Don Camillo

A questo mondo succedono spesso delle cose strane che sorprendono e fanno pensare.

Alcuni giorni fa è venuta a trovarmi nella mia chiesa del cimitero una mia vecchia parrocchiana che per un po’ di tempo mi offrì una qualche collaborazione per “Lettera aperta”, il settimanale della mia vecchia parrocchia di Carpenedo. Un tempo le sue visite erano più frequenti ma ora, per gravi disturbi alla deambulazione, è costretta a farsi accompagnare dai figli. L’incontrai tanto volentieri perché so che mi vuol bene e perché l’ammiro per la sua fede limpida e forte e per la sua sensibilità a livello culturale ed umano.

Per l’occasione mi fece un’offerta per ricordare suo marito, morto da vent’anni, un’altra bella figura di uomo e di cristiano che ricordo quasi con tenerezza perché incorniciava anche visivamente la sua saggezza e bontà con una lunga barba bianca quasi da filosofo greco o da profeta dell’antico testamento.

In occasione della visita questa cara donna mi disse, con mia sorpresa, che aveva pensato di lasciarmi in eredità un quadro che le era caro, ma che poi aveva deciso di darmelo fin da subito. Tirò fuori dalla borsa un quadro di modeste dimensioni, ma ben incartato, come si fa quando una cosa è di pregio. La ringraziai, ma non ebbi il tempo di aprirlo perché era l’ora di celebrare la messa. Giunto a casa aprii con curiosità l’involucro e con mia sorpresa mi accorsi che il “quadro” non era che un compensato che riportava una scena di uno dei film tratti da “Mondo piccolo” di Giovannino Guareschi.

La foto inquadrava don Camillo e Peppone, ossia Fernandel e Gino Cervi, che pedalavano con forza e fatica le relative biciclette – da donna quella di don Camillo e da uomo quella del sindaco Peppone, che aveva sul portabagagli della ruota davanti una grosse valigia legata col solito spago alla maniera dei nostri vecchi.

Non sono riuscito a capire da quale film fosse tratta la foto, d’altronde mi interessava di più la lettura che questa signora dava all’immagine, perché mi parve ovvio che mi identificasse in don Camillo. Confesso che ne sono stato contento perché, tutto sommato, il don Camillo di Guareschi è un prete attivo e partecipe della vita del suo paese, di fede semplice ma convinto, un uomo che tutto sommato ha conservato una calda umanità ed una capacità di dialogo nonostante le barriere ideologiche e le scelte del partito del suo apparente “avversario”, ma in realtà caro fratello.

Se anch’io apparissi, o meglio fossi, così, ne sarei lusingato.

La pena di morte

Della produzione televisiva attuale non mi piace quasi niente. A me piacerebbero quei documentari sulle chiese, i palazzi, i borghi della nostra terra, mi piacerebbe qualche filmone in costume, inchieste, dibattiti, ricerche, concerti di musica sinfonica e lirica mentre, pur girovagando tra le centinaia di canali, non trovo altro che film violenti, volgari e futili.

Qualche sera fa, fortunatamente, su Rai Storia mi sono imbattuto, sempre per caso, in un film sulla rivoluzione francese e il suo epilogo: ghigliottina per il re, poi per la regina ed infine per Danton, uno dei principali protagonisti della rivoluzione che ha scardinato un tipo di società sclerotica e sorpassata per aprire le porte alla democrazia.

L’esecuzione capitale dei reali è stata ripresa in maniera particolareggiata nei singoli passaggi del triste e lugubre rituale. Cosa da barbari! D’istinto però l’ho confrontata con la recente esecuzione capitale mediante iniezione di farmaci venefici avvenuta qualche giorno fa in uno Stato del sud degli Stati Uniti dopo almeno tre secoli da quella della rivoluzione francese, esecuzione che ha procurato la morte del condannato dopo due ore di convulsa agonia. Gli Stati Uniti si sono “modernizzati” con la sedia elettrica e l’iniezione letale, ma appaiono più barbari ancora! Io sono decisamente contrario alla pena di morte perché credo che l’uomo sia in continua evoluzione e che anche un momento dopo che ha commesso un crimine esecrabile possa redimersi.

Un paio di settimane fa ho pubblicato la storia di un condannato a morte per omicidio che in carcere si è convertito a vita nuova tanto che, nonostante abbia subito serenamente la pena capitale, la Chiesa francese ha inoltrato la causa per portarlo all’onore degli altari come persona di riferimento a livello religioso.

La vecchia tesi della punizione o dell’esempio perché scoraggino gli individui a commettere delitti efferati, pare che scientificamente risulti inefficace a raggiungere questi obiettivi. Pur ammettendo che la società debba difendersi in maniera seria da chi infrange il codice di un vivere sereno, pare che oggi si debbano trovare soluzioni alternative che credano nell’uomo e l’aiutino a ravvedersi.

Su questo tema non solo l’Italia ma, credo, il mondo intero, devono molto ai radicali di Pannella i quali hanno fatto e stanno facendo una campagna seria e pare anche efficace per l’abolizione della pena di morte, non solamente per i suaccennati motivi, ma anche perchè è sempre in piedi la terribile possibilità dell’errore giudiziario, cosa possibile anche ai nostri tempi. Ai radicali dobbiamo pure molto per la campagna tesa ad umanizzare le carceri e renderle non solo nominalmente, ma anche di fatto, occasione e motivo di redenzione.

Mi torna a proposito e a consolazione la tesi del romanzo di Cronin “La chiave del Regno”. Tra le tante strade, penso che anche quella di Pannella, nonostante tutto, possa portare al Regno.

31.08.2014

Il miracolo in cui credo

Moltissimi anni fa, quando la Rai introdusse il terzo canale – infatti per anni ne funzionavano due soltanto – si disse che quello sarebbe stato il canale prevalentemente culturale. Ora che i canali sono pressoché infiniti e che si perde più tempo per cercare il programma preferito che a cogliere l’oggetto della relativa proposta, le cose si sono confuse alquanto.

Debbo però confessare che talvolta scopro nel terzo canale delle trasmissioni quanto mai interessanti. Qualche sera fa, appunto sul terzo canale, mi sono imbattuto in una bella, intelligente e documentata inchiesta su Medjugorje, il piccolo paese della ex Jugoslavia in cui un gruppetto di ragazzi più o meno grandi affermano che la Madonna appare loro in momenti e giorni fissi.

Da quanto ho sentito, pare che l’ultima commissione di indagine, nominata dal Vaticano per indagare sulla veridicità dell’evento, abbia consegnato a Papa Francesco il risultato della ricerca e Papa Francesco a breve dovrebbe pronunciarsi su queste apparizioni.

Il fenomeno, nato in sordina in quella terra desolata e difficile, è diventato pian piano un evento religioso che di certo supera i nostri santuari mariani, ma forse anche quelli del mondo intero – e non sono pochi in tutte le parti della terra. Pare che di certo superi, come numero di pellegrini ed importanza religiosa, Fatima e sia alla pari, o forse superi, perfino Lourdes, che è tutto dire!

Premetto che, pur con tutto il rispetto delle opinioni, delle scelte e delle convinzioni altrui, io rimango scettico, a livello religioso, di fronte ad ogni specie di apparizione. Per natura sono istintivamente portato a pensare che a questo mondo tutto sia un miracolo così vicino, così grande e così convincente che non sento assolutamente il bisogno di imbarcarmi in lunghi pellegrinaggi per cogliere la presenza e la benevolenza di Dio che mi pare di incontrare in ogni momento ed in ogni aspetto della mia quotidianità.

La storia di Medjugorje è sempre stata un po’ anomala, tormentata ed avvolta in infinite discussioni. La Chiesa è sempre stata perplessa ed è arrivata perfino a proibire ai parroci di organizzare pellegrinaggi. Nessuno le ha obbedito; forse queste perplessità della gerarchia hanno favorito questo fenomeno religioso.

Il bel servizio televisivo mi ha informato a iosa sui milioni di visitatori, sulle infinite conversioni, sull’atmosfera tanto ricca di spiritualità e sulla fede forte che spesso è nata da questa esperienza. Sono rimasto quanto mai interessato, edificato ed entusiasta per queste nuove sorgenti di spiritualità e di fede che sorgono così abbondanti da quella terra aspra, selvaggia, ma benedetta. Non so cosa possa dire il Papa, spero tanto che lasci che le cose vadano per il loro corso. A me non interessa quasi per nulla che i veggenti vedano o no la Madonna, per me il vero miracolo sono la fede, l’entusiasmo, le conversioni che fioriscono a Medjugorje. Spero di trovare anch’io, così razionalista e scettico, la via per andare prima o poi a tuffarmi in questo oceano di fede, perché ne sento tanto il bisogno.

30.08.2014

“Non abbiate paura”!

In questi ultimi giorni di fine agosto la vita attorno al “don Vecchi” è molto più tranquilla del solito. All’infuori di quelle 140-150 persone che vengono allo “spaccio solidale” per “acquistare” al costo di un euro cinque prodotti alimentari messi a disposizione dai supermercati Cadoro – più il pane a volontà – regna un senso di tranquillità e di silenzio, atmosfere assolutamente sconosciute durante tutto il resto dell’anno.

All’interno del “don Vecchi” alcuni residenti sono in vacanza, altri non escono mai dal loro alloggio, altri infine sono, come tutto l’anno, a badare ai nipoti in casa dei loro figli. Comunque la vita all’interno del “borgo degli anziani” scorre sempre assai tranquilla. Questa atmosfera mi aiuta a riflettere anche se in realtà a me non mancano mai i motivi per essere preoccupato.

Ricordo che più di cinquant’anni fa, quando ero in servizio a San Lorenzo, pure assillato spesso, e talvolta turbato, dai problemi presenti in quella comunità cristiana quanto mai numerosa e spesso inquieta, confidai a monsignor Aldo Da Villa, che era il parroco, che avrei sognato una piccola parrocchia di montagna o anche di campagna ove la vita e i relativi problemi fossero meno assillanti. Monsignore, che era un uomo che aveva i piedi per terra e che s’era temprato durante la guerra facendo il cappellano militare nel deserto della Libia e della Cirenaica, mi disse: «Ricordati, Armando, che i problemi non sono fuori di te, ma dentro di te; anche se tu andassi sul cocuzzolo del monte Bianco i tuoi patemi te li porteresti sempre con te. E’ dentro il tuo animo che devi risolverli».

In questi giorni di relativa calma purtroppo molti di essi sono riemersi quanto mai amari e pungenti. Oggi, leggendo però quasi per caso, la pagina del Vangelo che narra l’incontro di Gesù di notte con i discepoli nel lago di Tiberiade, m’è parso che avrei potuto farmi aiutare da un punto di forza sempre presente ed utilizzabile, ma che spesso invece stavo trascurando:

I discepoli che vanno a incontrare Gesù a Betsaida remano con forza perché hanno il vento contro. Presi dal panico, cercano di gestire la situazione, ma le cose vanno fuori controllo. Il Signore infine viene a salvarli camminando sull’acqua verso di loro. Sfortunatamente, i discepoli però non riconoscono Gesù e pensano di aver visto un fantasma. Si accorgono poi che era il Signore soltanto quando lui finalmente dice: “Coraggio, sono io; non abbiate paura!” Gesù li calma e li rassicura. La calma ci viene dalla fiducia che Dio è presente e ci ascolta in tutte le situazioni. Rimanere calmi è difficile nel mezzo di una crisi o le cose sono fuori controllo. Imparare a liberarci dalle preoccupazioni e fidarci che Dio è presente accanto a noi è una prova di saggezza. La chiave della sicurezza è la prospettiva. Certamente, riceveremo la nostra parte di forti venti e di acque agitate nella vita. Quando questi momenti vengono, impariamo a essere coraggiosi e attenti alla presenza di Gesù accanto a noi: il Signore è sempre fedele e viene da noi quando lo invochiamo, fiduciosi.

Tantissime volte nella mia lunga vita, in momenti tempestosi, anche se talvolta queste presunte tempeste si svolgevano – come si suol dire – solamente all’interno di un bicchier d’acqua, il Signore ha risolto tutto senza interventi troppo portentosi. La chiave per aprirci alla serenità è sempre questa: pensare alla presenza di Gesù accanto a noi e rivolgerci a Lui con fiducia.

Credo che bisogna che io conficchi con più decisione nel mio animo questo chiodo: Gesù è sempre presente in ogni vicenda della mia vita e sempre pronto a risolvere il mio problema purché glielo chieda con assoluta fiducia.

30.08.2014

Creature belle

In una copertina de “L’Incontro” ho stampato la fotografia di una ragazza di una bellezza leziosa, tutta leccata, in atteggiamento di dire: «Guardatemi, vedete quanto sono bella!». Nella didascalia che sempre mi serve per dar voce al pensiero ed indirizzare la reazione di chi incontra quell’immagine, ho scritto quello di cui sono profondamente convinto, cioè che la vera bellezza di un uomo e di una donna si esprime quando c’è un forte connubio tra il volto e il corpo e gli ideali e i valori che cantano dentro al suo cuore. Le bambole dagli occhi perfetti, dalle guance colorite e con un corpo aggraziato, rimangono solamente bambole, mentre quando uno guarda un quadro d’autore, che ritrae il volto di un uomo o di una donna, intuisce magari in maniera indistinta che dentro c’è un valore, un messaggio, una forza esistenziale, perfino una fiammella di Dio.

La donna della prima pagina l’ho definita, per il suo atteggiamento lezioso, “un’oca giuliva”. Nella vita quotidiana mi capita abbastanza spesso di incontrare uomini e donne di tutte le età e di tutti i ceti che sono veramente belli. Quando mi capita di scoprirli mi viene in mente la pagina della Bibbia quando dice che “l’uomo e la donna sono fatti ad immagine e somiglianza di Dio”. Queste sono le “immagini sacre” che mi incantano, e non le immagini della Madonna e di Gesù che qualche visionario dice di aver visto, ma che in realtà sono copie di infima qualità della bellezza e della magnificenza di Dio. Però ognuno può aver la fortuna di scoprire nella vita quotidiana delle vere “copie del Creatore”, vive e reali.

Fino a qualche mese fa un giovanotto di mezza età accompagnava in chiesa la vecchia madre che aveva la “santa mania” di voler venire a messa ogni giorno nonostante il tempo e la sua infermità. Ora non viene più perché forse la mamma non può più uscire o se n’è andata in cielo, però quando ricordo le premure, la tenerezza, l’affetto con cui questo giovane l’accompagnava e l’accudiva, avverto qualcosa di veramente sublime e sacro. Mi è stato detto che questo giovane faceva il portiere di notte in un albergo di Venezia. Non so come facesse, comunque per anni era sempre accanto alla madre, sereno e affettuoso.

Da qualche tempo una “vecchia scout” del secondo millennio, ma che ha conservato un bel volto vivo e sorridente, ha voluto a casa sua la sorella disabile mentale che soffriva di vivere con la matrigna. Ogni volta che s’accostano assieme all’Eucaristia godo dei loro volti belli, illuminati dall’amore e dalla fede.

Ormai dall’inverno scorso sono diventate fedeli e devote una cara signora più che ottantenne affetta dall’Alzheimer. o da qualcosa del genere, donna dolce e cara ma indifesa, e la giovane figliola che l’accompagna, una ragazzona nel fiore della sua femminilità che dedica con un’attenzione infinita alla sua mamma fragile e bisognosa di appoggio, tutto il tempo libero dal lavoro. A fine messa questa signora mia coetanea viene a prendersi un bacetto dal vecchio parroco quiescente. Ogni volta che mi si accosta assieme alla figlia, mi sembra di sentire il profumo della bontà.

Queste e tante altre sono le creature che io non stimo brave, ma meritevoli.

29.08.2014

“La squadra di Dio”

Al mattino, dopo aver recitato il breviario, rifacendomi alla vecchia abitudine presa in seminario, dedico qualche tempo alla meditazione. La mia meditazione è però molto particolare; ho l’impressione che abbia ben poco di mistico.

In passato, avendo sentito magnificare il pensiero dei grandi mistici, ho provato anch’io a fare l’esperienza di riflettere sugli scritti di santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce o sull’Imitazione di Cristo. I primi due, che si dice siano i più grandi mistici, che si lasciano illuminare direttamente da Dio e vivono in profonda comunione con lui, mi è parso che “parlassero arabo” tanto sono difficili ed incomprensibili, mentre per l’Imitazione di Cristo di Tommaso da Kempis almeno qualche affermazione mi lasciò intravedere un mondo sconosciuto, però posto tanto tanto in alto per il mio spirito.

La mia meditazione è assai elementare, o forse neanche “da scuola materna”. Io sento il bisogno di qualcosa di concreto che attragga la mia immaginazione e mi avvolga tanto da sentirmi tutto dentro ad una verità che mi indichi un orizzonte aperto, una meta seppur lontana e difficile, ma che mi affascini e mi faccia vibrare di letizia e di desiderio. Mentre i mistici, i teologi, i biblisti o gli scritti dei santi padri della Chiesa, non sono per me perché talvolta al massimo mi fanno dormicchiare. Mi lascio invece condurre per mano dalle esperienze o dalle considerazioni di cristiani semplici e concreti che aprono il cuore e confidano con grande semplicità ed umiltà quello che vanno scoprendo, quello che li entusiasma e li aiuta a fidarsi di Dio a ringraziare il Signore che sentono vicino alle loro esperienze esistenziali e da ciò traggono luce, conforto, speranza e volontà di proseguire il cammino verso la verità e verso l’amore.

Mi piacerebbe tanto confrontarmi su queste cose con la gente semplice, con i cristiani normali e aprire idealmente un dialogo.

Mi permetto di riferire agli amici il testo da cui è partita la mia meditazione di questa mattina:

“Avevo 11 anni e la mia famiglia si era trasferita in un’altra città. Ero il più piccolo del quartiere e mi sentivo solo, non riuscivo a fare nuove amicizie. Durante l’estate i ragazzi si riunivano ogni giorno per giocare a pallone. I due più grandi facevano i capitani e sceglievano le squadre. Com’era da aspettarsi, io ero scelto per ultimo. Quando i capitani non erano presenti, il terzo più grande faceva da capitano. Per qualche ragione, mi sceglieva sempre per primo. Orgoglioso, mi sentivo alto 2 metri. Molti anni più tardi gli ho chiesto perché sceglieva me invece dei giocatori più grandi e più bravi, e lui mi ha risposto: “Perché ce la mettevi tutta ed eri sempre contento di giocare. Mi piaceva averti nella mia squadra.” Da allora, ho sempre usato questo come una metafora del mio rapporto con il Signore. A prescindere dalle circostanze, sono contento della vita che Dio mi dà e do il meglio di me per lui. Non posso fare cose straordinarie, ma sono felice di far parte della squadra con Dio”.

Tre sono stati i passaggi che mi hanno spinto a rinnovare il proposito di impegnarmi con me stesso e con nostro Signore:

  1. mettercela tutta;
  2. essere sempre contento della vita che Iddio mi ha donato e di potermela spendere come un bel gioco interessante ed avvincente;
  3. far parte della “squadra di Dio”.

Questa visione della vita come un bel gioco di squadra da giocare con entusiasmo e passione sotto la guida di un “capitano” capace e buono qual’è il buon Dio, mi ha confortato, incoraggiato ed inebriato. Questo non è proprio poco per un vecchio misantropo quale sono io.

28.08.2014

Le pietre e la vita

Il matrimonio tra il grande fabbricato che sorge alla punta della dogana a ridosso della Basilica della Madonna della Salute e il “Marcianum” è stato di breve durata. Le vicende del Mose hanno affondato l’opera che il patriarca Scola considerava come il fiore all’occhiello della Chiesa veneziana e che, come tale, ha presentato al Papa Ratzinger.

Leggere sui giornali la comunicazione del patriarca attuale, il quale per motivi di ordine finanziario s’è sentito costretto a chiudere quest’ultima pagina altisonante ed impegnativa per la Chiesa di Venezia, mi ha costretto a riandare a quel vecchio e monumentale palazzo veneziano nel quale ho trascorso ben dodici anni della mia fanciullezza e della prima giovinezza. Il palazzone secentesco austero e massiccio è nato come convento dei Padri Somaschi. All’inizio del secolo scorso però venne occupato dal seminario che s’è trasferito da Castello alla punta della Salute.

Quando io vi entrai, nel 1942, ospitava ben 200 seminaristi dalla prima media all’ultimo anno della teologia. Il fabbricato non solo nel suo esterno è austero, ma pure l’interno era, fino a tre quattro anni fa, vecchio, cupo, soprattutto immenso. Eppure io vi passai dodici anni felici. Beata fanciullezza! Nonostante le regole, i cameroni di quaranta letti e le anguste camerette con le inferriate alla finestra quando ero chierico, vi passai tempi sereni e felici. Ricordo che alle 21 toglievano la luce e il “prefetto”, ossia l’assistente, chiudeva la porta a chiave.

Ai miei tempi, tutto sommato, il seminario aveva l’impronta del collegio dell’ottocento. Ripeto che, nonostante ci muovessimo sempre inquadrati a due a due, nonostante avessimo la divisa da questurino con tanto di cappello col sottogola, nonostante i corridoi fossero tanto bui, nonostante a motivo della guerra il cibo scarseggiasse assai, i miei ricordi sono belli. Ricordo con nostalgia non solamente quel tempo, ma anche quell’enorme palazzo.

Da quanto mi ha detto mio fratello don Roberto, che è entrato in seminario venti anni dopo di me, pure lui ricorda positivamente quel tempo trascorso in seminario; anzi, da quanto mi ha confidato, da dieci anni non vi ha messo più piede perché vuole ricordarlo così come l’ha vissuto.

Monsignor Vecchi vi ha operato delle modifiche significative, ma soprattutto il patriarca Scola l’ha trasformato in una università in linea col nostro tempo. Non ho capito a che cosa ora sarà destinato un fabbricato così enorme e così signorile. Qualcuno mi ha riferito che monsignor Pistollato, che attualmente è all’apice della Chiesa veneziana, ha affermato che ne faranno un albergo di lusso. Non mi meraviglierei, perché questo pare sia il destino di Venezia: una grande Veneland lagunare, con strutture alberghiere per turisti.

Pensavo poi che la cosa non sarebbe pure una novità in assoluto perché anche monsignor Vecchi, che aveva fiuto per gli affari, per alcuni anni ne aveva fatto una foresteria durante i mesi estivi, per racimolare un po’ di denaro per mantenere noi seminaristi. I vecchi monsignori di San Marco però misero fine all’iniziativa temendo che il profumo o qualche capello delle signore ospiti potessero mettere in pericolo la castità dei futuri preti. Ora staremo a vedere!

26.08.2014

I famigli

Monsignor Cè m’è parso sempre sorpreso e ammirato dal numero di volontari che ho sempre avuto accanto durante tutte le mie “imprese” del passato più o meno lontano, ma pure del presente. Io sono perfettamente conscio di questo dono del Cielo, anche se il mio volontariato assomiglia all’esercito di Brancaleone: disordinato, irrequieto e poco disciplinato, che ha creato spesso parecchie noie.

Ho sempre pensato che le difficoltà che questi volontari difficilmente governabili mi han creato, dipendessero dal fatto che nel reclutamento non sono mai andato per il sottile, non ho avuto mai uffici filtro, non ho mai fatto ricerche sulla fede e sulla moralità, sui comportamenti, sperando sempre che la mia testimonianza e quella dei miei diretti collaboratori avesse potuto incidere sulla loro coscienza e farne dei volontari motivati e generosi.

Il vecchio patriarca Cè, che di certo non conosceva i limiti e le magagne di quel gruppo assai consistente ma non troppo qualificato sia come efficienza che, soprattutto, come motivazione interiore, un giorno mi buttò là una proposta, probabilmente sotto una spinta emotiva piuttosto che di una motivazione ben ponderata: «Perché, don Armando, non dà vita ad una congregazione religiosa?». Il discorso non ebbe evidentemente seguito, non solo perché mancavano assolutamente i presupposti, ma anche perché io ero e sono lontano mille miglia da un’avventura del genere. Confesso però che ho sempre sognato di avere, come avviene spesso in certi conventi di frati, un gruppetto seppur minuscolo di persone che condividano l’avventura mettendone a disposizione tutto il proprio tempo e le proprie risorse umane. Non mi riferisco con ciò ai frati conversi, quelli che un tempo erano destinati alla questua o alla cura del brolo e della sagrestia, ma a quei “famigli” non pagati, che tutto sommato condividevano la vita dei frati, dal desco alla casa.

Finora il progetto m’è riuscito in parte: c’è Carlo, non troppo devoto ma sempre disponibile a tutto, almeno fin quando “dio Bacco” non lo tenta; ora c’è pure Giorgio, più lucido, determinato e specialmente con una lunga esperienza di convento alle spalle, che promette assai bene se la sua scelta diventerà definitiva; c’è poi un numeretto di persone, pur questo molto limitato, che mi pare condivida la causa e sia disponibile a far un po’ di tutto quando c’è necessità.

Mi auguro che questi “discepoli” o “frati conversi” aumentino e che il “don Vecchi” non debba essere condizionato dagli “assunti ufficiali” che quasi sempre si rifanno alle regole o ai privilegi sindacali e che non riescono a vedere nella Fondazione un qualcosa di più e di diverso di un’azienda qualunque.

Per ora ringrazio il Signore e lo prego perché cresca il numero e la qualità in maniera tale che ci sia sempre chi crede che valga la pena di spendere la vita per gli anziani.

26.07.2014

Povero Papa Francesco!

Ho già scritto fin troppo sul discorso delle ferie. Dovrei dare la mia testimonianza e poi starmene zitto. Purtroppo soltanto ieri ho confessato che sono un peccatore incallito che fa tanta fatica a convertirsi. Ci ritorno quindi ancora una volta nella speranza di dare una mano alla mia “categoria” non solamente a prender esempio da Papa Francesco, ma pure a tener conto di un mondo di poveri che fan fatica a sopravvivere e di una Chiesa che purtroppo non gode più di quella credibilità che è assolutamente necessaria per riscuotere il consenso delle masse e soprattutto dell’esempio di Gesù che è nato, é vissuto ed è morto in povertà ed in totale servizio agli uomini.

Qualche giorno fa una signora che porta “L’Incontro” nelle chiese che l’accettano, mi ha detto: «Don Armando, ne stampi almeno 150 copie di meno perché la chiesa “tal dei tali” rimane chiusa per tutte le ferie, un’altra apre solamente un paio di ore al mattino, ma pure quasi tutte le chiese di Mestre osservano un orario ridotto; sono poche le chiese che rimangono aperte più di quattro cinque ore al giorno». Un altro collaboratore che, conosce il mio desiderio di leggere i bollettini parrocchiali, mi ha fatto sapere che in molte parrocchie la pubblicazione è sospesa durante tutto il periodo estivo. Forse sono appena tre o quattro le parrocchie che continuano a pubblicare il bollettino parrocchiale durante l’estate, come se la formazione cristiana e l’informazione sulla vita della comunità non fosse più utile, o meglio necessaria, durante i mesi di luglio, agosto e, forse, mezzo settembre.

Per non parlare poi delle ferie dei sacerdoti ai quali pare non basti più la frescura, la pace e il silenzio delle nostre belle montagne, ma sperano di poterli trovare solamente in Africa, in America latina, negli Stati Uniti, in Inghilterra e perfino in Asia.

Si, ci sono dei preti benemeriti che girano come trottole per seguire i ragazzi, gli scout e la propria gente, però sembrano essere una minoranza.

Il Patriarca Scola ha fatto qualche anno fa un’affermazione che credo vada letta da un’angolatura ben precisa, tanto che ho sempre sperato che vi avesse dato, prima o poi, un’interpretazione autentica. Suonava così: “Le vacanze non sono solamente un diritto, ma un dovere”. Giustissimo, se si tratta di una breve pausa per riflettere, meditare e programmare per la nuova stagione parrocchiale, ma se si tratta di viaggi all’estero non mi pare che si possano queste ferie pensare in linea con lo spirito sacerdotale.

A questo proposito mi domando come riescano a fare vacanze del genere con lo stipendio dei preti che è discreto, ma di certo non può coprire questo tipo di viaggi. Un richiamo fraterno alla sobrietà, all’attenzione del momento difficile, ma soprattutto alla promessa di povertà fatta in occasione dell’ordinazione sacerdotale, penso che non sia proprio di troppo.

25.07.2014

Benedetto Sant’Agostino!

L’altra mattina mi ha raggiunto, nella vecchia cappella del cimitero, mentre la stavo riordinando, una vecchia conoscenza. Un “ragazzo cinquantenne” con un particolare tono di voce, che mi ha salutato dicendomi immediatamente: «Don Armando, non si ricorda di me?». In verità ricordavo un po’ confusamente un tipo del suo genere, ma ricordavo soprattutto, dalla tonalità della voce, che forse era uno che avevo tentato di aiutare ma che poi da una quindicina di anni era scomparso nel nulla.

Mi parlò della sua vita che, almeno da quello che mi diceva, era un po’ meno squallida di quella di tante persone in situazioni analoghe. Vive presso un pensionato vedovo che, per centoottanta euro in nero gli dà una stanza, fa qualche lavoretto di pochissimo conto, ma mi raccontava che si mantiene soprattutto con la stagione della vendemmia e della raccolta delle mele in Val di Non, ospite in una delle case di don Benzi ove gli chiedevano un euro per dormire e delle suore gli preparavano due panini per il pranzo. Tutto sommato era piacevole ascoltarlo, perché aveva una parlata calda e scorrevole.

Mentre mi raccontava dell’ospitalità nella struttura di don Benzi, il prete romagnolo dalla tonaca sdrucita ma dal cuore d’oro, una volta ancora ho provato ammirazione ed invidia per chi ha creato queste case con le porte spalancate per gli “ultimi” di questo mondo. Capii al volo che la visita non era del tutto occasionale e perciò gli diedi venti euro che gli servivano per recarsi alla raccolta delle primizie. Mi rimasero in portafoglio 5 euro, ma quasi subito è arrivato un altro abitué che si accontenta anche di cinque euro: lo svuotai. Ed ora sento il dovere di confessare ai miei amici una “colpa” per ottenere una loro “assoluzione”. Sentite la mia perfidia!

Quando mi capita di rifiutare certe richieste, che io ritengo eccessive per le mie tasche, quasi sempre nostro Signore “mi punisce” facendomi arrossire come un peperone, mandandomi qualcuno che mi fa un’offerta consistente, dicendomi così, anche senza aprir bocca: «Non ti fidi di me? E hai allontanato a mani vuote o soltanto con qualche soldarello un altro mio figlio e tuo fratello che ti ho mandato perché tu l’aiutassi?». Rimango ogni volta turbato e mortificato.

Questa mattina, in rapporto a queste esperienze, mi è passato per la mente un pensiero ignobile: “Ed ora, non mi dici niente Signore? Ora che una volta ti ho ascoltato?”. E poi, nel profondo del mio animo, una vocina tenue ed imbarazzante mi pareva continuasse: “Se sei contento, dammene un cenno!”. Tornato a casa col sacchetto contenente le offerte della colletta, che quasi sempre non superano i cinque o sei euro, lo aprii curioso e sfrontato per tanta confidenza che stavo prendendomi con nostro Signore, e vi trovai 100 euro accartocciati. Ho pensato subito a san Pietro che disse: «Signore, allontanati da me perché sono un peccatore!».

24.07.2014

“Picconate”

Qualche sera fa, a “Rai storia”, hanno trasmesso un bel servizio su Francesco Cossiga, ex presidente della Repubblica italiana, assai discusso e criticato soprattutto alla fine del suo mandato.

Io non conosco più di tanto Cossiga, lo sapevo figlio di quella terra forte ed aspra che è la Sardegna, ho avuto modo di rendermi conto che fosse un uomo intelligente, di vasta cultura e soprattutto un cristiano convinto. Ricordo che in uno dei tanti scontri dialettici di carattere politico e religioso aveva biasimato il suo avversario accusandolo di avere poca cultura teologica, materia di cui talvolta lui faceva sfoggio. Non è proprio frequente – se si eccettua il mistico Giorgio La Pira o forse il (un po’) bigotto presidente Scalfaro – incontrare politici italiani che parlino volentieri e in maniera competente di religione. Ma soprattutto credo che Cossiga sia passato alla storia italiana come il presidente delle “picconate” frequenti e decise.

Il conduttore della trasmissione, esperto di politica, ha inquadrato questo bisogno quasi sadico di picconare una società e le sue istituzioni ormai ingessate e poco propense ad aprirsi ai tempi nuovi. Non sono in grado di valutare se l’azione di Cossiga sia stata opportuna o provvidenziale, sono quindi costretto a lasciare ai posteri “l’ardua sentenza”. Però devo confidare che mentre continuavo a seguire la trasmissione e a seguire il discorso del conduttore, per una strana associazione di idee, e soprattutto di immagini, fui portato a seguire quasi in parallelo l’azione di Papa Francesco nei riguardi della Chiesa, per concludere, dentro di me, che il nostro Pontefice, pur a modo suo e con forme assai diverse, è per la Chiesa un autentico “picconatore” che in poco tempo ha demolito in maniera progressiva e sempre più radicale, il modo di vivere la religione, di rapportarsi con la cosiddetta “gerarchia”, di smantellare una mentalità sacrale per far ritornare la Chiesa ad un costume da Vangelo.

Vi sono alcune immagini che, pur non accompagnate da parole, hanno letteralmente sbriciolata una impalcatura barocca, gerarchica e non in sintonia con la cultura e l’evolversi della sensibilità dell’uomo moderno. Lasciate che vi confidi questi flash che rimangono indelebili nel mio animo: l’essersi scelto il nome di Francesco, la sua richiesta di benedizione ai fedeli, l’augurare buon appetito, rifiutare indumenti particolarmente sfarzosi, salire in aereo con la borsa nera in mano, dare il bacio alla presidente poco benevola dell’Argentina, telefonare anche a semplici fedeli, mandare un obolo ai poveri, salire in pullman con gli altri prelati, il dialogo con Scalfari, scegliere come abitazione Santa Marta, parlare coi netturbini del Vaticano, sedersi tra gli altri in un banco qualunque per ascoltare la predica, andare alla mensa prendendo il vassoio per il pranzo, usare l’utilitaria per spostarsi. Sono queste “picconate” silenziose, garbate, rispettose. Ma in poco più di un anno con esse ha demolito un muro più solido di quello di Berlino!

Può darsi che Papa Francesco passi alla storia come il papa “picconatore”, comunque di fatto lo è stato. Eccome!

23.07.2014

Antonio Stella

Goffredo di Buglione, che penso sia stato un frate un po’, o forse molto, esagitato a cui andava stretto il convento, attraversò i vari Paesi d’Europa predicando la crociata per la liberazione del Santo Sepolcro al grido di: “Dio lo vuole!”.

Le cose andarono veramente male perché con queste motivazioni religiose veramente inconsistenti i cristiani si macchiarono di una marea di sangue e di infinite nefandezze.

Partendo da questa premessa, mi guardo bene dal tentare di promuovere oggi una crociata contro la burocrazia, un po’ perché mi manca il talento per galvanizzare le folle, ma soprattutto perché, pur avendo delle motivazioni più solide di quelle di Buglione, non vorrei che succedessero cose simili a quelle tanto deprecate delle vecchie crociate in Terrasanta.

Ho la sensazione poi che Renzi, che a livello di affabulazione è infinitamente più esperto di me, si sia fatto ingoiare dalle sabbie mobili che un po’ alla volta pare lo stiano inghiottendo. Per l’abolizione del Senato ha scatenato una bagarre tale che non si sa proprio dove vada a finire, per il voler fissare un tetto massimo per lo stipendio dei manager degli enti pubblici pare che tutto si sia incagliato, per la riduzione della retribuzione scandalosa degli addetti al Senato e al Parlamento le cose non vanno meglio.

Prego sempre per il “povero Matteo” affidandomi particolarmente a santa Rita, che dicono sia esperta nelle cose impossibili, suggerendole poi di costituire un pool, assieme a sant’Antonio e a Padre Pio, perché se non si mettono di mezzo loro me la vedo proprio brutta! La burocrazia è stata una delle principali cause del fallimento del comunismo reale in Russia, però credo che ora minacci anche la nostra povera democrazia che è di certo più fragile del monolitico partito comunista russo.

Da alcuni giorni qualcuno mi ha informato che sul canale 48 della televisione si trasmettono in continuazione notiziari di informazione. Quest’oggi ho aperto per caso la televisione su quel canale mentre stavano intervistando il celeberrimo giornalista Antonio Stella che, una volta ancora, denunciava la morsa mortale della burocrazia statale e parastatale che soffoca nella sua melma ogni tentativo di innovazione.

Antonio Stella, per chi non lo sapesse, è il giornalista che ha pubblicato un paio di volumi sulla “casta”, quell’agglomerato di parolai inconcludenti che sta affondando l’Italia. Nella brevissima intervista ha raccontato due perle così significative che sento il bisogno di renderne partecipi i miei amici. Una signora, andata a Lourdes cieca, è tornata a casa guarita e, da persona onesta, ha denunciato la guarigione perché le togliessero la pensione di cecità che non le spettava più. L’INPS s’è opposto perché, non credendo lo Stato laico ai miracoli, per esso doveva continuare ad essere considerata cieca!

La seconda perla della burocrazia: per uno svarione un cittadino vivo e vegeto era stato considerato morto da due anni. Il cittadino ha dovuto documentare, con tanto di certificati, che era vivo. I burocrati non si accontentarono però della sua certificazione per l’anno corrente, ma pretesero anche quella dell’anno pregresso. Altro che liberazione del Santo Sepolcro, liberarci da questa pestilenza è il più impellente bisogno.

22.07.2014

Il pope dei moldavi

Qualche mattina fa mi ha raggiunto nella sagrestia della mia “cattedrale” il pope della chiesa ortodossa moldava. Già mi aveva contattato alcune settimane prima per chiedere il mio aiuto, cosa che ho fatto, però senza alcun risultato.

Questo pope (vengono chiamati pope i sacerdoti delle chiese ortodosse dei paesi dell’est, come pure quelli del medio oriente), è un giovanottone robusto ed aitante, con moglie ed una figlia, che si guadagna da vivere facendo l’autista, perché la sua Chiesa gli passa “coerentemente” con i magri stipendi della Moldavia, ben 50 euro al mese! Il problema di questo ministro del culto è quello di trovare un locale per le messe domenicali, il catechismo per i bambini e per tutto quello che attinge all’attività di una parrocchia. Attualmente celebra a Marghera in una stanza di 50 metri quadri che gli costa 200 euro di affitto al mese.

Nel primo incontro mi chiese se l’aiutavo a trovare un capannone a modico affitto che lui, con i suoi fedeli, avrebbe adattato a chiesa. Condividendo fino in fondo il motivo di questa richiesta, feci per due tre volte un appello su “L’Incontro”, senza però ottenere risposta alcuna. La nostra città è, lo si voglia o no, in posizione di diffidenza e di rifiuto nei riguardi degli extracomunitari, perfino per quel che riguarda le cose della religione.

L’altra mattina il pope è ritornato tutto speranzoso, avendo scoperto che la chiesetta falsogotica dell’ex ospedale Umberto Primo è stata lasciata in piedi. Perché non venga profanata le hanno murato la porta. Quella chiesa io la conosco assai bene perché è stata restaurata dal commendator Chiozza, il cittadino che più di 30 anni fa avrebbe costruito pure il nuovo ospedale di Mestre se i democristiani di sinistra, partito al quale pure Chiozza apparteneva, non gli avessero messo i bastoni fra le ruote per motivi di faide interne. La conosco bene perché vi ho celebrato tante volte quando mi fu chiesto di sostituire i padri camilliani come cappellano dell’ospedale.

Per venire incontro al pope il primo inghippo era di sapere se l’immobile apparteneva alla ULSS 12 o al Comune. Mandai il pope da Venturini della municipalità. Stamattina il sacerdote moldavo mi riferì che apparteneva al Comune e perciò mi chiedeva di dargli una mano per contattare il responsabile. Ora, col commissario, non saprei più a che santo rivolgermi. Avendo saputo che tra Mestre e Venezia i moldavi sono seimila, il gruppo etnico più numeroso, dapprima pensai che uno sciopero delle badanti moldave metterebbe in ginocchio le famiglie dei vecchi di tre quarti della città. Poi suggerii di far firmare una petizione da parte dei moldavi e dei preti mestrini in appoggio alla richiesta. Infine mi è venuto in mente di far stampare una lettera circolare e farla spedire da ogni singolo moldavo al commissario. Spero che questa “crociata” abbia un esito più positivo di quello per la conquista del Santo Sepolcro!

21.07.2014

L’ultimo Francesco

Qualche settimana fa ho scritto che stavo leggendo una particolare e strana vita di san Francesco. Due giovani fidanzati, in occasione del mio sessantesimo anniversario di sacerdozio, mi hanno regalato una vita di san Francesco, volume appena uscito.

Credo che con lo sviluppo e l’enorme presenza dei discepoli del santo in tutto il mondo, siano innumerevoli le vite di san Francesco. Ogni scrittore, pur rifacendosi ai dati storici – credo che già uno dei primi discepoli del Santo di Assisi abbia steso una biografia, quindi ci sono fonti dirette e sicure – mi pare che ogni biografo abbia “letto” la vita del poverello di Assisi da una angolatura particolare, da un lato perché condizionato dalla sua personale sensibilità e dall’altro perché non avrebbe alcun senso ripetere in maniera pedissequa ciò che altri hanno già scritto.

Io sono innamorato della spiritualità di questo santo, così fresca e solare, per cui ho letto più di una biografia e sempre con ammirazione e profitto interiore. Lo scoprire la nuova vita, “Il gioioso mendicante”, scritto da Louis De Wohl ed edita da Rizzoli (Bur), gennaio 2014, mi ha incuriosito quanto mai e mi ha spinto a dedicarvi più tempo di quanto non dedichi normalmente alla lettura. Il fatto poi che questi miei cari ragazzi mi abbiano fatto questo omaggio, mi ha portato a pensare che avessero già letto il volume ed, entusiasti, abbiano voluto rendere partecipe della “scoperta” anche il loro vecchio prete.

Penso però che le cose non siano andate così; molto probabilmente, come avviene quasi sempre, avranno detto al libraio: «Vogliamo fare un regalo ad un prete, che cosa ci suggerisce?». I librai, che spesso non sono tali, ma solamente commessi di libreria, suggeriscono al cliente un volume – magari recente, ma che è poco richiesto – perché non rimanga nei loro scaffali. Comunque sono contento di aver letto questo “romanzo” che inquadra un’epoca della quale l’autore ha colto soprattutto gli aspetti più legati alla mentalità del tempo, inserendo la vicenda esistenziale del giovane di Assisi con i fatti contorti di quel tempo ricco di comuni bellicosi, tempo delle crociate, delle beghe tra gli aspiranti alla nomina dell’imperatore del Sacro Impero, della Chiesa tutta intenta a riaffermare la sua autorità e soprattutto della vicenda esistenziale di un conte decaduto, tutto impegnato a riavere il ducato della sua famiglia con ogni mezzo lecito e meno lecito.

Praticamente il protagonista non risulta san Francesco, ma questo bellimbusto che si innamora di Chiara di Assisi, si mette al soldo di un monarca ambizioso, traffica con i turchi e, sempre per via del sognato ducato, viene infine messo alla porta con un calcio nel sedere dall’epigone meschino di Carlo Magno, fondatore del Sacro Romano Impero.

Col senno di poi, avrei forse fatto meglio a rubare tempo ai miei impegni quotidiani. Forse, per scusarmi, ho pensato di metterlo in conto delle vacanze estive, comunque l’immagine bella, splendida del Poverello che c’è dentro di me, non è stata affatto sciupata dal discorso lezioso e quasi frivolo di questo autore che si dimostra dotto, brillante e ottimo conoscitore del tempo e della mentalità della società di san Francesco.

20.07.2014

Il pensatore che zoppica

Questa mattina ho terminato di leggere il volumetto dell’editrice Bompiani “Carlo Maria Martini-Umberto Eco – In che cosa crede chi non crede in Dio?”, che un magistrato amico ha avuto lo squisito pensiero di regalarmi.

Gli amici miei, ai quali confido le mie povere esperienze di ricerca religiosa di vecchio prete, forse ricordano che dissi, almeno tre settimane fa, le mie difficoltà di comprendere quanto questi due uomini di cultura – il cardinale di Milano e lo studioso non credente Umberto Eco – si sono scambiati attraverso un diario epistolare.

Come mai tanto tempo per leggere un volume di piccole dimensioni e di soltanto 123 pagine? Due sono i motivi. Il primo: il testo mi risultò talmente difficile che dovetti leggere e rileggere pur senza capire tutto. Forse questo dipende dai miei limiti di intelligenza e di cultura e forse ancora dalle nebbie della vecchiaia avanzata. Avendo una domenica citato il volume durante il sermone, una signora volle a tutti i costi che le fornissi i termini per acquistare il volume. Mi piacerebbe che venisse a dirmi cosa ne ha capito. Il magistrato che me l’ha regalato, persona colta e intelligente, mi disse che “è stimolante”. A me è parso che mi abbia messo in un ginepraio o, peggio, in un labirinto, per cui ho faticato tanto a uscirne.

Il secondo motivo è che un altro mio caro e giovane amico, assieme alla sua fidanzata, in occasione dei miei 60 anni di sacerdozio, mi ha regalato una vita di San Francesco, “Il gioioso mendicante” di Louis de Wohl della Rizzoli, un volume che invece è scritto come una favola incantevole. Perciò ogni tanto, soprattutto quando Eco e Martini mi “mettevano in difficoltà”, mi rifugiavo da San Francesco dicendomi, quando mi pareva di perder tempo: “Rimane pur sempre la vita del più santo degli italiani e il più santo dei santi!”, mettendo così in pace la mia coscienza e riposandomi a leggere “il romanzetto”.

Ritorno però allo scambio epistolare tra Eco e Martini. Mi è piaciuto il garbo, il rispetto reciproco, la ricerca onesta di ambedue di trovare i punti di incontro tra le tesi cristiane e quelle laiche, la grande intelligenza e la grande cultura: Martini più pacato e riflessivo, Eco invece che si lascia andare spesso allo sfoggio di erudizione e agli artifici del letterato. Comunque due belle teste!

Ho letto, vi confesso, con un po’ di trepidazione, il volume, temendo che Eco – cosa che non è assolutamente avvenuta – mettesse in difficoltà Martini e, di riflesso, mettesse pure in difficoltà il mio impianto di pensiero su Dio e su tutto l’indotto.

Ora, con estrema sincerità, devo confidare agli amici che m’è parso che Eco zoppichi terribilmente sulla domanda di fondo: “In che cosa crede chi non crede?”. Il pensatore laico, come è avvenuto per Scalfari su discorsi analoghi, si arrampica affannosamente sugli specchi, scivola da tutte le parti e non convince in maniera assoluta quando tenta di indicare le fondamenta portanti del suo pensiero. Gli atei vanno bene e riescono, quando tentano di demolire – questo però non è il caso di Eco né di Scalfari – ma s’ingarbugliano in discorsi astrusi e non convincono affatto quando tentano di giustificare il loro ateismo. Per fortuna e per grazia di Dio la mia fede ne è uscita indenne, anzi si è rafforzata dal confronto tra Eco e Martini.

19.07.2014