Tentativi

Io leggo puntualmente, ogni settimana, il periodico “La Borromea”, che è il cosiddetto “bollettino parrocchiale della comunità cristiana di San Lorenzo. Più volte ho ripetuto che il modo di far pastorale di questa comunità rappresenta per me, in questo settore, la punta di diamante della Chiesa veneziana. Sono preoccupato che il parroco del duomo vada in pensione perché ritengo che don Fausto, con la sua pastorale, costituisca il punto di riferimento più avanzato e più valido in questo settore.

Ho appena preso in mano “il foglio” del 30 marzo 2014, gli ho dato uno sguardo sommario leggendo solamente le didascalie delle numerose fotografie, ma potrei farne anche a meno perché il foglio offre già di primo acchito, con le immagini, le iniziative, la vita dei vari gruppi, gli obiettivi ai quali tendono, le attività nelle quali sono impegnati. Le foto sono garanzia che non si tratta di “aria fritta” ad “uso esterno” e soprattutto danno la sensazione di una comunità viva, in sintonia col nostro tempo e capace di dare risposte globali e particolari ai bisogni e alle attese di tutti i ceti e di tutte le età che compongono una comunità.

Nel periodico del duomo s’avverte immediatamente l’osmosi assoluta tra quello che un tempo, e ancora oggi, viene chiamato “sacro” e il “profano” e soprattutto si avverte come la proposta cristiana sia offerta con tale sensibilità, così che ogni parrocchiano nel bisogno trovi sempre davanti a sé una porta aperta. Don Fausto, in questo settore ha intuito che l’uomo di oggi comunica e recepisce i messaggi soprattutto attraverso le immagini e quindi il foglio parrocchiale è diventato strumento di questa nuova comunicazione di massa.

Qualcuno mi ha riferito che il costo di questo settimanale tutto a colori è assai consistente, ma io credo che siano i soldi più ben spesi dalla comunità perché le permette di dialogare in maniera diretta e comprensibile con tutti.

Io avevo intuito già una dozzina di anni fa questa necessità e la validità di questo modo di comunicare, e avevo perciò dato vita alla “Gazzetta illustrata della parrocchia di Carpenedo”, però forse questa comunicazione on line era prematura perché l’uso di questo strumento non era ancora così diffuso da essere efficace e perciò ritengo che per ora la soluzione di San Lorenzo sia l’ottimale.

Più volte, seguendo l’impulso che mi è proprio, avevo suggerito a don Fausto di inviare a tutti i parroci il periodico della sua parrocchia, perché nel mondo desolante dei foglietti parrocchiali ci sia una immissione di fantasia ed un’offerta di indirizzo nuovo e più incisivo. Capisco che il gesto avrebbe potuto essere concepito come un atto di supponenza e quindi per ora spero che questo lavoro fatto in umiltà possa essere seguito da chi ha a cuore la proposta cristiana.

Talvolta spero che gli uffici specializzati della nostra curia scoprano questa soluzione e indichino questa iniziativa pilota per smuovere una staticità pastorale ora quanto mai imperante. Per ora spero e stuzzico.

06.04.2014

Semplificazione

Pensavo che col passare degli anni la mia evoluzione religiosa e spirituale subisse un processo di rallentamento progressivo per raggiungere una posizione di stabilità consolidata e tranquilla. Invece, almeno per me, non sta avvenendo così. Non so se ciò dipenda dalla svolta storica che stiamo vivendo e che coinvolge tutte le istituzioni e i modi di pensare, Chiesa e religione compresa. Non so se per l’avvento di Papa Francesco che ha fatto saltare una polveriera mettendo tutto a soqquadro o se avvenga per una mia più profonda ed intensa riflessione sulle problematiche religioso-spirituali, avvertendo che sono al lumicino del tempo da vivere. Fatto sta che avverto nel mio animo e nel mio modo di vivere la religione una evoluzione sempre più veloce, intensa e generalizzata.

La tensione di fondo è certamente quella di una semplificazione progressiva per cui sono portato a tendere all’essenzialità delle problematiche di carattere religioso. Confesso che questo processo che modifica non solo il mio pensiero ma pure i miei comportamenti, non solo non mi crea paura, disagio o sgomento, ma anzi mi offre ebbrezza interiore, libertà spirituale, tolleranza, comprensione, apertura al pensiero degli altri e comunione con tutti gli uomini onesti, ma soprattutto ricerca della verità ed impegno a vivere una vita più felice in una società più tollerante e capace di apprezzare la complementarietà tra le varie fedi e religioni.

Molti mesi fa lessi su un periodico di ispirazione cristiana un articolo che metteva in guardia da questo modo di pensare e di vivere la propria fede, definendo questa tendenza una “religione civile”, ossia una forma di sincretismo religioso che “salva” un po’ tutti e tutto, ma che impoverisce il messaggio evangelico.

Per un po’ di tempo rimasi perplesso, però superai questa preoccupazione ritenendo il messaggio di Gesù il più vero e il più corrispondente ai bisogni e alle attese dell’uomo, senza però che ciò mi portasse ad affermare che le altre religioni non avessero nulla di valido. Non subisco affatto la tentazione di negare alcune delle grandi verità cristiane, ma sono invece portato a dar loro un’interpretazione esistenziale che le riconduce dentro la vita, mentre fino ad ora mi era sembrato che esse rappresentassero quasi una raccolta di verità poco o nulla influenti sulla vita reale.

Vorrei spiegarmi con un esempio: sto pensando e tentando di vivere la fede come avviene per l’amore, che è una realtà bella, calda, difficilmente descrivibile, che però esalta la vita, la rende piena di fascino e di incanto. Sento il bisogno di vivere la fede come qualcosa che ravviva e trasfigura l’oggi, piuttosto che il “domani”. Voglio vivere una religiosità che soprattutto mi aiuti a tendere all’assoluto, ossia alla “sorgente” della felicità, dell’amore, della pace, del bene e della verità. E contemporaneamente mi spinga ad aiutare l’uomo a vivere una vita degna e felice.

Sono cosciente di essere in cammino per una meta che letteralmente mi affascina, spero che questo stato d’animo continui e mi porti a risultati sempre più positivi.

05.04.2014

Un pizzico di amor proprio

Io sono stato educato alla vita pubblica al tempo del regime. A scuola, accanto alla data, si scriveva in romano l’anno della rivoluzione fascista e si salutavano la maestra e le autorità col saluto romano.

A quei tempi ero convinto che le Alpi fossero il sacro confine della Patria, che il Mediterraneo fosse il “mare nostrum”, quasi una proprietà privata, che i fasti di Roma antica mi appartenessero e soprattutto mi rendeva quanto mai orgoglioso il possesso dell’Impero. Infine ero sicuro che gli otto milioni di baionette rendessero gli italiani assolutamente invincibili.

Purtroppo, o per fortuna, la caduta del fascismo, la sconfitta militare, la lotta fratricida dell’ultimo periodo di guerra e di quello d’inizio della riconquistata libertà, fecero crollare rovinosamente tutto il castello e finii per accorgermi che era di carta.

L’Italia è andata avanti con alti e bassi, ma comunque è sempre rimasta un’Italietta di partiti litigiosi, di una burocrazia tanto stupida quanto soffocante, di ruberie sia nel pubblico che nel privato, di affaristi, di politici “vorrei ma non posso”. Il sorrisetto ironico della Merkel e di Sarkozy nei riguardi di Berlusconi ci ha dato la misura della poca considerazione dell’Europa nei nostri riguardi. Insomma siamo rimasti i parenti poveri sopportati e guardati dall’alto in basso.

Sono lontano mille miglia dal rimpiangere la vecchia retorica patriottica, però confesso che ho sempre sognato un po’ più di rispetto da parte dei nostri “parenti ricchi” e un po’ più di dignità da parte dei nostri governanti. In fin dei conti noi abbiamo ancora il cielo più luminoso, le donne più belle, e uomini eminenti nel campo della scienza, dell’arte, della musica e della fede. La nostra gente è industriosa e libera, sa cavarsela anche nelle peggiori situazioni, sa ridersi addosso, ma soprattutto non ha il “chiodo in testa” e la puzza sotto il naso della grandeur d’oltralpe.
Quindi non mi dispiacerebbe un po’ più di rispetto e di considerazione. Non ho di certo apprezzato Berlusconi per le sue “amicizie personali” ma forse interessate, però confesso che non mi è dispiaciuto punto il discorso di Renzi quando disse che non andava in Europa per ricevere “i compiti per casa” o per essere messo ancora una volta dietro la lavagna come uno scolaretto fannullone ed indisciplinato.

Un pizzico di dignità e la pretesa di rispetto da parte dei nostri partners credo che sarebbe giusto pretenderlo, anche perché se pensiamo al recente passato dei francesi di Pétain, peggio ancora dei tedeschi di Hitler e della Shoah, ma pure degli inglesi che per secoli hanno sfruttato mezzo mondo, forse forse in questo confronto ne usciamo meglio di loro nei libri di storia!

04.04.2014

Chiampo

Giovedì 27 marzo era una giornata un po’ freddina, anche se in cielo splendeva il sole, però non nel pieno del suo fulgore; comunque la prima gita-pellegrinaggio dopo i rigori dell’inverno è stata quanto mai positiva.

Queste uscite, con la formula che noi abbiamo brevettato e che sta riscuotendo tanto successo, stanno diventando, un po’ alla volta, un evento a livello cittadino nel mondo della terza età.

Partenza nel primissimo pomeriggio con un cargo di 115 anziani raccolti presso le stazioni del “don Vecchi” di Carpenedo, Campalto e Marghera. Poi una galoppata in autostrada che ci ha offerto il volto più bello della primavera, della nostra campagna e dei colli Berici. Méta la pieve di Chiampo.

Prima fase dell’uscita: un’ora e mezza circa di chiacchiere tra vecchi e nuovi amici. Allo sbarco, nel bellissimo parco di Chiampo, ci ha accolto una rubiconda e loquace suora francescana a piedi nudi nei sandali di san Francesco e dalla parlata calda e vivace di autentica napoletana. La guida s’è dimostrata fin da subito di una estrema simpatia e con altrettanta capacità ci ha fatto un bello e corposo sermone su san Francesco, sulla Madonna e su Domineddio senza che assomigliasse ad una predica.

L’ambiente di Chiampo che incornicia la Pieve, la grotta di Lourdes, la miglior Via Crucis d’Europa e soprattutto il nuovo santuario, è veramente dolcissimo e incantevole.

Bello il discorso sulla grotta di Massabielle, riproduzione felicissima del “mistero” mariano di Lourdes, ma più bella ancora la contemplazione, perché tale è stato il modo con cui il centinaio di anziani, in maggioranza donne – notoriamente chiacchierone – hanno ascoltato la spiegazione ed ammirato gli stupendi mosaici del presbiterio del nuovo santuario, capace di un migliaio di fedeli.

L’autore di questi mosaici moderni è un frate che, come i grandi artisti del passato, conduce “una bottega” di alunni che cooperano con lui, con lo spirito religioso con cui si dipingevano le icone russe. E’ impossibile descrivere la bellezza, la forza, l’armonia, la vivacità dei colori e la dolcezza di questi “dipinti” che attingono armonia e colore non da una tavolozza ma dalla pietra, dai cristalli e dalle vernici speciali. Per tre quarti d’ora si è avverato il miracolo di cento vecchi in silenzio e in contemplazione di questo mistero di bellezza. Credo che appena per l’ascensione di Gesù al Cielo si avverò la stessa estasi spirituale.

Poi una bella messa cantata coralmente ed infine la solita merenda nel refettorio dei frati. Tornando, in pullman, penso che i pellegrini mi avrebbero fatto “santo” per aver loro regalato questa mezza giornata “di Paradiso”.

Spero che il miracolo si ripeta per l’uscita appena dopo Pasqua.

03.04.2014

Gli americani

Per buona parte della mia vita ho considerato gli americani come dei cittadini modello che non soltanto avevano il culto della democrazia a casa loro, ma ne erano talmente convinti ed innamorati da sentire il bisogno di esportarla anche negli altri Paesi del mondo.

La democrazia l’ho sempre considerata un bene così nobile e così alto che non avevo mai preso in considerazione il fatto che da un bel po’ di tempo gli americani stanno offrendo il loro dono con i carri armati e le bombe, approfittando di ogni nuova “guerra di liberazione” per collaudare i nuovi ordigni preparati dalle “democratiche industrie” americane.

In questi ultimi decenni poi, i nipoti dello zio Tom si sono mostrati così maldestri nell’offrire democrazia e libertà, che abbastanza di frequente alcuni popoli l’hanno rimandata al mittente: vedi Vietnam, Pakistan, Libia e Afganistan. Comunque la fede nella libertà è tanto forte negli Stati Uniti che sembra sarebbero propensi a portarla perfino in Siria ed ora poi in Russia a motivo della Crimea. A questo scopo il Pentagono invita le industrie delle armi, quanto mai prospere ed intraprendenti, a studiare armi sempre più micidiali e suggerisce agli Stati loro amici di comprarle per combattere assieme questa nuova crociata, nonostante la storia abbia insegnato quanto nefaste siano state le crociate precedenti e quanto sangue non soltanto abbiano versato inutilmente, innestando un sentimento di malanimo e di rancore nei “saraceni”, tanto che il mondo mussulmano ce la vorrebbe ancora far pagare.

Io sono contento che Obama sia venuto in Italia, abbia incontrato il Papa, Napolitano e Renzi, però spero che non l’abbia fatto – come qualcuno ha pensato – per piazzare i suoi 90 velivoli del costo di 15 miliardi di euro. Spero che Renzi, col suo cipiglio da toscanaccio abbia spezzato la carta dell’ordine e abbia offerto ad Obama, a titolo gratuito, anche tutto il resto del nostro armamentario, anche se un po’ vecchiotto, dicendogli, con la sua abituale franchezza, che se a loro piace la guerra non tentino assolutamente di coinvolgerci e pure di farci pagare le loro tristi e nefaste imprese.

02.04.2014

L’ultimo raggiro

Io dovrei essere un esperto dei trucchi che un certo tipo di marioli adoperano per spillare soldi ai cittadini e in verità mi ritenevo tale, tanto da dar consigli a persone che pensavo ingenue, indifese e quindi facilmente raggirabili.

Vi racconto l’ultimo raggiro da me subìto per dirvi quanto “macaco” sono ancora, ma soprattutto perché gli amici possano conoscere questo stratagemma e, conoscendolo, possano evitarlo.

Alcuni giorni fa stavo uscendo dalla chiesa del nostro camposanto dopo aver celebrato un funerale. Mi si avvicina una signora vestita di nero dall’apparente età di trent’anni, senza fascino particolare, anzi con un volto abbastanza normale e scontato. Senza tanti preamboli mi dice: «Noi purtroppo ci conosciamo bene, don Armando, perché in quest’ultimo mese ha celebrato il funerale di due miei famigliari». In verità non ricordavo d’averla mai notata, ma sono infinite le persone che mi conoscono, mentre io non conosco loro.

Continuò, con fare imbarazzato: «Per fortuna la incontro, perché mi trovo in una situazione veramente difficoltosa. Abito in via Toti e sto andando in ospedale a San Giovanni e Paolo a Venezia per una visita prenotata da tempo perché sono affetta da leucemia, ma ho lasciato a casa il portafoglio e pure la chiave. Non ho nessuno a cui chiedere i soldi della visita, devo pagarla in contanti. Potrebbe, don Armando (e diceva il mio nome come fossimo stati amici d’infanzia) prestarmeli, che glieli riporto questa sera?»

C’era poco da tergiversare, aveva l’appuntamento e appena il tempo per raggiungere l’ospedale. In realtà mi passarono per la mente dei dubbi, perché questo inganno l’avevo già subìto, però da gente più sciolta e più convincente, mentre questa mi pareva in realtà confusa e imbarazzata. Avevo appena ricevuto 50 euro quale offerta per il funerale. Le chiesi titubante: «Quanto le serve?». «Quarantotto euro». Le diedi i cinquanta appena ricevuti. Mi chiese – bontà sua – se desideravo il numero del suo cellulare, ma mi parve poco gentile manifestarle qualche dubbio sulla sua onestà e perciò le dissi che non occorreva.

Stanno passando i giorni, ma nonostante le avessi detto che ogni giorno celebro messa alle tre, non ho ancora avuto il piacere di rivederla per chiederle com’è riuscita ad entrare in casa.

Confesso che, più che per i cinquanta euro, sono dispiaciuto perché quando incontrerò qualcuno che ha veramente bisogno, di certo mi ricorderò del volto apparentemente smarrito di questa emerita furfante.

Ho letto sul Gazzettino che a Mestre sono ben quattrocento i “poveri” che battono la città. Per quel che mi riguarda ce ne sono due tre che si avvicendano a chiedermi l’elemosina ogni giorno all’entrata e all’uscita del cimitero, però con loro me la cavo con due, tre euro e sono ben conscio che sono mendicanti di professione, mentre questa signora vestita a lutto è stata talmente brava da non sembrarmi una professionista e perciò è riuscita a fare il “colpo grosso”!

01.04.2014

“Resistenza e resa”

Nota della Redazione: questo intervento di don Armando risale a varie settimane prima della scomparsa del Patriarca emerito Marco Cé.

Tanti anni fa ho letto un bel libro di Bonhoeffer, il santo pastore protestante fatto uccidere da Hitler pochi mesi prima della fine dell’ultima guerra mondiale. Quest’uomo fu un autentico uomo di Dio, ma pure un tedesco che seppe “resistere” al nazismo allora imperante, per cui prima fu imprigionato in un lager e poi impiccato per la sua coerenza ai valori cristiani che non erano compatibili col nazismo.

Purtroppo di questo volume ricordo bene il titolo, ma non le argomentazioni sottili di quest’uomo di cultura. Mi è tornato alla memoria il titolo in occasione di un caro biglietto di augurio che il cardinale Marco Cè, già nostro amato pastore, mi ha inviato in occasione del mio ottantacinquesimo compleanno. Come forse qualcuno ricorderà il vecchio cardinale si complimentava benevolmente con me sapendomi ancora sulla “barricata”, mentre confessava che lui ha dovuto arrendersi, facendo seguire a questa informazione delle belle parole ricche di fede con le quali si abbandonava alla volontà di Dio, consapevole che anche la sua “resa” a livello operativo poteva essere feconda per la Chiesa di Dio e il bene delle anime.

Il Patriarca Cè ha solamente tre anni più di me, ma in questi ultimi anni era in precarie condizioni di salute, avendo delle grosse difficoltà di deambulazione, difficoltà che l’altro ieri l’hanno portato ad una rovinosa caduta in casa con la rottura del femore, però fino a pochi mesi fa aveva continuato a predicare corsi di ritiri ed esercizi spirituali nella casa della diocesi al Cavallino.

La “resa” di questo sant’uomo ritengo sia solo apparente perché nella sostanza è rimasto per tutti noi un testimone di Dio che, come Mosè, è ancora con le mani alzate in preghiera per i preti e i cristiani della sua diocesi.

A me invece conviene la prima parte del titolo di Bonhoeffer, ossia “Resistenza”, però è una resistenza sempre più precaria e più fragile, tanto da dover dichiarare che è più apparente che reale. Mi pare che i “bollettini di guerra” che comunico alla mia gente siano molto simili a quelli dell’esercito italiano nell’ultimo conflitto, “ritirate strategiche”, ma comunque sempre ritirate. Avverto più che mai una fragilità fisica, mentale e psicologica, tanto che ogni giorno di più penso che sia giunto il tempo di resistere solamente all’interno del fortino della fede e della preghiera. Il mondo di cui mi sto occupando mi affascina ancora, però ho sempre più paura di ridurmi come quei combattenti che in vecchiaia finiscono per distruggere ciò che hanno costruito in gioventù.

Anch’io, ogni giorno di più, penso di abbracciare la seconda parte del volume di Bonhoeffer: Resa.

30.03.2014

Non servono i miracoli

Fa parte ormai della cultura dei nostri giorni la battuta istrionica ed ironica “Non siamo ancora in grado di far miracoli, ma ci stiamo attrezzando per farlo prossimamente”. In genere si servono di questa battuta le persone e le istituzioni private assai efficienti nei riguardi dei clienti e delle persone che proprio per questa efficienza e questa generosità pretenderebbero da loro cose o impossibili o troppo impegnative anche per chi vuol rendersi comunque utile al prossimo.

Io non conosco dove e quando è nato il termine “miracolo”, ritengo però che esprima un gesto che, per la sua consistenza o per la sua bellezza, desta meraviglia, tanto da apparire un portento che deroga dalle normali leggi del vivere. Questa parola però è limitata per consuetudine nel mondo religioso ed è adoperata per manifestare veri o presunti interventi di Dio il quale, per natura, supera e può derogare alle norme che lui stesso ha fissato.

Da secoli e secoli le persone che si trovano in grosse difficoltà si rivolgono a Dio per ottenere da Lui quello che nessun altro gli può offrire. In questi ultimi tempi mi pare però che anche “i miracoli” siano andati un po’ in crisi. La cosa non mi dispiace più di tanto perché sono convinto che il buon Dio abbia dato all’uomo tali risorse e capacità per cui, impegnandosi a fondo, può risolvere quasi sempre da solo ogni difficoltà che gli si presenti davanti.

Un grande uomo di Dio, qual’è stato Bonhoeffer, il pastore protestante fatto impiccare da Hitler, ha teorizzato il discorso con una frase quanto mai significativa: “Non bisogna adoperare il buon Dio come il tappabuchi delle nostre difficoltà!”. L’uomo maturo e il cristiano serio oggi hanno capito che non si può tirare in ballo Dio per ogni problema che incontrano. Il Signore ci ha già attrezzati in partenza perché possiamo essere autonomi e risolvere personalmente la maggior parte delle difficoltà della vita. Il guaio è però che noi siamo spesso pigri ed egoisti, tanto da pretendere che gli altri, e soprattutto Dio, risolvano quello che possiamo fare noi stessi.

Se noi tutti prendessimo coscienza delle nostre effettive potenzialità e le mettessimo generosamente in atto, penso che potremmo benissimo sostituire sia sant’Antonio che santa Rita.

Pare che oggi il Signore ci consideri finalmente maturi e perciò si rifiuti di sostituirci o di menarci le mani, volendo che siamo noi stessi a fare “i miracoli” senza lasciar passare troppo tempo per “attrezzarci”.

29.03.2014

La Serenissima

Ho capito da molto tempo che non si riesce quasi mai a “salvare” i brevetti. Inventata una formula c’è chi, visto il successo, magari ricorrendo a qualche leggera modifica, tenta e quasi sempre riesce a copiarla.

La coppia Grillo-Casaleggio ha scoperto la possibilità di adoperare il web a livello politico e un po’ per l’uso di questo nuovo mezzo di consultazione, un po’ per l’istrionismo del comico, la loro soluzione è risultata vincente e in quattro e quattr’otto essi sono riusciti ad accaparrarsi un terzo del parlamento.

Mi pareva impossibile che qualcuno non volesse appropriarsi della formula! Infatti un certo illustre sconosciuto di nome Busatto, proveniente dalla Marca Trevigiana, terra che nonostante la crisi risulta una delle province più operose e più ricche, si è impossessato della “formula magica” e senza troppo dispendio di forze e di denaro, ha organizzato via Internet un referendum per l’autonomia dei veneti, che è diventato alla fin fine un plebiscito alla maniera del nostro Risorgimento.

Ieri sera alla televisione ho assistito alla “proclamazione” della “secessione” con tanto di folla, di gonfaloni di San Marco e alzabandiera su un pennone della piazza dei Signori a Treviso. C’era persino il coro “Serenissima” con i suoi vecchietti vestiti da gondolieri e cantava a gran voce “Viva Venezia… e le glorie del nostro leon”.

A dire il vero il tutto mi è sembrato più vicino all’operetta che ad un evento storico, comunque di certo è stata una delle manifestazioni del disagio e del malcontento di un popolo che ancora, tutto sommato, lavora e produce, nei riguardi di un apparato statale che mangia e tira a campare.

La Lega ci aveva provato, ma è naufragata nell’imbroglio e nello sperpero, arrischiando di venir cancellata dall’agone politico alle prossime elezioni. Temo però che anche i protagonisti del “Risorgimento della Serenissima” faranno la stessa fine, avendo questo mattino appreso che vogliono strutturarsi in partito e molto probabilmente diverranno un altro dei molti partitini che continuano a bisticciare tra loro tentando di accaparrarsi una fetta di questo malcontento imperante.

A me pare che i partiti storici, se una volta tanto condividessero in maniera trasversale questo desiderio di una certa autonomia amministrativa e di un recupero più largo della cultura e della storia specifica del nostro territorio, farebbero un grosso servizio all’intero Paese esaltando le ricchezze peculiari della nostra terra, riconoscendo i doveri, ma pretendendo anche i relativi diritti.

28.03.2014

Una confidenza quanto mai sorprendente

Non so più dove mettere i libri su Papa Francesco. Di amici e conoscenti per grazia di Dio credo di averne veramente tanti, penso che a Mestre ci siano tante persone che mi conoscono, mi stimano e mi vogliono bene, anche se sono infinitamente più loro che conoscono me, che io loro.

Quando qualcuno di loro sente il bisogno di esprimermi riconoscenza o simpatia, va in libreria per regalarmi un volume, sapendo che io leggo molto volentieri e poi confido nei miei scritti le reazioni su quanto vado leggendo.

Immagino facilmente la scena: «Vorrei fare un regalo ad un prete, che cosa mi consiglia?», chiedono al libraio. E lui, questo signore che, tutto sommato, pur essendo un uomo di cultura, rimane infine un commerciante, va su quello che lui ritiene più sicuro, gli presenta l’ultimo volume su Papa Francesco.

Io in verità ho anche altri interessi, oltre quello di conoscere la vita e il pensiero del nostro Papa, che pur ritengo il più bel dono che Dio ha fatto alla Chiesa e al mondo in questo ultimo secolo. Comunque il dono rimane tale, indipendentemente dal prezzo e dal contenuto.

Penso, senza esagerare, di avere ormai più di una dozzina di libri sul nostro Papa. Mi ci vorranno alcuni anni per leggerli tutti. Oltre ai volumi, gli amici più vicini si permettono, per via della confidenza, di farmi anche dei “doni minori”, portandomi riviste e giornali sullo stesso argomento. Spesso li sfoglio velocemente e leggo qua e là, trovando sempre sorprese quanto mai interessanti. Mi incanta la franchezza, la libertà e la schiettezza di questo Papa che sta letteralmente smontando una impalcatura vecchia e piena di tarli che pretendeva di custodire il sacro e i suoi presunti portatori.

Qualche giorno fa il Papa ha incontrato i preti di Roma, la sua diocesi, ed ha fatto loro un discorso a braccio veramente toccante. Nella pagina de “L’Osservatore Romano” in cui ho letto il discorso, ho scoperto una “perla” che mi ha inizialmente stupito, ma poi ne ho colto anche la verità e la ricchezza di contenuto. Rivolgendosi ai convenuti, ha affermato: «I preti d’Italia sono bravi, sono bravi! Io credo che se l’Italia è ancora tanto forte non è tanto per noi vescovi, ma per i parroci, per i preti! E’ vero, questo è vero! Non è un po’ di incenso per confortarvi, io la sento così!» Poi ha concluso il discorso nel suo stile inimitabile di umiltà e di umanità: «Grazie tante dell’ascolto e di essere venuti qui».

Ci ho pensato sopra. E come non ci si può pensar sopra ad un discorso del genere, quando da secoli siamo abituati al “Palazzo”, all’eccellenza, all’ossequio comunque, ai vestimenti un po’ stravaganti per foggia e colore, ma soprattutto ad un’autorità indiscussa, ad un’obbedienza spesso acritica e non responsabile!?

L’umanizzazione di queste “categorie” della Chiesa è di certo non l’ultimo dei problemi del nostro tempo. Anche se, con tutta franchezza, dobbiamo dire che vi sono nel nostro Paese dei vescovi santi e intelligenti, comunque anche a questa categoria credo che la “primavera” di Papa Francesco abbia qualcosa da offrire di vero e di opportuno.

26.03.2014

Le formiche

Qualche tempo fa ebbi modo di confidare agli amici la sensazione che ho provato trovandomi in casa di primo mattino un pettirosso che, attratto dalla luce, era entrato dalla porta-finestra del terrazzino. E’ quanto mai interessante porci delle domande e divagare col pensiero sulle vicende esistenziali di un piccolo volatile invernale qual’è il pettirosso.

Ho provato tenerezza verso questo esserino sconosciuto che per brevi momenti è entrato nella mia casa, ma soprattutto nella mia vita. Normalmente capita di imbattersi nelle “pasionarie” che amano sinceramente il loro cane o il proprio gatto; molto meno di frequente si incontra chi si prende a cuore questi animali più liberi ma quanto mai interessanti. Perfino Gesù è rimasto incantato di fronte alla danza continua in cielo degli “uccelli dell’aria” e su di essi ha fatto delle considerazioni quanto mai significative, sottolineando come il buon Dio ha cura di loro che vivono così felici non avendo le esasperate preoccupazioni e l’avidità che caratterizza l’uomo e perciò hanno molto da insegnarci.

Questa mattina, mentre aspettavo chi mi avrebbe portato in chiesa, mi sono accorto di un piccolo formicaio ai bordi di un tombino. C’era una folla di piccolissime formiche accalcate in un angolo, tanto che pareva che quasi si calpestassero. Qualche centimetro più lontano c’erano altre formiche che correvano su e giù sulla mattonella in un continuo andirivieni apparentemente senza senso. Siccome qualche giorno prima avevo ascoltato una conversazione di un entomologo sulla vita assai complessa, ma ordinata, logica e funzionale, del formicaio, la cosa cominciò ad interessarmi, però senza riuscire a capire il mistero della vita di quelle creaturine estremamente minuscole ma in continuo movimento.

Quale funzione hanno nell’ecosistema? Quanto vivono? Si vogliono bene? Come si moltiplicano? Sono utili a qualcosa? Sono felici? Domande per me, inesperto di queste cose, senza risposta, che però di certo sono ragionevoli.
Nel Creato tutto ha una funzione!

Da un lato mi ricordai che per il mondo indù ogni creatura è sacra e va rispettata. Mi sono perciò vergognato di aver prima pensato di distruggere quel microcosmo pestandolo con la scarpa, riproponendomi poi di aver maggior rispetto ed attenzione per il mondo animale e concludendo che è crudele ed ignobile sopprimere senza motivo questi piccoli esseri misteriosi. Poi mi venne in mente una sentenza di un famosissimo entomologo che ha affermato: «Io non ho bisogno di credere, perché vedo Dio nella vita del Creato!»

Dopo questa breve meditazione ho avuto l’impressione che osservare la vita sia degli animali che delle piante aiuti veramente a lodare il Signore.

25.03.2014

In trasferta

La scorsa settimana l’ho dedicata a quella che una tradizione ormai secolare ha chiamato comunemente “la benedizione delle case”. In questo caso si è trattato dei 64 appartamentini del “don Vecchi” di Campalto.

Essendo il parroco di Campalto solo, come ormai quasi tutti i parroci della nostra diocesi, ho capito che non avrebbe potuto dedicare un po’ del suo tempo ai nostri anziani. Avendo poi la convinzione che la proposta religiosa passa soprattutto attraverso l’incontro personale, nonostante qualche difficoltà dovuta alla mia età e ad altri impegni, ho ritenuto giusto, anzi doveroso, incontrarmi con ognuno di loro per conoscerli personalmente, per pregare assieme il buon Dio perché conceda ad ognuno tempi sereni e per suggerire loro che la fede va alimentata con la pratica religiosa.

Confesso che sono felice d’aver fatto questa scelta. Per prima cosa ho potuto constatare che averli accolti in questa struttura protetta è stata una vera benedizione perché per molti di loro ha significato una vera “salvezza” da situazioni esistenziali veramente disastrose, e mi sono rassicurato così che l’essermi impegnato a dar vita a questa struttura è stato un vero atto di carità cristiana e, come tale, essi l’hanno inteso. Per me non è proprio poco constatare che la mia scelta è stata veramente in linea col messaggio di Gesù e soprattutto con il comandamento della carità.

Spesso qualcuno, anche dei preti miei colleghi – non so bene per quali motivi – ha trovato da dissentire e da criticare quanto io ho ritenuto giusto fare, mettendomi in crisi sulla validità di questa mia scelta.

Inoltre ho avuto modo di constatare quale disastro umano sta determinando il venir meno della stabilità della famiglia così com’era concepita da noi cristiani. Lo spirito radicale e libertario non solamente ha scardinato uno dei punti di forza della nostra società, la famiglia, ma ha portato pure a delle situazioni economiche veramente gravi per cui famiglie che vivevano discretamente si sono ridotte quasi alla miseria.

Infine ho potuto cogliere una messe di calda ed affettuosa riconoscenza, cosa che mi ha commosso e ripagato in maniera sovrabbondante dei sacrifici e delle preoccupazioni che ho dovuto affrontare per realizzare questo progetto di offrire una risposta alle situazioni di disagio di molti anziani.

Ripeto quello che ho affermato la scorsa settimana: che Gesù è, come sempre, di parola ed ogni atto di solidarietà lo ricambia col “centuplo e la vita eterna”.

24.03.2014

La bellezza del “Vespero”

Inutile che faccia finta di no, perché è vero che l’evento che ho vissuto con più intensità questa settimana è stato il mio compleanno. Raggiungere gli ottantacinque anni di età e i sessanta di sacerdozio è veramente una bella meta, ma soprattutto un magnifico dono di Dio.

Papa Giovanni, nel suo “Giornale dell’anima”, lo splendido volume che riporta le sue annotazioni sugli incontri, gli eventi e i pensieri che andava coltivando nel suo spirito, scrive, in occasione del suo sessantesimo compleanno: “Sessant’anni, che bella età: pace, serenità, distacco, sguardo dall’alto!” e altre cose del genere che non ricordo alla lettera. Lui però, a quella data, aveva solamente sessant’anni, mentre io ne ho un quarto di secolo di più! Che cosa potrei desiderare di più e di meglio?

Nonostante varie batoste mi muovo in maniera assolutamente autonoma, la testa, pur con qualche lentezza e dimenticanza, funziona ancora, cosicché ogni settimana riesco ancora a dialogare con migliaia e migliaia di concittadini attraverso “L’Incontro”; celebro i misteri di Dio nella chiesa più umile della città, una chiesa che però tutti sentono così calda e così intima che la preferiscono ad altre chiese più pretenziose a livello artistico; mi occupo di una comunità così cara e fedele che di meglio non potrei desiderare. Ogni domenica essa mi edifica e mi scalda il cuore, tanto che non vedo che volti buoni e affettuosi. I nostri incontri non hanno niente di formale. Della mia gente mi piace tutto, perfino il chiacchierare affettuoso ed amichevole prima delle celebrazioni liturgiche.

Vivo in un minuscolo ma grazioso appartamentino nel borgo “don Vecchi”, tra tanti coetanei che più che amici sono padri, fratelli e figli. Cosa potrei desiderare di più a ottantacinque anni? Tanto che alla festa del mio compleanno, che infine si è identificata con la messa, ho potuto dire, con tutta sincerità e convinzione, alla mia gente: «La vita è un magnifico dono, la vita è vita fino all’ultimo respiro, e la vita va vissuta con entusiasmo, con generosità, dando il meglio di noi e nel contempo cogliendo il meglio degli altri».

Mi è parso che la folla dei presenti prendesse coscienza di tutto ciò e condividesse fino in fondo le mie parole. Forse il compleanno è stato per me una nuova “luna di miele” che non durerà a lungo, però essa già mi aiuta a vivere meglio e ad affrontare con più coraggio il domani.

Anche di questo ringrazio il Signore.

23.03.2014

L’uomo nuovo

Domenica scorsa la liturgia ci ha offerto per la riflessione domenicale della comunità, la pagina del Vangelo che racconta la trasfigurazione di Gesù sul Monte Tabor.

Per innumerevoli anni della mia vita, sulla scorta della tradizione e dell’educazione religiosa ricevuta, ho ritenuto che la trasfigurazione fosse uno dei tanti miracoli di Gesù per dimostrare la sua natura divina. Ora non ne sono più convinto, ossia penso ancora che quel fatto sia un “miracolo”, perché di qualcosa di grande e di bello si tratta, ma di un “miracolo” però che sia alla portata di tutti poterlo perseguire.

Nel cammino spirituale che sto facendo ho sempre meno bisogno di miracoli, anzi quasi mi disturbano piuttosto che aiutarmi perché sono sempre più convinto che Gesù sia venuto tra noi soprattutto per aiutarci ad inserirci nel meraviglioso progetto di Dio, perché possiamo coglierne il più possibile la magnifica ricchezza che esso rappresenta.

Un tempo ho letto delle dotte disquisizioni teologiche sulla trasfigurazione. Ad esempio il Signore potrebbe aver impressionato solamente la retina degli occhi dei tre apostoli, in modo che solo loro potessero vedere mentre niente sarebbe stato visibile e udibile da altri possibili spettatori. Altri obiettavano invece che il Signore aveva presentato realmente “suo Figlio” in una luce folgorante e che realmente risuonarono nel silenzio della montagna le Sue parole: “Questo è il Figlio che io riconosco come il figlio modello, ascoltatelo e seguitelo!”.

Ora penso che tutta questa erudizione sia perfettamente superflua ed inconsistente. Perché questo fenomeno di “vedere” con occhi nuovi la realtà che ci è familiare e coglierne “il valore aggiunto” è un fenomeno che può accadere a tutti se niente niente si è un po’ meno distratti e superficiali e più attenti a cogliere la ricchezza che è nascosta sotto “la scorza” e l’involucro.

Domenica alla mia gente portai un esempio: ricevere un mazzo di fiori è certamente qualcosa di gradevole perché i fiori offrono armonia, bellezza e profumo, ma se io riesco a percepire che quei fiori hanno in sé il messaggio di una persona che ti vuol bene, quei fiori diventano mille volte più preziosi e più belli.

Ho ripetuto ancora una volta che solamente i poeti, gli innamorati e i santi sanno cogliere il meglio della vita. Per questo è veramente necessario che diventiamo “uomini nuovi” e non ci accontentiamo più di ridurci a macchine fotografiche che registrano solamente “l’involucro” o peggio la scorza delle persone e degli eventi.

Conclusi dicendo che se ci fossimo sforzati di vivere in questo atteggiamento l’Eucaristia, anche noi avremmo potuto vedere e sentire Cristo in tutto il suo fulgore perché capace di aprirci gli occhi e il cuore alle “meraviglie” di Dio.

22.03.2014

“Il Messia?”

Seguo con interesse, curiosità e preoccupazione le vicende di Matteo Renzi, il ragazzo che lo scoutismo ha regalato alla politica e soprattutto al nostro Paese.

Io, che per moltissimi anni ho fatto l’educatore scout, ho tentato di passare alle centinaia di ragazzi tra i dieci e i vent’anni che ho incontrati sulla mia strada, questa verità: ai piccoli, che la vita è un bel gioco, e ai grandi che essa è una bella avventura che ognuno deve vivere stando “al timone della sua barca” tentando di servire i fratelli. A Matteo Renzi, ora Capo del Governo del nostro Paese in uno dei momenti più critici e cruciali della sua storia, i suoi “capi” hanno insegnato le stesse cose e lui stesso l’ha fatto da adulto ai ragazzi del suo “reparto” e del suo “clan”.

E’ vero che pure all’interno di questa cornice ognuno traduce il messaggio attraverso la sua personalità specifica. Renzi è un fiorentino, ha perciò la battuta facile e tagliente ed ho la sensazione che sia, di natura sua, talvolta un po’ sbruffoncello e talaltra temerario, perciò sia portato ad offrire il suo “servizio” nel contesto di questo tipo di personalità.

Ora mezza Italia lo sta aspettando al varco per vedere cosa realmente sa fare. Temo però che troppa gente pretenda che lui sia un nuovo Messia che con la bacchetta magica risolva i malanni ormai atavici del nostro Paese. Monsignor Da Villa, che fu un mio parroco quanto mai saggio ed intelligente, quando nel passato anch’io pretendevo dal mio vescovo qualcosa di simile, mi diceva: «Guarda, Armando, che neppure il Messia, Figlio di Dio, ha messo a posto completamente il mondo perché, quando poco più che trentenne qualcuno, infastidito dal suo messaggio radicale, ha tentato di metterlo a tacere per sempre, neppure Lui aveva portato a termine la sua “riforma”».

Pretendere che Renzi faccia un “miracolo”, cambi l’Italia è, più che una illusione, una assoluta stoltezza. Il nostro Paese ha bisogno di una nuova mentalità, una nuova cultura, un nuovo stile di vita. Per arrivare a questo occorrono decenni e decenni e soprattutto che, se non tutti, almeno molti remino dalla stessa parte. Io sarei contento se Matteo Renzi riaccendesse almeno una speranza, offrisse il suo piccolo apporto, facesse sognare che è possibile almeno sperare.

Un paio di settimane fa mi pare di aver sentito in una trasmissione televisiva che per il Parlamento, per il Senato e per il Quirinale “lavorano” milleottocento dipendenti, che il Presidente della Repubblica ci costa più della Regina d’Inghilterra e del Presidente degli Stati Uniti d’America e che in Parlamento sono ricomparsi “i franchi tiratori”. Solamente per risolvere questo ci vorrà almeno un secolo, per non parlare d’altro!

Sarò riconoscente a Renzi e ad ogni altro che tenterà di raddrizzare le gambe dell’Italia, anche se riuscirà a farle fare in avanti soltanto un passo da formica.

21.03.2014