Il centuplo

In questi giorni ho ancora il cuore caldo della dolcezza degli abbracci, dei sorrisi e delle parole care con le quali la mia gente ha festeggiato il mio ottantacinquesimo compleanno.

La mia festa di compleanno è stata sempre, anche in passato, una ricorrenza nella quale ho avvertito l’amicizia e la fraternità di tante persone care, non credo però che sia mai stata tanto bella come quella di quest’anno. Ho persino pensato che, nell’inconscio, il mondo in cui vivo avverta che ormai sono al lumicino e che, se non domani, dopodomani, andrò a riposare “con i miei padri”, come usa dire la Bibbia dei patriarchi antichi e perciò non si deve perdere quest’ultima occasione per dimostrare affetto ed amicizia.

O sarà forse perché oggi la mia condivisione con gli anziani dei nostri Centri è totale; infatti l’aver scelto di condividere la sorte di quelli meno abbienti della nostra città, ha fatto sentire loro il mio desiderio di vivere assieme l’ultima stagione della vita.

Avevo colto già il messaggio del fondatore dei “Piccoli fratelli di Gesù”, quest’uomo di Dio del nostro tempo il quale, nel suo splendido volume “Come loro”, mette a fuoco con spiritualità la vita della sua comunità di fratelli e sorelle e afferma che non basta credere nella solidarietà, ma solo la condivisione con la sorte degli ultimi fa si che essi capiscano a fondo ed apprezzino la fraternità finalmente non teorica ma reale. Oggi soltanto scegliendo il vivere “come loro” innesca quel sentimento di stima e di solidarietà vera e profonda. Credo che da questa verità siano sgorgati anche attorno a me tanta simpatia, stima e affetto.

La mia scelta di rifiutare una vecchiaia comoda e senza fastidi in un istituto per il clero anziano non mi è costata più di tanto, anzi mi è stata ricambiata dal sentirmi sempre partecipe di una grande e vera famiglia di fratelli, realtà impagabile che ricompensa e gratifica quanto mai. Ma in certe circostanze particolari, quale quella del compleanno, fa capire quanto sia vera la promessa di Gesù che “chi lascia tutto e si fida del suo insegnamento di fraternità reale riceve cento volte tanto quello che ha lasciato, ed in più avrà la vita eterna!”.

Io non ho ancora provato quanto sia vera la seconda parte della promessa, però ho provato, non soltanto in quest’ultima occasione, ma in tante altre circostanze, quanto sia vera la prima parte della promessa di Cristo.

20.03.2014

La predica del padre carmelitano

Quando facevo il consulente religioso dell’Associazione dei Maestri Cattolici, si organizzavano di frequente delle lezioni di carattere pedagogico e didattico. Ne ricordo una in particolare di una docente di pedagogia dell’Università di Padova, che affermava che le verità che resistono di più al passare del tempo sono quelle che qualcuno ha scritto per primo sulla coscienza del bambino. Credo che sia vero.

Per quanto riguarda la mia vita cristiana e di prete, anch’io, a livello pastorale ricordo più nitidamente le mie prime esperienze sacerdotali e le “direttrici di marcia” che ho appreso dai miei primi parroci e dai sacerdoti e religiosi che ho incontrato da fanciullo e da adolescente.

Da questa convinzione è nata in me la scelta, quando ero parroco, di privilegiare il mondo dei bambini e dei giovani ed oggi mi sforzo soprattutto di seminare nei miei sermoni delle verità forti offerte con grande convincimento in maniera che possano essere, per i fedeli, punti di riferimento e di aggancio piantati con decisione nella coscienza perché reggano anche quando infuria la tempesta di sentimenti, di opinioni e di tesi divergenti.

A tal proposito ricordo la predica di un padre carmelitano che ho ascoltato durante un ritiro spirituale in seminario forse ai tempi del ginnasio o della prima liceo. Questo sacerdote aveva imperniato il suo discorso sul fatto che ognuno deve far chiarezza dentro di sé ed avere nitida l’idea di quale sia la meta che vuole raggiungere nella sua vita.

Ci fece in proposito un esempio su cui ho riflettuto tantissime volte e che mi ha sempre salvato da sbandamenti e da infatuazioni apparentemente fascinose. Disse: «Se io incontro per strada un uomo e gli chiedo dove sta andando, perché ho bisogno che mi aiuti a raggiungere un posto poco conosciuto, se questi è una persona cortese mi dirà dove sta andando, ma se gli chiedessi quale sia la meta ultima della sua vita, molto probabilmente mi guarderebbe stupito come se io fossi un balordo».

A questo mondo affondiamo letteralmente in un mare di parole, opinioni, congetture, informazioni ed interessi, però troppi non hanno ancora affrontato il problema dei problemi: “Cosa fare della vita, qual’è la sua meta finale, qual’è il traguardo che giustifica e dà senso e giustificazione ad ogni sforzo?”.

Io sono grato al fraticello carmelitano che tanti anni fa ha seminato nella mia coscienza questo interrogativo che mi ha costretto a darmi una meta precisa e definita.

Spero che questa mia confidenza convinca anche altri a fare lo stesso perché questa è vera saggezza.

19.03.2014

Vangelo al vertice

Tante volte ho citato una sentenza di Ignazio Silone, l’autore de “L’avventura di un povero Cristiano” (Celestino V), che si definiva “cristiano senza Chiesa e socialista senza partito”.

Bisogna andare alla sorgente perché altro è aprire con gesto meccanico il rubinetto dell’acqua e vederla scorrere per lavare la pentola o pulirsi le mani e altro è andare a vederla sgorgare dalla roccia, fresca e pulita. Alla sorgente c’è il mistero, la poesia, l’autenticità, mentre l’acquedotto fornisce acqua trattata col cloro, nel rubinetto prevale la banalità del gesto che ti fornisce un servizio utile, ma senza la ricchezza del mistero.

Mi sono posto mille volte il problema della religiosità del credente e soprattutto del cristiano di oggi. Il modo con cui oggi alimentiamo la fede, adoriamo il sommo Iddio e rendiamo vivo il nostro credere, spesso è incolore, insapore e talora perfino insignificante e banale. Per riscoprire la nostra fede penso che sia ormai sempre più necessario che andiamo “alla sorgente”. Per scoprire la religiosità di Cristo, il modo di rapportarsi col Padre e di tradurre in vita questo rapporto.

Gesù era di certo un uomo di fede, infatti in tutti i passaggi della sua vita e nell’affrontare gli eventi, si rivolgeva sempre prima al Padre con un rapporto profondo (mi vien da dire “esistenziale”) però non possiamo dire né che fosse un “uomo di Chiesa” – per spiegarmi meglio, un “clericale” – né, meno che meno, un bigotto. Andava al tempio e sempre si comportava in maniera reattiva ed anticonformista. Basti pensare a come ha reagito con i venditori ambulanti, alla sua presa di posizione in sinagoga a Nazaret e nelle sue parabole. Ad esempio il discorso sulle offerte, sul fariseo e il pubblicano. Infine credo che la sua religiosità diventasse sempre solidarietà con gli ultimi, i più infelici, i più bisognosi di aiuto. Gesù è stato definito “uno che visse per gli altri”, la sua fede diventa amore e coinvolgimento con i drammi del prossimo.

Non è che nella Chiesa di ieri e di oggi non ci siano stati e ci siano ancora cristiani veri, discepoli di questo Gesù, però la Chiesa strutturata non sempre ha dato immagine alla religiosità dei cristiani in genere e dei cattolici, in specie di questo tipo.

Un tempo i discepoli più fedeli e più autentici di Gesù si trovavano negli ultimi gradini del Popolo cristiano. Oggi fortunatamente la lezione di religiosità di stampo evangelico finalmente ci giunge dal vertice. Ho appena letto un titolo sul “Nostro Tempo”, il quindicinale di Torino: “Francesco, il Pontefice anticlericale!”. E ieri sera ho appreso che Papa Francesco gode del 97% di gradimento. Finalmente possiamo, senza perplessità, essere orgogliosi della nostra guida. Ora tocca a noi seguirlo sulla strada di Gesù.

18.03.2014

“Il vecchio di casa”

Nota della redazione: per un caso fortuito questo intervento di don Armando, scritto il 17 marzo, appare nel giorno della scomparsa del Patriarca emerito Marco Cé, che siamo felici di poter ricordare anche con queste riflessioni di don Armando a margine del biglietto di auguri dedicatogli dal Patriarca emerito pochi giorni prima dell’incidente che lo avrebbe poi condotto al riposo eterno.

Io sono nato in campagna in un paese il cui territorio si affianca alla riva sinistra del Piave. Quando sono nato, ottantacinque anni fa, tutta la vita si rifaceva all’agricoltura e perciò anche la struttura familiare risentiva di questa realtà. Il lavoro della terra in quel tempo, quando erano pressoché inesistenti le macchine agricole, esigeva tante braccia, cosicché le famiglie dovevano essere numerose, contavano allora venti, trenta, quaranta componenti e la struttura familiare era di stampo patriarcale.

Il “padrone di casa” era quasi sempre il vecchio, esperto delle stagioni e delle semine a cui tutti si rifacevano sia per il lavoro sia per le scelte di vita. Il padrone di casa era per tutti e per ogni livello di vita un’autorità ascoltata con rispetto e talvolta quasi con venerazione.

M’è venuta in mente questa impostazione sociale ed umana delle famiglie del mio paese qualche giorno fa quando, aprendo una busta a me diretta, vi ho trovato un biglietto di augurio per il mio compleanno da parte del vecchio Patriarca, il cardinale Marco Cè. Queste sono state le care ed amabili parole con le quali mi ha porto il suo augurio.

Venezia 8/3/2014
“Caro don Armando”,
auguri di buon compleanno!
Vedo che non cedi nel lavoro, ma continui a crescere, che Dio ti benedica.
Io ho dovuto cedere mi hanno insegnato che “non cade foglia che Dio non voglia”.
E mi metto in pace, una preghiera reciproca
+ Marco Card. Cè

Il Cardinale Cè ha soltanto qualche anno più di me, eppure anche in questo ultimo decennio, in cui sia lui che io siamo rimasti per età e per pensiero ai margini della nostra Chiesa, l’ho sempre sentito come “il vecchio di casa” sulla cui autorità, saggezza e paternità idealmente mi potevo appoggiare, sentendolo sempre come un sicuro punto di riferimento.

Proprio in questi ultimi giorni mi era passato per la mente di scrivergli, perché sentivo il bisogno di dirgli questi miei sentimenti, perché lui avvertisse cosa egli rappresenta per me – ma anche forse per tutti i suoi preti – quanto conti la sua presenza discreta ed appartata, ma reale e viva. Purtroppo, ancora una volta, mi sono lasciato assorbire dalle piccole vicende del mio quotidiano, così che ancora una volta la sua ricchezza spirituale ed umana mi ha preceduto.

Io, in passato, non sono stato uno dei suoi “dipendenti” più tranquilli ed ossequiosi, nonostante fossi consapevole della sua mitezza e della sua calda paternità spirituale. Ora, anche se gli anni e la fragilità hanno ridotto quasi al silenzio e relegato tra le pareti domestiche il mio vecchio patriarca, avverto più che mai la gioia e la grazia di avere ancora alle mie spalle, quale padre e protettore “il nostro vecchio di casa” e mi auguro di godere fino alla fine di questo magnifico dono di Dio.

17.03.2014

Il sigaro e la vita

Ho scritto, come presentazione al nostro mensile “Sole sul nuovo giorno”, che sono appassionato “delle pagine che certi autori ci offrono nei loro scritti, pagine mai incolori o banali, ma turgide di poesia, di pathos, di verità, discorsi brevi ed incisivi che contengono in poche righe quello che talvolta è annacquato in tante pagine di giornale, perché chi le ha vergate è sempre un testimone o un profeta che scrive col cuore di artista, di santo e di innamorato della vita, del Creato e soprattutto dell’uomo”.

Da questa passione è nato il mensile che sta incontrando sempre più il favore dei nostri concittadini; infatti dopo un paio di giorni dal momento della distribuzione, è già sempre esaurito. Abbiamo tutti il bisogno di andare alla sorgente ove l’acqua sgorga fresca e limpida, come dice Ignazio Silone, il “socialista senza partito e il cristiano senza chiesa”, ma pure appassionato raccoglitore di quelle “perle” ancora più preziose che, pur di piccole dimensioni, brillano di una luce intensa e pura.

Sono abbonato, ormai da molti anni, al quindicinale delle edizioni paoline “Se vuoi”, un periodico che affronta tematiche che si rifanno alle scelte di vita. Confesso che mi riabbono ogni anno soprattutto perché questo opuscolo, in margine agli articoli, riporta delle frasi, delle massime o delle sentenze di autori molto spesso assai celebri che con una battuta offrono il contenuto di un volume.

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in questa frase del grande scrittore convertitosi da adulto al cattolicesimo: “Dovrei dire grazie a chi mi ha regalato un sigaro o un paio di pantofole e non a chi ha dato la vita e il Creato?” Questo pensiero, nella cornice dolcissima e nella delicata atmosfera di questa incipiente primavera che è sbocciata quasi improvvisamente dopo mesi di cielo cupo e piovoso, mi ha letteralmente incantato. Sono andato a prendere il cantico di san Francesco d’Assisi, me lo sono letto e riletto, cogliendone tutta la poesia e la fede appassionata nel Signore, quasi imitando Chopin nelle sue variazioni infinite su un tema musicale per spremerne tutta la dolcezza e l’incanto.

Ho sentito il bisogno di uscire dalla stanza per assaporare la poesia delle gemme del salice piangente che, veloce e per primo, ha messo la sua bellissima veste di color verde tenue, per incantarmi di fronte alle piccole margherite bianche che mi son parse stelle luminose nel cielo verde del prato. Mi sono riempito gli occhi della mimosa tutta in fiore, del leggero velo celeste che fa da sfondo ai fiori del prato, per spiare le piccole gemme che stanno spuntando su ogni ramo, assaporare il tepore del sole luminoso, la regalità del ficus, per respirare a pieni polmoni la primavera.

Poi ho detto: «Grazie, grazie Signore, per avermi donato ancora una volta questa stagione meravigliosa, nonostante tu l’avessi già fatto per ben ottantaquattro volte di seguito.

16.03.2014

L’angiolo

Le morti infantili che furono una piaga anche nella nostra terra fino a cent’anni fa – e lo sono purtroppo ancora nei Paesi del terzo e quarto mondo – sono pressoché scomparse da noi. Nonostante ciò, forse per antica tradizione, c’è un campo nel nostro cimitero dedicato ai bambini.

A me capita al massimo due o tre volte all’anno che sia richiesta la mia presenza per una benedizione prima che la terra copra le piccole bare. Di solito si tratta di bimbi che non hanno avuto il dono di vedere la luce perché morti prima di nascere. Normalmente la funzione religiosa in queste occasioni è molto breve, ma sempre desta tanta tenerezza, come commuove il dolore delle giovani mamme che han sognato di vedere il sorriso frutto del loro amore, ma che il mistero della morte ha loro rubato.

Un tempo, in riferimento a questi bimbi non battezzati, gli studiosi di teologia, che sembrava sapessero sempre una pagina più del libro, avevano messo a punto una dottrina per cui a queste creaturine di Dio era destinato un luogo un po’ ambiguo che non sapeva né di luce né di buio e che avevano chiamato – non so perché – “limbo”, tanto che il termine esiste ancora per descrivere le situazioni dei nascituri che fino a ieri erano in stand-by, ma che oggi sono nella luce di Dio. Fortunatamente i Padri conciliari hanno depennato questa dottrina abbastanza arbitraria.

Questa mattina ho benedetto la minuscola dimora sulla terra del piccolo Francesco, ma ho rassicurato i genitori che il bimbo, frutto del loro giovane amore, sarà loro per sempre particolarmente riconoscente perché gli hanno donato la “vita nuova” senza che, come noi, sia stato costretto a percorrere un lungo tratto di strada irta di pericoli e di tentazioni. Francesco si è tuffato subito nella luce e nel cuore del Padre e loro, ogni volta che penseranno a lui, dovranno esser certi che quel bimbo da oggi li attende in Cielo per dir loro “grazie” e la sua presenza aleggerà fin da subito nella loro casa.

Il fossore prese la piccola bara bianca e la depose con delicatezza nella buca appena scavata, la giovane mamma vi posò una rosa bianca e le pale cominciarono a deporre la terra finché pian piano ne fu ricoperta, ma per un momento rimase visibile solo la rosa bianca della madre.

Me ne andai, togliendomi la stola bianca simbolo di letizia e di speranza, sperando che il piccolo Francesco ricordi e protegga anche questo vecchio prete che pregò sulla sua tomba in un giorno di sole e di primavera.

La vita rimane un mistero, ma alla luce della fede è un dolce e bel mistero!

15.03.2014

Il pericolo dell’utopia

Ho appena terminato di leggere un libro dal titolo un po’ sconcertante e dai contenuti che mi hanno fatto rabbrividire; comunque è stata una lettura sostanziosa e alla fine positiva, lettura che mi ha fatto prendere coscienza di problemi quanto mai cruciali del nostro tempo.

Comincio dal titolo, “La bontà insensata”. L’autore è un pensatore israeliano, il quale, assieme ad altri uomini di cultura, ha creato “Il Giardino dei Giusti”. Da quanto ho potuto capire si tratta di un parco in cui si dedica un albero ad ogni uomo che con coraggio e spirito di sacrificio ha messo a repentaglio la propria vita per salvare qualche ebreo dallo sterminio decretato dal regime nazista. L’iniziativa ha una tesi di fondo: l’atto di bontà di questi uomini coraggiosi e generosi che ha comportato rischi gravissimi, praticamente non ha risolto il dramma dello sterminio di sei milioni di ebrei da parte di Hitler e di altre decine di milioni da parte di Stalin, ed oggi di altre centinaia di migliaia di uomini uccisi dai dittatori di turno, tuttavia è una testimonianza che almeno riesce a far distinguere il bene dal male e quindi rimane un valore positivo in assoluto. Questa verità è già un’affermazione di estrema portata umana e storica.

Il volume però porta avanti sostanzialmente anche un’altra tesi forse ancora più importante, ossia che l’utopia di distruggere una società ritenuta ormai perversa, ingiusta e irrecuperabile è comunque pericolosa e disumana perché porta a sacrificare in maniera lucida tutti coloro che si oppongono ad essa o perlomeno non l’appoggiano. E’ la motivazione che ha fatto da supporto al nazismo, al fascismo, al comunismo e a tante altre rivoluzioni che si sono fondate e si fondano sull’utopia che bisogna distruggere tutto e a qualsiasi costo della società malata ed ingiusta per costruirne di nuove e di migliori a tal proposito l’autore dimostra con lucidità e dati storici alla mano l’assurdità e la pericolosità di tale tesi, che porta a risultati veramente nefasti, tragici e disumani quali quelli che sono storicamente sotto gli occhi di tutti.

Egli ricorda che perfino il cristianesimo, che per antonomasia vuole essere la religione dell’amore, quando è diventato integrista ha portato a questi tristi effetti: vedi le crociate, l’inquisizione ed altri ancora. Le utopie, ossia il sogno di un mondo nuovo e migliore sono una bella e grande realtà, però solamente quando non sacrificano le persone, pur di raggiungere a qualsiasi costo i loro presunti obiettivi umanitari.

13.03.2014

La tomba dei concittadini illustri

Credo che tutti sappiamo che fino a due secoli fa i morti, anche a Mestre, venivano sepolti attorno alle chiese, come avviene ancor oggi in molti paesi dell’Alto Adige. Ricordo che quando ero parroco a Carpenedo, qualche anno fa, per portare il gas in una casa vicino alla chiesa, gli operai che scavavano il terreno si accorsero, con sorpresa e raccapriccio, che con la terra di scavo uscivano pure ossa da morto. Allarmati e preoccupati dalla cosa chiamarono i vigili. Toccò a me rassicurare gli uni e gli altri spiegando che fino alla calata di Napoleone quel terreno adiacente alla chiesa era adibito a cimitero. La cosa finì lì.

L’attuale cimitero di Mestre fu costruito quindi duecento anni fa per volontà di Napoleone, che depredò, rubò a piene mani il nostro Paese ma che comunque fece anche lui, come tutti, qualcosa di buono. E, in questo caso il cimitero all’esterno dell’abitato.

Il Centro di Studi Storici di Mestre, ente quanto mai benemerito per quanto riguarda la storia di Mestre, in occasione del suo bicentenario, ha pubblicato, in collaborazione con la Veritas che attualmente gestisce il nostro camposanto, un opuscolo quanto mai interessante. Nella pubblicazione sono riportate le foto delle tombe di certe personalità eminenti del nostro recente e del nostro remoto passato, suddividendole in categorie: eroi e militari, donne, sportivi, persone note, politici e sindaci, autonomisti e non, artisti, sacerdoti e religiose, con accanto una breve storia che illustra il personaggio ivi sepolto.

Io frequento, a motivo del mio ministero, il nostro camposanto da più di mezzo secolo, però confesso che pur avendolo percorso infinite volte in lungo e in largo, non conoscevo tutte le tombe dei cittadini eminenti che vi riposano da più o meno tempo. Io condivido, col Foscolo, che le testimonianze di queste persone che emergono, pur per motivi diversi, sono una ricchezza da raccogliere. Non per nulla gli antichi dicevano che la storia è maestra di vita e sarebbe sciocco non coglierne il messaggio.

Nell’ultimo numero del settimanale del patriarcato “Gente Veneta” il dottor Paolo Fusco, che ne è uno dei giornalisti più brillanti, ha fatto una bellissima presentazione di questo opuscolo del Centro di Studi Storici di Mestre. Il giornalista si è rifatto al bellissimo e noto volume “Spoon river”, in cui l’autore, Edgard Lee Masters, dialoga con i personaggi sepolti nel piccolo cimitero in riva al fiume rendendoli vivi per cogliere il messaggio della loro vita in positivo e in negativo.

Consiglio a tutti di prendere il volumetto del Centro Studi Storici perché la sua lettura aiuterà i numerosissimi frequentatori del nostro camposanto non solo a cogliere la testimonianza dei sepolti più illustri, ma pure di tutti i nostri concittadini che riposano in questa terra benedetta, perché ognuno di loro ha ancora qualcosa da dire. Io lo faccio da mezzo secolo e ne traggo grande vantaggio.

14.03.2014

“La benedizione delle case”

Ognuno ha i suoi problemi ed io di certo non mi sento diverso da tanti altri. Pur sapendo che su questo argomento ho parlato anche recentemente e soprattutto nel passato ne ho trattato in lungo e in largo, ci ritorno ancora una volta a proposito della “benedizione delle case”, una vecchia pratica pastorale quasi totalmente dimenticata dai preti di oggi.

Lo faccio perché da un paio di giorni ho terminato la benedizione delle case dei centonovantatrè residenti del “Centro don Vecchi” di Carpenedo. E’ mia ferma convinzione, collaudata da sessant’anni di pratica sacerdotale, che sia fondamentale, anzi assolutamente necessario, avere un rapporto diretto e personale con i propri parrocchiani, anche se la mia parrocchietta conta solamente 193 “case” e duecentotrenta parrocchiani.

Il cardinale Scola, nostro vecchio Patriarca, pur non essendo riuscito ad attuarla, parlava della necessità della “presenza nel territorio” da parte della Chiesa locale. Credo che non ci sia riuscito soprattutto perché i preti non ci sentono da questo orecchio, un po’ perché sono pochi ma, temo, per il fatto che hanno lo stipendio assicurato come gli statali, elemento che normalmente toglie iniziativa e spirito di sacrificio.

Il primo motivo è smentito dal fatto che i parroci più zelanti e che perciò hanno comunità più vive, lo fanno ancora; modestamente io lo faccio da sessant’anni e non solo ora che ho 193 famiglie, ma anche quando ne avevo duemilaquattrocentocinquanta.

Comunque ritorno sulla mia esperienza attuale. Pur incontrando cento volte al giorno i miei “parrocchiani” nei “vicoli”, nel “corso” o nelle “piazzette” del piccolo borgo del don Vecchi, l’incontro in casa, con la preghiera comune, con l’impartire la benedizione ed un rapporto caldo e fraterno, è tutt’altra cosa!

Confesso che sono stato enormemente gratificato dalla piccola “fatica” che questa pratica pastorale ha comportato. Non si pensi che io viva in un nuovo piccolo paradiso terrestre. Anch’io ho una fetta di parrocchiani non praticanti, anch’io ne ho perfino uno che tiene la porta chiusa e mi rifiuta. Comunque è stato tanto bello e consolante avvertire un caldo legame di fraternità, sentire che se anche qualcuno non pratica il rito religioso, rimane tutto sommato, e continua a vivere, da “figlio di Dio”.

La “presenza sul territorio” e il dialogo personale credo che rimangano insostituibili anche se sono pratiche nate secoli fa.

12.03.2014

Quello che dovremmo e potremmo essere

Ieri, prima domenica di Quaresima, per la sessantesima volta, cioè da quando faccio il prete, nei miei sermoni ho cercato di trovare qualche argomento nuovo perché il solito popolo di Dio, in occasione della Quaresima, si sentisse spinto a fare una seria revisione di vita: rinnovare la propria ricerca di conversione, cercare con più coerenza e più desiderio di vivere una vita da Vangelo, trovare la freschezza e l’ebbrezza di una vita nuova finalmente libera dai condizionamenti di una società fatua ed inconsistente.

Credo che tutti siano convinti che per raggiungere questo ideale, per vivere più autenticamente il comandamento dell’amore fraterno, occorra riflessione, rinvigorimento della volontà. Però abbiamo bisogno almeno di una riformulazione di questo dovere.

Purtroppo questi sono tutti argomenti ai quali abbiamo fatto l’orecchio e che non sono più capaci di dare una spinta seria per essere uomini nuovi ed autentici. L’abitudine, anche nel campo dello spirito, è un pericolo sempre in agguato che svuota anche gli eventi più importanti, e li riduce a foglie secche pressoché insignificanti.

Mi trovavo, preoccupato, in questo stato d’animo quando, sfogliando uno dei tanti giornaletti che le congregazioni religiose spediscono con abbondanza un po’ a tutti, ho letto un raccontino in se stesso semplice ed elementare, che però mi ha fatto pensare sulla “mia Quaresima”. Ho pensato che potesse offrire un motivo di ripresa interiore anche per la mia comunità. Il fatterello è presto detto.

In una piazza c’era un pittore di strada che faceva il ritratto a chi ne fosse interessato, ma la gente passava frettolosa declinando l’offerta. Nei paraggi un mendicante seduto su una panchina, osservando la sua delusione, forse per passare il tempo o per curiosità, gli chiese di fare a lui il ritratto. Il pittore si mise subito al lavoro e dopo un po’ di tempo disse al poveraccio che aveva terminato l’opera e gli mostrò il suo ritratto. Il mendicante, tanto mal in arnese sia nella persona che nel vestire, al primo sguardo disse prontamente, assai sorpreso: «Quello non sono certamente io!» Infatti sulla tela si vedeva una figura aggraziata, due occhi vivi, un volto aperto e sorridente, veramente un bell’uomo. Al che il pittore rispose: «Non ho ritratto te così come sei, avvolto in stracci e in disordine, ma quello che dovresti e potresti essere».

Così ieri raccontai il fatterello. Poi ho continuato il breve sermone riprendendo il concetto che la Quaresima offre l’opportunità di far emergere dal nostro quotidiano, spesso banale, scontato e deludente, il meglio di noi stessi, ossia quella “creatura nuova” che pure esiste, che è ancora in noi, che ci riporta al progetto originale, di certo splendido, con cui Dio ci ha pensato.

Ho avuto la sensazione di aver fatto centro. Le prossime domeniche insisterò su questo argomento di certo condivisibile.

10.03.2014

Il mio parlamento

Monsignor Vecchi non è stato il mio unico maestro, però è stato uno di quelli che più hanno inciso sulla mia formazione. Sento il bisogno e il dovere di fare questa premessa per giustificare le mie frequenti citazioni sul pensiero di questo prete intelligente e, per molti aspetti, innovatore.

Monsignor Vecchi mi ripeteva che non è il singolo che esprime la società, ma è la società che esprime gli uomini. Per fare un esempio non è che Mussolini abbia fatto il fascismo, ma sono state le condizioni della società di allora, disorientata, irrequieta e sbandata a causa della grande guerra e da altri motivi, che hanno espresso il dittatore.

Faccio questo discorso per ripetere che non è colpa di un singolo o di un gruppo sociale o di un partito se siamo nella condizione di non avere un parlamento che costruisce, dei parlamentari in eterno e viscerale disaccordo, in continua contrapposizione. Sono invece le componenti della nostra società – l’economia, la globalizzazione, i paesi emergenti e quelli in via di sviluppo o sottosviluppati – che producono personaggi irrequieti, poco costruttivi, incapaci di dialogo e di collaborazione.

Se le cose stanno così, e credo che sia vero, anche nel mio micromondo si ripete questo fenomeno e quindi, pur disponendo di volontari capaci, disponibili e volonterosi, si avvera una continua situazione di antagonismo, di scontro e di incapacità di coordinamento e di collaborazione. Questa è la situazione che mi tocca cavalcare.

Io parlo sempre con entusiasmo del “Polo solidale” del don Vecchi, della sua efficienza, della gran mole di attività e di opere solidali che riesce ad esprimere e sottaccio, per amor di Patria, gli antagonismi, le contrapposizioni, la mancanza di integrazione e di complementarietà delle associazioni che vi operano all’interno. Tanto che la maggior fatica che incontro è quella di metter d’accordo i singoli all’interno di questa magnifica holding della solidarietà costituita dal Polo solidale del don Vecchi.

All’interno di questo discorso devo ammettere che le sconfitte superano le vittorie. Spesso mi sento stanco e sarei tentato di mollare, ma poi vedo il fiume di poveri che ogni giorno “acquista” vestiti, mobili, generi alimentari, frutta e verdura ed ogni altro ben di Dio e finisco sempre per metter toppe, suggerire e tollerare compromessi, pazientare e supplicare, e allora, anche al di là della preoccupazione per i poveri, c’è pure la constatazione che solo là dove non si fa niente, c’è la pace. Ma quale pace? Quella del nulla! Ma che pace è questa?

Mi rassegno quindi a continuare col mio esercito di Brancaleone, irrequieto, scomposto e bellicoso fin che si vuole, ma che tutto sommato realizza qualcosa. Penso che Napolitano abbia i miei stessi guai, ma che ambedue ci dobbiamo rassegnare perché questa è la nostra nemesi storica.

19.02.2014

Il diario

L’espediente del diario per dialogare con i fedeli e i concittadini non è certamente una mia invenzione. Questa forma letteraria è antica quanto il mondo; essa ti dà modo di riflettere sul quotidiano, dare una interpretazione su ciò che accade nella società in cui vivi, lanciare dei messaggi e soprattutto passare dei valori che ritieni validi per te e per i fratelli.

Io ho cominciato più di una trentina di anni fa, perché sentivo il bisogno di parlare di quello che mi interessa ed offrire un parere anche a chi non viene in chiesa. Legare poi le tue riflessioni e le tue proposte a qualcosa di concreto, di conosciuto a chi scrive e a chi legge, stuzzica sempre la curiosità.

Sono convinto che le fortune de “L’Incontro” rimarrebbero incomprensibili e misteriose al di fuori di questa lettura. Io poi ho una scarsa cultura ed un’intelligenza mediocre, quindi il riflettere pubblicamente, in maniera semiseria, su ciò che riguarda la vita, mi facilita il compito di proporre i valori in cui credo, senza dover battere le strade monotone e barbose della predica o quelle, per me troppo ardue, del “saggio” o di una “critica” seria e documentata.

Di certo incontro molte difficoltà, un po’ per il mio limite, un po’ perché non mi è sempre facile individuare argomenti appetibili e più di un po’ per la mia veneranda età che mi ripete sempre più di frequente “don Armando è ora di smettere!”. Per adesso mi sono posto il limite al 31 dicembre 2014. Il guaio è però che anche all’inizio dell’anno scorso mi ero posto un limite ed io, pur affaticato e preoccupato, ho fatto l’orecchio da mercante pensando, o illudendomi, che questo è quello che ancora posso fare per “il Regno” e per i miei fratelli.

In questi giorni, a questi morsi della coscienza si sono aggiunti altri due motivi assai significativi. Mia sorella Rachele, che mi aveva chiesto qualcosa da leggere, mi ha riportato il volume del prete ravennate don Francesco Fuschini, “L’ultimo anarchico”, diario di un parroco “di Valle”. Questo libro io l’ho letto una decina di anni fa, ma ritrovandomelo tra le mani l’ho sfogliato qua e là. Questo sì che è un diario con i fiocchi!

Don Fuschini, morto assai anziano una decina di anni fa, ha fatto il prete in una terra repubblicana, anarchica, mangiapreti ed atea. E’ un vero letterato, ha uno stile arguto, intelligente, è capace, come un vero artista, di fare il quadro di ogni situazione con quattro pennellate sicure e di effetto. Questo sì che è un “diario”!, altro che il mio sbrodoloso, scontato e pedante. Il secondo diario, letto anche quello tanto tempo fa, è di Etty Hillesum, l’ebrea olandese finita in un lager nazista. Questa intellettuale, ebrea di razza ma non credente, ritrova la fede, l’amore per il prossimo pur in quell’inferno che ha ingoiato sei milioni di ebrei e che ha rappresentato nel novecento le tenebre dell’umanità, scrive delle pagine sublimi, soffuse di speranza in un tempo in cui c’era spazio solamente per la disperazione.

Cari amici, sono io per primo a consigliarmi di metter in un canto “L’Incontro” per leggere qualcosa che possa donare sapienza e bellezza.

18.02.2014

Il prete e i soldi

Ho già raccontato che in quest’ultimo tempo ho fatto due incontri che mi hanno aiutato (sarebbe meglio dire “mi hanno costretto”) a fare una seria e rigorosa verifica sul mio rapporto col denaro. Su questi due incontri ho già riferito, ma li riprendo perché sono una premessa indispensabile al pensiero che voglio esporre.

Il primo incontro è stato con un collega che si era offerto di prendersi cura della vita religiosa dei residenti al Centro don Vecchi di Campalto. Ho tentato di fargli avere un compenso, com’è nella prassi consolidata da una tradizione più che secolare. Dapprima ho provato a farlo secondo le modalità consuete, ma lui si è cortesemente rifiutato di ricevere quella mercede che un po’ ipocritamente, nel mondo ecclesiastico, è definita “offerta”, ma che in realtà è un compenso. Ho tentato pure anche con soluzioni più eleganti, dicendo che era per la sua parrocchia e per i suoi poveri, ma il rifiuto è stato altrettanto netto e deciso. Infine mi disse chiaro e tondo che aveva fatto una scelta personale di non accettare in alcun modo qualsiasi offerta in occasione di un suo “servizio religioso”. Di fronte ad una testimonianza così bella non potei che essere estremamente ammirato e fare un esame di coscienza sul mio comportamento al riguardo.

Secondo incontro, sempre a riguardo del prete e il denaro, è stata la recente lettura casuale di un volume di un prete della Brianza che dava la stessa testimonianza del collega di cui ho appena riferito, ma che in più teorizzava questa scelta documentandola in maniera veramente seria con testi della Sacra Scrittura e della tradizione patristica.

Al che ho fatto un altro esame di coscienza ancor più serio e rigoroso riguardo il mio comportamento. Sono giunto a queste conclusioni che fanno il punto su questo argomento che spesso costituisce il tallone di Achille per molti preti e su cui l’opinione pubblica è quanto mai sensibile. Penso di non aver mai chiesto un centesimo per il mio servizio sacerdotale (messe, battesimi, funerali, matrimoni, benedizioni varie). Ho sempre accettato quello che spontaneamente i fedeli mi hanno offerto e mi offrono, però in passato l’ho in parte devoluto per le necessità della chiesa e delle sue strutture pastorali e il resto per i poveri.

Attualmente non ho più alcuna struttura a cui pensare, quindi destino tutto ai poveri. Vivendo al “don Vecchi” la mia pensione, pur modesta, mi basta, anzi ne avanzo. Come ho già scritto nel passato, preferisco destinare il denaro sempre a chi ne ha bisogno, però investendolo in strutture, piuttosto che favorire l’accattonaggio di mestiere e non risolvere alcunché.

Raramente ho la possibilità di fare queste precisazioni, quando però mi se ne offre la possibilità lo faccio perché lo ritengo non solo opportuno, ma doveroso. Ad esempio pretendo che le imprese di pompe funebri, in occasione dei funerali, diano ai famigliari dell’estinto una busta prestampata nella quale dico a chiare lettere la mia assoluta disponibilità a celebrare il funerale a titolo gratuito, aggiungendo però che chi desiderasse fare un’offerta sappia che essa va totalmente ai poveri.

Finora questa è la mia scelta, disposto a cambiarla se mi giungessero altre motivazioni. So che questo non mi libera da insinuazioni, sospetti o accuse, però mi mette la coscienza in pace, che è la cosa che maggiormente mi preoccupa.

17.02.2014

Lettera anonima

Era forse da un anno che non ricevevo una lettera anonima. Forse per questo mi ha destato un senso di nausea, di tristezza e di malinconia. Avevo creduto che questo squallido fenomeno fosse definitivamente scomparso. Invece no! Qualche giorno fa mi è giunto un mezzo foglietto scritto nel solito stampatello, ben inteso senza alcun cenno di firma. Non è che non abbia accusato il colpo, in passato ne ho ricevute abbastanza di lettere anonime; in fondo queste lettere, che possono nascere dai motivi più diversi, quali invidia, complessi di inferiorità, frustrazioni, insuccessi, ignavia, bassezza morale, sono comunque una prova che qualcuno non ti stima, non ti vuol bene e, nascondendosi dietro la maschera dell’anonimato (che in verità quasi mai riesce a nascondere il volto, ma soprattutto l’animo del mittente) prova il piacere sadico di ferirti e di farti soffrire.

Io reputo di essere stato un uomo ed un prete fortunato. Le parrocchie in cui sono vissuto sono state una più bella dell’altra. Le imprese in cui mi sono cimentato – scout, gruppi giovanili, San Vincenzo, radio, stampa – per grazia di Dio mi sono sempre riuscite. Il rapporto con la gente è sempre stato caldo e cordiale; gli attestati di stima e di benevolenza sono stati per me fin troppo abbondanti, quasi da sentirmi a disagio.

L’unica cosa che è stata un cruccio per tutta la mia lunga esperienza sacerdotale, è stato un certo isolamento tra i miei colleghi. Siccome ho sempre detto pubblicamente quello che pensavo e che la mia coscienza di volta in volta mi suggeriva, talvolta mi è venuto da dubitare se certe prese di posizione nei riguardi della Chiesa, della religione o della pastorale potessero essere un po’ azzardate e pericolose. Ma ora che è venuto Papa Francesco mi sento con le spalle perfino troppo coperte, anzi mi vien da pentirmi per non essere stato ancor più forte e deciso nelle tesi che ho cercato di portare avanti.

Il nostro Papa è già andato molto oltre quello che io ho cercato di proporre con la parola e con la penna. La rivoluzione che Papa Francesco porta avanti va ben oltre i miei pallidi tentativi di andare verso questa frontiera del Vangelo. Lui vuole una Chiesa povera, spoglia di orpelli e di retorica, in ricerca degli ultimi, libera da compromessi col potere e tutta tesa ad abbracciare una radicalità evangelica che riduce all’essenziale il rito per essere più solidale con i fragili e gli emarginati.

Tornando a questo triste libello che mi è arrivato, uno dei “punti forti” è quello di ribadire che “per me i soldi sono tutto!”. Neppure tento di difendermi, lascio che i miei concittadini giudichino in proposito osservando la vita che faccio. Però non riesco a non ripetere ancora una volta che la carità “da prediche” è pura “aria fritta” e che voler aiutare il prossimo senza mezzi economici è pretendere, come dicono i fiorentini, di far le nozze con i fichi secchi!

17.02.2014

“Grazie!”

I lettori più attenti de “L’Incontro” avranno certamente notato che all’interno del mio diario inserisco normalmente due perle preziose, una preghiera particolarmente significativa e una sentenza di qualche autore che ha avuto la capacità di condensare in poche parole delle verità quanto mai ricche di saggezza e che fanno pensare.

Faccio questa operazione per due motivi. Il primo è di ordine tecnico perché questi due riquadri snelliscono l’impaginazione ed aiutano a leggere anche tutto il resto. Il secondo, perché i lettori trovino, all’interno della mia prosa sempre più monotona e scontata, anche qualcosa di più valido che “buchi” per il suo contenuto particolarmente ricco.

Sia le preghiere che le sentenze le raccolgo tra le mie letture un po’ errabonde, mentre la caricatura la prendo, senza chiedere permesso alcuno, dal bellissimo quindicinale “Il Nostro Tempo” di Torino. Quando scelgo questi testi lo faccio con particolare attenzione e sempre in linea col mio modo di pensare perché diventino essi stessi arricchimento della mia proposta ideale.

Qualche settimana fa ho pubblicato una vignetta che presenta la figura di un lord inglese con una battuta di Chesterton, il famoso convertito che è diventato uno dei più significativi polemisti cattolici. Questo autore è quanto mai incisivo per i suoi pensieri offerti in maniera quanto mai spigliata e con un pizzico di ironia anglosassone. La battuta diceva: “Si ringraziano gli amici che ci regalano una scatola di sigari o un paio di pantofole per il nostro compleanno. Posso io non ringraziare Qualcuno (naturalmente si riferisce al buon Dio) che per il mio genetliaco mi ha regalato la vita?”.

Mi sono sentito un verme! Ho ringraziato il Signore quando, dopo essermi tolto un tumore all’intestino, mi sono ritrovato vivo nella linda cameretta dell’Umberto I°. Ho ringraziato pure il Signore con intensità quando mi sono svegliato nella camera di rianimazione piena di lucette multicolori, dopo che al Policlinico di Padova mi hanno tolto un rene ormai compromesso e pericoloso per la vita. Però ho capito che è semplicemente vergognoso aspettare situazioni così gravi per dire grazie quando dal primo istante del mio risveglio al mattino fino al momento in cui mi addormento alla sera avrei migliaia di motivi per lodare e ringraziare il Signore. Eppure mia mamma mi ha insegnato fin dalla prima infanzia a dire “grazie Signore” anche per una caramella.

Una trentina di anni fa è uscito un libro intitolato “Preghiere” di Michel Quoist. Erano preghiere tutte diverse da quelle convenzionali: ne ricordo una in particolare che ringraziava il Signore per aver incontrato il garzone del fornaio che canticchiava per strada mentre portava le famose baguette ai clienti, un’altra per la ragazza con le labbra color di rosa e un’altra ancora per la signora che gli aveva ceduto il posto in tram.

A me piace quanto mai quel salmo che, come il Cantico delle Creature di san Francesco, canta e loda il Signore per tutto quello che rende bella la terra ed incanta i nostri occhi e il nostro cuore. Sono riconoscente a Chesterton per avermi ricordato tutto questo.

15.02.2014