Una banda di manigoldi

Il popolo sta allontanandosi ogni giorno di più dalla politica. Lo dimostra il crescente disprezzo verso questa categoria di concittadini che pretende con dei comportamenti dissennati ed interessati di rappresentarci nella gestione della cosa pubblica.

Il progressivo e vistoso assenteismo alle elezioni è la prova inoppugnabile della disistima nei riguardi della mentalità e delle scelte delle persone che si sono dichiarate, pur dietro un vistoso e consistente compenso, disponibili a rappresentarci per trovare le soluzioni più idonee a risolvere i pur difficili problemi del nostro Paese.

A scanso di ogni equivoco dichiaro in maniera convinta che io ritengo che la politica sia una cosa sana e doverosa e ritengo ancora che chi accetta questo servizio sia, almeno da un punto di vista ideale, un cittadino meritevole e degno di stima e di ammirazione. Ritengo ancora che nella classe politica ci siano sempre state delle bellissime e nobili persone che hanno scelto questo compito come un servizio degno di rispetto.

Ho fatto questa lunga premessa per affermare che non condivido l’idea che la politica sia una cosa sporca e che, schifati da certi comportamenti, sia lecito farsi da parte per lasciare che gente senza scrupoli profani ed infanghi questo servizio. Anzi la constatazione delle deludenti “magagne” e furberie di politici disonesti deve spingere, soprattutto i benpensanti e gli onesti, a non abbandonare il campo, anzi ad impegnarsi con maggior serietà e dedizione.

Detto questo, è altrettanto onesto e doveroso denunciare le malefatte, le ruberie, le faziosità e la sete di potere talmente forte da tentare in ogni modo e ad ogni costo di garantirsi comunque la rielezione. E, a questo riguardo, sento il dovere di dire la mia, quasi disperato a livello politico.

In questi giorni si sta discutendo sull’abolizione del senato. Sembra, quasi a tutti che questa seconda camera, il senato, soluzione poco presente negli altri Paesi progrediti, soprattutto per le funzioni attuali, sia giusto sopprimerla, o perlomeno riordinarla perché sia più funzionale e produttiva. Ebbene, oggi ho appreso dai vari telegiornali, che a tal proposito si sono presentati più di ottomila emendamenti. Neanche i bambini della scuola materna arriverebbero a tale insensatezza e a tale aberrazione!

Non appena ho udito la notizia, non sono riuscito a trattenermi dall’affermare: «Siete una banda di manigoldi troppo pagati che date scandalo al Paese e meritate la gogna!» Come faceva la Serenissima, bisognerebbe esporli dentro alle gabbie al pubblico ludibrio e disprezzo. Ma accanto a questa esasperata condanna non posso tacere di farne un’altra più triste ed accorata nei riguardi di tanti cittadini onesti, capaci e probi, che per pigrizia e per tornaconto personale non si offrono per mandare a casa questi mascalzoni e per offrire la loro capacità ed onestà per un servizio così nobile e necessario.

16.08.2014

L’integrismo nostrano

Domenica scorsa la Chiesa ha proposto all’attenzione dei cristiani la parabola del buon seme e della zizzania. Credo che tutti la conoscano, però penso che sia opportuno riassumerla in poche parole. Un signore seminò del buon seme nel suo campo, ma purtroppo “l’uomo nemico” nottetempo vi seminò la gramigna. Quando quello e questa germogliarono, i contadini si accorsero del brutto inghippo e proposero al loro padrone di sradicare la gramigna. Sennonché quel proprietario, uomo saggio, ordinò che si lasciasse crescere anche la gramigna per non incorrere nel pericolo di danneggiare anche il grano ed avocò a sé la cernita a fine stagione.

Fin dal primo momento di riflessione pensai: “Qui ci starebbe bene una bella lezione sull’integrismo, cioè sulla tentazione di chi si crede nel giusto eliminando radicalmente chi ritiene sia dannoso alla società”. Immediatamente mi venne in mente il fondamentalismo islamico che a questo riguardo sembra perfino insuperabile nella sua arroganza, prepotenza e mancanza di rispetto per chi la pensa diversamente.

Poi m’è parso che il discorso fosse troppo comodo perché l’Islam, specie quello fondamentalista, è in arretrato sulla civiltà di almeno mezzo millennio. Sarebbe una pretesa assurda che in poco tempo possa recuperare tanto ritardo! Preferisco riflettere sull’integralismo di casa nostra. Non è vero forse che noi cattolici sul divorzio, sull’aborto, sull’eutanasia, o comunque su quelli che vengono definiti “i valori non negoziabili” siamo integristi?

Dichiaro, senza riserve mentali, che a livello di coscienza penso che queste scelte siano errate, contro natura e dannose ai singoli e alla società. Ritengo però anche, sulla scorta del suggerimento di Cristo, che non sia giusto, anzi sia immorale, imporre per legge questi valori cristiani a chi non li condivide.

Con questo non dico che il cristiano se ne debba stare alla finestra con le braccia conserte a vedere come vanno le cose, ma anzi credo che debba impegnarsi a fondo con la sua testimonianza e come pure col suo contributo razionale per mettere in guardia i cittadini dall’errore di queste scelte e dalla loro nocività.

E’ doveroso invece pretendere che la società rispetti le mie scelte e quelle altrui; questo è il compito fondamentale di una società moderna. Il tempo dello stato confessionale è tramontato da molto ed è bene che sia così perché di danni e abusi sulla libertà degli altri questa mentalità ne ha già fatti fin troppi. Il cristiano deve essere soprattutto un testimone onesto, credibile, però rispettoso di quelli che ritiene siano in errore imparando da Dio stesso questo comportamento.

C’è un salmo che afferma che Dio è talmente rispettoso della libertà delle sue creature, che perfino fornisce loro il tempo e le forze perché lo possano offendere. E’ tempo di pretendere libertà e rispetto per le nostre scelte e di garantire nel contempo la libertà ai nostri concittadini di comportarsi in maniera anche opposta alle nostre convinzioni. A questo riguardo penso che i radicali siano di qualche passo più avanti anche di noi cristiani.

15.08.2014

Amarcord

Non sarei onesto se non confessassi che in occasione della celebrazione, seppur in sordina, dei miei sessant’anni di sacerdozio, non sia stato risucchiato dai ricordo del mio passato di prete.

Nel numero 29 di “Gente Veneta”, il settimanale della diocesi, il bravo giornalista Paolo Fusco ha pubblicato un’intervista che mi aveva fatto qualche giorno prima per telefono. La stessa cosa ha fatto per don Angelo Centenaro e per don Luigi Stecca, i due sacerdoti ordinati con me nel giugno del 1954.

Ho letto con attenzione e forse con più curiosità, i tre “pezzi” nei quali Fusco ha tentato di riassumere vita, morte e miracoli di noi freschi di sessant’anni di sacerdozio. Mi pare sia naturale che mi abbia interessato maggiormente quanto questo bravo professionista della carta stampata ha scritto su di me.

Una volta letto il pezzo, vergato con garbo e generosità, mi sono domandato se sono proprio io il vecchio prete di cui parla Fusco, se è proprio mia la vita descritta da questo giovane che ho incontrato come obiettore di coscienza in redazione di Radiocarpini.

L’articolo è frutto di una telefonata di una ventina di minuti e di un curriculum che gli ho mandato per fax. Con Fusco sono abbastanza spesso in contatto perché gli chiedo spesso aiuto quando ho bisogno di informare l’opinione pubblica del versante religioso sulle vicende dei Centri don Vecchi. Nel suo articolo ha indugiato maggiormente sulle iniziative e le vicende nelle quali sono stato coinvolto, un po’ meno sul mio sentire cristiano o sul mio vivere “il mistero” della fede, della Chiesa e del sacerdozio cattolico.

Sono convinto che il mondo che è emerso è stato soprattutto quello delle opere, piuttosto che quello sotterraneo della coscienza, del sentire e del pensare. D’altronde questo è comprensibile perché il nostro rapporto pur cordiale, affettuoso e ricco di stima, non ha mai attinto all’interiorità.

Leggendo l’intervista avrei tantissime altre cose da aggiungere, però quello che le ha generate è un mondo interiore molto più tormentato, irrequieto e preoccupato. Per far emergere questo, che forse è il supporto di tutte le mie scelte e le mie reazioni, ci vorrebbe certamente più spazio e soprattutto più volontà da parte mia di “scoprirmi”, volontà che per ora non ho.

Qualche mese fa un altro dei miei ragazzi, Francesco Bottazzo, che lavora per “Il Corriere del Veneto”, mi ha proposto di scrivere la mia biografia, cosa che ho rifiutato decisamente a motivo del mio essere schivo e riservato per le cose che riguardano il mio intimo. Comunque chi fosse interessato a conoscere un po’ di più di questo vecchio prete, non ha che da leggere “L’Incontro” e mettere assieme tanti piccoli tasselli e ne verrebbe fuori una figura un po’ più tormentata e sempre in ricerca di quella apparentemente vincente che emerge dall’articolo di “Gente Veneta”.

Croce e delizia

Il diario è, o dovrebbe essere, di per se stesso, l’immagine e l’espressione dei sentimenti di chi lo scrive. Credo che il mio diario rispecchi fin troppo bene lo stato d’animo e la reazione agli eventi nei quali sono coinvolto.

Faccio ancora una volta questa premessa per giustificare il mio intervento su un argomento su cui mi sono espresso anche in questi ultimi giorni, cioè il volontariato.

Ho scritto recentemente che nutro una certa preoccupazione per il presente e per il prossimo futuro delle quattro associazioni di volontariato che rappresentano l’osso portante del “Polo solidale” del “don Vecchi”, presso il quale ogni giorno accorrono migliaia di concittadini e di extracomunitari a chiedere aiuto. Le difficoltà in questo settore non mi sono assolutamente nuove. In passato sempre si sono ricomposte, però ogni volta mi preoccupano fino all’angoscia per il timore che possa venir meno questo aiuto ai poveri e che venga a mancare alla nostra Chiesa veneziana la testimonianza più significativa della sua concreta attenzione al dramma dei fratelli più poveri.

Un esercito di volontari, non pagati, non fortemente motivati, non addestrati per quello che devono fare, è difficile da guidare, ma se questo esercito recluta i suoi “soldati” dal mondo veneziano in cui impera sovrano ed incontrastato l’individualismo, la cosa diventa ancora più difficile.

Qualche giorno fa ho ricordato che i volontari della comunità di Sant’Egidio che ho incontrato negli anni scorsi mi sono apparsi profondamente motivati da valori religiosi. La scelta di mettersi a disposizione del prossimo poggia sulla parola di Cristo, mentre la mia gente l’ho reclutata così come veniva e m’è parso per molto tempo di non dover premere più di tanto sui princìpi e i valori cristiani di fondo, pensando che il fatto stesso che si mettessero a disposizione del prossimo li mettesse automaticamente in linea con l’insegnamento evangelico.

Tra i duecento volontari che lavorano al “don Vecchi” vi sono fortunatamente anche dei cristiani seri e coerenti, non sempre però la loro testimonianza incide più di tanto e pare riesca a dare un tono e delle fondamenta più solide di quel senso di pura beneficenza che sembra essere l’elemento più diffuso. A loro merito, per quello che riguarda la costanza, la presenza nei giorni concordati, va detto che, eccetto qualche elemento, quasi tutti pare abbiano accettato di svolgere con serietà il servizio scelto.

In questa situazione avvertendo più che mai la mia fragilità, non mi resta, come Mosè, che stare con le mani alzate in preghiera e dare la mia povera testimonianza di fedeltà e perseveranza nonostante il passare degli anni. Spero tanto che basti e soprattutto arrivi un giovane prete a riordinare questo esercito di Brancaleone irrequieto, poco disponibile e non del tutto motivato.

Anticorpi insufficienti

Forse ho detto fin troppe volte che ho scelto di essere mattiniero per poter dedicare gli albori di ogni nuovo giorno alla mia anima e al buon Dio. Mi alzo alle cinque e un quarto e per le sei, dopo aver dedicato un qualche tempo alla cura della mia persona e dopo aver riordinato la mia stanza da letto, sono pronto per la preghiera. Normalmente spalanco la porta-finestra che dà sul terrazzino oltre il quale c’è il verde di un grande campo e il rumore lontano dei veicoli che percorrono via Martiri della Libertà. Aprendo la porta-finestra ho l’impressione di mettermi in comunione col mondo. Poi apro il breviario per “incontrare il Signore”, ascoltare il suo messaggio e parlargli delle mie cose personali e di quelle della società in cui vivo.

La Chiesa mi “impone” un percorso obbligato che è quello dei salmi, della lettura del Nuovo e Vecchio Testamento. Più volte ho confessato che per me non è un percorso facile perché se gli ebrei di oggi con gli arabi della Striscia di Gaza, che pur considero oltremodo fanatici, non sono degli agnellini innocenti, i loro padri, cioè quelli della Bibbia, sono stati ben più sanguinari e spietati con gli abitanti dei paesi vicini. Per quanto tenti di decodificare il testo per togliergli di dosso i vestiti culturali del tempo, spesso mi riduco veramente all’osso e mi riesce a malapena di salvare il seme di quello che presumo essere il messaggio di Dio.

Poi, rifacendomi alla mia infanzia, recito le preghiere tradizionali che mi sembrano tanto più rasserenanti. Termino con una breve meditazione su una frase della Bibbia commentata da cristiani comuni della Chiesa metodista d’America. Il testo però riporta pure la testimonianza di fedeli di tutto il mondo appartenenti a questa confessione cristiana. Queste riflessioni mi fanno bene perché mi fanno incontrare il pensiero e la testimonianza cristiana di un cristianesimo semplice, entusiasta e tanto pio da sembrare perfino immune dal peccato originale, ma soprattutto dal razionalismo esasperato e dissacrante del nostro vecchio mondo.

Dopo do una scorsa veloce al Gazzettino, quotidiano che, come tutti gli altri, pare paghi un numero consistente di giornalisti perché raccolgano tutte le immondizie, le cattiverie e le meschinità dal mondo intero. Confesso che gli anticorpi che mi provengono dalla meditazione e dalla preghiera precedente, molto spesso fanno fatica a proteggermi dal male che ogni giorno Il Gazzettino mi offre, domandandomi per di più ogni giorno un euro e venti.

Il piedestallo

Ricordo che forse due o tre anni fa ho scritto un paio di volte sull’ex allenatore della nostra nazionale di calcio, tessendone le lodi.

Da quello che mi ricordo la mia ammirazione per Prandelli nasceva dal fatto che preferiva al ruolo di tecnico, quello dell’educatore che puntava a fare della squadra un gruppo di amici e che aveva a cuore non solamente di formare un gruppo di bravi professionisti del calcio, ma uomini veri, ricchi umanamente.

Avevo letto poi da qualche parte che sia quando frequentava l’oratorio in parrocchia che quando cominciò a fare l’allenatore di squadre minori, non tollerava la violenza, la scorrettezza, la slealtà, lo scambio di denaro e soprattutto una vita viziata da parte di questi giocatori che sono sempre strapagati. Queste scelte e questo orientamento mi pareva quanto mai serio, lodevole e umanamente tanto nobile.

Avevo letto ancora che sua moglie si era ammalata di tumore e lui l’aveva assistita con grande amore, arrivando ad allontanarsi per due anni dalla sua professione per rimanere in famiglia con i suoi due figli per essere più vicino alla sposa ammalata. Tutto questo non aveva fatto che aumentare la mia stima e la mia ammirazione. Mi è parso tanto bello che in un settore che interessa le masse popolari, un uomo integro, dalle idee chiare e dalla vita sana, offrisse una testimonianza quanto mai preziosa ed esemplare.

Sennonché mi caddero le braccia quando lessi per caso in un giornale che dovendo andare in un paese estero per una partita, aveva portato con sé la sua nuova “compagna”. Io voglio essere tollerante, voglio accettare la fragilità umana, però non sono affatto propenso a dare la mia stima a chi si lascia trascinare dalla moda corrente e pur potendosi sposare regolarmente, indulge in un rapporto non limpido e comunque non conforme al pensiero cristiano.

Se Prandelli si ritiene un cattolico, come mi pare abbia affermato, trovo che questo comportamento sia in netta contrapposizione. A questo motivo, che mi ha costretto a toglierlo dal piedestallo in cui io – parlo per me – l’avevo messo, se n’è aggiunto un altro. Dopo la débacle della squadra italiana ai campionati del mondo, egli si è dimesso, forse riconoscendo i suoi errori a livello tecnico. La stampa, in occasione di queste dimissioni, l’ha esaltato perché avrebbe potuto continuare, visto che aveva un contratto che gli garantiva un milione e mezzo per un altro paio di anni. Ma a questo presunto gesto di dignità seguì un’altra notizia: lo stesso Prandelli avrebbe firmato un contratto con un Paese estero che gli garantiva quattro milioni e mezzo all’anno. “Povero” Prandelli! Penso, almeno io, di non lasciarlo sul piedestallo!

Finalmente!

In questi giorni, con mia infinita sorpresa, un mio collega, un po’ più giovane di me, prima a voce, poi per iscritto, mi ha manifestato la sua ammirazione per il “diario” che io vado scrivendo da una vita ma che lui ha scoperto solo recentemente su “L’Incontro” e mi ha pure incoraggiato a continuare per il bene della Chiesa di Mestre. La sorpresa è stata ancora più grande perché, sempre nella sua missiva, mi ha confessato che in passato non aveva nei miei riguardi una posizione del tutto positiva. Riaffermo che sono stato veramente sorpreso perché mai, o quasi mai, un collega sacerdote mi ha confidato di leggere i miei scritti, anzi più di uno ha proibito nel tempo che “L’Incontro” fosse in distribuzione nella sua chiesa.

Talvolta sono andato in crisi al pensiero che i miei colleghi reputassero pericoloso per i loro fedeli il mio messaggio e la mia proposta cristiana, che per quanto la giudichi in maniera critica, si rifà, o vorrebbe rifarsi, totalmente al messaggio di Gesù. E’ vero che non sono preoccupato di usare una terminologia e delle riflessioni troppo attente di piacere ai capi, ma nella sostanza ho sempre cercato di proporre una Chiesa libera, povera, aperta al confronto ed estremamente convinta della validità del suo messaggio.

Aldilà di qualche espressione un po’ decisa, credo di non aver mai sfiorano i limiti dell’ortodossia, comunque mai intenzionalmente ho voluto farlo. In molte occasioni, invece, m’è venuto da pensare – ma questo non è di certo virtuoso da parte mia – che certi colleghi e soprattutto certi parroci, temessero il confronto tra il nostro periodico e il loro foglietto.

Un carissimo amico, cristiano convinto e coerente, al quale ho confidato che il foglietto del suo parroco – che è appunto uno di quei parroci che rifiutano il nostro periodico – è veramente inconsistente, anzi desolante, mi ha fatto osservare che ognuno ha le sue doti particolari e perciò si deve comprendere anche chi è meno dotato. Ho trovato saggia e valida questa osservazione, però da un lato rifiuto chi si comporta da despota, o peggio da satropo nel suo territorio e dall’altro lato penso che far spazio a chi ti può dare un aiuto e fargli una supplenza, sia non solo intelligente, ma anche virtuoso.

Comunque sono stato contento di incassare questa approvazione che spero mi faccia da contrappeso alle critiche e ai rifiuti di altri “confratelli”.

Lettera non spedita

Il tornado partito dal MOSE pare che pian piano si stia placando, anche se rimane sotto gli occhi della nostra società la desolazione che esso ha lasciato nel mondo imprenditoriale, nel mondo della politica e in quello delle amministrazioni statali e parastatali, le quali dovrebbero vigilare sulla correttezza della civica amministrazione, e perfino nella Chiesa veneziana che non è uscita indenne da questa “catastrofe”.

Uno dei protagonisti che ha scoperto il bubbone e che ha inciso, determinato e freddo col bisturi della giustizia, è stato il giovane procuratore della Repubblica Stefano Ancillotto. Di questo magistrato io conosco quasi solamente la fanciullezza perché nato e vissuto nella mia vecchia parrocchia e quindi conosco lui, la sorella, i genitori, le zie ed ho mantenuto rapporti cari ed affettuosi con tutti loro.

Sapendolo al timone di questa barca non solidissima che è la giustizia e che in questi ultimi decenni ha perduto molto della sacralità e della stima dell’opinione pubblica di cui godeva in passato per essersi una parte di essa schierata a livello politico, molte volte ho pensato con stima, ma pure con tanta preoccupazione, a questo giovane magistrato che, come il piccolo David, sfida il mastodontico Golia pressoché onnipotente.

Quante volte ho temuto perfino per la sua incolumità fisica. Conosco la sua lucidità, il suo coraggio e la sua determinazione, ma so pure che i poteri forti che egli ha disturbato denunciando le loro malefatte alla pubblica opinione, sono spietati, dispongono di mezzi economici illimitati e sono inseriti in una ragnatela di complicità che ha tutto l’interesse che lo status quo non venga turbato. Per questo motivo non ho cessato di aver paura, di preoccuparmi e di pregare perché esca indenne da questa sporca vicenda.

Detto questo però, come vorrei dire al mio giovane magistrato che queste cose non nascono per caso nonostante ogni tanto da una parte e dall’altra si denunci questo Stato burocratico dominato da funzionari ottusi, interessati, amanti dei timbri e delle carte bollate, per nulla preoccupati di far inceppare con la loro resistenza passiva le esigenze della società moderna veloce, dinamica, che non può aspettare perché incalzata dalle concorrenze. I nostri imprenditori, e vorrei dire perfino i nostri politici, si vedono tagliare la strada da questa gente che adora le carte, le disposizioni e quant’altro.

Mazzacurati ha del luciferino nel suo comportamento, però quel funzionario che con la sua negligenza ha affossato il Palais Lumière è altrettanto colpevole ed altrettanto dannoso alla nazione. Vorrei dire quindi al dottor Ancillotto: “Finita questa inchiesta, aprine subito un’altra contro le mezze maniche, perché sono perfino più dannose dei ladri”.

L’incubo

Il “Polo solidale” del “don Vecchi”, di cui moltissime volte ho parlato in maniera fin troppo entusiasta, sta passando un momento difficile. La “truppa” è quieta e operosa come sempre, mentre alcuni dirigenti, per i motivi più diversi, sono in stato di agitazione. La mia preoccupazione non nasce dal fatto che possa sfasciarsi un’organizzazione per la quale mi sono giocato fino in fondo, facendomi fare quindi una brutta figura in città e soprattutto in diocesi ove c’è qualcuno che non aspetterebbe di meglio, ma il mio incubo è per quelle migliaia di poveri che ogni giorno trovano presso il “don Vecchi” aiuti abbastanza rilevanti. Io poi, avendo sempre avuto una modesta considerazione delle mie capacità, ho sempre temuto che potesse fallire quello che con tanta fatica e sacrificio ho tentato di costruire.

Normalmente dimentico con facilità sgarbi, offese, critiche e quant’altro, però m’è rimasta nel cuore un’affermazione di un mio cappellano di moltissimi anni fa, che probabilmente ha centrato il nervo scoperto. Questo collaboratore stava incontrando una qualche difficoltà nella conduzione dei ragazzi che andavano in vacanza alla Malga dei Faggi a Gosaldo ed è quindi uscito con questa espressione: “don Armando ha fatto questa casa, quindi se la porti avanti lui, tanto il suo è tutto un castello di carta che prima o poi si sfascerà”. Forse era una frase uscita in un momento di stizza, di difficoltà o di delusione; comunque mi fece male perché ho sempre avuto la preoccupazione che le imprese per le quali mi sono speso senza riserva mi crollassero addosso.

Di certo non porto né rancore né risentimento, anche perché fortunatamente sono passati quasi dieci anni da quando sono uscito dalla parrocchia e nulla è crollato. Carpenedo rimane una delle più belle ed intraprendenti parrocchie di Mestre e della diocesi.

Tornando però al “Polo solidale” del “don Vecchi”, questa realtà vede impegnate quattro associazioni con quasi duecento volontari, e certamente rappresenta nel patriarcato la punta di diamante e il fiore all’occhiello circa la carità; se poi le si aggiungono i cinque Centri don Vecchi della Fondazione Carpinetum, diventa qualcosa della quale la Chiesa veneziana dovrebbe andare veramente orgogliosa.

Talvolta, confrontando ad esempio questa nostra realtà con la comunità di Sant’Egidio, ho la sensazione che il tallone di Achille sia L’aver io accolto tutti, credenti e non credenti, praticanti o no: ciò che rende il nostro Polo vulnerabile, mentre chi ha preteso una formazione religiosa più seria, mi pare che subisca meno scossoni e pericoli.

Mi auguro comunque che il nostro sia uno dei tanti temporali estivi e che, prima o poi, torni il sereno.

Le mie vacanze

Fino a sei sette anni fa, quando giungeva la stagione estiva, a cominciare da giugno e fino alla prima metà di settembre, mi trovavo in disagio e spesso imbarazzato perché mi si rivolgeva spesso, da parte dei parrocchiani, questa domanda: «Quando va in vacanza, don Armando?», oppure: «Dove va in vacanza quest’anno?». Normalmente tergiversavo perché sembrava che facessi lo snob dicendo che avrei trascorso il periodo estivo in parrocchia come in tutti gli altri mesi dell’anno (infatti dicevamo sette messe ogni domenica).

Quello delle vacanze è stato per me un problema particolare. Da bambino mi ricordo di essere andato solamente un anno in colonia con i balilla ad Asiago. Poi, quando sono entrato in seminario, mi pareva già un privilegio andare una ventina di giorni a Villa Fietta a Paderno del Grappa. Ricordo con tanta nostalgia quelle grandi scodelle di latte bianco con due dita di panna; latte profumato dall’erba e dai fiori della montagna. Ricordo le bellissime partite alla caccia del tesoro giocate con passione ed avventura nelle colline pedemontane, le escursioni sul Monte Grappa. Ricordo che da chierico, già con la tonaca, dopo la colazione uscivamo “per il passeggio” e spesso nascondevo la tonaca tra i cespugli, salivamo per la “Scala del re” fino a Cima Grappa, 1870 metri, e per pranzo ripescavo la tonaca per presentarci puntualmente a tavola.

Da giovane prete le due settimane del campo scout erano le mie vacanze: dormire per terra nella tendina e mangiare quello che le squadriglie di ragazzini dodicenni riuscivano a cucinare. Preoccupazioni a non finire, perché sapevo di dover portare a casa i ragazzi incolumi nonostante tutto. Ricordo anche i rimedi scout un po’ empirici: quando pioveva, i ragazzi si bagnavano, la sera passavamo per le tende per un sorso di grappa contro il raffreddore. Ma che vita bella, quanta avventura, quante serate a cantare attorno al fuoco di bivacco!

Però avanti negli anni, da giovane parroco, ero riuscito ad acquistare e a restaurare una casera in una radura tra i faggi in località Masoch a Gosaldo nell’agordino. Passavo un paio di settimane con le famiglie della parrocchia appunto nella “Malga dei faggi”. Ogni sera messa e riflessione con una sessantina di “fedeli” di tutte le età. Poi, quando aprimmo “Villa Flangini” ad Asolo per gli anziani, le mie vacanze duravano da mattina a sera una volta per ogni turno di quindici giorni. Però quanto era bello in quella villa che un tempo era del patriarca veneziano, il patrizio Luigi Flangini, sentirsi amato dalla cinquantina di anziani che, forse per la prima volta, provavano l’ebbrezza della vacanza, riveriti e serviti, in una dimora regale.

Adesso le vacanze le passo al Centro don Vecchi. Quando ho un minuto libero dal ministero nella mia “cattedrale” mi concedo talvolta qualche breve passeggiata nel bellissimo parco dove il tappeto verde del prato si coniuga così bene col filare degli oleandri, col roseto e con i fiori regali degli ibiscus.

Ora poi che so che Papa Francesco condivide le mie scelte, mi sento anzitempo in Paradiso!

Un mandato mai ricevuto

Il mio ministero attuale, da prete anziano e in pensione, è assai ridotto. In sostanza attualmente do una mano al consiglio di amministrazione della Fondazione per quelle incombenze che riesco ancora ad assolvere. Spesso ciò si limita a qualche consiglio, ma come sacerdote, oltre le celebrazioni del “don Vecchi”, mi occupo quasi esclusivamente, se si eccettua la messa mensile a Ca’ Solaro e la messa alla domenica a Carpenedo, del ministero della chiesa del cimitero.

Più volte ho detto che la comunità che si riunisce ogni domenica nella mia “cattedrale tra i cipressi” è la più bella del mondo e che il Signore non poteva farmi un dono più bello e più prezioso affidandomi questo compito ed offrendomi questa comunità cristiana così numerosa e così cara. La mia gente è veramente bella gente! Quando ci incontriamo ogni domenica si avverte l’amicizia e la gioia di incontrarci col Signore e con i fratelli. Di questa comunità mi piace tutto, perfino le chiacchiere cordiali ed affettuose che si fanno prima e dopo la messa. Un prete che si avvia verso gli 86 anni, cosa può desiderare di più?

Oltre a questo ministero, durante i giorni feriali mi capita talvolta che mi sia richiesto di celebrare il commiato cristiano per anziani fratelli che ci precedono di qualche tempo nella “casa del Padre”. Molto di frequente, anzi quasi sempre, si tratta di anziani che vivevano gli ultimi anni con la badante o in casa di riposo, talvolta però mi capita di celebrare anche per certe persone di valore, che hanno espresso nella società dei compiti importanti e che hanno dato una testimonianza valida nella professione o nella vita della comunità,

Per quanto riguarda l’aspetto religioso pian piano ho capito l’estrema importanza di questo ministero non solo per quanto riguarda la preghiera per il fratello che parte per il cielo, ma soprattutto per le brevi ma intense catechesi che posso svolgere sui temi fondamentali della vita, della morte, della paternità di Dio e su altro ancora. Provo veramente un’ebbrezza nel poter offrire il messaggio cristiano che, solo, può aprire un varco di luce e di speranza oltre il muro buio della morte. L’ambiente, la presenza delle spoglie mortali di una persona cara, mi permettono di fare delle catechesi quanto mai gradite ai fedeli e che io spero siano altrettanto efficaci. Mi fa poi altrettanto piacere che spessissimo la gente mi ringrazi per il “servizio funebre”.

Questo ufficio mi è stato ufficialmente affidato dalla Chiesa. In occasione poi dei funerali, mi arrogo invece un compito che nessuna autorità civile mi ha affidato, che però sento doveroso assumermi, ossia quello di ringraziare il fratello che se ne va per il suo impegno umano, familiare e civile che spesso è notevole e quello di offrire ai fratelli delle bellissime testimonianze di uomo, di cristiano e di cittadino che spesso questi defunti ci lasciano, testimonianze che andrebbero perdute se io non le raccogliessi e non le offrissi ai presenti come qualcosa di importante.

Deludenti come sempre

I cittadini più attenti alle problematiche della nostra comunità cittadina sanno, anche perché il nostro periodico “L’Incontro” ne ha parlato di frequente, che una volta inaugurato il “don Vecchi 5” per gli anziani poveri della città, la Fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi ha già presentato in Comune un progetto teso a dare risposta alle più gravi urgenze abitative.

E’ evidente che la Fondazione non può farsi carico di quello che è dovere specifico della civica amministrazione, ma cerca invece di creare cultura e sensibilità dando vita a soluzioni innovative che sia da un punto di vista sociale, che da quello economico, aprano la strada ad interventi più massicci da parte del Comune.

Finora la Fondazione s’è occupata in maniera specifica della domiciliarità degli anziani poveri, mettendo a disposizione della città quasi cinquecento alloggi a costi che nessun altro ente è finora riuscito a fare e con delle soluzioni a livello abitativo ed esistenziale quanto mai ottimali. Ora la Fondazione ha ritenuto opportuno impegnarsi anche su un altro versante, quello della criticità dell’alloggio per determinate categorie di cittadini, quali persone divorziate ridotte alla miseria per le conseguenze del fallimento della loro famiglia, disabili che sentono il bisogno di una vita indipendente, ragazzi che vorrebbero sposarsi ma non riescono a trovar casa e che hanno bisogno di essere aiutati nella fase iniziale della loro vita coniugale, lavoratori di altre città che dovendo risiedere a Mestre non riescono a pagare una pigione onerosa che impedisce loro di mandare i soldi alle loro famiglie lontane, persone che vengono a Mestre per assistere i loro cari degenti in ospedale, che non sono in grado di pagarsi una stanza in albergo, persone che si trovano provvisoriamente in grave urgenza di ottenere un alloggio ed altro ancora.

Il progetto è passato alla conferenza dei servizi alla quale una ventina di uffici interessati deve esprimere un parere. Un altro passaggio stabilito dai borbonici regolamenti comunali è il parere consultivo della municipalità.

Qualche giorno fa il nostro progetto è stato sottoposto a questo giudizio e la maggioranza ha avuto a che dire, ed in maniera pilatesca, per non dare un parere negativo che avrebbe esposto la municipalità al pubblico ludibrio, ha demandato il problema ad una commissione perché faccia una ulteriore indagine. I consiglieri della municipalità sono l’ultimo gradino dei politici, però pare che pure loro si comportino alla stessa stregua di quelli che sono le persone che nella nostra società riscuotono meno stima di qualsiasi categoria. E’ normale purtroppo che i falliti nella vita tentino di mettere i bastoni fra le ruote a chi ha buona volontà e capacità di fare. Ancora una volta la maggioranza dei consiglieri della municipalità di Mestre e Carpenedo non ha perso l’occasione per dimostrarsi quello che è. Mi auguro quindi che quanto prima venga abolito questo ente non solo inutile, ma dannoso.

La “cena” di Scaggiante

La comunità di San Giorgio di Chirignago ha giustamente deciso di onorare un suo concittadino quanto mai benemerito: Giovanni Scaggiante. La delegazione del gruppo culturale di quella parrocchia sta organizzando una grande mostra antologica della produzione artistica di un’intera vita di questo pittore e mi ha chiesto in prestito la decina di quadri che sono presenti nella nostra galleria che è collocata sulle infinite pareti dei corridoi e della grandi sale dei cinque Centri don Vecchi. E’ stato perfino troppo facile reperire queste opere perché sono quasi tutte concentrate nei Centri don Vecchi uno e due. Infatti a suo tempo si è proceduto alla catalogazione dei quadri presenti appunto nei primi due Centri.

Mi lega all’artista una lunga frequentazione ed un caldo rapporto di stima e di affetto perché Giovanni Scaggiante non è solamente uno dei maggiori pittori viventi della nostra città, ma è pure un gentiluomo dai tratti caldi e signorili ed un cristiano a tutto tondo. Sono quanto mai felice dell’iniziativa della sua comunità perché egli merita questo riconoscimento per la sua statura d’artista, ma pure per la nobiltà del suo animo quanto mai disponibile e generoso.

In una testimonianza che mi è stata richiesta dal comitato promotore di questa grande mostra antologica in cui saranno esposte più di un centinaio di sue opere, ho scritto che il solo dispiacere per me è di constatare che questa iniziativa non è stata promossa dal Comune o dalla Chiesa veneziana, perché molte sono le opere di carattere religioso di questo artista, e neppure dalla municipalità cittadina, ma soltanto dalla sua comunità.

Scaggiante merita molto e molto di più anche se sono informato che il comitato che promuove questa antologica sta facendo le cose veramente in grande.

La nostra galleria, ripeto, è felice di prestare questa decina di opere di valore, mi rammarico però che non riusciamo a portare a Chirignago l’opera più significativa e forse maggiore di Scaggiante che vent’anni fa gli ho “commissionato” a costo zero: “L’ultima cena oggi”, un’opera di notevoli dimensioni – quattro metri x due e mezzo, che ho collocato, come nei grandi monasteri del passato, nel refettorio del “don Vecchi” uno. L’opera è veramente notevole per l’armonia dell’insieme, per l’impasto dei colori, per la presenza di una trentina di personaggi e soprattutto per il messaggio. Penso proprio che la si possa accostare, pur in chiave attuale, alle grandi tele del Veronese.

L'”Ultima Cena” di Scaggiante ha dentro tutto il nostro mondo e l’evento della cena del commiato, del dono dell’Eucarestia e del testamento di Gesù: diventa un fatto attuale che coinvolge tutti e ci rende consapevoli che la Redenzione non appartiene al passato ma che è viva e presente anche per noi, oggi.

I gemelli

Il mio alloggio è alquanto piccolo e perciò contiene pochi mobili, quindi sono limitate le superfici ove posso mettere oggetti che via via mi vanno regalando. Alle pareti ho una bella collezione di una trentina di icone russe e due tre copie ottocentesche – una della Madonna del Bellini, un’altra molto più grande del Sassoferrato e una piccolina, ma veramente bella, di un pittore inglese del tardo seicento.

Tornando alle superfici, esse sono abbastanza ingombre di ricordi che mi sono cari. Due o tre volte all’anno, soprattutto per sollecitazione di suor Teresa, tento di metter ordine spostando questi soprammobili nei cinque Centri, che considero quasi un prolungamento di casa mia, però vi sono alcuni ritratti dai quali non riesco a staccarmi, tra i quali quello del volto mesto di mia madre, quello invece sorridente di mio padre e quello posto sopra una scarpiera della camera da letto, che ritrae il gruppo dei miei cento chierichetti inquadrati in una semplice cornice d’argento.

Ogni volta che vi passo le do un’occhiata affettuosa, talvolta mando in cielo una preghiera per loro e spesso prendo in mano la cornice, mi metto gli occhiali per rimirare con un’infinita tenerezza e nostalgia quei volti belli ed innocenti. Sono passati più di dieci anni da quando ho collocato sul mobile quella foto e quei volti rimangono per me sempre belli e sorridenti. Penso che se dovessi arrivare a cent’anni quei bimbi non soltanto nel ritratto, ma nella mia memoria, rimarranno sempre cari.

Domenica scorsa però m’è capitato qualcosa che ha quasi rotto (in positivo) l’incanto della foto a me tanto cara. Avevo appena iniziato la messa, quando notai due giovani spilungoni che erano entrati e avevano preso posto in fondo alla chiesa. C’è stato nel mio cuore un certo sussulto. Finita la messa essi sono venuti in sagrestia: Francesco e Marco, due dei cento chierichetti che sono usciti dal ritratto per venire a salutare suor Teresa e me.

Mi portarono sorridenti un “piccolo regalo”: due piccole scatolette rosse. Quando le aprii spuntarono cinque grandi confetti rossi, ciascuno con una strisciolina rossa. “Padova – 16 luglio 2014 – dottor Francesco – laurea magistrale in ingegneria civile”. La seconda scatola, identico il contenuto, identica scritta con la sola variante del nome: c’era scritto “dottor Marco”. I due gemelli che per una vita intera si sono divertiti rispondendo alla mia domanda “Sei Francesco?”, “No, sono Marco” e quando mi rivolgevo a Marco “No, sono Francesco!”.

L’altro ieri i due ingegneri, con tanto di 30 e lode, con l’innocenza di quindici anni fa, ripeterono la cara burletta dello scambio dei nomi.

Sono stato felice ed orgoglioso che dalla bellissima e numerosa nidiata comincino a “volare alto” questi cari ragazzini di ieri che si sono divertiti un mondo nel corridoio degli “intrighi” della sagrestia prima di servir messa.

Poco noti

Io sono un grande ammiratore dell’AVAPO (Associazione Volontari Assistenza Pazienti Oncologici) perché essa offre alla città un servizio innovativo, in quanto rende possibile a chi è colpito dal cancro di rimanere a casa sua tra i suoi famigliari.

L’AVAPO poi svolge il suo servizio in maniera eccellente, tanto che le famiglie che hanno fruito o fruiscono di questo servizio, rimangono sempre riconoscenti ed ammirate. Inoltre ammiro e stimo tantissimo la presidente che è l’animatrice di questo folto gruppo di volontari, la dottoressa Stefania Bullo, una creatura minuta, una volitiva, intelligente e soprattutto una donna che ha scelto di donare tutto il suo tempo e tutto il suo cuore a questa associazione. Talvolta io l’ho definita la “pulzella d’Orleans”, la “Giovanna d’Arco” di Mestre, per il coraggio e la determinazione con cui porta avanti la sua “crociata”.

A riprova di questa ammirazione ho scritto più di una volta dell’AVAPO, ho accettato di esserne socio e di prestare, purtroppo solo a livello legale, il mio nome come direttore del periodico di questa associazione. Quando esce il periodico lo leggo con attenzione e mi prodigo, per quanto posso, per facilitarne la diffusione.

Mi sono dilungato di proposito a manifestare la mia ammirazione e la mia stima perché sono convinto che il gruppo di volontari dell’AVAPO sia uno dei gruppi di solidarietà tra i più seri, i più efficienti e più meritevoli a Mestre.

Ora non appaia minimamente come una critica, perché di critiche non ne ho minimamente da fare. Leggo sull’ultimo numero del periodico il risultato della campagna del cinque per mille dell’anno 2012 (lo Stato italiano è sempre più lento e ritardatario). E in quest’anno per l’AVAPO: ben 2558 concittadini hanno scelto questa associazione che avrà un contributo di 79.455,50 euro.

Non so ancora come è andata per la Fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi, ma sono assolutamente certo che sarà di gran lunga inferiore. E’ pur vero che la città ha finanziato in maniera splendida questa fondazione, tanto che sta realizzando delle opere veramente eccellenti per gli anziani poveri della città. Però ho la sensazione che noi del “don Vecchi” non siamo ancora riusciti a farci conoscere e stimare quanto forse sarebbe necessario.

In questi ultimi anni abbiamo tentato di martellare a tamburo battente le coscienze dei nostri cittadini circa il 5 x 1000, ma nonostante questi appelli ormai settimanali, i risultati sono ancora modesti. Credo che la stragrande maggioranza dei concittadini conosca pressappoco le nostre attività a favore degli anziani poveri, però abbia una conoscenza piuttosto nebulosa. I brillanti risultati dell’AVAPO spero che stimolino il consiglio di amministrazione della Fondazione a verificare il modo con cui possiamo presentarci e farci conoscere meglio dalla città.