mi ha indispettito e stomacato il modo in cui uno dei soliti giornalisti televisivi, che conosco di faccia ma di cui non conosco il nome, ha condotto la trasmissione: come si trattasse di una delle tante trasmissioni fatue e banali sulla moda, sullo sport o sullo spettacolo, mentre l’argomento è quanto mai tragico ed angoscioso e i protagonisti della vicenda sono uomini e donne investiti, travolti da un dramma di dimensioni più grandi di loro, dei sindacati, degli amministratori locali e purtroppo anche di un governo e di un parlamento che si occupa del “sesso degli angeli mentre la città assediata sta andando alla rovina” e non si ha il coraggio e l’onestà di affrontare i problemi reali del Paese.

Io non sono né un politico né un sociologo, meno ancora un economista, comunque ci vuol purtroppo tanto poco a capire che in un mondo ormai globalizzato sta in piedi e vende solamente chi lavora di più e meglio e a minor prezzo. Non credo che avverrà mai che venderemo i nostri prodotti soltanto perché ci illudiamo di essere “i più belli” e vogliamo lavorare meno ed avere paghe più alte e contemporaneamente ci permettiamo di mantenere un apparato statale, fatto da un mondo di parassiti con stipendi sicuri ed iperbolici, che non solo non produce nulla, ma rende perfino impossibile il lavoro a chi ha capacità e buona volontà di farlo.

Le colpe però sono un po’ di tutti e credo che tutti dobbiamo cambiare registro se non vogliamo fallire. Vorrei addurre due esempi per avvalorare la mia tesi, esempi che mi sono stati offerti in trasmissioni televisive che trattano questo problema. A “Focus”, di Rete Veneta, condotta dall’ex direttore del “Gazzettino”, dottor Bacialli, un suo intervistato ha affermato: «In Italia nessuno avrà mai il coraggio di farlo, ma bisognerebbe che mandassimo a casa almeno mezzo milione di dipendenti dello Stato che ci costano l’ira di Dio, non producono niente, anzi intralciano chi si impegna e vuole produrre».

Un esempio? L’altro ieri si è concluso – ma non ancora in maniera definitiva – il processo che ha come tragica protagonista Amanda Knox e Raffaele Esposito. Mi domando: “cosa è costato ai cittadini italiani quel processo?”. Lascio ai lettori il compito di immaginarlo, ma questo non è che un piccolo neo nella farraginosità del nostro apparato statale.

Secondo esempio, che credo di aver già citato. Un operaio della Fiat che guadagna pressappoco 1500 euro, si meraviglia perché sempre un operaio della Fiat, che produce la stessa cosa ma in Polonia, guadagna solamente 400 euro. Questi però gli risponde che accetta questa paga perché in Romania i dipendenti di un altro stabilimento della Fiat, uguale ai precedenti, con gli stessi prodotti, guadagnano solamente 200 euro.

Il tenore di vita dei lavoratori italiani, i tempi e i ritmi di lavoro, la remunerazione e “i diritti”, certamente comprensibili e lodevoli ed auspicabili per i lavoratori del mondo intero, prima o poi dovranno confrontarsi ed adeguarsi a quelli degli altri Paesi, sia dell’Africa che dell’Asia. Temo proprio che il dramma dell’Elettrolux sia solamente un segnale di una situazione che sta esplodendo e che non si risolve con “i pannolini caldi”, ma con rimedi, di certo amari, ma comunque indispensabili.

03.02.2014

Pochi e vecchi

Almeno una volta al mese procuriamo che al “don Vecchi” ci sia un incontro di carattere ricreativo e culturale presso ognuno dei nostri Centri. Gli anziani tenderebbero a rinchiudersi nel loro piccolo mondo, paghi della routine di tutti i giorni: mangiare, dormire e fare le quattro spese assolutamente necessarie. Per superare questo “quotidiano” monotono e sempre uguale, invitiamo con una certa frequenza cori o gruppi teatrali per offrire un pomeriggio diverso dal solito.

In città sono abbastanza numerosi, specie i gruppi corali, quasi sempre di anziani, che appoggiandosi alle parrocchie o ai centri di quartiere, dedicano almeno due incontri settimanali alle prove, ma poi sentono il bisogno di potersi esibire al pubblico. Quindi è abbastanza facile trovare qualcuno di questi gruppi corali che accettano di buon grado i nostri inviti. I Centri don Vecchi offrono sempre ambienti più che dignitosi ed una platea di pubblico pronta ad applaudire.

Spesso si tratta di complessi modesti e senza eccessive pretese, però talvolta ci capita che pure gruppi affermati si offrano volontariamente di intrattenere i nostri anziani offrendo un pomeriggio diverso e sempre gradevole. Gli anziani, senza spendere nulla e soprattutto rimanendo all’interno della nostra struttura, possono aprirsi a qualcosa di diverso, ma soprattutto di bello e di armonioso.

Domenica scorsa è stata la volta del “Coro Marmolada”, il coro famoso per i canti di montagna e folk in genere. Il “Marmolada” è un coro assai conosciuto e soprattutto di alto livello artistico-musicale. E’ stato davvero un grande successo; la hall, dove si è esibito, era affollatissima: applausi scroscianti e soprattutto gradimento assoluto dato che moltissimi canti in programma erano conosciuti e che l’esecuzione è stata gradevolissima e di alto livello.

Mi lega a questo coro una lunga amicizia perché molte volte si è esibito nella mia vecchia parrocchia e perché conosco molti dei coristi e soprattutto il maestro Favaretto che per molti anni ha cantato nel coro della parrocchia di Carpenedo. Dopo essermi complimentato con lui e ringraziato tutto il coro per l’ottima esecuzione e perché la trentina di coristi aveva dedicato un intero pomeriggio della domenica ai nostri anziani, abbiamo chiacchierato un po’ del più e del meno soprattutto per quello che concerneva l’attività artistica della sua compagine canora ed è venuto a galla un eterno problema che è presente in tutto il mondo del volontariato: mentre il coro è invecchiato alquanto – mi pare che sia presente in città da quasi mezzo secolo – sono scarse le nuove adesioni e soprattutto vengono a mancare quelle dei giovani.

Lungi da me diventare il solito cantore del tempo passato o un Catilina nei riguardi dei giovani di oggi, sta però di fatto che quando e dove si tratta di impegnarsi e di sacrificarsi, pare proprio che i giovani siano restii e renitenti.

Oggi ritengo che forse il nostro Paese abbia bisogno di coraggio, di generosità, di fatica e di abnegazione da parte di genitori, insegnanti, sindacalisti, preti ed educatori in genere; se non vogliamo che la nostra gioventù vada allo sbando, dobbiamo cominciare prima ad insegnare, poi a pretendere che essi si impegnino di più. Questo, prima che un nostro dovere, è il miglior dono che oggi possiamo fare loro.

02.02.2014

“La bontà insensata”

Per Natale una cara e preziosa collaboratrice dei Centri don Vecchi mi ha regalato un volume dal titolo un po’ strano, “La bontà insensata”. Normalmente i titoli dei volumi sono scelti o per indicarne il contenuto o per stuzzicare la curiosità di eventuali lettori.

Come sempre ho letto la presentazione sulle due spallette della copri-copertina, una che indica il contenuto del libro e l’altra la personalità dell’autore. Poi ho pure letto la prefazione. Di primo acchito m’è parso di capire la tesi del volume, che m’è parsa essere questa: anche nei drammi più foschi e tragici della storia c’è sempre qualcuno che dissente e che costituisce quasi un faro che indica la sponda, l’approdo sicuro.

Sto leggendo con estremo interesse questo volume che, tutto sommato, si rifà alla scelta di Israele di dar vita ad una specie di registro contenente l’elenco dei “giusti delle nazioni”, ossia di coloro che durante il genocidio degli ebrei portato avanti dal governo di Hitler e seguito in maniera un po’ meno maniacale, ma sempre odiosa e disumana, da Mussolini, hanno tentato di salvare da morte certa gli ebrei destinati ai lager nazisti, mettendo a repentaglio la loro stessa vita in questa opera di salvataggio.

Il volume, oltre a questa tesi, ne porta avanti, attraverso un ragionamento quanto mai rigoroso e documentato, altre pure che offrono un sicuro punto di riferimento per chi sarebbe portato, in certe circostanze, a condannare l’intera nazione in cui esse sono avvenute mentre, secondo l’autore, le responsabilità sono sempre personali.

Nissim, autore del libro, partendo dalla tragica esperienza degli ebrei, spazia in largo analizzando i drammi del mondo intero e scoprendo sempre, al loro interno, qualcuno che per i motivi più diversi, dissente, e mettendo in pericolo la propria vita, dà testimonianza di altruismo e di umanità.

L’autore si ripromette di conservare la memoria sia delle stragi, che di chi s’è dissociato, dando testimonianza di condivisione del dramma dell’oppresso e di rifiuto del persecutore, portando l’esempio esemplare di Patulucci in Grecia, di Perlasca in Romania, di Costa in Ruanda e di Calamari in Argentina. Questi eroi in qualche modo riscattano le colpe di certi dittatori sanguinari e delle follie razziali di certi popoli e seminano la tolleranza e il rispetto reciproco nei solchi della storia.

Questa “bontà”, che in realtà non riesce mai ad opporsi in maniera risolutiva alla cattiveria, è solo apparentemente “insensata” perché almeno mette pace e serenità nella coscienza di chi la pratica e nello stesso tempo segna sempre in maniera indelebile lo spartiacque tra bene e male e questa non è una cosa di poco conto.

30.01.2014

La luce e la fede

Un paio di settimane fa i giornali e la televisione non hanno fatto altro che un gran parlare sull’interruzione dell’energia elettrica in varie vallate dell’agordino e soprattutto a Cortina. Le grandi nevicate hanno messo fuori uso chilometri di cavi di corrente elettrica e hanno danneggiato parecchie centraline.

L’uso della luce è ormai un dato scontato, nessuno più si meraviglia se premendo un bottone si accendono le lampadine ad illuminare a giorno la casa, premendone un altro i termosifoni portano in casa tepore di primavera e così per tante altre realtà di cui oggi pensiamo di non poter fare a meno. Forse solamente a causa di quella prolungata interruzione decine di migliaia di cittadini si sono resi conto di quanto abbiamo bisogno dell’elettricità e spero che abbiano capito che niente è certo e scontato. Anche la società più moderna e più organizzata non può garantire in maniera assoluta questo ausilio così utile, anzi necessario per un vivere comodo e civile.

In questi giorni, per una strana ma provvidenziale associazione di idee, ho associato la preziosità, ma pure la precarietà, di quella realtà che comunemente chiamiamo “luce”, con un’altra realtà di cui beneficiamo e che noi abitanti in paesi cristiani di antica data diamo per scontata e quasi pretendiamo ci sia elargita con sicurezza senza che muoviamo un dito per averla: la fede.

Forse questo accostamento mi è venuto avendo letto proprio in quei giorni la richiesta di Giovanni Battista, prossimo alla morte, che manda a chiedere a Gesù: “Sei tu o dobbiamo aspettarne un altro?”, nonostante avesse riconosciuto il Messia là nel Giordano quando Gesù gli aveva chiesto di battezzarlo.

Questo mi ha fatto capire quale gran dono sia la fede e quanto essa sia precaria perché basta tanto poco perché venga meno lasciandoci al buio completo e al freddo. La fede è un dono da chiedere, da difendere, da custodire e da alimentare, perché solamente la fede dà luce alla vita, ne dà significato e giustificazione e soprattutto apre un varco luminoso sulle tenebre che calano su di noi col passare degli anni.

A me capita spesso di chiedermi, di fronte alla bara di un uomo e di una donna: “che senso avrebbe faticare, cercare, soffrire, costruire, sognare, vivere, se poi quella realtà che comunemente chiamiamo “morte” venisse in un sol colpo a spegnere e distruggere tutto questo, consegnandoci al buio più pesto? Senza la fede la vita non solamente sarebbe un’assurdità, ma una beffa! Per questo e da parte mia farò di tutto per non metterla in pericolo e prego Dio che mi faccia la grazia di tenerla accesa, anche se non lo merito.

01.02.2014

La prima confessione

Me ne stavo tornando a casa dopo aver celebrato un funerale, quando squillò il telefonino. Era mio fratello don Roberto che mi chiese: «Verresti domenica a Chirignago a darmi una mano per la prima confessione dei miei bambini?». Non ci pensai un momento e gli dissi di si. Roberto mi chiede molto raramente un piacere, forse teme di turbare il riposo della mia vecchiaia.

Purtroppo, appena tornato a casa, scoprii che la richiesta coincideva con il concerto che il coro Marmolada avrebbe tenuto alla stessa ora per i residenti del “don Vecchi”. Comunque ritenni che la richiesta di mio fratello prevalesse sull’opportunità di esprimere riconoscenza ai cari amici del coro. Andai a Chirignago, nonostante la preoccupazione di suor Teresa che non ha per nulla fiducia della mia capacità di guida, nonostante le abbia detto cento volte che io ho una “guida sportiva”, quindi anche un po’ spericolata, è vero, nonostante la mia tarda età.

Arrivai puntualmente a Chirignago nonostante qualche perplessità, che mi è consueta, nel prendere gli svincoli giusti. Entrai in chiesa e, con sorpresa, scoprii che era piena come un uovo: c’erano i bambini, i genitori e forse anche i nonni e gli amici di famiglia. Nei miei sessant’anni di sacerdozio non ho mai visto una chiesa così gremita per una prima confessione. Mio fratello è un regista meglio di Fellini in queste cose, per cui la confessione risultò un evento che quei bambini di terza elementare ricorderanno anche se vivessero come Matusalemme.

Seguii con curiosità lo svolgersi di questa paraliturgia che s’è snodata agile, interessante e soprattutto capace di coinvolgimento.

I bambini si confessavano di “peccati” non da angeli ma da arcangeli, andavano poi all’altare a ringraziare il Signore, indossavano la tunichetta bianca, poi si avvicinavano ad un albero secco posto al centro della chiesa che avevo notato senza scoprirne la funzione e appendevano un fiore di carta, ciascuno di un colore diverso, tanto che alla fine delle confessioni l’albero risultava più vivace di un magnifico pesco in fiore.

Alla conclusione don Roberto chiamò ad uno ad uno i “penitenti”, redenti dalla misericordia di Dio, consegnò loro un crocifisso da mettere a capo del loro letto ed infine diede loro un sacchetto con dei grani di frumento ed un secondo sacchetto vuoto, dicendo loro che ogni volta che avessero fatto una buona azione, potevano trasferire un chicco nel sacchetto vuoto.

A Pasqua, disse loro di riportare il sacchetto delle buone azioni i cui grani sarebbero stati portati al mulino per fare la farina con la quale confezionare le ostie per la loro prima comunione.

Mentre assistevo a questo rito immediatamente intelligibile, pensai alla saggezza di Pio X che volle che l’Eucaristia fosse data ai piccoli innocenti, e soprattutto alla stupidità dei teologi soloni che si credono all’avanguardia, che vorrebbero dare la comunione quando i ragazzi sono già in crisi adolescenziale. Così conclusi che mio fratello potrebbe tranquillamente andare in Vaticano per fare il prefetto della congregazione dei sacramenti.

Infine mi presi anche un fragoroso applauso quando don Roberto mi presentò come il fratello che ha vent’anni più di lui, però ho capito che non c’era assolutamente bisogno di quella presentazione perché ogni settimana almeno un migliaio dei suoi parrocchiani leggono le mie vicende su “L’Incontro”.

31.01.2014

“Diario proibito”

Tre o quattro settimane fa, sfogliando quel bel quindicinale che è “Il nostro tempo” di Torino, sono stato attratto dal titolo di una critica su un’opera di una scrittrice russa, Olga Berggol’c. Il volume ha come sottotitolo esplicativo: “La verità sull’assedio di Stalingrado”. Ho letto la critica, dalla quale ho appreso che l’autrice scrisse per due anni il diario della sua vita a Stalingrado durante l’assedio, durato 900 giorni, da parte delle armate naziste. Il giornalista sottolinea che questa donna fu costretta a nascondere il diario nel cortile del caseggiato per non aver noie con la polizia perché era già stata incarcerata per un anno per motivi quanto mai banali.

Il mio interesse per questo libro aveva due motivi. Il primo: vedere come questa scrittrice aveva impostato il suo diario, nel desiderio di apprendere qualcosa di specifico, dato che quello che scrivo io ogni settimana risulta un po’ elemento portante del nostro periodico. Secondo – motivo più consistente: sono stato sempre attratto dalle vicende tragiche dell’ultima guerra. Il fatto poi che il diario si rifacesse all’assedio di Stalingrado fece riemergere dalla mia memoria un volume di una tragicità infinita: “Le ultime lettere da Stalingrado”, contenente le lettere spedite dai soldati della Wermacht assediati a Stalingrado. La raccolta di queste lettere è successiva nel tempo a quanto documentato nel succitato volume, perché tratta del periodo durante il quale i tedeschi, espugnata Stalingrado, a loro volta rimasero accerchiati dalle divisioni sovietiche.

Devo confessare che non ho trovato in questo “Diario proibito” ciò che mi aspettavo, però ho scoperto due verità importanti. La prima: per una donna l’interesse più importante, anzi assoluto, è la bellezza dell’amore suo e quello dell’uomo amato. L’autrice del volume parla in maniera intensa delle sue vicende amorose che neppure la condizione tragica della città assediata e bombardata giorno e notte riescono ad appannare. L’amore per lei viene assolutamente prima di tutto.

Finora, nonostante i miei 85 anni di età, non avevo ancora scoperto così chiaramente questa verità. La seconda, non meno importante, anche se l’avevo intuita da tanto tempo: l’utopia di Lenin, di Trotzkij fu un grande sogno del tutto condivisibile sul piano teorico, però il tentativo di realizzare questa utopia da parte di Stalin, dittatore sanguinario e spietato – ossia il cosiddetto “comunismo reale” – fu un qualcosa di talmente disumano, irrispettoso della persona, della sua dignità e della sua libertà, che ben difficilmente si può immaginare qualcosa di peggiore. Anche per i comunisti più incalliti il “Comunismo reale” della Russia di Stalin naufragò in una burocrazia soffocante, gestita da funzionari faziosi, arrivisti, illiberali, sospettosi, delatori e cretini, che censuravano, incarceravano ed uccidevano gli uomini migliori, ossia quelli più liberi ed intelligenti.

L’autrice credeva in maniera assoluta nell’utopia socialista come riscatto dall’oscurantismo e dispotismo zarista, però, da persona intelligente, rifiutava e condannava senza appello l’oscurantismo e la meschinità dell’apparato statale del suo Paese, sognando non solo la pace, ma pure tempi nuovi e diversi.

La lettura del volume mi ha riconfermato nella convinzione che le grandi utopie – e tra queste anche quella cristiana – incarnandosi si impoveriscono sempre, ma se sono gestite da uomini che non amano la libertà, la verità e se non accettano la critica di chi la pensa diversamente, sono destinate ad opprimere e schiavizzare i popoli anziché elevarli.

27.01.2014

L’esperienza dello spreco

Lo studio teorico dei problemi dell’uomo e della società è certamente importante, però finché uno non ci si cala dentro e non ne fa diretta esperienza, difficilmente ne diventa veramente consapevole.

Il volume che contiene la “dottrina” di uno degli ordini religiosi più recenti, quello dei “Piccoli fratelli di Gesù”, fondato da Charles De Foucauld, ha come titolo “Come loro”. Il testo, che può essere considerato “la Regola” o “la Magna carta” di questo ordine, prescrive a questi religiosi del nostro tempo di condividere le condizioni esistenziali degli ultimi della nostra società, vivendo come loro, nelle stesse abitazioni, con le stesse condizioni di vita. Soltanto la condivisione reale permette una conoscenza vera dei loro problemi e rende possibile la solidarietà per la quale può passare il messaggio evangelico.

Anche recentemente mi è capitato di affermare che altro è parlare dei poveri, pregare e operare a loro favore, e altro è vederli nella sofferenza della loro condizione e condividere con loro i disagi che la povertà comporta.

Io ormai da molti anni seguo le notizie riportate dai giornali circa le migliaia di tonnellate di generi alimentari e di frutta e verdura che vanno sprecate ogni giorno e buttate nella spazzatura, mentre potrebbero sfamare un numero consistente di poveri. Vedere con i propri occhi gli alimenti che solo un ipermercato o un semplice negozio destina alla spazzatura ogni giorno, è un qualcosa che turba in maniera profonda, qualcosa che mette veramente i brividi e fa nascere un senso di indignazione verso la nostra società dell’opulenza, del consumo e dello spreco.

Grazie alla mediazione di un giovane assessore del Comune di Venezia siamo riusciti a farci dare ogni giorno i generi alimentari che l’ipermercato Despar della nostra città non può più mettere in commercio per i motivi più disparati, ma che sono assolutamente mangiabili senza ombra di pericolo.

Mai avrei immaginato che un solo ipermercato fosse costretto per legge a buttar via ogni giorno tanto ben di Dio!

Circa un mese fa una signora è venuta a conoscenza che nelle pasticcerie ogni sera le paste con la crema devono essere buttate perché perdono un minimo della loro freschezza e quindi non sono più proponibili alla difficile e viziata clientela. Da allora, tramite l’intervento di questa cliente, i proprietari di due pasticcerie della città donano ai nostri Centri queste “bontà” che altrimenti andrebbero perdute. Ebbene, a queste due pasticcerie se ne sono aggiunte altre due. Penso che i cinquecento residenti dei Centri don Vecchi nella loro vita mai abbiano mangiato così tante leccornie.

Se più gente si impegnasse per i fratelli in difficoltà e ne condividesse il disagio, credo che potremmo fare ancora miracoli e operare per cambiare questa nostra società semplicemente assurda.

17.01.2014

Il primo passo falso di Renzi

Fino ad un anno fa non sapevo neppure che Matteo Renzi, il giovane sindaco di Firenze, esistesse. Poi ci sono state le primavere del partito democratico, che non solo hanno dato notorietà al segretario Bersani, ma pure al suo competitore Renzi. Allora venni a sapere che questo giovane politico proveniva dalle file dello scoutismo, l’associazione a cui sono fortemente legato per esserne stato l’assistente per più di trent’anni. M’accorsi pure che aveva una parlata briosa, simpatica ed accattivante, facile alla battuta ad effetto, ma pure dimostrava una decisione sorprendente nelle proposte politiche che andava facendo.

Tutto questo mi rese quanto mai simpatico questa nuova speranza della politica. Quando poi Renzi mise in testa alla sua campagna elettorale che “considerava suo onore meritare fiducia” ed, una volta sconfitto, ammise subito la vittoria del suo competitore, si felicitò con lui e si mise a disposizione per tutto quello che Bersani credesse opportuno, tutto ciò aumentò la mia fiducia.

La disinvoltura di questo ragazzo, il suo ottimismo, la sua volontà di fare subito e bene quelle riforme che attendiamo da decenni, crebbe la mia speranza di poter finalmente contare su un cavallo di razza che avrebbe potuto cambiare il volto della disastrata e deludente classe politica italiana.

La brillantissima vittoria, con una maggioranza notevole, fece il resto, tanto che finalmente mi parve che il trio Letta, Alfano e Renzi, giovani, intelligenti, di cultura cristiana, avrebbe risollevato le sorti del nostro Paese. Avvertii però che questo mio entusiasmo, che non tenni affatto nascosto ma che anzi palesai ai quattro venti, non era condiviso neppure da tutti i miei cari amici. Tuttavia, non avendo alternative, continuai a sperare nell’arrivo della “primavera” anche nel nostro parlamento e nel nostro Paese. Non mi nascosi le difficoltà che sono apparse fin da subito dopo l’affermazione elettorale del sindaco di Firenze, tanto che lo immaginai come “Daniele nella fossa dei leoni” pronti a sbranarlo al primo passo falso.

Al mio entusiasmo, non da tutti condiviso, succedettero le prime preoccupazioni per la sua entrata spavalda a gamba tesa nell’agone politico, ove vi sono “leoni” ben più feroci di quelli di Daniele. E alla preoccupazione si aggiunse una incipiente delusione. La dichiarazione di Renzi di voler legiferare subito sui “matrimoni di fatto” tra gli omosessuali mi fece salire alla memoria le sagge parole della Bibbia: “Fortunato e saggio chi si fida del Signore ed infelice chi confida nell’uomo”.

Con tanti problemi assolutamente urgenti ed inderogabili – la disoccupazione, le tasse, la gioventù senza lavoro – che Renzi si impunti sui matrimoni gay mi pare davvero sorprendente. Non ho nulla in contrario che lo Stato si occupi anche di questa gente, ma penso che si debba cominciare con qualcosa di più serio e urgente. Spero proprio che a questo passo falso di Renzi non ne seguano altri di simili.

16.01.2014

Il povero “dio” di Scalfari

Io raramente ho letto “Repubblica” e perciò non conosco bene Scalfari che ne è stato il fondatore e che tutt’oggi, pur non essendo più il direttore, scrive per Repubblica editoriali di gran peso. Soltanto ultimamente, avendo letto con sommo piacere i dialoghi di Scalfari col cardinal Martini, prima, ed ora con Papa Francesco. ho apprezzato la sua vasta cultura e il suo stile fresco, scorrevole, immediato e piacevolissimo. Quando Scalfari descrive la cornice e l’atmosfera dei suoi incontri con questi due uomini di Dio, è veramente insuperabile. Mi pare di ritrovare l’essenzialità, la piacevolezza e l’incanto di Indro Montanelli del Corriere della sera e di Ricciardetto di Epoca.

Pure ho ammirato la sua sensibilità, la delicatezza e l’affettuosità nel dialogare sia con Martini che con Papa Francesco. Mi è sembrato quasi che avvertisse qualcosa di sublime in queste due personalità e si sentisse onorato e, nello stesso tempo, soggiogato dall’autorevolezza, dalla santità e dalla saggezza di questi due sacerdoti: mai una parola di troppo, mai un cenno di polemica, ma sempre grande rispetto ed attenzione al loro argomentare.

Io da questa lettura ho concluso che, se anche non lo confessa, Scalfari senta una profonda nostalgia della fede e ne sia un ricercatore appassionato, anche se ribadisce le sue dichiarazioni di ateismo dal quale non osa ancora sbarazzarsi per aprirsi alla luce e alla verità.

Dove però Scalfari cade in maniera rovinosa è quando egli parla del suo “dio”. Allora casca il palco e avverti di scoprire un pensiero fragile, macchinoso, di stampo scientista, tutta roba da vecchio illuminismo da soffitta.

Papa Francesco si rivolge a Scalfari con un accento di paternità, ma anche di profondo rispetto; gli chiede: «Come pensa sia quell'”essere” che lei afferma sia il supporto di fondo della sua filosofia? Mi può chiarire il suo pensiero ?». Al che mi pare che Scalfari si arrampichi affannosamente sugli specchi rispondendo: «L’essere è un tessuto di energia, energia caotica, ma indistruttibile ed in eterna caoticità. Da quella energia emergono le forme quando l’energia arriva al punto di esplodere. Le forme hanno le loro leggi, i loro campi magnetici, i loro elementi chimici che si combinano casualmente, evolvono ed infine si spengono».

Il povero “dio” di Scalfari che è “caotico” ed in “eterna caoticità” sarebbe la sorgente dell’universo, che è più ordinato di un orologio svizzero con leggi fisse e coordinate le une alle altre, che sempre e per secoli esprimono l’ordine quasi perfetto dell’universo, sia in ogni creatura che nell’uomo.

Credo che anche lo studentello delle prime classi del liceo, che abbia studiato un po’ di “logica”, o di “teodicea” di san Tommaso, metterebbe in difficoltà il pur illustre e prestigioso giornalista.

Il tallone d’Achille di Scalfari è veramente rovinoso e da questo si capisce che finora esso non gli ha permesso di scoprire l’ordine dell’universo.

15.01.2014