I poliziotti e l’amnistia

Il dirigente della questura di Mestre è un mio caro amico che non perde occasione per dimostrarmi affetto e fiducia. Io ricambio interamente questi sentimenti perché mi sono sempre piaciuti gli uomini franchi, candidi, senza fronzoli diplomatici e dai rapporti caldi ed immediati.

Questo “questore” – penso sia questo il titolo che gli si addice – una settimana fa mi ha invitato in questura per una piccola cerimonia di cui io, di primo acchito, non ho capito la portata.

I suoi poliziotti avevano scoperto uno zingaro che aveva rubato, lo avevano arrestato e recuperata la refurtiva. Tra le cose rubate c’era un po’ di tutto: motociclette, arnesi per scasso, portagioielli, filo di rame e tante altre cose. La polizia aveva restituito ai proprietari quanto era loro ed il resto, di cui non era stato possibile trovare il padrone, il nostro poliziotto invece di farlo rottamare come al solito, con una complicatissina procedura aveva ottenuto dalla magistratura di poterlo donare ad un ente benefico. Per il dottor Vomiero evidentemente io rappresento la beneficenza e perciò l’ha destinata ad una delle associazioni Onlus del “don Vecchi”.

A raccontarla la cosa sembra semplice e perfino banale, però chi conosce anche superficialmente “la giustizia”, sa che le procedure sono infinite e superburocraticizzate. Per il questore si trattava di una vicenda quasi storica e in occasione dell’arrivo del verbale di consegna del materiale, organizzò una piccola cerimonia. Fece intervenire una ventina di poliziotti che si trovavano in caserma, fece un discorsetto, stappò una bottiglia di vino e tolse il tappo ad una di aranciata, aggiungendo un pacchetto di biscotti.

In quell’occasione chiesi che cosa ne pensavano del discorso che si stava facendo in quei giorni sull’amnistia. Mi parvero estremamente scettici, infatti uno si lasciò scappare: «Fra un anno li dovremo metter dentro di nuovo!». Capii allora più di sempre che il problema delle carceri non si risolve assolutamente mandando fuori trenta, quarantamila detenuti: senza lavoro, senza prospettive di alcun genere. Capii la fatica che quei ragazzoni avevano fatto per assicurare alla giustizia tanta gente con una prospettiva di dover cominciare da capo perché la detenzione aveva di certo affinato la loro capacità di delinquere.

L’Italia continua a metter toppe nuove su un vestito vecchio in brandelli. Ci vuol ben di diverso per affrontare questo problema! Giudici diversamente preparati e responsabili, codici moderni, pene diversificate, personale di custodia preparato, carceri civili, lavoro per tutti, direttori di carceri intelligenti, processi più snelli e veloci, fiducia nel recupero e nella redenzione di chi ha sbagliato, rifiuto di pene solamente afflittive.

Napolitano fa bene a pungolare, però dovrebbe nel contempo esigere una riforma vera e seria, non una soluzione spiccia per alleggerire gli istituti carcerari spesso più vicini al medioevo che al mondo contemporaneo.

E’ tempo di abbandonare i rattoppi, che non risolvono nulla, anzi spesso peggiorano l’esistente per puntare ad un intervento radicale.

22.10.2013

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