La “pietà minore”

Noi vecchi preti siamo di certo condizionati dal nostro passato, per quanto ci possiamo sforzare di aprirci al nuovo, di avere fiducia nello spirito di Dio che apre alla Chiesa i nuovi percorsi per proporre il messaggio evangelico nei tempi nuovi. Per noi è pressoché impossibile voltare pagina ed abbandonare totalmente le devozioni che nella nostra giovinezza hanno alimentato la nostra fede.

A me si pone di frequente il problema su quello che è bene togliere e quello che invece è opportuno tenere, pur non facendone un feticcio o un problema di fede.

Anche quest’anno, all’inizio del mese di maggio, mi sono posto questo problema e, pur sapendo che il mio invito non avrebbe modificato granché le scelte dei fedeli, li ho sollecitati a partecipare al “fioretto” in parrocchia, a dire il rosario in famiglia o comunque a ravvivare la devozione alla Vergine Santa. D’altronde come avrei potuto dimenticare le mie esperienze di bambino in rapporto al mese di maggio?

Ricordo con comprensibile nostalgia quel mese che favoriva pratiche di pietà a livello di rione e soprattutto famigliare. Come posso dimenticare quei rosari in famiglia dopo cena, che certamente non brillavano per compostezza e pietà, comunque rappresentavano un’esperienza di preghiera!

A casa mia dicevamo il rosario nella cucina piuttosto angusta. Papà, mamma e noi sette figlioli, ognuno rincantucciato in ginocchio con i gomiti sulla sedia. Mi pare fosse la mamma a guidare la preghiera mariana che allora recitavamo in latino. Penso che neanche nostro Signore avrà potuto decifrare quel “latino” molto e molto approssimativo. Mi ricordo ancora quando, più grandicello, seminarista delle medie, organizzavo il rosario per tutte le famiglie della mia strada. Il punto di riferimento per la lode a Maria era un capitello dedicato a sant’Antonio; per noi rappresentava pur un segno di religione e non faceva molta differenza se dentro alla piccola edicola ci fosse la statua del “Santo” o della Madonna!

Cominciavamo un’ora prima a battere su una stanga di ferro che per noi rappresentava il campanile. La gente veniva, certe anziane si portavano la sedia, ma la maggioranza s’accomodava in qualche modo. Talvolta partiva qualche scapaccione da parte dei grandi per quietare i più irrequieti e ogni sera la preghiera si concludeva col canto “E’ l’ora che pia ….”, cantata con tutti i falsetti possibili. Quattro chiacchiere fra i grandi e poi tutti a letto!

Penso che le regole liturgiche venissero sacrificate, però tutto sommato ci ricordavano che lassù, in quel cielo stellato, c’era “Lei” ad ascoltarci.

Io non sono ancora riuscito a risolvere il problema se queste devozioni popolari alimentino o soffochino la fede, però propendo a pensare che ben difficilmente possiamo conservare la sostanza se non usiamo un “cartoccio”, pur malconcio, per contenerle. Spero che i giovani preti mi offrano una soluzione più aggiornata.

06.05.2014

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