I fioretti di Papa Giovanni

Ieri mi ha raggiunto una telefonata dal contenuto un po’ insolito da parte di un nipote di Sandro Vigani, direttore di “Gente Veneta”, il settimanale del Patriarcato di Venezia e parroco della comunità di Trivignano. Don Sandro è un valido giornalista, che oltre a dirigere questo settimanale, scrive quasi ogni settimana l’articolo di fondo. Gli interventi di don Sandro sono sempre puntuali ed intelligenti.

Questo nipote, ormai affermato nel campo della stampa, con la sua telefonata mi ha chiesto di suggerirgli qualche episodio su Papa Giovanni quando era patriarca di Venezia, perché io sono stato ordinato da lui e rimango uno dei sempre più rari anziani che lo hanno conosciuto personalmente.

Non credo di poter aggiungere qualcosa di talmente nuovo su questo Papa che già non si sappia, perché sulla sua vita e sul suo pensiero c’è una letteratura quanto mai vasta ed approfondita, però conservo nella memoria alcuni flash a me cari che anticipo ai miei amici de “L’Incontro”.

Ricordo con piacere, riconoscenza ed emozione che dopo avermi ordinato sacerdote a San Marco, invitò mio padre e mia madre, persone quanto mai umili, a prendere il caffè a casa sua, nel palazzo patriarcale, quasi a ringraziarli di aver donato alla Chiesa di San Marco il loro primo figlio, anche se avrebbe potuto essere utile nella bottega di falegname di mio padre… Da questo gesto si coglie la calda umanità di Papa Roncalli.

In altra occasione ho colto invece la sua responsabilità di “capo”. Quasi sessant’anni fa mi avevano chiesto di commentare il Vangelo sul settimanale della diocesi “La voce di San Marco” e l’avevo fatto coerentemente alle mie convinzioni, come poi ho sempre fatto. Incontrandomi, Papa Giovanni mi riferì: «C’è stata qualche lagnanza per i suoi interventi. Lei continui, e sappia che alle sue spalle c’è il suo Patriarca».

Un’altra volta raccontò a noi chierici il suo primo intervento a Parigi, dove era stato nunzio apostolico. In qualità di rappresentante del corpo diplomatico, doveva fare un intervento ufficiale alla presenza di De Gaulle, che primeggiava per la sua grandeur e a quel tempo voleva chiedere le dimissioni di una sessantina di vescovi che, a parer suo, si erano compromessi col governo filotedesco del generale Pétain. Preoccupato per la Chiesa, il Patriarca ci confidò che la sera prima di quell’incontro con De Gaulle, pregò il suo angelo custode di mettersi d’accordo con quello del generale. E quando gli chiedemmo come erano andate le cose, ci rispose: «Non poteva andare che bene!». Che fede semplice ma forte!

Voglio infine sottolineare un altro aspetto di Papa Giovanni che ricordo ammirato. Il Patriarca Roncalli dava del lei anche ai più pivellini dei suoi preti. Ora va di moda che prelati e vescovi diano del tu anche ai preti che hanno il doppio dei loro anni, ma non mi risulta che accettino che i preti usino il “tu” anche con loro. Che rispetto per la persona!

16.02.2014

Aria nuova in Chiesa

Nella Chiesa stanno accadendo cose che soltanto un anno fa erano assolutamente inimmaginabili. Per secoli ha imperato una impostazione sacrale della realtà ecclesiastica per cui sembrava che solamente attraverso la persona del Papa, del vescovo e del parroco arrivasse la volontà di Dio, non solo per i membri della Chiesa ma per tutta la comunità. L’impostazione gerarchica era rigida, i suoi interventi pressoché inappellabili, i responsabili della Chiesa sembravano gli unici depositari della Rivelazione; erano essi stessi prigionieri di questo schematismo rigido e assoluto.

Io che ho sempre amato don Mazzolari, ho conosciuto a fondo i drammi della sua coscienza di prete che, per intuito, intelligenza e santità, prevedeva il domani, ma gli fu impedito in tutti i modi di offrire il suo contributo ad aprirsi ai tempi nuovi. Certi vescovi e congregazioni vaticane sembravano i “padroni” non solo delle coscienze dei cristiani, ma di Dio stesso.

Papa Francesco, chiamato a Roma da “un Paese posto alla fine del mondo”, senza encicliche, sinodi e quant’altro, ha svuotato dall’interno questo mondo misterioso e sacrale e l’ha umanizzato, rendendo ogni rapporto più umano.

L’opera di questo Papa che si porta in viaggio la borsa con le sue cose, che telefona al giovane padovano dicendogli: «Diamoci del tu», che fa la carità come ogni persona di cuore, che dialoga con un fior fiore di laico qual è Scalfari, che promette all’anziana vedova sopraffatta dal dolore per la morte del marito di telefonarle almeno una volta al mese e che a chi gli fa osservare “come può fare cose del genere con tutti i suoi impegni?”, risponde: «Perché mi piace fare il prete!».

L’atteggiamento di questo Papa in undici mesi ha fatto crollare quell’impostazione mistica un po’ simile a quella dell’imperatore del Giappone o al “Figlio del Cielo” che governava la Cina.

Le folle che ogni giorno riempiono piazza San Pietro avallano ogni giorno di più questa scelta e il suo modo assolutamente nuovo di gestire i rapporti con i fedeli. Questo nuovo stile si sta diffondendo a macchia d’olio anche nelle periferie della Chiesa più di quanto non si potesse immaginare.

Ho conosciuto, tramite il bollettino parrocchiale, un anziano parroco di una minuscola parrocchia della pedemontana e qualche giorno fa ho letto queste espressioni.

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Carissimo mio vescovo Antonio e sigg. vescovi veneti, io amo l’essenziale, l’ecclesiale. Siamo però al débacle…. di tutto e abbiamo chiese vuote. La mia no… mai! Ma coraggio!
Fatevi vedere di più tra la gente, meno ideologie e carte di monsignori…
Chiedo scusa, ringrazio e prego sempre con gioia per tutti voi e avanti con i santi e con i briganti! Memento semper in Domine Mariaque.

Semonzo 21.02.14
don Giovanni Bello

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Io, in passato, per molto meno ho ricevuto richiami ufficiali. Comunque son contento che nella Chiesa si respiri finalmente uno spirito di famiglia e di autentica fraternità e reciproca e serena collaborazione.

10.03.2014

Questa volta sono con i russi

Non termina l’apprensione per un contrasto, una guerra in una parte di questo mondo, che già ne è scoppiata un’altra da qualche altra parte di uno dei continenti.

La stampa e i mass media in genere, che sono letteralmente affamati di notizie fresche e diverse, voltano le spalle e si dimenticano dell’ultimo conflitto crudele per buttarsi a capofitto su un altro scenario di guerra scoppiato in un’altra parte della terra, dimenticando quasi quello del quale si erano occupate per alcune settimane quasi non interessasse più. Così nell’opinione pubblica si insinua in modo subdolo l’idea che il precedente conflitto si sia in qualche modo risolto, o si sia concluso positivamente. Nel modo di parlare e di pensare pare che dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale l’arcobaleno della pace sia rimasto in cielo grandioso e bello, quasi che dal lontano aprile-maggio del ’45 del secolo scorso non vi siano state più guerre.

La cosa purtroppo non è assolutamente così: dalla metà del secolo scorso neppure si contano più le guerre. Per venire al giorno d’oggi, per due tre settimane non si è fatto altro che parlare della guerra civile in Siria, delle condizioni drammatiche di milioni di profughi e della barbarie, da un lato di un satrapo che adopera l’esercito nazionale per bombardare e distruggere il suo Paese e dall’altro di movimenti fondamentalisti arabi che si sono appropriati di un legittimo malcontento per tentare di instaurare regimi altrettanto illiberali ed assolutisti.

Da questo bubbone del mondo, per nulla guarito, l’attenzione dell’opinione pubblica prima si è spostata alla ribellione popolare dell’Ucraina e poi, non ancora rasserenato questo Paese, alle sorti della Crimea per la quale già stiamo penando e preoccupandoci. Putin ha bisogno di gloria e di sangue per rilanciare l’immagine della grande Russia. Già son comparsi all’orizzonte i carri armati, i soldati in tuta mimetica con fucili spianati, ultimatum e grandi proclami patriottici.

A poche settimane di distanza dall’Ucraina rieccoci a tremare per un altro possibile conflitto in Crimea. Questa volta però – è forse la prima volta – simpatizzo per la Russia. Se la Crimea è popolata, come affermano, da una popolazione russa, perché non lasciarla andare, questa popolazione, pacificamente con la Russia? Cominciando così a rispettare le autonomie linguistiche e religiose e accordarsi con patti bilaterali per il rispetto e la collaborazione tra le etnie diverse?

Mi domando perché non si permette che ognuno segua la propria bandiera, camminando però in pace gli uni vicino agli altri?

09.03.2014

Predicare

Uno dei crucci nella mia attività di sacerdote è certamente la predica. Sapeste come invidio i nostri parlamentari quando li ascolto alla televisione nei frequentissimi dibattiti, tavole rotonde, talk show che vengono trasmessi. Ammiro la dialettica, le immagini, la capacità di portare avanti le loro tesi, il linguaggio sciolto, forbito e brillante. Spero che sia tutto, come loro affermano, per amore al proprio Paese.

Comunque sono bravi e per me rimarrebbero tali anche se sapessi che lo fanno solamente per interesse.

Mentre io, prete, a cui è stato affidato il messaggio più importante per l’uomo e i valori dei quali la nostra società ha veramente bisogno, annaspo, tartaglio e mi aggroviglio nonostante non pensi altro da mane a sera per trasmettere questo messaggio, questa parola di Dio che dovrei offrire su un piatto d’oro, sia perché è il messaggio del Creatore, sia perché è diretto ai miei concittadini e fedeli che amo quanto mai e che avrebbero diritto ad un discorso limpido e convincente.

Durante gli anni della teologia in seminario avevamo anche un’ora alla settimana di “sacra eloquenza”, ma si trattava di materia pressoché preistorica in rapporto al linguaggio e allo stile attuale. Nonostante ciò in passato i preti facevano sempre bella figura perché gli ascoltatori non avevano altro con cui confrontare i discorsi dei loro preti. Ora ognuno si arrabatta come può. Quando poi qualcuno mi rivolge complimenti per il sermone, mi fa più male che bene perché penso che se ammirano un discorso così zoppicante, quanto più poveri devono essere quelli per i quali non solo non si complimentano, ma anzi criticano.

L’argomento della predica mi interessa quanto mai, perciò sto sempre con le orecchie tese per imparare, anche se poi finisco per parlare come mi è più congeniale.

Attualmente a Mestre i fedeli sono quanto mai ammirati dal modo di predicare di monsignor Longoni che celebra a Carpenedo. Io l’ho ascoltato più volte ammirando le sue prediche che sono autentiche lezioni, ben fatte, intelligenti e convincenti.

C’è pure un altro stile che ammiro: quello di don Lidio Foffano che celebra al “don Vecchi” di Campalto. Ha una predicazione che si rifà ad un dialogo costante e puntuale con la minuscola comunità che partecipa all’Eucaristia.

Spesso poi leggo sui periodici “Il nostro tempo”, “Credere”, “Gente Veneta”, “A sua immagine” o su “L’Avvenire”, i commenti al Vangelo domenicale, spesso però si rifanno ad un misticismo abbastanza formale, ma che corre su lunghezze d’onda astrali e temo che ben difficilmente possano “colpire” le coscienze delle persone del nostro mondo che sono ben estranee a concetti che nella nostra società sono fuori corso.

Altri si rifanno abbondantemente ai testi della Sacra Scrittura, però temo che se questi non vengono attualizzati rimangano ben lontani dai nostri interessi quotidiani.

Per quel che mi riguarda non ho mai fatto una scelta razionale, ma penso di essermi rifatto sempre al mio istinto e alla mia sensibilità; punto sempre ad un messaggio essenziale che partendo dal pensiero di Cristo abbia un forte impatto non solo razionale, ma pure emozionale che apra lo spirito e il cuore ad orizzonti aperti e convincenti e che motivino e diano significato alla vita.

Un tempo ho letto che questa formula è definita Kerigmatica, ossia una proposta forte che apra l’animo ai suggerimenti del Signore. Spero che sia così!

07.03.2014

I gigli del campo

Ci sono certe pagine del Vangelo che continuano non solo ad accarezzarmi il cuore nel giorno che le leggo, ma che mi accompagnano per giorni e giorni come una dolce carezza o il profumo di primavera.

Il discorso di Gesù di guardare gli uccelli dell’aria e i gigli del campo, mi ritorna osservando il risveglio della terra per rassicurarmi che non sono come un fuscello in balia delle onde, ma che c’è in cielo una stella polare che, luminosa, mi indica la direzione sicura per dar senso alla vita. Essa mi aiuta a non lasciarmi travolgere dalla paura, dal buio o da certi deludenti atteggiamenti di questa nostra società, spesso incredula, che si fida più dei soldi in banca che di quel Dio che ha creato un mondo di una infinita bellezza e delle creature dalle risorse illimitate.

Il discorso della montagna, che mi ha fatto sentire tra le braccia forti e rassicuranti del Padre della parabola del Figliol Prodigo, mi sta spingendo a guardare il domani con serenità e fiducia nonostante che i miei ottantacinque anni mi costringano a pensare frequentemente alle luci della sera.

Questa pagina del Vangelo ha fatto riemergere dal mio passato una bellissima testimonianza che mi fa ancora bene. Una quindicina di anni fa ero parroco in una comunità dove ogni anno celebravo le nozze cristiane a decine e decine di fidanzati. Vennero da me in canonica due ragazzi per scegliere i testi delle letture per l’Eucarestia delle loro nozze. I testi scelti della Scrittura dovrebbero essere come la “magna carta” o la carta costituzionale per la vita di sposi. In genere i nubendi, per il Vangelo, scelgono il passo dell’antico testamento in cui si dice che i due coniugi diventano “un’unica carne” e che “l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. Oppure, molto di frequente, scelgono la parabola “della casa costruita sulla roccia e quella costruita sulla sabbia”, ad indicare che il matrimonio regge solamente quando è costruito su solidi principi morali e cristiani.

Ebbene questi due ragazzi, intelligenti e soprattutto innamorati, mi dissero che sceglievano appunto la pagina sugli “uccelli dell’aria e sui gigli del campo”. Stupito da questa scelta assolutamente insolita, chiesi loro il motivo di questa loro decisione. Ricordo ancora quei due bei volti puliti e sani. Mi dissero: «Vogliamo vivere il nostro domani come una bella avventura, non lasciandoci condizionare dalla carriera, dal benessere, dalle proposte opprimenti della nostra società; vogliamo vivere liberi e felici il nostro amore senza palle di piombo al piede, fidandoci della vita e del domani».

Quando li ricordo sento ancora la gioia di quella confidenza, tanto quei due ragazzi mi sono piaciuti, tanto li ho ammirati!

La vita ci ha divisi. Mi piacerebbe tanto, prima o poi, poterli incontrare e mi piacerebbe ancora di più, che mi confermassero che la loro vita è andata così come l’avevano sognata il giorno delle loro nozze.

Se ci fidassimo un po’ più di Dio, tutto sarebbe tanto più bello.

05.03.2014

Guardate gli uccelli dell’aria

Ieri, ultima domenica prima della Quaresima, il cielo era cupo e una pioggia incessante metteva malinconia. Il cimitero è sempre cimitero, però quando ci sono giornate del genere diventa ancor più cimitero!

Nei giorni precedenti avevo sognato per questa domenica un cielo luminoso e l’atmosfera primaverile che avevo intravisto dal pesco in fiore, dalle margherite sui prati di un verde intenso e dalle forsizie che in questi giorni sono esplose come fiammate gialle d’oro genuino. Sognavo un giorno di primavera perché la pagina del Vangelo sugli uccelli che felici danzano nell’aria nonostante non seminino e non abbiano granai, e sui gigli del campo che vestono meglio di Salomone, mi pareva meritasse davvero una cornice bella e luminosa. Invece no!

Però, una volta entrato nella mia amata “cattedrale tra i cipressi”, l’atmosfera si è fatta subito calda ed accogliente e m’è parso che quel clima di intimità, di fede semplice e di fraternità cordiale mi offrisse una felice opportunità di farmi portavoce convinto dell’insuperabile discorso della montagna che Gesù ha pronunciato duemila anni fa, ma che è fresco, convincente e pieno di fascino anche oggi.

Dissi subito che Cristo ci metteva di fronte ad un bivio: o puntare, per vivere una vita felice, sull’avere, sulla ricchezza come garanzia di sicurezza e di benessere, ma che l’esperienza ci diceva fallimentare o accettare il suo invito ad abbandonarci fra le braccia del Padre e fidarci della sua paternità.

Mi venne subito in mente il salmo: “Signore sei tu il mio pastore, guidami tu anche nella valle oscura” e la preghiera del cardinal Newman, convertitosi da vescovo al cattolicesimo: “Conducimi tu, luce gentile”. M’ero fatto, durante la settimana, uno schema per il sermone, però ho avvertito subito il bisogno di lasciarmi andare alla voce del cuore invitando i miei fratelli a vivere la vita come una bella avventura lasciandoci guidare dall’istinto e dall’esperienza del passato che ci rassicura se ci fidiamo del Signore. Egli ci tiene per mano e ci aiuta a superare anche gli ostacoli più preoccupanti e i giorni più bui.

Mi ricordai delle parole della Tamaro, la scrittrice triestina di “Va dove ti porta il cuore” e il cuore, oltre che l’esperienza, mi diceva che soltanto Dio può dare luce, sicurezza e profumo ai nostri giorni.

Sentivo che la proposta di Gesù, di cercare al di sopra di tutto il Regno e la sua giustizia, perché tutto il resto ci sarebbe dato in sovrappiù, era il discorso vero e la via più sicura da seguire.

Le parole mi sono uscite dal cuore come l’acqua da una sorgente fresca, tanto che mi è parso che la mia piccola comunità, almeno in quel momento, sentisse il bisogno di abbracciare la vita e gli uomini con fiducia e facesse sue le parole della compieta “Nelle tue mani, Signore, metto la mia vita”.

Uscendo di chiesa pioveva ancora, ma mi è parso che, nonostante il cielo cupo, negli occhi e nel cuore dei miei fedeli fosse scoppiata veramente primavera. Miracolo della parola di Dio!

04.03.2014

“Il campo dei miracoli”

Io non sono di certo aggiornato sulle letture dei nostri ragazzi però, almeno da quanto apprendo dalla stampa locale, pare che il “ministro della cultura” del Comune di Venezia non solo suggerisca, ma voglia regalare ai nostri bambini testi di favole gay perché domani diventino persone aperte ai “nuovi modelli” di famiglia.

Conosco però molto bene le letture che, almeno fino a trenta quarant’anni fa, le maestre e i genitori suggerivano ai ragazzi. Penso che allora i bestseller fossero “Cuore” di De Amicis e “Pinocchio” di Collodi e, un po’ più avanti nell’infanzia, i volumi di Salgari e di Verne. Arguisco perciò che la gente che oggi ha almeno quaranta cinquant’anni debba aver letto Pinocchio. Temo però con poco profitto. Chi non ricorda i suggerimenti furbastri ed interessati dati all’ingenuo burattino di legno da parte del gatto e della volpe, cioè di seminare nel “campo dei miracoli” i suoi zecchini d’oro?

Mi viene in mente tutto questo leggendo questa mattina la cronaca delle prima uscita di Matteo Renzi come capo del Governo. Renzi che ha appena ricevuto da qualche ora il consenso delle Camere, seguendo il suo istinto e le promesse fatte agli italiani, s’è tuffato immediatamente nella “tana” della Lega Nord visitando Treviso, ove ha ricevuto anche dei consensi, ma pure critiche, fischi e riserve da parte di qualche frangia di diverse parti sociali.

Che gli italiani abbiano diritto e dovere di criticare i politici, è più che mai comprensibile, ma che si pretenda che ad un minuto dall’elezione il presidente neoeletto trasformi una catastrofe economica in un paese del Bengodi riesce piuttosto difficile da comprendere. Aspettiamo pure al varco l’ex sindaco di Firenze fra qualche mese, per vedere cosa sa e riesce a fare, però lasciamogli almeno il tempo di tentare un qualche approccio con la difficilissima situazione italiana!

Aggiungo poi che soltanto Pinocchio ha creduto al “campo dei miracoli” dove il gatto e la volpe (il nome attuale mettetelo voi) gli dicevano che avrebbe moltiplicato i suoi zecchini. A meno che qualcuno non creda ancora alla bacchetta magica o si fidi dell’ultimo millantatore da fiera, credo che perfino l’ultimo allocco sappia che bisogna lavorare di più e meglio, bisogna esser più sobri e aver meno pretese, bisogna tagliare le unghie ai ladri e pigliare a calci nel sedere i fannulloni, i menacarte e gli arruffapopoli.

Io spero che a differenza di Pinocchio Renzi e la nostra gente non tengano conto delle pretese dei furbastri, non piantino i talenti nel campo delle illusioni e delle chimere!

02.03.2014

Intimità

Ieri ho fatto delle confidenze sul nobile gesto di incoraggiamento e di gratificazione giuntomi da “don Loris” Capovilla, che mi ha fatto veramente del bene, anche perché non sono assolutamente abituato a parole e attenzioni del genere da parte del mio mondo ecclesiastico. Non posso lagnarmi di certo di alcuno perché ho i riscontri che mi merito, perché non frequento le congreghe, penso con la mia testa, faccio le cose di cui sono convinto, sono esigente con me stesso e con gli altri, non sopporto formalismi di alcun genere.

Di solito, spesso, le parole di conforto mi giungono dalla gente umile e semplice con la quale condivido l’avventura cristiana del giornale, della “cattedrale tra i cipressi” e del “don Vecchi”, e che mi è particolarmente cara e mi fa sentire di vivere in una grande e meravigliosa famiglia di amici che si vogliono veramente bene. Comunque la missiva del venerando segretario di Papa Giovanni ha fatto emergere dalla mia memoria un lontano ricordo che non ha nulla a che fare con l’amabile attenzione dell’amato e fedele segretario di Papa Giovanni.

Durante una conversazione con noi seminaristi, il vecchio e saggio Patriarca ci fece una particolare confidenza di ordine spirituale, ma pure esistenziale, che mi ha fatto del bene. Ricordo che il Patriarca che aveva, come credo sia vero per ogni vescovo, tanti impegni, ci confidava che durante le sue intense giornate pastorali, ogni tanto faceva uno stacco ed entrava nella sua “celletta interiore” per raccogliersi in se stesso, per dare significato e consistenza a quello che stava facendo e per incontrarsi con Dio per potersi adeguare alla sua santa volontà.

Credo che in questa pratica ci fosse una grande saggezza: viviamo in maniera pressoché nevrotica, sospinti e tirati da ogni parte, siamo travolti da una valanga di parole, opinioni e pareri, ci occupiamo di mille cose, tanto che non ci rimane mai un momento per noi stessi, per vivere in intimità col nostro spirito e col nostro cuore. Anche i tempi dedicati alla preghiera arrischiano di ridursi a momenti e formule di meditazione perché corrispondono a doveri prescritti. Aveva ragione Papa Giovanni: abbiamo bisogno di momenti di intimità, di solitudine interiore e di dialogo sincero con Dio.

Qualche tempo fa mi capitò per mano un volume che ai tempi del seminario si citava di frequente, ma che poi avevo quasi dimenticato, “Imitazione di Cristo”, di Tommaso da Kempis. Ho cominciato a sfogliare alcune pagine, scoprendo una sorgente fresca e limpida di saggezza e spiritualità. Mi sono chiesto: “Come ho fatto a trascurare un discorso così saggio per dedicarmi a letture seppur positive ma poco dense di vera sapienza?”.

Ho rinnovato il proposito di ritagliarmi ad ogni costo qualche spazio di tempo da riservare solo a me e ad attingere da sorgenti sicure ricchezza per lo spirito.

01.03.2014

Il cardinale veneziano

Questa settimana è la settimana delle lettere. Il postino mi ha recapitato una lettera dalla calligrafia irrequieta, propria di una mano senile. Prima di aprire la busta è mia abitudine dare un’occhiata per vedere chi è il mittente, quasi a prevedere il contenuto della missiva. Le lettere che ricevo contengono comunicazioni; altre, e sono le più frequenti, richieste di aiuto, ed altre ancora, approvazioni o critiche che riguardano gli articoli de “L’Incontro”.

Questa volta, girata la busta, ho letto: “Arcivescovo Loris Francesco Capovilla, via Camaitino, Sotto il Monte, Bergamo.” Il nostro proverbiale “don Loris” ha usato buste non aggiornate, perché da qualche giorno deve sostituire al titolo di arcivescovo quello di cardinale.

Il biglietto a stampa inizia così: “Venerato fratello” e segue comunicando la sorpresa per la scelta di Papa Francesco di farlo cardinale, dichiarando poi la sua confusione e la sua umiltà di fronte all’attenzione del Sommo Pontefice, ed infine chiede e promette preghiere.

Già il fatto che il famoso segretario di Papa Giovanni si sia ricordato di me in un momento così importante della sua vita, mi ha riempito di confusione e quasi di disagio. Mi sono sentito come il ciabattino che, nel racconto di Tagore, rimane stupito e sbigottito che il cocchio del grande maragià si fermi proprio di fronte alla botteghetta di ciabattino di un minuscolo paese dell’India infinita. Ma la sorpresa ha raggiunto un limite pressoché insuperabile quando, voltando il biglietto, ho letto il testo manoscritto del Cardinal Francesco Loris Capovilla, Arcivescovo emerito: “Caro don Armando, ho pensato a te in questi giorni e mi sono detto `Quello (io) più di me meriterebbe la porpora!’. Ti abbraccio con cuore fraterno e ti ringrazio. Affettuosamente. Don Loris Francesco Capovilla”.

Sono rimasto di stucco! Per la missiva e per le parole che evidentemente sono uscite da una persona che è vissuta parecchi anni accanto a un santo ed un santo della grandezza di Papa Giovanni.

Riporto questo evento solamente per mettere in luce la nobiltà di sentimenti di questo sacerdote veneziano e per ricordare a tutti che talvolta una parola cara ed amabile può dare coraggio. Il mio rapporto con questo prelato non è mai stato particolare. Lui mi ha conosciuto quando era segretario del Patriarca Roncalli. So che avevamo in comune l’ammirazione per don Mazzolari e leggevamo ambedue l'”Adesso” che a quei tempi rappresentava l’avanguardia della Chiesa. Ma nulla di più. Eppure ogni tanto ricevo qualche suo biglietto che mi fa quanto mai piacere e dal quale ho imparato che anche a cent’anni di età – qual è quella di “don Loris”- si può ancora servire tanto bene e con tanto profitto l’uomo e la Chiesa.

Pubblico tutto questo perché la nostra città sappia che la Chiesa di Venezia ha offerto a noi e al mondo preti di questa levatura umana e spirituale.

28.02.2014

Lettere al direttore

In quasi tutti i periodici c’è una rubrica che pressappoco porta come titolo “Lettere al direttore”. Non sempre è il direttore stesso che risponde alle richieste, ai suggerimenti o alle proteste dei lettori; spesso è un giornalista piuttosto brillante che ha questo compito.

Quando ho un momento di tempo io leggo questa rubrica del Gazzettino, dell’Avvenire, di Famiglia Cristiana e degli altri periodici che seguo in qualche modo. E’ quanto mai interessato a conoscere il parere dei miei concittadini.

Spesso chi scrive segue con passione qualche problema e scrive al giornale quasi per tentare di convincere anche gli altri della validità della sua tesi. Spesso si tratta di persone intelligenti, brillanti e soprattutto “libere”. Già i romani affermavano “Tot capita tot sententia” che si può tradurre liberamente “a questo mondo ci sono tanti pareri quante sono le persone ed ogni parere è un apporto per una soluzione positiva”. In Italia poi, patria dell’individualismo, questa sentenza è persino esageratamente modesta.

Noi, ne “L’Incontro” non abbiamo questa rubrica a motivo dello spazio e soprattutto perché manca l’esperto per le risposte. Però questa volta ritengo di fare una qualche osservazione su una lettera giuntami l’altro ieri perché l’argomento mi interessa abbastanza: si tratta di una signora settantenne che dice di leggere spesso il nostro periodico, di apprezzarlo e di stimarmi. Avendo ravvisato in un numero pregresso del periodico qualche mia battuta un po’ sorniona e critica su certe persone che pare abbiano un po’ esagerato con gli animali, si lancia in un discorso di quattro fitte pagine per difendere queste creature, per invitare i cittadini a rispettarli e per condannare chi non se li prende a cuore.

Questa signora non nasconde il desiderio che io pubblichi la lettera sperando di poter “catechizzare” i concittadini su questo argomento. La cosa non mi è possibile, ma desidero far sapere a questa signora e ai lettori che io condivido il suo invito e la sua deprecazione verso chi fa soffrire queste creature e l’assicuro che, essendo un ammiratore della cultura indù e soprattutto di san Francesco non mi permetto di uccidere neanche un moscerino e rimprovero suor Teresa quando scopa via le formiche dal pavimento di casa.

Detto questo però confesso con altrettanta franchezza che amo e mi preoccupo più degli uomini che degli animali, non condivido l’atteggiamento di chi spreca troppo tempo e denaro per loro e soprattutto chi tenta di far vivere agli animali una vita che non è conforme al loro istinto.

Confesso pure a questa cara signora che mi vengono i brividi quando vedo la pubblicità di certi alimenti per cani e gatti, quando constato ogni giorno che vi sono tante persone che apprezzerebbero anche un cibo meno pregiato.

27.02.2014

Una dottrina assolutamente innovativa

Qualche tempo fa ho sentito un politico che alla televisione ha fatto un’osservazione che di primo acchito mi ha sorpreso, ma che poi, ripensandoci, mi è apparso quanto fosse giusta, anche perché da molti anni la sto applicando anch’io con buoni risultati.

Questo politico, a proposito della grave crisi economica, affermava che potremmo facilmente risolverla se sfruttassimo i nostri immensi giacimenti di “petrolio”. Al che, le persone con cui stava parlando, lo hanno guardato, sorprese di fronte ad un’affermazione che di certo non trova riscontri nel nostro territorio (ai tempi di Mattei si tentò di trivellare qua e là il nostro Paese ma con risultati assai scarsi; neanche oggi risulta che recentemente si siano fatte “scoperte” del genere).

Allora il parlamentare affermò: «Noi abbiamo enormi “giacimenti” d’arte e di cultura; se li sfruttassimo giustamente potremmo ricavarne risorse enormi!» Il turismo è già una voce importante sul bilancio italiano, ma potrebbe diventare mille volte più ricco se sfruttassimo a dovere il patrimonio artistico pressoché infinito del nostro Paese. Purtroppo chi ci governa non valorizza minimamente quanto la natura, i nostri padri e il buon Dio ci hanno regalato in maniera più che generosa. Un discorso del genere lo vorrei fare anch’io, portando, prove alla mano, ai miei colleghi, alle parrocchie e a tutti coloro che hanno a cuore la nostra Chiesa e la povera gente. Il buon Dio ci ha donato il comandamento della “carità” che è un vero “giacimento di petrolio” a livello pastorale, a livello di credibilità, come pure a livello economico. Io posso affermare coi fatti che la carità non è una voce passiva che porta in rosso il bilancio, anzi è una delle risorse più consistenti nel bilancio di una parrocchia, di una qualsiasi associazione benefica.

La Fondazione dei Centri don Vecchi ne è la prova più lampante. In vent’anni stiamo già pensando alla sesta struttura e già mettiamo a disposizione degli anziani in difficoltà economica quasi 500 alloggi e abbiamo il Polo Solidale del “don Vecchi” che aiuta parecchie migliaia di poveri tutti i mesi e contemporaneamente tutti i bilanci sono in attivo.

E’ ora che si affermi chiaramente che la carità non fa passivi, anzi è una delle voci più sicure e più promettenti a tutti i livelli. Provare per credere!

Tante volte mi sono offerto di insegnare “la formula” che non ha nulla di magico, ma che poggia sulla verità che l’la realtà più bella e feconda esistente al mondo. Non cerchiamo altrove: il “petrolio” lo abbiamo in casa!

26.02.2014

L’ultima avventura

Io sono stato per una trentina d’anni educatore degli scout e perciò mi sono fatto una cultura e delle convinzioni in proposito. Ho frequentato a suo tempo il campo per assistenti scout a Colico, conseguendo il brevetto di capo e il diritto di portare il distintivo del “ranocchio”, simbolo di questa “università scout”.

Nello scoutismo, tra gli insegnamenti di fondo (considerare proprio onore meritare fiducia, essere fedeli alla parola data, vivere lo spirito di servizio…), c’è anche quello di considerare la vita una bella avventura; quindi non lasciarsi intimorire e sopraffare dalle difficoltà e avere il coraggio di affrontare con fiducia e serenità ogni ostacolo credendo nelle proprie risorse.

Forse per questo Matteo Renzi, che da ragazzino ha fatto la promessa scout e da grande fu educatore, credo che affronti la “missione impossibile” come una bella avventura. Solo se non la pensasse così sarebbe da pazzi sognare e tentare di mettere in piedi questa povera Italietta che, oltre alla mafia, è tormentata da politici chiacchieroni e inconcludenti. Spero che gli vada bene, però ripeto che credo ci voglia del bel coraggio ad affrontare un’impresa del genere.

Nella mia vita fortunatamente non mi sono mai dovuto cimentare in imprese così impervie, comunque di gatte da pelare ne ho avute più di una. Voglio soffermarmi sull’ultima che, confesso, sto vivendo come un’autentica avventura. Il direttore di una delle associazioni del Polo Solidale del “don Vecchi”, che è una autentica “verigola”, perché quando si pone un obiettivo non molla mai l’osso, ha ottenuto, dopo un anno di insistenze, i generi alimentari in scadenza dei cinque supermercati Cadoro di Mestre.

A giorni si aggiungeranno anche quelli di Mogliano. Pur essendoci nel Polo Solidale un’altra associazione che fa un ottimo lavoro in questo settore e aiuta ogni settimana tremila poveri, per motivi particolari non è stato ancora possibile far confluire i generi alimentari della Cadoro in questa associazione. Quindi in circa una settimana fu giocoforza impegnarsi fino allo spasimo per avere un magazzino, un luogo per collocare il nuovo “spazio solidale”, per mettere in atto la catena del freddo, per acquistare un furgone per il ritiro dei generi alimentari, per trovare un certo numero di autisti ed un numero più abbondante di volontari per la distribuzione.

Comunque, dopo otto giorni, cioè il 17 febbraio, tutto fu pronto! Non so se per il senso di avventura appreso fra gli scout o per la disperazione, fatto sta che in otto giorni il “locomotore” ha cominciato a sbuffare e a girare.

Nei primi cinque giorni di ritiro e di distribuzione abbiamo accontentato ben 470 richieste di aiuto. Se si osa, nella vita talvolta può andar bene. Ora spero che pure Renzi, che è impegnato in questi giorni in un’avventura ben più importante, abbia lo stesso successo.

25.02.2014

Il pericolo: Grillo

Ricordo di aver sentito, anni fa, una sentenza che mi ha fatto riflettere e che ritengo contenga tanta saggezza e verità: “La peggiore democrazia è sempre preferibile alla migliore dittatura”. Ci credo!

E’ pur vero che ogni tipo di democrazia ha sempre tanti limiti. Basti pensare alle presunte “democrazie” di tipo marxista o a quelle assembleari come quelle della Svizzera, che ricorrono ai referendum anche per motivi poco consistenti e che lasciano passare anche soluzioni egoiste, come l’ultima sull’ingresso di lavoratori stranieri. Pure la democrazia degli Stati Uniti ha i suoi limiti, perché i risultati delle votazioni subiscono pressioni non indifferenti dai dollari profusi da lobbies interessate. Quanto alla nostra democrazia s’è impantanata in un parlamentarismo fatuo e inconcludente.

Però se questi sistemi di governo tipici delle democrazie occidentali si confrontano con le dittature di Hitler, Stalin, Mussolini, Castro, Mao Tse-Tung e degli altri piccoli o medi satrapi dell’Africa, dell’America latina o dell’Asia, esse risultano veramente qualcosa di splendido e meraviglioso!

Faccio questa premessa perché un paio di giorni fa la televisione ha trasmesso la consultazione di Renzi a Grillo del Movimento Cinque Stelle, per la costituzione di un nuovo Governo.

La trasmissione mi ha provocato un brivido di angoscia. A parte la maleducazione di questo ciarlatano da circo, l’arroganza e la volgarità e i suoi sproloqui, ho avvertito la chiara premessa del potenziale dittatore. Da Hitler agli altri campioni di dittatura che ho elencato, tutti hanno cominciato come Grillo e Casaleggio, sua anima nera.

Questa gente intollerante e piena di sé, che sa tutto, vuole rivoluzionare tutto, far posto o “al sole dell’avvenire” o anche a qualche altro non precisato paradiso terrestre, che rinuncia a confrontarsi con gli altri e che per raggiungere il suo obiettivo è disposta a tutto, che butta fuori senza pietà chi dissente minimamente da loro, mi fa veramente paura.

La situazione sociale in Italia è la peggiore che si possa immaginare perché la gente non ne può più di chiacchiere, di promesse, di compromessi e di enunciazioni inconcludenti dei nostri politici. Perciò è più che mai propensa a sperare in qualcuno che rinnovi radicalmente la cosa pubblica del nostro Paese.

Sono certo che forse anche molte persone oneste, che stimo, hanno dato il loro voto a Grillo o sono propense a darlo e, appunto per questa stima che provo per loro, li avverto che il comportamento di questo triste figuro è purtroppo la premessa per una dittatura di cui c’è d’aver paura.

Ora che ho detto queste cose per tempo mi sento più tranquillo con la mia coscienza.

24.02.2014

Poveri e sciagurati enti pubblici

Tra lo staff di Giletti, che conduce la rubrica “L’Arena” del primo pomeriggio della domenica, c’è anche un comico, o perlomeno uno che ha uno spiccato senso dello humour, che ogni tanto salta fuori con delle battute sarcastiche che fanno spuntare un sorriso anche nelle occasioni nelle quali si trattano i drammi più gravi e dolenti del nostro Paese.

Un paio di domeniche fa in questa trasmissione si trattava del patrimonio immobiliare del Comune di Roma ed in particolare delle case che l’amministrazione civica della capitale affitta presso una società per offrirle poi a prezzo calmierato ai cittadini meno abbienti.

Ha tenuto banco, per alcuni giorni, la notizia che una certa signora aveva affittato in questi anni ben milleduecentoquarantatré appartamenti al Comune senza pagare un centesimo di tasse. A Roma hanno retto il Comune “il Centro”, “la Destra” e “la Sinistra”, ma nessuno si è accorto di questa truffa e quindi si è parlato di multe e di condanna. Al che è saltato fuori il comico, proponendo che la signora sia condannata a partecipare a tutti i consigli di condominio.

Comunque, a parte gli scherzi, le amministrazioni comunali delle grandi città sono tutto fuorché delle amministrazioni, brillano soprattutto nella capacità di sperperare. Quando nel sessantotto con i miei ragazzi del “Gruppo del martedì” ci battemmo per la demolizione delle baracche di Ca’ Emiliani, nei rapporti avuti con i relativi assessori risultò che il Comune di Venezia non aveva neppure un archivio con l’elenco aggiornato di tutti gli alloggi che possedeva.

Qualche giorno fa “Il Gazzettino” ci ha informato che la nostra stessa amministrazione, per far cassa ed arrivare ad avere un bilancio in pareggio, ha messo in vendita un numero consistente di appartamenti che un tempo aveva concesso ad affitto agevolato e che ora venderà a metà prezzo, probabilmente agli stessi inquilini che trenta-quarant’anni fa hanno beneficiato dei soldi della comunità ed ora, a differenza degli altri cittadini, avranno un’ulteriore agevolazione.

Ogni qual tratto viene a galla, sulla stampa cittadina, lo scandalo delle “casette” dei Sinti di Favaro i quali, pur avendo affitti irrisori, spesso non pagano né la pigione né la luce elettrica.

Le esigenze dei cittadini sono in verità molteplici e spesso essi s’accorgono soltanto di ciò che pagano e quasi mai di quello che prendono; rimane il fatto che, ad eccezione di qualche piccolo Comune amministrato con un’economia da famiglia, moltissimi sono dei veri colabrodo. Tanto che spesso mi verrebbe da augurarmi che i Comuni appaltassero a società più serie la loro amministrazione.

07.02.2014

I miei patemi d’animo

So che parlare di politica, specialmente per un prete, è assai pericoloso perché l’adesione ad una linea politica spesso è qualcosa di misterioso, talvolta persino irrazionale. Io ho confessato più di una volta che mi vien persino da invidiare i fanatici (che è tutto dire), perché almeno loro pensano di avere certezze e verità tali che li preservano da dubbi e da incertezze.

Onestamente non è che non abbia a livello sociale qualche verità, o meglio qualche valore in cui credo, però sapendo che esso perché incida nell’assetto sociale deve concretamente esser calato in un movimento e in un organismo di partito, mi trovo in terribile imbarazzo nell’orientarmi verso scelte valide e razionali.

Quando ero ragazzino, avendo un papà che per De Gasperi e la Democrazia Cristiana avrebbe dato la vita, ero tranquillo perché ero convinto che il partito che ufficialmente riuniva i cattolici e dichiarava di difendere e proporre valori cristiani, rappresentasse in assoluto il bene e il positivo. Ma poi crescendo, le cose si sono complicate a non finire e cominciarono i dubbi, le perplessità che mi hanno accompagnato fino ad ora. Ancor oggi sono convinto di dovermi far rappresentare da qualcuno che creda e rispetti la persona, che sia preoccupato soprattutto per le classi più fragili, che sia impegnato a produrre ricchezza per poi dividerla equamente tra i cittadini, che rifiuti uno Stato burocratico farraginoso che mortifica l’iniziativa privata, che accetti l’economia di mercato (corretta però, che non strozzi i cittadini più deboli, che difenda la libertà del cittadino, che combatta i parassiti, gli approfittatori e i ricchi che vivono di rendita senza impegnarsi).

Ma mi domando chi in Italia, in questo momento, sia disposto e sia capace di far tutto questo. Ho sperato in Monti, poi in Letta, poi in Renzi, ma mi pare ora che anche lui rappresenti un partito ormai simile alla DC del tramonto, composto da una serie di correnti contrapposte.

Da un paio d’anni s’è affacciato alla ribalta della politica Grillo, con le sue “Cinque stelle” e in poco tempo ha fatto fortuna. Ho potuto notare anche in questo movimento persone preparate, decise, intelligenti, soprattutto che dichiarano di volere una società nuova; ma quale, con quali programmi, con quali valori?

Io poi sono preoccupato del diumvirato Grillo-Casaleggio; sbraitano da mane a sera contro tutto e contro tutti, non permettono una dialettica e qualsiasi confronto con gli altri, ma anche tra di loro, non si spiegano su che cosa vogliono e soprattutto si chiudono “in conclave” col relativo “extra omnes” ed impegnano i loro adepti al segreto, peggio dei cardinali di Santa Romana Chiesa.

Tutto questo poi, nella classe politica, si svolge tra bagarre, manfrine, proposte e controproposte, compromessi e ricatti, mentre il Paese affonda e disprezza ogni giorno di più i protagonisti di questa tragicommedia.

L’Italia sta affogando ed io con essa. Spero solo che il buon Dio ci metta la sua mano perché non affondiamo miseramente.

06.02.2014