“La bontà insensata”

Ho già raccontato che una quindicina di anni fa invitai un gruppo di signori ormai sulla cinquantina, quasi tutti sposati e sistemati da un punto di vista professionale, familiare ed economico, dei quali ero stato l’assistente scout ai tempi della loro adolescenza. Non volli però dare all’incontro il solito taglio “amarcord” del ricordare assieme momenti intensi della loro e della mia avventura giovanile, ma proposi invece di fare una verifica schietta e concreta su che fine avessero fatto le proposte ideali che avevo fatto loro, rifacendomi alla conosciutissima frase di quel grande pedagogo che fu il fondatore dello scoutismo: “Cercate di lasciare il mondo un po’ migliore di quello che avete trovato venendo a questo mondo!”.

Non sto a riferire il risultato di questa confessione collettiva, però debbo dire che, tranne qualcuno, molti si erano adeguati al pensiero medio che ha sempre proposto la carriera e il successo, il quieto vivere, uniformandosi agli standard dell’opinione pubblica e relegando nel mondo ovattato dei ricordi i valori ideali che noi educatori avevamo loro proposto.

Questa esperienza fu, francamente, un po’ deludente, per uno come me che crede ai valori che ha tentato di passare. Pur cosciente dell’affermazione vera e realistica che “è quanto mai comprensibile il rivoluzionario ventenne, ma è da chiedersi se è del tutto giusto che uno rimanga tale anche a quaranta”, mi sono chiesto: “Che cosa è rimasto del sognatore, del rivoluzionario, dell’integrista e del “ribelle per amore”? Questo incontro mi ha costretto infinite volte a fare un serio e talvolta uno spietato esame di coscienza sulla mia esperienza personale. Nella vita di certo ci sono modalità diverse di “resistenza”, di impegno, di servizio e di coerenza, però tutto sommato devo dire che sono costretto giorno dopo giorno a difendere coi denti i miei ideali umani, civili e religiosi e che spessissimo mi ritrovo solo e perdente. Se ragiono umanamente, la mia seppur piccola rivoluzione è fallita e mi ritrovo a vivere con quel mondo piccolo borghese e perbenista che spesso mi ha etichettato come un sognatore, mai contento, illuso, con la testa per aria ed avvocato delle cause perse.

Da qualche tempo, un po’ scoraggiato e solo, mi crogiolavo su questi pensieri, domandandomi sempre più spesso se ho sbagliato tutto e se sono un perdente. La Provvidenza mi ha buttato per Natale “il salvagente”, avendo pietà del mio sconforto. Una cara signora mi ha regalato un volume della Mondadori di Gabriele Nissin: “La bontà insensata”. La tesi di fondo si rifà, con una documentazione sconfinata, a persone “perdenti”, ma che come i profeti rimangono un “faro”, un punto di riferimento, una spina sulla coscienza ed una proposta per ogni tipo di società per quanto piatta ed opaca possa essere.

Non è molto, però credo che sia sufficiente per giustificare un sogno o una visione ideale della vita.

07.01.2014

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