Il mio parlamento

Monsignor Vecchi non è stato il mio unico maestro, però è stato uno di quelli che più hanno inciso sulla mia formazione. Sento il bisogno e il dovere di fare questa premessa per giustificare le mie frequenti citazioni sul pensiero di questo prete intelligente e, per molti aspetti, innovatore.

Monsignor Vecchi mi ripeteva che non è il singolo che esprime la società, ma è la società che esprime gli uomini. Per fare un esempio non è che Mussolini abbia fatto il fascismo, ma sono state le condizioni della società di allora, disorientata, irrequieta e sbandata a causa della grande guerra e da altri motivi, che hanno espresso il dittatore.

Faccio questo discorso per ripetere che non è colpa di un singolo o di un gruppo sociale o di un partito se siamo nella condizione di non avere un parlamento che costruisce, dei parlamentari in eterno e viscerale disaccordo, in continua contrapposizione. Sono invece le componenti della nostra società – l’economia, la globalizzazione, i paesi emergenti e quelli in via di sviluppo o sottosviluppati – che producono personaggi irrequieti, poco costruttivi, incapaci di dialogo e di collaborazione.

Se le cose stanno così, e credo che sia vero, anche nel mio micromondo si ripete questo fenomeno e quindi, pur disponendo di volontari capaci, disponibili e volonterosi, si avvera una continua situazione di antagonismo, di scontro e di incapacità di coordinamento e di collaborazione. Questa è la situazione che mi tocca cavalcare.

Io parlo sempre con entusiasmo del “Polo solidale” del don Vecchi, della sua efficienza, della gran mole di attività e di opere solidali che riesce ad esprimere e sottaccio, per amor di Patria, gli antagonismi, le contrapposizioni, la mancanza di integrazione e di complementarietà delle associazioni che vi operano all’interno. Tanto che la maggior fatica che incontro è quella di metter d’accordo i singoli all’interno di questa magnifica holding della solidarietà costituita dal Polo solidale del don Vecchi.

All’interno di questo discorso devo ammettere che le sconfitte superano le vittorie. Spesso mi sento stanco e sarei tentato di mollare, ma poi vedo il fiume di poveri che ogni giorno “acquista” vestiti, mobili, generi alimentari, frutta e verdura ed ogni altro ben di Dio e finisco sempre per metter toppe, suggerire e tollerare compromessi, pazientare e supplicare, e allora, anche al di là della preoccupazione per i poveri, c’è pure la constatazione che solo là dove non si fa niente, c’è la pace. Ma quale pace? Quella del nulla! Ma che pace è questa?

Mi rassegno quindi a continuare col mio esercito di Brancaleone, irrequieto, scomposto e bellicoso fin che si vuole, ma che tutto sommato realizza qualcosa. Penso che Napolitano abbia i miei stessi guai, ma che ambedue ci dobbiamo rassegnare perché questa è la nostra nemesi storica.

19.02.2014

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