La “pietà minore”

Noi vecchi preti siamo di certo condizionati dal nostro passato, per quanto ci possiamo sforzare di aprirci al nuovo, di avere fiducia nello spirito di Dio che apre alla Chiesa i nuovi percorsi per proporre il messaggio evangelico nei tempi nuovi. Per noi è pressoché impossibile voltare pagina ed abbandonare totalmente le devozioni che nella nostra giovinezza hanno alimentato la nostra fede.

A me si pone di frequente il problema su quello che è bene togliere e quello che invece è opportuno tenere, pur non facendone un feticcio o un problema di fede.

Anche quest’anno, all’inizio del mese di maggio, mi sono posto questo problema e, pur sapendo che il mio invito non avrebbe modificato granché le scelte dei fedeli, li ho sollecitati a partecipare al “fioretto” in parrocchia, a dire il rosario in famiglia o comunque a ravvivare la devozione alla Vergine Santa. D’altronde come avrei potuto dimenticare le mie esperienze di bambino in rapporto al mese di maggio?

Ricordo con comprensibile nostalgia quel mese che favoriva pratiche di pietà a livello di rione e soprattutto famigliare. Come posso dimenticare quei rosari in famiglia dopo cena, che certamente non brillavano per compostezza e pietà, comunque rappresentavano un’esperienza di preghiera!

A casa mia dicevamo il rosario nella cucina piuttosto angusta. Papà, mamma e noi sette figlioli, ognuno rincantucciato in ginocchio con i gomiti sulla sedia. Mi pare fosse la mamma a guidare la preghiera mariana che allora recitavamo in latino. Penso che neanche nostro Signore avrà potuto decifrare quel “latino” molto e molto approssimativo. Mi ricordo ancora quando, più grandicello, seminarista delle medie, organizzavo il rosario per tutte le famiglie della mia strada. Il punto di riferimento per la lode a Maria era un capitello dedicato a sant’Antonio; per noi rappresentava pur un segno di religione e non faceva molta differenza se dentro alla piccola edicola ci fosse la statua del “Santo” o della Madonna!

Cominciavamo un’ora prima a battere su una stanga di ferro che per noi rappresentava il campanile. La gente veniva, certe anziane si portavano la sedia, ma la maggioranza s’accomodava in qualche modo. Talvolta partiva qualche scapaccione da parte dei grandi per quietare i più irrequieti e ogni sera la preghiera si concludeva col canto “E’ l’ora che pia ….”, cantata con tutti i falsetti possibili. Quattro chiacchiere fra i grandi e poi tutti a letto!

Penso che le regole liturgiche venissero sacrificate, però tutto sommato ci ricordavano che lassù, in quel cielo stellato, c’era “Lei” ad ascoltarci.

Io non sono ancora riuscito a risolvere il problema se queste devozioni popolari alimentino o soffochino la fede, però propendo a pensare che ben difficilmente possiamo conservare la sostanza se non usiamo un “cartoccio”, pur malconcio, per contenerle. Spero che i giovani preti mi offrano una soluzione più aggiornata.

06.05.2014

“L’Incontro” datato

A me pare di essere assolutamente cosciente dei miei limiti. Spero quindi che i miei amici mi permettano una confidenza e possano credermi. Per tutta la vita ho sempre sofferto perché mi è parso che mi si chiedesse qualcosa che superava le mie capacità. Anche ora nei miei sogni notturni spesso mi scopro angosciato perché mi pare di trovarmi in situazioni superiori alle mie forze.

Faccio questa premessa per confidare che la stesura di questo diario mi pesa sempre di più e, pur ricevendo fortunatamente molti consensi e molte approvazioni – che penso siano frutto più della bontà della gente che dei miei meriti – mi sono fissato, come termine della direzione del periodico, la fine di dicembre 2014. A tale data consegnerò la testata alla Fondazione Carpinetum qualora credesse opportuno darle un seguito.

Il mio odierno intervento mi viene dal fatto che gli amici più cari, talvolta sorridendo, mi interrogano sulla data della stesura di questa cronaca giornaliera che, normalmente, io scrivo un paio di mesi prima della sua uscita. Per uscire da questo equivoco voglio far presente che ogni giorno del mio “diario” riporta la data del giorno in cui fu redatto e perciò ogni lettore può incorniciare le mie considerazioni su quella data per capire meglio la mia lettura dei fatti e le mie reazioni agli eventi.

Devo poi aggiungere che le mie riflessioni sono più legate al contenuto che alla data e perciò dovranno essere valutate soprattutto in rapporto alla sostanza del discorso. Sono giunto a queste determinazioni un po’ perché butto giù le mie riflessioni quando ho tempo ed un po’ perché se mi trovassi a ridosso dell’uscita del periodico mi sentirei quasi paralizzato dall’urgenza e finirei per offrire un prodotto ancora più povero.

Col passare dei mesi forse per giustificarmi delle riflessioni che si rifanno ad eventi già datati, ho finito per vedere in questa scelta un potenziale vantaggio, cioè la capacità del discorso di andare oltre la contingenza dell’atmosfera dell’evento.

Per spiegarmi meglio vorrei fare un esempio: se un giorno sento il bisogno di fare in anticipo un discorso che prima o poi va fatto, cioè come e in che modo i discepoli di Gesù sono arrivati a scoprire il Risorto, penso che questo discorso possa valere sia vicino a Pasqua che molti mesi dopo.

Ho conosciuto un vecchio prete veneziano, mio insegnante di storia, persona molto intelligente e anticonformista per antonomasia, il quale comperava ogni giorno il Gazzettino e lo metteva sulla sua scrivania per leggerlo uno o due mesi dopo. Diceva a noi: «Solo così ci si rende conto della differenza che passa tra ciò che è effimero e ciò che invece ha valore». Quell’insegnante che usava questo metodo, comunque si dimostrava persona quanto mai saggia.

Mi auguro che questo metodo che io sono costretto a scegliere mi porti allo stesso risultato.

05.05.2014

Il Risorto

Io ho una forte propensione a cercare e a scoprire la presenza e il volto di Dio all’interno del meraviglioso progetto del nostro mondo che l’Altissimo ha predisposto fin dall’eternità, piuttosto che nella rivelazione dei mistici o nei miracoli che avvengono qua e là. Mi è molto più facile inebriarmi della manifestazione dell’Autore della vita nel volto di un uccello, nella bellezza anche del più umile dei fiori, negli occhi incantati di un bambino o nel volto soave di una donna che nel racconto del più mirabolante dei miracoli compiuti da sant’Antonio o da santa Rita.

Qualcuno può legittimamente chiedersi come mai tutto questo, quando ogni anno decine di milioni di persone vanno a cercare di veder di ottenere miracoli presso la Basilica del Santo o al Santuario di Padre Pio, a Pompei, a Lourdes o, da vent’anni, a Medjugorje. Io di certo non pretendo che gli altri la pensino come me, però credo che quello che Dio ha creato sia tutto così meraviglioso che non sento assolutamente il bisogno di ulteriori rivelazioni o miracoli: essi sono già nel Creato!

Mi ha convinto e ho fatto mia l’affermazione del famosissimo entomologo Faber: «Io non ho bisogno di credere in Dio, perché lo vedo già in ciò che lui ha creato» Qualcuno potrà aggiungere: “E come la mettiamo con tutti i miracoli che si raccontano nella storia della Chiesa?” Io sono propenso a pensare che ogni momento della storia ha una sua peculiarità nell’interpretare le “meraviglie di Dio”. Penso che lo stesso Signore ha delegato la scienza a manifestare l’amore che Egli ha nei riguardi delle sue creature avvalendosi delle leggi che Lui ha fatto fin dall’eternità e che sono veramente prodigiose.

Per anni sono stato fortemente perplesso sulla Resurrezione di Gesù perché “i conti” davvero non tornano: la Maddalena, che amava certamente Gesù, che lo scambia per un ortolano, i discepoli di Emmaus, che pur l’avevano conosciuto e sentito parlare, che non lo riconoscono di primo acchito, le donne che pensano che l’abbiano portato via, Tommaso che dubita e non crede ai suoi amici, gli stessi apostoli che rimangono perplessi e perfino spaventati della sua presenza, ed altro ancora.

Nel lontano passato avevo sempre pensato al Risorto nei termini con i quali i pittori gli avevano dato volto e sembianze, cioè una persona sfolgorante di luce e d’incanto. Ora sono più propenso a ritenere che pure gli apostoli abbiano riconosciuto la sua presenza nell’avverarsi di ciò che lui aveva detto, nell’interpretare positivamente la vita e le persone, nel riconoscere negli uomini migliori il suo tratto e negli eventi positivi della storia quelle tessere diverse per forma e colore che però, coniugate ad una ad una, offrono il volto vivo e meraviglioso del Figlio di Dio ancora oggi presente nel nostro mondo ad annunciare la salvezza.

La mia ricerca procede talvolta con difficoltà e dubbi, mi pare però che non tolga nulla al portento di Dio, anzi lo coniughi in maniera più armoniosa e credibile alla sensibilità degli uomini del nostro secolo.

11.05.2014

Siamo seri con Dio!

Domenica scorsa la Chiesa ha celebrato la festa del “buon pastore” offrendo alla nostra riflessione la pagina dell’evangelista san Giovanni che tratta questo argomento.

Io per ben sessant’anni da prete ho fatto la predica su questo argomento e per quasi una ventina ho ascoltato quella fatta dagli altri. Non si può immaginare quanta sia la difficoltà di dire qualcosa di nuovo, ma soprattutto qualcosa che faccia presa sulla coscienza e determini gli ascoltatori a fidarsi di Cristo che si propone come guida sicura per le nostre vite.

Di primo acchito, quasi per istinto, riandai ai ricordi della mia infanzia, quando in questa occasione si festeggiava il parroco quale pastore della comunità cristiana. Immediatamente però ho capito che questa lettura della pagina evangelica è assolutamente riduttiva e soprattutto romantica. Volesse il Cielo che i parroci e i preti fossero immagine fedele e credibile di Cristo, unico ed insuperabile “pastore delle nostre anime”, che conduce gli uomini verso la “terra promessa” e li aiuta a vivere secondo i suoi insegnamenti!

Mi parve subito di dover dare per scontato che le soluzioni previste da Cristo sul senso della vita sono le più adeguate alle attese degli uomini di tutti i tempi, perché anche i non credenti mi pare diano per scontato che Cristo è un leader indiscusso, credibile ed insuperabile. Mi è parso invece che fosse opportuno condurre la riflessione su come “il gregge” e le singole “pecore” ascoltano, prestano fiducia e si lasciano condurre da questo pastore che ha affermato di conoscerci personalmente, di amarci fino a morire per la nostra salvezza e di condurci con sicurezza alla casa del Padre.

Ribadii con forza e con convinzione che ormai per abitudine siamo quanto mai facili a fare solenni promesse, ad emettere perentori atti di fede, ma che, a pensarci bene, nelle scelte concrete della vita siamo più inclini a fidarci delle nostre esperienze, di ciò che ci è più conveniente. Soprattutto ho affermato che dobbiamo essere più seri nei rapporti con Dio, e che è ora di finirla di fare bei discorsi, grandi promesse per poi comportarci senza tener troppo conto di ciò che ci dice.

Per tentare di incidere in maniera più convincente portai due esempi: quello di un prete americano, Leo Trese, che confessa in un suo libro che quando recitava il Padrenostro alle parole “sia fatta la Tua volontà” faceva fatica a continuare perché temeva che la volontà di Dio potesse essere diversa da quanto lui desiderava e non se la sentiva di prendere in giro anche Dio con una promessa che aveva grande paura di non mantenere.

Riferii pure il suggerimento del grande educatore che fu il fondatore degli scout che diceva ai suoi ragazzi: «Quando dovete decidere qualcosa, chiedetevi come la penserebbe Gesù, che cosa farebbe lui al vostro posto e poi comportatevi come pensate che lui si comporterebbe».

Mi è parso, dal silenzio con cui l’assemblea ha seguito il discorso, che almeno si sia posta il problema di non parlare a vanvera con Dio.

09.05.2014

Fiducia nel Padre

Oggi, per motivi assolutamente accidentali e per favorire i famigliari in lutto, nella mattinata ho celebrato due funerali. Mi è costato un po’, non per la fatica fisica – anche se alla mia età si fa sentire anche per molto meno – ma per la tensione interiore: non solamente per non banalizzare l’evento della morte rendendolo puramente rito e cerimonia ancora fortemente richiesta dalla tradizione della nostra gente, ma per approfittare di questa occasione per fare un annuncio incisivo della proposta cristiana sulla vita e sulla morte.

Sono rare oggi le occasioni in cui si può mettere gli uomini con le spalle al muro per far loro capire che bisogna scegliere e che non si può continuare a vivere il cristianesimo come un ingombro pressoché inutile che si deve tirar fuori per convenienza in determinate occasioni perché tutti fanno ancora così.

Fino ad una ventina di anni fa non avrei potuto fare i due funerali che ho celebrato questa mattina per le norme vigenti a quel tempo perché allora “i cari estinti” erano considerati “pubblici peccatori”, uno perché si è suicidato, l’altro perché era immischiato in una serie di “convivenze” che, nonostante le spiegazioni, non sono riuscito a capire, tanto erano ingarbugliate e complesse.

Ho dovuto “volare alto” per non irritare qualcuno. I famigliari di ambedue i casi mi hanno dichiarato ormai quello che sento ripetere tanto di frequente: ambedue non erano praticanti ma comunque, pur a modo loro, erano credenti. Penso proprio che le cose stiano così, infatti ormai tutte le statistiche affermano che anche nel nostro Veneto, dove le cose a tal proposito vanno meglio che in tutto il resto del Paese, i praticanti non superano il 20 per cento.

In queste occasioni vado sempre ad attingere speranza e fiducia nella parabola del Padre del “figliol prodigo” e sempre ne trovo motivi più che sufficienti per presentare al buon Dio ogni tipo di persona, credente o non credente. Guai a noi se Gesù non ci avesse raccontato quella parabola che ci mostra il cuore di Dio ben differente dal “Dio carabiniere” che ho conosciuto al catechismo in fanciullezza o al “Dio magistrato” quanto mai rigoroso ed attaccato alla legge, conosciuto nei miei studi di morale.

Confesso che non ho trovato troppa difficoltà nell’affidare al buon Dio con fiducia e serenità questi due fratelli che molto tempo fa avevano detto al Padre: «Dammi la parte che mi spetta perché voglio vivere la mia vita come mi pare meglio» e l’uno e l’altro avevano fatto di testa loro riducendosi in situazioni angosciose.

Continuai dicendo: «Perché il Padre dovrebbe comportarsi diversamente da quanto aveva fatto dire a suo Figlio duemila anni fa?» M’è parso che famigliari ed amici siano usciti di chiesa un po’ rasserenati e soprattutto riconciliati col Signore. Spero che duri!

07.05.2014

I miei prèsidi

Un tempo gli obiettivi della famiglia, della società e della Chiesa, nei riguardi dell’educazione dei ragazzi, erano pressoché gli stessi. Almeno a livello ufficiale si puntava a dare agli alunni una formazione che avesse come fondamento i valori proposti dal messaggio cristiano.

Penso però che, a partire dal sessantotto, il tempo della contestazione più radicale, alla società esistente allora, questa impostazione venne meno rovinosamente e, eccettuato qualche caso di docenti di una certa età e di una personalità ben consolidata, nel migliore dei casi gli insegnanti, quando erano bravi e preparati, si ridussero a passare nozioni, non sentendosi più autorizzati, o non essendo più convinti di avere il diritto di fare una proposta educativa impostata su valori della tradizione del nostro Paese. E credo che la scuola debba ancora rifarsi da quella batosta.

In altri Paesi perlomeno l’educazione si rifà alla carta di fondo che è la Costituzione. Da noi però, nonostante si dica che la nostra è una bella Costituzione, essa rimane una nobile sconosciuta.

La mia vicenda di insegnamento si svolse un po’ prima, un po’ durante e un po’ dopo la contestazione, ma fortunatamente ho incontrato dei presidi con idee chiare e che sapevano tenere con coraggio e saggezza il timone della loro scuola.

Ho cominciato intorno al ’56 ad insegnare al “Volta”, istituto tecnico. Era preside allora un signore che tutti dicevano “fascista”, ma che in realtà era soltanto una persona che credeva ai valori della vita e pretendeva che sia gli alunni che i docenti facessero il loro dovere. Per me fu un uomo serio che guidava con decisione e saggezza la sua scuola.

Un paio di anni dopo fui trasferito alle commerciali per insegnare alle classi superiori. Vi era un preside che gli alunni chiamavano “il gobbo” che si faceva valere con assoluta autorità e che tutti, sia alunni che insegnanti, temevano quanto mai. In realtà con me è stato tanto caro ed ho capito che amava seriamente gli alunni e li difendeva da certi giovani docenti che facevano i tirannelli.

L’esperienza successiva la feci al “Pacinotti”, l’istituto tecnico per periti. Era allora preside l’ing. Zuccante, vero educatore e formatore della gioventù. Ricordo ancora come mi accolse: «Reverendo, la mia scuola più che di un docente di religione ha bisogno di un assistente per crescere in maniera sana i miei ragazzi». Fu quella un’esperienza bellissima della quale ricordo i frutti anche dopo quarant’anni.

L’ultima e più lunga esperienza la feci alle magistrali ed è stata meno entusiasmante perché il preside era più un burocrate che un educatore; procedeva infatti a base di regolamenti.

L’incontro con questi uomini della scuola mi fu molto utile, perché mi fece capire che un educatore deve vivere e passare valori autentici, rifacendosi alla sua coscienza d’uomo piuttosto che ai manuali o ai regolamenti.

Forte di questa esperienza, ho sempre tentato di imitare i migliori tenendo ben forte il timone delle mie navi, non lasciandomi influenzare dalle mode del momento.

05.05.2014

Pane con l’uvetta

Una volta mio fratello, don Roberto, parroco di Chirignago, che per certi aspetti è una “macchietta” come mio padre, ha usato un’espressione un po’ banale per dire che mentre io sono stato fortunato nella mia vita di prete, lui lo è stato meno di me. Per rendere più evidente questa immagine della mia fortuna, ha affermato che io sto sotto una doccia che ha tutti i buchetti aperti, mentre nella sua molti sono otturati e perciò il benessere scende meno abbondante. Come dire che io sono stato fortunato e lo sono ancora perché dai buchetti tutti aperti della mia doccia sono scesi dollari ed euro in sovrabbondanza, mentre dalle sue parti le cose non sono andate allo stesso modo.

A parte l’immagine singolare usata da mio fratello e la sua sottolineatura, è pur vero che io sono stato fortunato nella mia vita oltre ogni dire. Non solo non mi è mancato nulla ma ne ho avuto in sovrappiù. Ad esempio io non mi sono mai dovuto comperare un’automobile, anzi, pur se usate, ho avuto sempre l’imbarazzo della scelta. Potrei continuare a lungo: ho vestiti per vivere altri vent’anni senza acquistarne altri. Di libri da leggere potrei averne per un altro mezzo secolo. Soldi per finanziare le strutture in cui mi sono impegnato non mi sono mai mancati: a tempo debito sono arrivati e anche in sovrabbondanza.

Tante volte devo addirittura andar cauto nell’apprezzare qualcosa, perché c’è sempre chi si preoccupa di farmela avere prontamente. Qualche giorno fa, in occasione di un’espressione che mi è uscita quasi per caso, s’è innescato un meccanismo veramente sorprendente. Erano arrivati i generi alimentari della Cadoro e tra questi c’era del pane con l’uvetta. Era dal tempo delle medie, quando nell’intervallo tra le lezioni si poteva acquistare il panino con l’uvetta, che non mi era più capitato di vedere questo tipo di pane. La mia sorpresa è stata interpretata dai volontari come una mia passione per il pane con l’uvetta e quindi non passa giorno che non mi facciano avere qualche panino, tanto che un giorno della settimana scorsa ho potuto donarne una settantina, anche se un po’ vecchiotti, ai commensali del Seniorestaurant.

Questo episodio mi ha reso ancor più cosciente di quanto debba benedire e ringraziare il Signore per tutto quello che mi ha dato in abbondanza e soprattutto delle splendide e meravigliose creature che mi ha messo accanto in tutte le stagioni della mia vita.

Il pane con l’uvetta che mi hanno regalato è quello scaduto che i supermercati non possono più vendere e che la gente si guarda bene dal mangiare, mentre io lo prendo volentieri anche un mese dopo. Allora una volta ancora m’è venuto da concludere: “come può stare in piedi la nostra Italietta se abbiamo tecnici e governanti tanto poco saggi da prescrivere di buttare il giorno dopo questo ben di Dio, e dei concittadini così balordi da ascoltare persone così dissennate e sperperone?” Mi riconfermo nel pensare che il buon senso vale molto di più delle leggi stesse e a questo dobbiamo attenerci.

04.05.2014

Marco e Francesco

L’altro ieri ho letto che il consenso a Renzi sfiora il settanta per cento. Sono molto contento perché finalmente Cincinnato ha trovato almeno un discepolo, cosa non facile nel nostro tempo.

Il nostro nuovo Presidente del Consiglio non ha fatto il discorso compassato dell’antico romano: “O mi accettate così, altrimenti torno a fare il contadino e vorrà dire che se Roma riterrà di avere bisogno di uno come me, mi troverà al lavoro nei miei campi”. Il Matteo, fiorentino fino al midollo, ha fatto un ragionamento più scanzonato: “O la va o la spacca!”. La sostanza però è sempre la stessa!.

Sono contento perché, seppur ora si tratta soltanto di qualche mosca bianca, pare che nel nostro Paese finalmente compaia qualcuno che si mette tutto in gioco.

Papa Francesco, da quanto ho letto, supera presso i Veneti il 90 per cento di consensi; mi pare che lui la pensi alla stessa maniera. La sua rivoluzione è una delle più radicali e di più rapida esecuzione. Pure Papa Francesco è uno che punta al sodo, che non si fa imbrigliare dal perbenismo ossequioso e inconcludente e che si sta giocando totalmente sull’obiettivo di una Chiesa povera per i poveri e soprattutto su una Chiesa di stampo evangelico senza mediazione e gradualità di sorta.

L’ultima di questo pontefice che non cessa di sorprendere, è la telefonata a Marco Pannella, il più anticlericale degli anticlericali esistenti non solo in Italia ma nel mondo intero. Il fatto che poi sia stata la Bonino a chiedere questa telefonata – almeno da quanto affermano i giornali – mi fa ancora più tenerezza e soprattutto mi fa capire che quando gli obiettivi sono veri, su di essi finiscono per convergere le persone oneste e sensibili alle istanze dei deboli.

Bella la testimonianza di Pannella! Che si batte da una vita perché le carceri siano più umane, ma soprattutto perché tendano realmente al recupero umano e sociale dei detenuti, mentre i politici piuttosto di affrontare e risolvere i problemi del Paese, sembrano totalmente impegnati a trovar motivi per far prevalere la loro parte e a conservare ulteriormente la propria sedia.

«Le sono accanto, l’aiuterò con la mia parola e la mia preghiera», promette Francesco. «Berrò un caffè in suo onore», ribatte il leader radicale. Una volta ancora si capisce che quando le persone sono oneste e gli obiettivi sono validi, si trova sempre un’intesa, mentre quando non c’è onestà di fondo e motivazioni valide tutto diventa pretesto per litigare e dividersi.

03.05.2014

Le parole e i fatti

Io il cardinal Bertone, già segretario di Stato di Papa Benedetto e messo in pensione da Papa Francesco, non lo conosco affatto e per quanto ne so può essere un santo prelato. O meglio, un paio di anni fa, quando si fece un gran parlare del “corvo” nascosto in Vaticano e qualcuno arrivò a sospettare che avesse qualche collegamento con il grande prelato, lessi una lunga intervista che questo cardinale rilasciò a “Famiglia Cristiana”. A dire la verità rimasi un po’ deluso perché nelle due tre pagine di affermazioni di fedeltà alla Chiesa e al Pontefice, non emergeva una posizione chiara e convincente.

In seguito ogni tanto mi è capitato di leggere pure qualche insinuazione dei soliti laici, però le ritenni sempre pettegolezzi e cattiverie. Sennonché, prima su un giornale di solito serio lessi che il cardinal Bertone si era ritirato in una suite di 800 metri quadri (ancora una volta pensai ad una delle tante malignità). Poi, qualche giorno fa, un lettore che spesso mi manda delle email sugli argomenti più disparati con critiche talvolta benevole e talora amare, me ne ha mandata una in cui dice che un prelato indignato ha affermato a radio 24 che quel cardinale si è accontentato, per trascorrere la sua vita di pensionato, di un immobile di 700 metri quadrati, 600 di appartamento e 100 di terrazza.

Il lettore mi ha domandato che cosa ne penso di questa vicenda. Queste notizie toccano un mio nervo che da una vita rimane scoperto. Spero che ci sia ancora qualcuno che ricordi che chiesi pubblicamente al vescovo Luciani di fare il suo ingresso a Venezia in “600” e al vescovo Olivotti di liberarsi della Mercedes. A quei tempi ricevetti dei richiami ufficiali, ora però che lo stesso pontefice abita in un appartamento poco più grande del mio, che è di 49 metri quadrati, e che in poco tempo ha chiesto ai preti di non usare auto di lusso, credo di non correre più questo pericolo perché sento ben coperte le mie spalle, seppure alla fine della mia vita e dopo tanti anni di solitudine.

La pedofilia dei preti recentemente ha recato infiniti guai alla nostra Chiesa, però la ricchezza, o perlomeno l’agiatezza di un certo clero, è un’altra piaga. All’infuori di Papa Francesco che non solo ha scelto il nome del Poverello di Assisi innamorato di Madonna povertà, ma pure coi fatti l’ha seguito fedelmente, mi pare che vi sia ancora troppa indulgenza da parte del Popolo di Dio nei riguardi di questa piaga.

La storia della Chiesa per fortuna è quanto mai ricca di preti e vescovi dalla vita sobria, però credo che la vergogna di una vita agiata e più che confortevole sia ancora presente, prova ne sia che gli appartamentini del “don Vecchi” destinati ai preti vecchi, per un motivo o per l’altro sarebbero ancora tutti sfitti se non li avessi destinati ad altri anziani.

02.05.2014

“Ti voglio bene!”

Sono ben conscio che qualcuno può reputare fatuo l’argomento che sono sollecitato ad affrontare partendo da una cara e nobile tradizione veneziana.

Per San Marco anche quest’anno si è ripetuto il bel gesto di offrire una rosa alla propria donna, che non necessariamente deve essere la fidanzata, la moglie o l’amica, ma che possono essere, come nel caso mio, le suore che mi aiutano, o le donne dell’est che da anni sono lontane dal marito, dai figli e dalla loro terra e non si sentono ripetere “brava!”, “ti voglio bene” o “ti sono riconoscente”, oppure una creatura che pur ha nel petto un cuore di donna assetato di tenerezza, ma che non può sognare l’amore secondo gli schemi comuni.

Il mattino della festa di San Marco sono andato dal fiorista per acquistare otto rose rosse col gambo lungo per offrirle come segno di affetto e di riconoscenza a donne che vivono con me nel piccolo borgo del “don Vecchi”. Se però avessi potuto seguire l’impulso del mio cuore ne avrei acquistate cento di rose rosse per donarle a quelle creature che per San Marco non hanno nessuno a porre loro in mano una rosa rossa con un sorriso guardandole negli occhi.

Questo gesto gentile non lo reputo affatto romantico, ottocentesco o sentimentalismo dolciastro, ma segno di autentica virilità. A me capita assai di frequente, facendo il prete in cimitero, che in maniera più o meno esplicita mi si chieda di dire a chi sta partendo per il Cielo le parole care e belle che altri avrebbero dovuto dire e che pur avevano una vita per poterle dire. Quante volte non mi son chiesto perché le belle composizioni di fiori, le espressioni variegate dell’amore non si manifestano nei tempi propizi, per non rimpiangere poi di non averle dette o per dirle a tempo scaduto.

Il buon Dio ha riempito il cuore di ogni creatura del sentimento dell’amore che è il fiore più bello, più importante e più gradito, mentre tantissimi uomini lo seppelliscono dentro il proprio cuore e lo coprono con una lapide cupa e pesante, quando invece esso è destinato a rendere bella e sorridente la vita.

A questo proposito conservo nella memoria due testimonianze apparentemente opposte, ma che invece esprimono lo stesso bisogno e lo stesso dovere.

Molti anni fa un omone con due baffi alla Guareschi mi fece questa confidenza, mentre i suoi occhi faticavano a trattenere le lacrime: «Io amo con tutto il mio cuore mia moglie, ma in cinquant’anni di matrimonio non sono riuscito mai una volta a dirglielo». E un’altra volta, più di recente, avendo letto un articolo di una cara collaboratrice, nel quale suggeriva ai lettori di dire di frequente alle persone con le quali si vive, “ti voglio bene”, perché ciò rende più facile e più lieve la vita, incontrandola, tra il serio e il faceto, le dissi la frase che lei suggeriva con tanto calore. Dapprima rimase perplessa, poi ci mettemmo a ridere divertiti ambedue. L’amore è un fiore che deve sbocciare e quando nasce da cuori sereni, fa sempre bene!

01.05.2014

San Marco e i Veneti

Da una ventina di anni pare che il Veneto stia recuperando la consapevolezza di essere un popolo con una storia illustre, con una cultura quanto mai significativa, con un patrimonio artistico inestimabile e con delle tradizioni che vanno riscoperte perché belle e intonate alla sensibilità della nostra gente.

Onestamente credo che gli interventi della Lega, che pur per molti aspetti si è dimostrata rozza, spesso egoista e sprezzante di altre regioni, tutto sommato, e forse nonostante tutto, sono riusciti a ridestare la consapevolezza della nostra identità ed hanno liberato questa coscienza da discorsi formali, sclerotici e pieni di una retorica inconcludente.

In questi ultimi anni poi, i cosiddetti “venetisti” han ribadito ed approfondito queste tensioni e anche se con qualche manifestazione velleitaria, farsesca e teatrale, hanno rattizzato questi sentimenti che rimanevano languenti sotto la cenere di mille problemi di sopravvivenza.

La trovata del referendum on-line, con quel risultato plebiscitario, per molti motivi sorprendente, mi pare abbia denunciato il bisogno del recupero del meglio della civiltà dei Veneti, che ha come punto di riferimento naturale Venezia, l’incantevole perla della laguna e della “Serenissima Repubblica”, come modello di buon governo, di efficienza amministrativa e soprattutto di capacità di produrre ricchezza.

Non mi voglio però addentrare in questo discorso su cui sono poco aggiornato e di cui non condivido appieno le tesi dei movimenti locali di ordine separatista e, peggio ancora, di marcato egoismo nei confronti di regioni meno evolute culturalmente e meno abituate all’impegno, alla legalità e all’autonomia amministrativa. Io sono, a scanso di ogni equivoco, favorevole a forme di autonomia, ma caratterizzate da una forte valenza solidale. Non mi dispiacerebbe se ogni città, e perfino ogni piccolo borgo, curasse il suo volto specifico, amasse e potenziasse la propria cultura e le proprie tradizioni, senza tuttavia mettere in discussione la solidarietà nei riguardi di altri gruppi sociali.

Per me è tempo che ognuno innalzi sui pennoni delle piazze del suo paese la bandiera che ama, coltivi le proprie tradizioni, metta in luce la propria cultura, però rispetti gli altri e collabori con loro per il benessere e la dignità di tutti.

In occasione della festa di San Marco ho avvertito quest’anno più che mai l’urgenza e il bisogno di fare il punto su queste problematiche per non arrischiare di ubriacarmi di sogni impossibili o di non prendere coscienza di questa istanza all’autonomia che dalla richiesta di pochi storicamente nostalgici della gloria del passato, sta salendo alla coscienza di molti fra la nostra gente.

30.04.2014

“Madonna dI rosa”

Questi giorni di primavera favoriscono alquanto una iniziativa che da anni una piccola ma generosa ed intelligente équipe di amici del Centro don Vecchi ha posto in atto e sta perfezionando nel tempo. La denominazione dell’iniziativa riassume assai bene le finalità che essa persegue: “minigite- pellegrinaggio”.

La proposta, concentrata in un tempo molto limitato, persegue almeno tre obiettivi diversi tra loro, ma che si coniugano assai bene per raggiungere una forma di umanesimo integrale, anche se a livelli abbastanza elementari.

Essa offre:

  1. un’occasione di aggregazione sociale e di fraterno rapporto;
  2. la possibilità di scoprire le realtà di ordine naturale, sociale ed artistico del nostro territorio;
  3. un approfondimento di carattere spirituale di un qualche aspetto specifico della nostra lettura cristiana della vita.

Questi obiettivi, che a livello teorico possono sembrare eccessivamente pretenziosi, abbiamo tentato di tradurli in un’esperienza esistenziale quanto mai semplice e gradevole. Cercato un borgo con una chiesa relativamente significativa e preso contatto con i relativi responsabili, si chiede loro la fruibilità della chiesa e di un salone attiguo. Si prosegue, per tempo, con un annuncio dell’uscita. Partenza in autobus nel primissimo pomeriggio, celebrazione liturgica particolarmente curata e tesa a mettere in luce una verità cristiana che illumini un aspetto reale della nostra vita, celebrazione con presentazione dell’argomento trattato, canti appropriati, quanto mai incisivi sull’argomento prescelto, ed approfondimento mediante una serie di preghiere dei fedeli. Normalmente il rettore della chiesa ne illustra la storia e accenna a come essa si innesti nel territorio e nella sua sensibilità religiosa.

Al momento specificamente spirituale segue una bella e abbondante merenda, con panini imbottiti, vino e bevande a volontà, merenda che quasi sempre si conclude con canti popolari spontanei, quindi una passeggiata turistica nella piazza principale del borgo o di una delle tantissime cittadine del nostro Veneto.

Il fatto poi che l’uscita costi solamente 10 euro, tutto compreso, facilita alquanto le adesioni sempre numerosissime.

L’ultima uscita dell’altro ieri ha avuto come meta San Vito al Tagliamento con il relativo santuario della “Madonna di Rosa”, con 115 partecipanti.

L’eucaristia è risultata quanto mai intensa di spiritualità e aveva come tema: “Prendere coscienza della nostra ricchezza umana”. La merenda è stata piacevolissima e soddisfacente, il giro nella piazza di una bellezza particolare per i suoi palazzi medioevali ben conservati, per la roggia di acque limpide che l’attraversa e per essersi potuti abbandonare sulle sedie fuori dal bar come turisti di lusso. L’entusiasmo ha raggiunto le stelle e la richiesta a gran voce è stata di ripetere presto l’iniziativa in un’altra località.

Mi sono dilungato a descrivere questo evento per proporlo alle parrocchie come soluzione che con poca fatica e meno soldi dà una risposta alle attese globali della persona.

Confesso che a mio parere il risultato di un ritiro spirituale, spesso sopportato e con poche presenze, è di molto inferiore ad una di queste gite-pellegrinaggio che arricchiscono tutta la persona e passano senza fatica, anzi con molto gradimento, valori quanto mai importanti.

29.04.2014

Il mondo corre veloce

Talvolta mi chiedo perché mi angustio e mi arrovello per immaginare quale tipo di pastorale sia valida ed efficace per il tempo e la società dei nostri giorni. Avendo 85 anni dovrei mettermi l’animo in pace e godermi il vespero della vita lasciando che i giovani preti studino e scoprano il modo di offrire e di far accettare il più facilmente possibile la proposta cristiana. Purtroppo non ci riesco a stare alla finestra e a non lasciarmi trascinare dentro la mischia e, perlomeno a livello di coscienza, avverto l’urgenza e l’assoluta necessità di provare a proporre di adeguare la nostra pastorale ai tempi nuovi.

Credo che sia ormai un dato certo che l’evoluzione della mentalità degli uomini del nostro tempo è assolutamente accelerata. Le mutazioni che un tempo avvenivano in un secolo ora avvengono in pochissimi anni. Quando mi occupavo di Radiocarpini i miei collaboratori più giovani mi sollecitavano continuamente perché comprassi strumenti tecnicamente più aggiornati e quando dicevo loro che i computer avevano solamente tre anni e quindi erano praticamente nuovi, loro mi facevano osservare che quegli strumenti erano arcaici, roba da museo! Adesso capisco che non avevano tutti i torti.

Una ventina di anni fa mi capitò di leggere un volume che riferiva i dati di una visita pastorale fatta dal Patriarca Luigi Flangini alle parrocchie di Venezia alla fine del `700. Fui stupito dai dati e dalle notizie. Ad esempio il Patriarca ammoniva i preti di fare l’omelia alla domenica, perché tantissimi non erano soliti farla. Appresi ancora che San Luca, che oggi è una delle parrocchie più piccole della città, aveva a quel tempo 12 preti, ma altre parrocchie ne avevano anche di più. Oppure i parroci riferivano che in parrocchia c’erano perfino 5 o 6 parrocchiani che non facevano la comunione a Pasqua.

In questi giorni mi è capitato di leggere sulla rivista “Impegno”, edita dalla Fondazione Mazzolari, la relazione della visita pastorale che il vescovo di Cremona fece nel 1941 a Bozzolo, paese in cui era parroco il famoso don Primo Mazzolari, relazione in cui è scritto che in quella comunità di 4208 anime c’erano solamente due abitanti non cattolici, che tutti i bambini erano battezzati, che i matrimoni concordatari erano 1052, mentre i matrimoni civili soltanto 4. Che non c’era stato neppure un funerale civile, che dei 62 morti soltanto 7 erano deceduti senza sacramenti perché morti improvvisamente, che a Pasqua si comunicavano 600 uomini e 1600 donne. Che oltre che nelle messe festive si predicava per la novena dell’Immacolata, la novena di Natale, quella di san Pietro, quella dei morti, mese di maggio…

Se si confrontano questi dati di settant’anni fa con la situazione attuale, ci si rende immediatamente conto di come sia cambiata la vita religiosa nelle nostre parrocchie. Credo ad esempio che oggi le confessioni per giovani e adulti si possano contare a decine anche in parrocchie di cinque-seimila abitanti, ed anche per i bambini ora si tengano quelle due tre volte all’anno quando sono organizzate.

In questi ultimi anni si è fatto un gran parlare di nuova evangelizzazione e qui nel Veneto s’è parlato ancor di più nel Sinodo di Aquileia, però non mi pare che si sia andati molto più in là del parlare.

Per quanto mi riguarda, pur non avendo soluzioni da suggerire, mi pare di dover comunque denunciare la mancanza di un grosso sforzo per trovare soluzioni aggiornate e concrete per passare il messaggio cristiano agli uomini del nostro tempo.

20.04.2014

Attenti ai ladri!

Se un prete non tenta di vivere intensamente almeno la settimana santa, che prete è? Questa settimana, pur in un clima di aridità spirituale, ho tentato di recuperare il significato e il valore prezioso della Pasqua seguendo le orme di Papa Francesco, vero maestro di vita e di fede.

Chi mi conosce un po’ sa che non riuscivo in passato neppure a nascondere il mio disagio e la mia noia per certi pistolotti interminabili, scontati e poco mordenti di certi nostri grandi prelati. Il Papa attuale invece è sempre nuovo, sempre sorprendente e soprattutto sempre capace di donare frasi che sembrano perle preziose.

Spesso mi domando: “Ma dove li va a trovare Papa Francesco dei pensieri così sublimi e così convincenti?”. A me di questo Papa piace soprattutto il modo di parlare, perché rende ancora più incisivo e convincente il suo pensiero col tono della voce, con la pausa, con lo sguardo.

Quando legge una sua qualche omelia mi entusiasmano certi suoi passaggi e la concretezza delle sue argomentazioni, però quando l’ascolto – e noi oggi abbiamo non solo la fortuna di ascoltare le sue parole, ma di vedere anche il suo volto e la sua mimica – è veramente insuperabile. Mai una frase, un pensiero, sono scontati, da repertorio, ma sempre pare che escano dal suo cuore come da una sorgente viva e fresca, senza mediazioni di sorta. Le parole del Papa talvolta le sento come delle dolcissime carezze paterne, e tal’altra sembrano chiodi che penetrano a fondo anche se incontrano la roccia più dura.

Poco tempo fa m’è parso che abbia manifestato una preoccupazione angosciata quando disse: «Non lasciatevi rubare la speranza!» Mai come in quell’occasione ho preso coscienza di aver ricevuto un dono – di certo non per mio merito – un patrimonio di valori, di ideali, un messaggio così importante ed una proposta così vantaggiosa, però ho capito anche che custodisco tutto ciò in un “vaso di argilla” e perciò corro il terribile pericolo che mi sia rubato da gente, da ladri prezzolati, da mascalzoni pieni di supponenza che non hanno più nulla da perdere e perciò hanno la volontà sadica di profanare, di sporcare e di spegnere le luci che danno senso e perché alla vita.

Come mi tocca e mi mette in guardia il monito e la preoccupazione di Papa Francesco: “Non lasciatevi rubare la speranza!” (se ciò avvenisse diventereste dei miserabili in balia degli eventi).

L’altro ieri poi ho colto un’altra perla preziosa per la quale sarebbe giusto “vender tutto” per acquisire questo tesoro: “Rifiutate il pane sporco!”. Quanti menarrosti, quanti vendivento, quanti imbonitori e furbastri sono disposti ad “offrire pane sporco” per raggiungere fini loschi ed interessati?

Ogni tempo ha i suoi guai, però il buon Dio in ogni tempo, per fortuna, ci manda i maestri giusti; basta ascoltarli e seguirli!

19.04.2014

Il crocifisso e i crocifissi

Quest’anno ho ascoltato con particolare attenzione e condivisione le parole di quel grande francescano che è padre Cantalamessa. Questo fraticello, discepolo del Poverello d’Assisi, è un uomo di grande pietà e intelligenza, ma soprattutto ha il carisma e la capacità di trasmettere la Verità e coinvolgere gli spettatori con pensieri ed idee quanto mai incisive.

Per la Passione ha aiutato i fedeli a scoprire ed essere partecipi del mistero della croce, indicando una per una le categorie degli attuali crocifissi, delle persone e delle parti sociali del nostro mondo che attualmente sono inchiodate a croci dolorose e sanguinanti ed agonizzano spesso tra l’indifferenza di una società tutta ripiegata su se stessa e preoccupata di difendere il proprio benessere e i propri princìpi.

Quanta tristezza ho provato nel sentire soprattutto i magistrati, che notoriamente sono una categoria di persone ben pagate e soprattutto sono uomini delegati ad amministrare la giustizia – una delle missioni più sacre – che si sono lagnati per una decurtazione pressoché insignificante del loro stipendio, che è almeno, molte volte, superiore a quello con cui deve vivere un operaio. E soprattutto quanto mi ha fatto male il motivo pretestuoso della loro lagnanza.

Tornando al crocifisso di oggi mi sono ricordato di un pensiero del vescovo di Nuova York, mons. Fulton Sin: “Il venerdì santo sono sceso in strada ed ho visto il Cristo in croce, mi sono commosso e ho tentato di staccarlo, ma Egli si è rifiutato dicendomi: «Non scenderò finché non staccherete dalle loro croci il numero infinito di uomini che oggi patiscono su questo patibilo!»”.

Quest’anno io mi sono girato attorno per vedere se anche vicino a me c’è qualcuno che posso far scendere dalla croce. Si è presentata immediatamente ai miei occhi una anziana mamma che alcuni giorni fa ho visitato là, nella stanza linda e luminosa dell’Ospedale all’Angelo, ricoverata per un tumore al pancreas. Vive sola con un figliolo in difficoltà per una grave menomazione agli occhi. Fino all’altro ieri vivevano in un fragile equilibrio uno per l’altra, ora sono tutt’e due in croce, lei per il figlio che vive del respiro di sua madre e lui che al mondo l’unica cosa che possiede è sua madre.

Mai come in questi giorni ho sentito, sofferto e condiviso questa crocifissione che fa sanguinare i loro cuori, ma anche il mio.

Quante volte in questi giorni le mie labbra hanno ripetuto d’istinto: “Padre, se è possibile, passi questo calice!”, però mi sono sempre fermato lì; pensando a queste creature a cui voglio veramente bene, non ho avuto il coraggio di terminare la frase di Gesù!.

18.04.2014