Camminare con le proprie gambe

Non so se gli altri sono fatti diversamente ma io, quando mi imbatto in un ostacolo, sia sociale che religioso, finché non l’ho “filtrato”, non ne ho colto quello che ha di positivo per averne un arricchimento, continuo a rimuginare il discorso o l’esperienza finché non li ho assimilati ed armonizzati con la mia filosofia di vita.

La lettura di qualche tempo fa del volume di Balducci, “L’uomo planetario”, poi di quello di padre Enzo Bianchi della Comunità di Bose sul messaggio cristiano nel nostro tempo, poi ancora del volume del cardinal Ruini su Dio nel pensiero contemporaneo, ed ora de “Il dialogo” di Enzo Mauro – tutti volumi a livello universitario scritti da pensatori di altissimo livello, però per me quanto mai ostici – mi ha creato più di una difficoltà, costringendomi ad una riflessione quanto mai faticosa.

Tutti questi pensatori, credenti o meno, vanno al nocciolo del messaggio cristiano, ne studiano i contraccolpi col pensiero oggi dominante, ne danno un’interpretazione quanto mai difficile citando altri studiosi ancora più astrusi di loro. E’ stato quindi fatale che mi domandassi che fine fanno allora il catechismo, le tradizioni, la liturgia, le pratiche della nostra religione, tutte realtà di cui è intessuta la vita religiosa.

Di primo acchito ho avuto l’impressione che essi passassero come un bulldozer sopra una cristalleria bella e pregiata ma tanto fragile di fronte a tanta possenza.

Mi capitò un’altra volta questa sensazione dopo aver partecipato, da giovane prete, ad una conferenza del famosissimo teologo tedesco Karl Raner sul sacerdozio. Andò avanti un’ora intera facendo tutte le ipotesi possibili ed immaginabili sul sacerdozio, tanto che alla fine della conferenza l’idea della missione sacerdotale che mi ha determinato a fare il prete ne usciva massacrata non riuscendo più a capire chi fossi e che cosa facessi a questo mondo. Un mio insegnante mi rasserenò dicendo che quella di Raner era ricerca pura e teoria ad alto livello, ma che doveva essere mediata e calata nella vita a livello esistenziale.

Così penso sia anche per questi ricercatori ai massimi livelli e cioè che le loro teorie devono incarnarsi nelle formule consuete. Ho capito che nella vita di tutti non solo c’è spazio, ma che ad esempio, per quello che riguarda la fede, tutto lo spazio va riempito con: la messa, il breviario, il rosario, le novene, le giaculatorie, i funerali e i matrimoni. Sono arrivato alla conclusione che la fede, come la verità, la bellezza e l’amore sono verità alte e pressoché indefinibili e, da un punto di vista teorico, forse poco appaganti umanamente, che però vanno mediate riducendole a parole e gesti umili e semplici che, soli, le possono rendere utilizzabili anche dagli illetterati.

Se io domandassi a questi testoni: «Cos’è l’amore?», di certo mi farebbero un discorso altrettanto ostico e difficile di quello sulla Chiesa e la fede, però poi nella pratica l’amore è quella realtà dolce che fa cantare il cuore e rende bella la vita e si alimenta e si esprime con le cose più elementari: uno sguardo, una carezza, un bacio, cose che anche gli analfabeti sanno far bene.

La ricerca è importante, ma la vita lo è ancor di più. Talvolta può esser utile che quella piccola casta di studiosi se la vedano fra di loro, mentre noi continuiamo a vivere.

21.01.2014

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