Pasqua di “passione”

E’ vero che di Papi ce n’è uno solo e perciò è comprensibile che non tutti i suoi sacerdoti abbiano le sue stesse risorse. Faccio spesso tanta fatica e mi sento talvolta spompato, poco motivato e soprattutto privo di quella grinta e di quell’entusiasmo che immagino un prete, seppur vecchio, dovrebbe avere, o meglio, gli sarebbero necessari per compiere la sua missione.

Nei momenti liberi di questa settimana santa ho colto talvolta l’opportunità di seguire i santi riti del triduo pasquale celebrato dal Santo Pontefice. Ho visto la sua stanchezza, specie per la lavanda dei piedi, l’ho visto veramente affaticato e malconcio, però sempre ho notato convinzione, profonda pietà, parole lucide e convincenti, ho sentito un pastore zelante e motivato. Mentre io, vivendo tra i vecchi, celebrando liturgie meno ricche di cornici, di atmosfere intense create dalle folle e dagli edifici ricchi di storia e di arte, mi sono sentito povero, con pensieri logori e consunti, ma soprattutto privo di quelle sante emozioni che ho provato non solo da bambino nella mia vecchia chiesa, ma pure da giovane prete, ai Gesuati prima, e a San Lorenzo poi, così anche da parroco maturo a Carpenedo.

Quest’anno ho rimpianto quanto mai i lumi, i canti, i bambini col loro entusiasmo e la loro fede fresca e sorridente, i gruppi giovanili e tutte quelle atmosfere spirituali che cambiavano tono e respiro ogni giorno della settimana santa. Mi sono chiesto più volte, con una certa angoscia, specie quando ho registrato alla televisione o nei giornali un clima sempre più laico e secolarizzato della nostra società, se “si sta spegnendo pian piano la mia fede”?

Ogni stagione della vita ti fa affrontare l’incognito, sensazioni e stati d’animo prima mai sperimentati; perciò mi son chiesto: “E’ questo il clima spirituale della quarta età in cui mi sono già inoltrato, oppure sto subendo una crisi a livello spirituale?

Mentre mi sono trovato in questo stato d’animo mi è venuta in mente la confidenza lontana nel tempo di un’anziana parrocchiana, intelligente e cristiana convinta: «Sapesse, don Armando, quanto è dura quando gli ideali non brillano più!»

Quest’anno ho vissuto appieno, della Pasqua, soprattutto “la passione”, mentre mi pareva di aver bisogno soprattutto della Resurrezione. Spero che almeno la mia “passione” salvi me e chi mi sta accanto.

17.04.2014

Il racconto di Buzzati

Sperequazioni ce ne sono state in ogni tempo. Quando pensi agli splendidi palazzi di Venezia, alle chiese meravigliose, alle ville venete, verrebbe da concludere che quei tempi sono stati tempi di una ricchezza particolare, mentre poi vieni a sapere che chi li ha costruiti, i maestri d’arte, erano pagati miseramente: si e no potevano mangiare e mangiare da poveri, mentre patrizi e mercanti si potevano permettere lusso e servitù a volontà.

Oggi purtroppo niente è cambiato sotto il sole. Forse oggi, a differenza del passato, i mass media informano con dovizia di particolari sul lusso, sulle rendite d’oro e sugli sperperi di ogni genere, dai generi alimentari ai viaggi, ai ristoranti di lusso, dalle automobili agli abiti dai costi iperbolici. Ed oggi, come per il passato, è sempre la povera gente a dover pagare lo sperpero dei ricchi.

Fino a qualche anno fa avevo sognato e sperato che le sospirate riforme avrebbero riordinato un po’ questo mondo. Qualcosa in verità è stato fatto, ma ancora poco, troppo poco. Ora temo che dovrò aspettare la giustizia del “Giudizio finale”.

Dello sperpero da ricchi ho sentito parlare e ne sono cosciente da sempre e in tutti i campi, non ultimo quello alimentare che mi indigna quanto mai, però non avevo mai preso coscienza che c’è pure un altro tipo di sperpero: quello in cui sono coinvolti anche i poveri. Pure i poveri possono e sono spesso sperperoni! Mi ha aperto gli occhi su questo versante un racconto di Dino Buzzati che ho letto recentemente e che subito ho pubblicato su “L’Incontro”.

La prosa di Buzzati non è solo piacevole, ma pure avvincente; egli colora le immagini del racconto così da renderlo vivo e capace di coinvolgere il lettore rendendolo intensamente partecipe del messaggio esistenziale che contiene.

Riassumo in due righe quanto Buzzati denuncia in maniera veramente magistrale.

Un signore nota che un camion versa ogni giorno degli scatoloni di diversa grandezza in una enorme discarica. Incuriosito, domanda al trasportatore che cosa contengano quegli scatoloni sigillati che ogni giorno smaltisce in quel luogo. L’autista confida che alcuni, i più piccoli, contengono le ore che il buon Dio ha regalato ai singoli cittadini e che loro non hanno adoperato, cosicché, ancora “vergini”, vengono buttati al macero perché ormai “scaduti” e quindi inutilizzabili. Gli scatoloni più grandi contengono i giorni perduti; gli altri, di dimensioni superiori, i mesi e i più grandi in assoluto, contengono gli anni perduti: una ricchezza tanto preziosa e di prezzo inestimabile, buttata in discarica perché ormai inservibile.

Anche i più poveri posseggono una ricchezza inapprezzabile e purtroppo si liberano in maniera tanto dissennata del bene più prezioso che posseggono.

Finito il racconto, mi è venuta una voglia matta di andare in quella discarica per vedere se ci sono scatoloni a me intestati, comunque sono assolutamente certo che là troverei una montagna di tempo perduto con cui i mestrini potrebbero essere dei Paperon dei Paperoni!

16.04.2014

La “Nave de vero”

“Tanto tuonò che piovve”. I tuoni furono tanti, e tanto rumorosi, e i lampi nel cielo dell’informazione più ancora. Però non è arrivata una pioggerellina di marzo o un piovasco di primavera, ma un autentico diluvio.

Per l’inaugurazione dell'”ipermercato metropolitano”, “La nave de vero”, sono giunti 2400 invitati e migliaia e migliaia di non invitati. Ho letto la sequenza di cifre sul Gazzettino: cinquantacinquemila metri quadri di superficie, 120 negozi, 15 ristoranti, 2400 posti auto, 600 dipendenti.

Non trascrivo di certo questi dati per fare ulteriore pubblicità al nuovo ipermercato che di certo non ne ha bisogno perché i padroni hanno comperato pagine su pagine di stampa locale, ma perché è un avvenimento che dovrebbe interessare la curia, il clero e perfino i semplici fedeli. L’apertura del nuovo ipermercato è come un fungo spuntato improvvisamente dopo la pioggia: un intero paese abitato da migliaia e migliaia di creature che, come tutti, hanno bisogno di speranza e di fede.

Ho la sensazione però che nessun ufficio di curia si sia posto il problema di “come possiamo offrire l’annuncio cristiano per questa nuova realtà”. Né penso pure che nessun fedele, per quanto devoto, abbia sollecitato la curia a predisporre un progetto per offrire il messaggio di Gesù. So di certo che il patriarca Agostini, quando la nostra città era in sviluppo, si era informato su quali fossero le aree ove sarebbero stati fatti sorgere i nuovi insediamenti abitativi e predispose un piano per acquisire i terreni per costruire le nuove chiese che avrebbero dovuto servire le comunità crescenti.

So ancora che un imprenditore cristiano che opera nel settore degli ipermercati, in una occasione come quella de “La nave de vento”, vi ha costruito una chiesa aperta al pubblico ed ha invitato un sacerdote a celebrare i divini misteri.

Leggendo i resoconti della stampa ho appreso che queste nuove strutture sono diventate le nuove “piazze reali” delle nostre città, mentre le vecchie piazze sulle quali si affacciano le porte delle nostre chiese sono sempre più deserte. Ho appreso inoltre che i progettisti del nuovo ipermercato metropolitano hanno predisposto spazi per concerti, spettacoli ed altre manifestazioni. Credo che se qualcuno avesse chiesto per tempo, i costruttori avrebbero pensato anche ad un luogo per lo spirito e forse anche adesso si potrebbe pensare a qualcosa del genere sull’esistente.

Quando poi so che un nostro prete, neanche troppo vecchio, usa un motoscafo, attraversando mezza laguna, per andare a celebrare la messa festiva a Torcello, parrocchia che conta 16 fedeli, mi viene da mettermi le mani sui capelli!

Talvolta, quando sento parlare di pastorale, ho l’impressione che si parli di una cosa che si rifà pressappoco all’età del ferro o del bronzo, perché i tempi sono corsi fin troppo veloci. Nel Vangelo, a Pasqua, abbiamo letto che già duemila anni fa Gesù disse che si fa trovare e lo si potrà incontrare “avanti” e non nel passato. Don Mazzolari ha scritto che Cristo non è più reperibile neanche nelle magnifiche cattedrali gotiche perché ora e sempre sarà ove scorre la vita ed ora, per la maggioranza dei mestrini, essa si svolge negli ipermercati.

15.04.2014

Alla luce della fede

Mi rendo sempre più conto che la gente ha certi stereotipi di idee in campo religioso che talvolta hanno poco o nulla a che fare con la religione e la fede. Perciò quando il sacerdote fa qualche osservazione nei riguardi del pensiero cristiano e riesce a farlo con convinzione e con autorità, i fedeli rimangono quasi sorpresi di certi discorsi che in realtà sono stati loro fatti fin dall’infanzia.

Vengo ad un esempio capitatomi in questi ultimi giorni. Il martedì santo ho celebrato il funerale di una cara nonnetta che dopo una vita lunga e buona, è tornata da quel Signore che l’aveva mandata su questa terra circa novanta anni fa.

Normalmente, nelle mie brevi omelie, cerco di incorniciare l’evento del commiato alla luce della fede tentando di creare in chiesa un’atmosfera coerente ad essa. Cominciai dicendo che se la mia piccola chiesa prefabbricata avesse avuto il campanile, avrei suonato a festa per quell’occasione, e continuai con l’affermare che per la cara donna a cui stavamo dando l’ultimo saluto, la Pasqua giungeva quest’anno con qualche giorno di anticipo perché lei non era risorta la domenica ma quella mattina, che per il calendario era un martedì. Di conseguenza dovevamo vivere l’evento del commiato in un clima di speranza e di gaudio perché la nostra cara sorella giungeva al traguardo e si incontrava col Padre per essere introdotta nella sua casa.

Mi spinsi anche ad accennare all’alternativa: se infatti non avessimo letto alla luce della parola di Cristo questo commiato, ciò avrebbe voluto dire che i novant’anni di fatica, di ricerca, di impegno sarebbero stati spazzati via da un sol colpo, da quella realtà che noi chiamiamo morte.

Ebbi subito la sensazione che la piccola comunità che circondava la bara fosse quasi costretta ad entrare in quella logica, per essa prima tanto lontana. Non so quanto durerà questa presa di coscienza positiva, comunque quello era ciò che io potevo fare in quel momento.

Non è così nelle nuove comunità cristiane nei paesi di missione. Mi diceva mia sorella Lucia, che da molti anni segue una piccola comunità cristiana che vive nel centro del Kenia, che in una delle sue tantissime visite a quella missione, le capitò di partecipare al funerale di un cristiano del villaggio. Dopo il rito funebre: pranzo e festa per l’intera comunità. Lucia chiese ad uno degli anziani: «Come mai in un giorno di lutto tanta festa?». Lui rispose, sorpreso da questa domanda: «Perché il nostro fratello è giunto alla meta ed è entrato nel Cielo di Dio».

Credo che noi preti dobbiamo riprendere a passare le nostre grandi verità con più decisione e soprattutto con più coraggio, non temendo di essere in contrasto con una tradizione che è solo formalmente religiosa, ma che in realtà si è rifatta ad una mentalità agnostica e per nulla credente.

20.04.2014

Costruire consenso

Mi capita abbastanza di frequente, quando avviene in città un qualcosa di un po’ importante che riguarda i poveri o la vita della Chiesa, che i giornali locali o le emittenti televisive mi chiedano un parere facendomi una breve intervista. So che ciò avviene non perché io sia un personaggio qualificato e competente tale da offrire pareri autorevoli su queste questioni, ma solamente perché non mi nego mai, mentre pare che altri abbiano paura di compromettersi.

Accetto le interviste un po’ per carità cristiana (sono molti gli operatori che vivono sull’informazione, avendo un mestiere non facilissimo), perché non dare loro una mano? Ma lo faccio per un secondo motivo, più importante: io ho una determinata visione della vita cittadina e dei pareri piuttosto precisi su qualche tematica che la riguarda; l’intervista mi serve sempre per portare avanti le mie tesi, per creare opinione pubblica e cultura diffusa, perché solamente così si matura una comunità ad accettare e far suoi determinati progetti e certe soluzioni che io ritengo opportune.

In questi giorni il Comune ha fatto togliere alcune panchine da determinate zone della città perché favorivano il bivaccare dei senza dimora creando disagio ai cittadini della zona. Il sindaco Gentilini, “sceriffo” di Treviso aveva fatto lo stesso qualche anno fa per allontanare dalla città gli extracomunitari. Questo primo cittadino della Marca è un personaggio della Lega un po’ sbrigativo ed autoritario, motivo per cui il ripetere il suo intervento aveva fatto nascere quasi un “casus belli” anche da noi.

Io al riguardo non avevo pareri specifici, ma da sempre sono convinto che Chiesa, e in questo caso e soprattutto il Comune, debbano elaborare un progetto condiviso da tutte le agenzie sociali che si occupano del settore dei poveri, progetto articolato con delle proposte civili che tengano conto della situazione sociale del momento e, solamente dopo, si possano adottare degli interventi anche decisi per inquadrare il problema e rendere la città vivibile, senza però trascurare o dimenticare i “rifiuti d’uomo” o, meglio, tutte le tipologie di mendicanti o di persone anomale.

Solo quando in città ci saranno dormitori pubblici sufficienti, docce, toilettes pubbliche, mense, organizzazioni per le varie necessità a favore di queste persone, percorsi per recuperarli alla vita civile, soltanto allora il Comune, la polizia cittadina per fare rispettare le regole potranno intervenire con decisione.

Credo che interventi estemporanei come quello di togliere le panchine, siano “pannicelli caldi” che non risolvono affatto i problemi, anzi possono diventare perfino disumani.

Questo progetto per regolare la vita dei senza dimora non c’è e mi pare che ci sia poca voglia di farlo; io però anche nel corso dell’ultima intervista ho tentato di spezzare una lancia a suo favore. La cosa in questo caso mi è andata male perché mi hanno “tagliato” tanto, così non s’è potuto capire cosa volessi dire. Comunque tenterò alla prossima occasione.

19.04.2014

Il recupero

Questa è una vecchia storia il cui inizio ho già raccontato un paio di anni fa e su cui sono ritornato un paio di volte, ma che sento il bisogno di riprendere per informare su come essa stia continuando.

Degente nel nostro ospedale, una mattina mi capitò di scambiare qualche parola con una giovane signora che stava pulendo la stanza. La nostra gente, soprattutto quella più semplice e genuina, stabilisce subito un rapporto quasi familiare quando incontra un sacerdote, specie quando egli è anziano.

Da questa cara signora venni a sapere che fino a poco tempo addietro c’era un prete che celebrava la messa ogni domenica nel piccolo borgo ai margini della città in cui lei abitava. In questo villaggio il cuore della comunità era costituito dalla chiesa e dalla scuola. Prima però venne chiusa la scuola, per portare i pochi alunni a Favaro, poi fu chiusa pure la chiesa per mancanza di sacerdoti, tanto che gli abitanti provavano un senso di smarrimento e di abbandono. Venuta a sapere che ero andato in pensione, mi disse , con un sorriso accattivante: «Perché non viene lei?». In quel momento ci sarei andato correndo perché anch’io, uscito dalla parrocchia, mi sentivo orfano e allo sbando.

Per qualche tempo, per motivi un po’ futili, la cosa sembrò irrealizzabile, però, col passare dei mesi, le difficoltà si risolsero e si arrivò ad una soluzione minimale che parve l’unica possibile: celebrare l’Eucaristia il primo venerdì del mese. Ciò è poco per una comunità, però ora ho la sensazione che di mese in mese anche questo “poco” sia sempre più atteso, la preghiera si fa sempre più calda e familiare e sembra che il senso dell’abbandono e della solitudine si stia pian piano dissolvendo, anzi rifiorisca un senso di comunità fatta di comunione e di condivisione ideale. Ogni mese, quando nel tardo pomeriggio parto per Ca’ Solaro, ho la sensazione di ritornare ai tempi della mia infanzia, di ritrovare la cara gente del mio paese che pure viveva in stretto contatto con la terra, che ritmava la vita con le stagioni, che si rivolgeva al Signore con semplicità e con fiducia e, pur non parlando troppo di comunità, viveva una vita di famiglia.

L’incontro con la cara gente di Ca’ Solaro mi aiuta a recuperare i tempi della mia fanciullezza, a guardare con più simpatia e familiarità uomini e donne, e a sentirmi a casa mia condividendo con loro il ritorno della vita e della natura che ci avvolge tutti con un abbraccio ricco di poesia e di bellezza.

18.04.2014

La tentazione

Ritorno ancora una volta su confidenze fatte già in passato, ma il ritornarci mi dà l’opportunità di riflettere su una grave tentazione che purtroppo temo sia condivisa da molti o da moltissimi miei concittadini.

Domenica scorsa non ho mancato di seguire la rubrica “L’Arena”, condotta, a me pare tanto magistralmente, dal dottor Giletti. Questo giornalista è certamente intelligente e preparato, e conduce con maestria e saggezza la discussione che è benissimo definita dal titolo, “L’Arena”, luogo di combattimento con i tori fino all’ultimo sangue.

Come in quasi tutte le trasmissioni di questo genere c’è un pubblico, che si limita a battere più o meno fragorosamente le mani in rapporto alla condivisione dei singoli interventi. C’è poi un certo gruppo di giornalisti quanto mai agguerriti, che fanno parte dello staff della rubrica e che mantengono vivace il dibattito stuzzicando i politici, tutti di un certo peso e in posizioni contrapposte. Talvolta sono invitati degli ospiti come testimoni di situazioni particolari inerenti al dibattito in corso.

Lo scontro è quasi sempre “cruento”: colpi dati con estrema decisione e con altrettanta intelligenza da parte di uomini, donne, giornalisti dei vari quotidiani, esperti e soprattutto giovani politici di tutte le parti, uomini e donne – queste ultime spesso carine ed eleganti ma sempre taglienti e determinate, che sostengono tesi contrapposte senza mai cedere assolutamente nulla al “nemico”.

Domenica scorsa si è parlato un po’ di tutto riguardo la situazione sociale e politica del nostro Paese. Le prese di posizione erano così decise e contrapposte che mi è parso che non ci fosse il neppur minimo denominatore comune e alcun punto, seppur piccolo, di convergenza. Mi è sembrato che il conduttore Giletti tentasse, guardingo e con estrema cautela, di passare l’ipotesi di dare un seppur minimo di credito al tentativo di Renzi. Però, al minimo accenno, arrivavano delle potenti bordate dalle fazioni contrapposte.

Alla fine del dibattito ho avuto la netta e amara sensazione che non ci sia alcuna speranza di salvezza, neppure con l’avvento dei nuovi politici quarantenni, per la nostra povera Italia!

Sono arrivato alla conclusione che ci vorrebbe l’avvento di “qualcuno” che finalmente mettesse tutti in riga, però immediatamente mi cominciarono ad apparire i volti già noti di questo “qualcuno”: Hitler, Stalin, Mussolini, Franco… e via di seguito. Non mi è rimasto che rivolgermi, ancora una volta, al buon Dio per gridargli, quasi disperato: «Salvaci, Signore!».

17.04.2014

La vecchia maestra

Sono convinto che pure per i bambini dei nostri giorni la maestra delle elementari sia una figura importante, rappresenti un’autorità nel campo del sapere perché lei apre ai bambini orizzonti nuovi e più vasti di quelli offerti dalla loro mamma. Talvolta sarei tentato di lasciarmi scappare che le maestre di oggi, che si fanno dare del tu dagli alunni, che vestono alla moda, che (per rispetto alla libertà dei bambini?) hanno l’eccessiva preoccupazione di non condizionarli, non hanno l’importanza, l’autorità delle vecchie maestre di un tempo.

Le maestre dei miei tempi erano autentiche educatrici, passavano non solo nozioni, ma soprattutto valori, perché offrivano verità tutto sommato certe e condivise dalle famiglie e società. Praticamente le maestre di un tempo rappresentavano l’interfaccia del sacerdote che possedeva delle verità certe, dei valori non discutibili.

Io ricordo con autentica venerazione ed enorme riconoscenza le mie insegnanti che mi hanno passato senza perplessità i principi fondamentali del vivere civile. L’aver fatto per molti anni il consulente ecclesiastico dell’A.I.M.C. (Associazione Italiana Maestri Cattolici) mi ha fatto conoscere ed amare questa categoria di persone che rappresentano un punto fermo nel campo dell’educazione alla vita civile e pure religiosa.

Ricordo che uno dei principi basilari di questa categoria di insegnanti era che la religione costituisce il principio fondante e il coronamento della pedagogia. La lettura poi del “Libro Cuore” del De Amicis e di “Mondo piccolo” di Guareschi, ha dato volto ancora più sublime e sacro alla personalità della vecchia maestra.

Alcuni giorni fa ho celebrato il commiato religioso di una vecchia maestra di Carpenedo che a novant’anni di età ha lasciato questo mondo per incontrarsi con quel Padre che aveva fatto conoscere ed amare a generazioni e generazioni di scolari. C’era nel mio animo il desiderio e il bisogno di trovare parole care per incorniciare il volto e la missione di quella vecchia maestra che con autorità indiscussa e assoluta tranquillità aveva insegnato i principi del vivere a ragazzi della mia vecchia ed amata parrocchia.

Mi dispiacque di non avere parole belle e care quanto quelle di De Amicis e di Guareschi per offrire un ritratto bello ed adeguato al ruolo svolto dalla vecchia maestra Annalisa Gusso, ma mi è dispiaciuto ancora di più che la chiesa non fosse gremita da quel popolo di bambini che avevano avuto da lei la prima educazione al vivere sociale e pure religioso.

16.04.2014

Un “mio ragazzo”

Un tempo osservavo con una certa ironia le mamme che parlavano dei figli trentenni come fossero ancora dei ragazzini. Ora tocca anche a me di cadere nello stesso errore e probabilmente di essere commiserato dai preti più giovani.

Le ragazze alle quali ho fatto scuola alle magistrali ora sono tutte nonne e in pensione da un bel po’ di anni. Quando mi capita di incontrarle e mi dicono: «Non si ricorda di me, don Armando?, sono la Stefania della terza C, o la Paola della quarta D», io, di fronte a queste signore brizzolate e, nonostante i “ritocchi”, un po’ avvizzite, mi trovo a sorprendermi perché a quei nomi nella mia memoria corrispondono ragazzine frizzanti, tutto brio e avvenenza.

Così mi è capitato qualche giorno fa con uno dei ragazzi incontrato a San Lorenzo nel 1956, quando fui nominato assistente di un gruppo di una settantina di giovani appartenenti all’Azione Cattolica. A quei tempi i militanti si contavano a decine e decine. Quando l’addetto alle pompe funebri mi chiese di fissare il funerale di un certo Tullio Niero, ebbi subito la sensazione di ricordare quel nome, corrispondente ad un giovane dalla voce calda, un po’ burlone, semplice operaio, con qualche po’ di complesso nei riguardi degli amici d’infanzia e di associazione, quasi tutti studenti, però sempre cordiale e affettuoso.

Da quel tempo sono passati quasi sessant’anni. L’avevo incontrato qualche rarissima volta ma tanto tempo fa. Ora ho scoperto che, in pensione da molti anni, ormai ottantenne, acciaccato per una brutta caduta, ridotto a non poter più camminare, era finito in casa di riposo.

La vita usura un po’ tutto – immagini, pensiero, comportamento – e, quando va bene, ti riduce ad un rudere non sempre neanche interessante.

Celebrai il commiato, commosso e partecipe, pregando con particolare fervore perché il Signore l’accompagnasse nel suo Cielo dandogli nuova giovinezza. Poi non potei non chiedermi come appaio io, più vecchio di cinque anni del mio ragazzo, agli occhi della gente del “nuovo mondo”!

Mi sono un po’ commiserato e poi ho ringraziato mentalmente la mia cara gente che mi sopporta ancora come sono.

15.04.2014

Il fine ed i mezzi

Io sono un pover’uomo, ne sono ben cosciente, però da sempre mi sono interessato dell’evoluzione in tutti i settori della nostra società.

Se io metto a confronto il modo di vivere la religione (perché è questo il settore che più mi interessa) di quando ero bambino col modo attuale, mi accorgo che l’evoluzione è stata veramente profonda e radicale. Spero che questo fenomeno sia positivo ma non ne sono proprio certo. Di tanto in tanto mi nascono dei dubbi veramente seri.

A me pare che la caratteristica più evidente e riscontrabile sia che il cristiano moderno si è progressivamente sganciato da un mondo che era codificato fin nei minimi particolari, per puntare invece alla sostanza del messaggio cristiano. Mi sembra che un tempo si fosse convinti che per arrivare alla sostanza di “ama Dio con tutta la tua mente, tutto il tuo cuore e con tutte le tue forze e il prossimo tuo come te stesso”, si dovesse passare attraverso una serie consistente di pratiche e di riti ben definiti.

Vorrei che per un solo momento facessimo una disanima di queste modalità: digiuno il venerdì, vesperi della domenica, vigilie, ottavari, novene, primi nove venerdì del mese, confessione pressoché settimanale, angelus, preghiere prima dei pasti, giaculatorie, fioretti, visite in chiesa, elemosine, rosario a maggio e ad ottobre, primi sabati del mese in onore della Madonna, devozione ai capitelli, medaglie, santini, scapolari, devozioni particolari e chi più ne ha più ne metta! Ora tutto questo è pressoché scomparso, anche i cristiani più devoti si confessano due, tre volte l’anno e pare trovino molta difficoltà a scoprire un qualche peccato vero e un po’ significativo da confessare.

Questo problema è sempre esistito, basti pensare che gli ebrei avevano più di seicento precetti o norme da seguire, mentre nel cristianesimo erano molto meno, però ora la semplificazione e lo sfoltimento sono diventati più rapidi e radicali.

Mi è venuto da riflettere su questo argomento qualche settimana fa quando mi è capitato di leggere l’intervista a Gesù su che cosa si dovesse mantenere della legge antica. Gesù risponde: «Non sono venuto per abolire, ma per completare», e continua: «chi insegnerà di eliminare anche un solo iota (che era la lettera più piccola dell’alfabeto) non entrerà nel Regno dei Cieli».

Sto ripensando con una certa preoccupazione a questo discorso, constatando che è sempre tanto facile demolire, ma costruire è ben più arduo e impegnativo. In questi ultimi tempi sto insistendo, e molto convinto, che dobbiamo diventare “creature nuove”, però bisogna pure che per arrivare a tale meta usiamo un qualche strumento.

Io sono vecchio, e tutto sommato i vecchi rimangono abbarbicati alla cultura del vecchio catechismo di san Pio decimo che aveva una risposta precisa su ogni argomento, ma i nostri bambini che al catechismo fanno soprattutto cartelloni, non so proprio come potranno arrivare al Regno!

12.04.2014

Le nostre ragazze e l’emiro

Ieri ho scoperto “suor Cristina”, la cantante di Dio. Confesso che, tutto sommato, sono stato felice che almeno qualche suora rompa le grate del convento e si metta a percorrere le strade battute dalla gente del nostro tempo, perché altrimenti va a finire che mondo e religiose camminino su due rotaie parallele ma senza potersi mai incontrare.

Però, qualche giorno prima, mi era capitato di leggere sul Gazzettino una notizia davvero scioccante: un emiro arabo ha promosso una selezione per rinnovare il suo harem e a Milano o Torino (non ricordo più) si sono messe in fila tantissime ragazze di bella presenza per superare la selezione.

La notizia è certamente di carattere morboso. Di primo acchito ho provato un senso di autentico ribrezzo e volevo passar oltre bastandomi in abbondanza il titolo dell’articolo per schifarmi dell’emiro e, più ancora, delle nostre ragazze. Poi ho voluto accertarmi se almeno vi fosse una “foglia di fico” di carattere formale per tentare di coprire questa vergogna. Ho scorso velocemente l’articolo ma non sono riuscito a capire veramente se “l’addetto ai titoli” del giornale avesse scelto una frase ad effetto, oppure se l’arabo, in maniera così sfacciata, cercasse realmente concubine per il suo harem. Dalla lettura frettolosa non ho capito! Ma che vale per capire quanto poca consistenza morale esista in certe donne del nostro Paese e quanto sia grande l’avidità di denaro. Inoltre, peggio ancora, ho capito che certi slogan, come “Se non ora, quando?” sono discorsi di bottega e a senso unico.

I giorni successivi ho guardato accuratamente se nel giornale responsabili dell’emancipazione della donna fossero intervenuti per bollare di infamia una operazione del genere. Silenzio! Silenzio assoluto! Troppe donne pare che su questo argomento – e purtroppo su molti altri che esigono coerenza, onestà, rigore morale ed altre virtù pur solamente umane – non ci sentano affatto da questo orecchio.

Mi sono chiesto dove si sono nascoste le femministe, le donne dei cortei, degli slogans e delle manifestazioni di piazza. Credo che ogni benpensante sia ben felice della sospirata emancipazione della donna, ma di una emancipazione che sia veramente tale e non di un abbrutimento pressoché animale, come nel caso in questione.

11.04.2014

Un brutto rischio

Non so fin quando terrà banco sulla stampa l'”insurrezione del Veneto”, perché dipenderà soprattutto dall’uscita di qualche altra notizia eclatante affacciata alla ribalta dell’opinione pubblica, ma ciò non è prevedibile. Comunque penso che ben difficilmente si potrà scrivere di più di quanto si è scritto, sia come cronaca sul movimento “armato” che si riproponeva di riconquistare Venezia dal “giogo italiano”, sia come analisi del fenomeno sociale dei Veneti. Non sarò io, povero autorello, a poter aggiungere qualcosa di nuovo e di interessante.

Domenica scorsa ho seguito la “reazione” del popolo veneto alla carcerazione dei cospiratori; in verità a me pare sia stata una manifestazione ben ridotta e soprattutto composta da politici che puntano all’elezione appoggiandosi su questo spazio politico e dai soliti esaltati che si lasciano facilmente manovrare dai furbi di turno.

In questa occasione mi pare che vi sia da fare un’osservazione su qualcosa di cui non s’è detto abbastanza, ossia la mancanza di humour da parte dei magistrati inquirenti. Da sempre ho notato che i magistrati sono fin troppo “sussiegosi” per l’alto compito che in realtà è loro affidato dal popolo e perciò arrischiano di perdere il senso del ridicolo. L’intervento a dir poco fragoroso nei confronti dei “cospiratori veneti” costituisce un esempio lampante di questo limite dei magistrati. Anche uno sprovveduto avrebbe capito che l’impresa militare già fallita qualche anno fa non è nulla più di una farsa da teatro di parrocchia e perciò si poteva riderci sopra mandando qualche cronista per aggiornare l’opinione pubblica su questo evento.

Una seconda osservazione: mi pare che i magistrati talora manchino non solo del senso di humour, che quasi sempre risolve come una punta di spillo le bolle di sapone, ma pure spesso sono carenti del senso dell’economia. In questa occasione mi sono domandato ancora una volta quanto è costata questa operazione e quanto costerà portare a termine il relativo processo. Il fatto che i magistrati siano notoriamente una delle categorie fra le più pagate, probabilmente fa perder loro il senso del denaro. Se si fosse trattato di un pericolo per l’Italia, o di prevenire una guerra civile, capirei i mesi di intercettazioni e l’impiego dei carabinieri, ma per una mascherata di poveri allocchi credo che non si giustifichi un esborso di denaro che immagino ben consistente.

Detto questo, rimane il fatto più importante e non risolto dai magistrati: quello del disagio sociale della nostra gente, laboriosa e supertassata, disagio che un nostro detto popolare, “bechi e bastonai”, traduce fin troppo bene.

10.04.2014

Occupazione e disoccupazione

Forse ho paura di essere un “Bastian contrario” per carattere. E può anche darsi che nonostante spesso abbia fatto dei seri esami di coscienza, lo sia davvero. Però credo che, almeno in Italia, che è il Paese che conosco un po’ di più, spesso non ci sia il coraggio e l’onestà di dire con sincerità “pane al pane”.

Che la disoccupazione sia una piaga reale e che sia fonte di povertà, è un fatto inconfutabile, però è pur vero che questo male sociale non si possa imputarlo solamente al malgoverno. A parte il fatto che ci possono essere governi più o meno bravi a risolvere le questioni sociali, non ho mai sentito che vi siano in alcun Paese governi capaci di “far miracoli”. Quindi può darsi che il nostro governo abbia fatto degli sbagli, però credo che le soluzioni si trovino solamente “tirando” tutti dalla stessa parte e soprattutto se ognuno fa con coraggio e spirito di sacrificio il proprio dovere.

Tralascio di proposito il discorso sul governo, sulla classe imprenditoriale, per riferirmi alle responsabilità di chi cerca lavoro. Forse quello che sto per dire risente della storia passata e presente della mia famiglia. Mio nonno materno, dopo la prima guerra mondiale emigrò – lui e la sua famiglia, compresa mia madre – in Brasile, ove c’era lavoro. Il figlio di mia sorella, giovane comandante dell’Alitalia, un paio di anni fa, messo in mobilità con un lauto compenso per otto anni, sapendo che il tempo sarebbe passato velocemente, s’è cercato lavoro ben lontano da casa, in Qatar.

Primo: Il lavoro bisogna cercarlo comunque ove c’è. In Italia c’è ancora troppa gente che cerca un lavoro poco faticoso, ben pagato, vicino a casa e che duri per tutta la vita. Oggi questa è una chimera che nessun governo, né di sinistra né di destra, potrà mai garantire. Secondo: penso che noi italiani non abbiamo ancora capito che ormai viviamo in un mercato globale e perciò, se vogliamo vendere, dobbiamo produrre di più, di meglio e a minor prezzo degli altri. Soluzioni diverse sono pure chimere. Questi due semplici concetti dobbiamo passarli ai nostri ragazzi fin dall’infanzia. Illuderli con altre prospettive vuol dire tradirli e farne degli spostati eternamente scontenti.

Terza norma di fondo è quella di amare il proprio mestiere, farlo con passione e serietà. Questa è l’educazione che mio padre e mia madre hanno impartito a noi sette figli e tutti e sette, cresciuti con questi princìpi, ci siamo fatti la nostra posizione, modesta fin che si vuole, ma che ci ha consentito di non aver bisogno di sussidi dello Stato e ci ha permesso inoltre una vita dignitosa.

Io, il più vecchio, ho la bella età di 85 anni, ma le mie giornate sono “piene come un uovo”. Qualcuno ha detto che sono stato fortunato, mentre io sono convinto di aver lavorato, e non me ne pento.

09.04.2014

Resurrezione: dono fin da subito

La mia preparazione al sermone per la quinta domenica di quaresima, che il calendario liturgico ha fissato per il 6 di aprile, cioè ieri, è stata particolarmente tribolata. In verità tante volte ho confidato ai “miei fedeli” che per me è sempre stato faticoso e impegnativo preparare la predica, ed altrettanto farla. Sono estremamente preoccupato che si riduca a un fervorino che ricordi un episodio o un discorso di Gesù e non diventi invece – come io credo che sempre dovrebbe essere – una luce che illumini l’intelligenza e ci determini a vivere l’oggi e a camminare verso il domani sorretti dalla verità che Cristo ci offre in ogni nostro incontro con lui. La liturgia della domenica non può esaurirsi in una “marcatura” che certifica la nostra presenza: questo ritualismo rappresenta la morte certa del messaggio cristiano.

Ce l’ho messa tutta, come sempre, tanto che, finita la messa, mi sentivo quasi svuotato e stanco, come avessi affrontato una prova estremamente difficile. Terminata la messa ho incontrato un piccolo crocchio di signore che si facevano le rituali confidenze ed una, vedendomi passare, e con il palese assenso delle altre due, mi disse: «Grazie don Armando, per quello che ci ha detto questa mattina». Mai ho gradito un complimento quanto ho gradito questo, perché ho avuto la sensazione che l’interpretazione che avevo dato alla pagina del vangelo di Giovanni era passata e l’avevano accolta con gioia interiore.

Tutti, o quasi, sanno che il vangelo della quinta domenica di Quaresima verte sulla resurrezione di Lazzaro. Questa pagina è ricca, ma quanto mai complessa e non è facilmente interpretabile il passaggio in cui Cristo afferma che chi crede avrà pure vita dopo la morte: verità importante, però lontana.

Ho tentato di rendere cosciente la mia cara gente che viene ogni domenica ad incontrarsi con Gesù nella mia povera chiesa prefabbricata tra le tombe del nostro camposanto, che la resurrezione di Lazzaro non ci apre solamente alla speranza della vita oltre la morte, ma ci offre molto ma molto di più. Infatti se il Signore donerà a tutti la resurrezione, credenti o meno, per noi essa costituisce un dono immediato perché ci libera fin da subito dall’angoscia della fine ineluttabile e definitiva, mentre i non credenti dovranno affrontare le nostre stesse difficoltà, ma non potranno evitare l’angoscia di sentire sopra le loro vite pendere la spada inesorabile di Damocle che da un momento all’altro può metter fine a tutti i loro sogni e le loro attese.

La Resurrezione quindi è per noi una stupenda notizia che già da ora allieta ed illumina la nostra vita ed apre davanti a noi un varco luminoso sul domani, facendoci allietare e quasi pregustare la vita nuova, aldilà della tomba, sorreggendoci e rendendo più sicuro e sereno il nostro andare verso una meta radiosa e felice.

07.04.2014

“Il regalo di un Picasso”

Mi pare che sia stata la settimana scorsa quando ho raccontato ai miei cari amici de “L’Incontro” la mia iniziativa di benedire le 64 “case” del Centro don Vecchi di Campalto.

L’età e gli impegni mi costringono a trascurare l’ormai consistente popolo dei Centri don Vecchi di Marghera e di Campalto. Mi sento veramente in colpa, anche se so che il motivo di questa mia scarsa frequenza non è mancanza di amore, né pigrizia o trascuratezza, ma solamente il fatto che ormai sono vecchio e non riesco ad essere spesso presente e a manifestare il senso di autentica fraternità che mi lega a questa mia cara gente.

La visita, come ho riferito, mi ha riempito il cuore per la simpatia e l’affetto che ne ho ricevuto. Abbastanza di frequente mi sono complimentato con i singoli residenti per il gusto con cui hanno arredato l’alloggio e per l’ordine e la pulizia con la quale lo mantengono. Talvolta ho ammirato l’arredo e i quadri con i quali qualcuno ha abbellito le pareti. Di certo non ospitiamo a Campalto collezionisti d’arte, però ognuno ha appeso quello che aveva di meglio. Innamorato dell’arte, anzi “drogato” d’arte quale io sono, qualche volta ho chiesto il nome degli autori.

Ricordo che in uno di questi appartamentini fui attratto da un disegno in nero; capii d’istinto che era qualcosa di particolarmente significativo, tanto che mi complimentai con la padrona di casa. Avevo già voltato pagina su questa “visita pastorale” quando, domenica scorsa, all’ora di messa, si presentò nella sagrestia della mia “cattedrale” quella signora di Campalto con la litografia che avevo notato nella sua casa. Il gesto mi ha commosso, tanto che non ho avuto il coraggio di rifiutarlo perché ho avvertito che era felice di potermelo donare e l’avrei delusa se non l’avessi accettato.

Si tratta di una stampa di Picasso, “La danza della pace sul mondo”. Infatti notai, all’interno del girotondo, la famosa “colomba” che per decenni la sinistra ed i pacifisti di mezzo mondo hanno sventolato nelle piazze contro l’imperialismo americano.

Io che amo l’arte non per il prezzo delle opere, ma per il messaggio e la poesia che esprimono, collocherò in un posto d’onore del “don Vecchi 5” il nostro “Picasso”, però voglio allegare pure il testo della lettera con cui l’anziana signora ha voluto accompagnare il suo dono, perché tutti sappiano la ricchezza del cuore dei nostri anziani e si impegnino perché la loro vecchiaia scorra serena e felice.

07.04.2014

Reverendo Padre don Armando,

La ringrazio ancora sentitamente per la Sua presenza presso la mia casa in occasione della Benedizione.
La mia emozione per l’Evento mi ha impedito di compiere un gesto che avrei voluto fortemente già da allora. Così spero che Lei accolga questo piccolo dono che Le offro con amore, entusiasmo e silenzio nel segno della riconoscenza per tutto ciò che Lei quotidianamente regala a me e a tutti i miei compagni dei Centri don Vecchi e naturalmente non solo!
Il pittore alla fine della vita ha voluto con pochi tratti dipingere alcune opere di forte valore simbolico. La litografia rappresenta “La danza della pace nel mondo”. Sono felice che Lei la tenga e forse troverò il quadro in una delle case da Lei create, donando una vita nuova e serena a coloro che hanno la fortuna di abitarvi.
Sommessamente, con immensa gratitudine,

Maria Rosaria Bellocchio
Campalto, appartamento n° 33