Quello che dovremmo e potremmo essere

Ieri, prima domenica di Quaresima, per la sessantesima volta, cioè da quando faccio il prete, nei miei sermoni ho cercato di trovare qualche argomento nuovo perché il solito popolo di Dio, in occasione della Quaresima, si sentisse spinto a fare una seria revisione di vita: rinnovare la propria ricerca di conversione, cercare con più coerenza e più desiderio di vivere una vita da Vangelo, trovare la freschezza e l’ebbrezza di una vita nuova finalmente libera dai condizionamenti di una società fatua ed inconsistente.

Credo che tutti siano convinti che per raggiungere questo ideale, per vivere più autenticamente il comandamento dell’amore fraterno, occorra riflessione, rinvigorimento della volontà. Però abbiamo bisogno almeno di una riformulazione di questo dovere.

Purtroppo questi sono tutti argomenti ai quali abbiamo fatto l’orecchio e che non sono più capaci di dare una spinta seria per essere uomini nuovi ed autentici. L’abitudine, anche nel campo dello spirito, è un pericolo sempre in agguato che svuota anche gli eventi più importanti, e li riduce a foglie secche pressoché insignificanti.

Mi trovavo, preoccupato, in questo stato d’animo quando, sfogliando uno dei tanti giornaletti che le congregazioni religiose spediscono con abbondanza un po’ a tutti, ho letto un raccontino in se stesso semplice ed elementare, che però mi ha fatto pensare sulla “mia Quaresima”. Ho pensato che potesse offrire un motivo di ripresa interiore anche per la mia comunità. Il fatterello è presto detto.

In una piazza c’era un pittore di strada che faceva il ritratto a chi ne fosse interessato, ma la gente passava frettolosa declinando l’offerta. Nei paraggi un mendicante seduto su una panchina, osservando la sua delusione, forse per passare il tempo o per curiosità, gli chiese di fare a lui il ritratto. Il pittore si mise subito al lavoro e dopo un po’ di tempo disse al poveraccio che aveva terminato l’opera e gli mostrò il suo ritratto. Il mendicante, tanto mal in arnese sia nella persona che nel vestire, al primo sguardo disse prontamente, assai sorpreso: «Quello non sono certamente io!» Infatti sulla tela si vedeva una figura aggraziata, due occhi vivi, un volto aperto e sorridente, veramente un bell’uomo. Al che il pittore rispose: «Non ho ritratto te così come sei, avvolto in stracci e in disordine, ma quello che dovresti e potresti essere».

Così ieri raccontai il fatterello. Poi ho continuato il breve sermone riprendendo il concetto che la Quaresima offre l’opportunità di far emergere dal nostro quotidiano, spesso banale, scontato e deludente, il meglio di noi stessi, ossia quella “creatura nuova” che pure esiste, che è ancora in noi, che ci riporta al progetto originale, di certo splendido, con cui Dio ci ha pensato.

Ho avuto la sensazione di aver fatto centro. Le prossime domeniche insisterò su questo argomento di certo condivisibile.

10.03.2014

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