Occupazione e disoccupazione

Forse ho paura di essere un “Bastian contrario” per carattere. E può anche darsi che nonostante spesso abbia fatto dei seri esami di coscienza, lo sia davvero. Però credo che, almeno in Italia, che è il Paese che conosco un po’ di più, spesso non ci sia il coraggio e l’onestà di dire con sincerità “pane al pane”.

Che la disoccupazione sia una piaga reale e che sia fonte di povertà, è un fatto inconfutabile, però è pur vero che questo male sociale non si possa imputarlo solamente al malgoverno. A parte il fatto che ci possono essere governi più o meno bravi a risolvere le questioni sociali, non ho mai sentito che vi siano in alcun Paese governi capaci di “far miracoli”. Quindi può darsi che il nostro governo abbia fatto degli sbagli, però credo che le soluzioni si trovino solamente “tirando” tutti dalla stessa parte e soprattutto se ognuno fa con coraggio e spirito di sacrificio il proprio dovere.

Tralascio di proposito il discorso sul governo, sulla classe imprenditoriale, per riferirmi alle responsabilità di chi cerca lavoro. Forse quello che sto per dire risente della storia passata e presente della mia famiglia. Mio nonno materno, dopo la prima guerra mondiale emigrò – lui e la sua famiglia, compresa mia madre – in Brasile, ove c’era lavoro. Il figlio di mia sorella, giovane comandante dell’Alitalia, un paio di anni fa, messo in mobilità con un lauto compenso per otto anni, sapendo che il tempo sarebbe passato velocemente, s’è cercato lavoro ben lontano da casa, in Qatar.

Primo: Il lavoro bisogna cercarlo comunque ove c’è. In Italia c’è ancora troppa gente che cerca un lavoro poco faticoso, ben pagato, vicino a casa e che duri per tutta la vita. Oggi questa è una chimera che nessun governo, né di sinistra né di destra, potrà mai garantire. Secondo: penso che noi italiani non abbiamo ancora capito che ormai viviamo in un mercato globale e perciò, se vogliamo vendere, dobbiamo produrre di più, di meglio e a minor prezzo degli altri. Soluzioni diverse sono pure chimere. Questi due semplici concetti dobbiamo passarli ai nostri ragazzi fin dall’infanzia. Illuderli con altre prospettive vuol dire tradirli e farne degli spostati eternamente scontenti.

Terza norma di fondo è quella di amare il proprio mestiere, farlo con passione e serietà. Questa è l’educazione che mio padre e mia madre hanno impartito a noi sette figli e tutti e sette, cresciuti con questi princìpi, ci siamo fatti la nostra posizione, modesta fin che si vuole, ma che ci ha consentito di non aver bisogno di sussidi dello Stato e ci ha permesso inoltre una vita dignitosa.

Io, il più vecchio, ho la bella età di 85 anni, ma le mie giornate sono “piene come un uovo”. Qualcuno ha detto che sono stato fortunato, mentre io sono convinto di aver lavorato, e non me ne pento.

09.04.2014

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