Concimaia e profumeria

Due tre anni fa ad uno dei tanti funzionari statali che si occupano dei problemi della tossicodipendenza, è venuta in mente la balzana idea: una disposizione che contempli che soltanto un laureato in psicologia possa dirigere una comunità terapeutica per il recupero dei tossicodipendenti.

Questo provvedimento avrebbe voluto dire che coloro che hanno “inventato” queste comunità, con i relativi metodi per il recupero dei drogati, sarebbero stati esclusi dalla direzione delle più importanti di queste comunità.

A questo proposito a me è capitato di assistere ad una trasmissione televisiva nella quale si chiedeva a don Antonio Mazzi un parere in proposito. Il noto sacerdote, che in questo settore rappresenta uno dei più grandi esperti, con l’irruenza e l’arguzia che gli sono proprie, ha usato, per criticare questa proposta, un’espressione quanto mai colorita ed efficace: «Questo vorrebbe dire che se qualcuno pianta un cartello sopra una concimaia con scritto “profumeria”, essa diventa tale solamente per questo cartello».

Penso che poi di quella proposta non se ne sia più fatto niente, anche se credo che gli aderenti alla categoria degli psicologi prima o poi riproporranno l’infelice trovata.

Io da sempre sono per abolire il “valore legale” dei titoli accademici, perché solo chi dimostra di avere i requisiti è giusto che eserciti qualsiasi professione, perché le “carte”, soprattutto in Italia, non garantiscono quasi niente.

Questo discorso di don Mazzi mi è ritornato alla memoria in questi giorni essendo venuto a conoscenza di certe nefandezze compiute da gente che è ritenuta o che si presenta come cristiana e quindi discepola di Gesù. Ho sentito una volta un vecchio parroco che affermava con sicumera che “i cristiani si contano alla balaustra” (un tempo si faceva la comunione inginocchiati sul gradino del colonnato che divide il presbiterio dalla chiesa). Non è vero un fico secco, perché questo discorso assomiglia del tutto a quell’insegna “profumeria” collocata sulla concimaia.

Il titolo di cristiano ognuno deve conquistarselo “sul campo”, essendo uomo giusto, libero, solidale, onesto, fiducioso nella paternità di Dio ed altro ancora.

Forse è tempo che “buttiamo via” i registri dei battezzati, perché essi costituiscono una vecchia fotografia. Il titolo di “cristiano” o “cattolico” ognuno se lo deve conquistare ogni giorno sull’agone della vita.

18.07.2014

Esuberi

Si parla e si pensa quasi sempre male dell’organizzazione statale, parastatale o comunque degli enti pubblici e sempre con ragioni più che evidenti, ma questa settimana le notizie che leggo sui giornali mi stanno letteralmente esasperando tanto che ho deciso di fare un ritiro spirituale, non tanto per cambiare idee, ma per trovare un po’ di pace pensando a qualcosa di più alto.

Proprio in questi giorni pare che finalmente vada in porto la trattativa con gli emirati arabi per salvare, a poco tempo di distanza da un altro salvataggio, la compagnia di bandiera Alitalia. Metto pure sul piatto il motivo di questa ipersensibilità a questo problema. Le vicende dell’Alitalia purtroppo sono più che note: voragini di debiti, soldi pubblici a non finire per tenere in piedi questo carrozzone inefficiente e spendaccione, Intervento di Berlusconi con una soluzione dimostratasi disastrosa e inconcludente.

Nel primo tentativo di salvataggio licenziarono due o tremila dipendenti tra i quali mio nipote, giovane e brillante comandante, che è andato a cercarsi lavoro in Qatar, lasciando moglie e figlio in Italia. A due tre anni di distanza, dopo che lo Stato, con soldi pubblici, aveva coperto il buco di questo ente pubblico, siamo alle solite. Una nuova voragine di passività, tanto che mancavano i soldi persino per il carburante.

Questa volta la cordata di salvataggio non è quella solita dei soliti maneggioni italiani, i presunti capitani di industria, ma ci si è rivolti agli arabi i quali, fatti bene i loro conti, si accorgono che vi è un altro migliaio di esuberi. Ciò significa che l’Alitalia, in pochi anni, ha assunto tre quattromila persone più del necessario.

Qualche giorno fa la signora Luciana Mazzer ha scritto sull’Incontro che s’è giudicato per direttissima un povero gramo che in un ipermercato ha rubato qualcosa da mangiare: costo cinque o sei euro. Ma a cosa ci stanno a fare Napolitano, il Parlamento, il Senato, la magistratura, se permettono di perder tempo per giudicare un ladruncolo per fame, se poi non giudicano e condannano i ladri di miliardi?

17.07.2014

Gli enti nocivi

In passato si è fatto un gran parlare della soppressione degli “enti inutili”. In Italia non ricordo quale sia stato il partito politico che ha scoperto questa “carta vincente” e per qualche anno ne ha fatto la sua bandiera. Mi pare che in realtà sostanzialmente non sia successo nulla, o peggio che paradossalmente si sia creato un altro ente, diventato pur esso inutile, per sopprimere gli enti suoi simili.

Ogni tanto salta fuori qualche bravo giornalista che si piglia la briga di elencare una interminabile litania di enti, creati nel tempo, che continuano a vegetare, pagando spesso in maniera consistente consigli di amministrazione e burocrati che pare percepissero lo stipendio per creare difficoltà e mettere intoppi a quei pochi cittadini che, armati di buona volontà e di coraggio, tentano di aprire strade nuove per produrre ricchezza e benessere.

Qualche giorno fa Renzi ha soppresso l’ente veneziano “Magistrato alle acque” perché non adempiva al compito per cui era stato creato, e per di più i suoi dirigenti hanno approfittato del loro ruolo per lucrare a livello personale. Qualcuno però, anche in questo caso, si è perfino lagnato perché questo rudere del passato è stato rimosso.

Ci sono certi mostri sacri, vere cariatidi inutili – perché non sorreggono alcunché – che anzi ingannano, col loro aspetto esterno che col tempo ha quasi assunto un aspetto sacrale.

In questi giorni è toccato alla Sovrintendenza ai beni artistici e al territorio di dimostrare la propria inefficienza, la propria inutilità e perfino la capacità di provocare danni enormi mortificando ed impedendo a chi ha intelligenza e buona volontà di lavorare e produrre. I quotidiani locali hanno scoperto che i funzionari di questo ente hanno praticamente impedito la realizzazione del Palais Lumière, questa enorme struttura che avrebbe dato lavoro immediato e futuro a cinquemila operai, a motivo di un vincolo in realtà inesistente.

Ho letto sulla stessa stampa che Cardin ha speso, per questo progetto mancato, ben dodici milioni di euro. Quasi certamente direzione e funzionari di questo ente quanto mai arrogante, che pontificano su tutto senza averne l’intelligenza, spessissimo mettono i bastoni fra le ruote agli imprenditori per motivi spesso puramente formali ed arbitrari, rimarranno al loro posto pur avendo provocato alla collettività, per la loro leggerezza, danni di miliardi di euro.

Io ho forse il dente avvelenato per l’ostruzionismo ostinato che ho incontrato nei riguardi di Villa Flangini, della canonica e della chiesa, avendo incontrato una chiusura ed una prepotenza inconcepibili. Comunque credo che sia giunto il tempo di far pagare i danni non solamente a chi ruba, ma pure ai responsabili di questi enti che dovrebbero salvaguardare la nazione da abusi, ma che invece finiscono per essere spesso di danno per la loro presunzione e la loro inefficienza.

16.07.2014

“Vacche magre” nella Chiesa veneziana

E’ noto ormai da secoli l’evento descritto dalla Bibbia nel quale si racconta che in Egitto ad un periodo di grande prosperità è succeduto un tempo di carestia.

Lo scrittore biblico, rifacendosi alla cultura e alla società agreste di allora, dedita soprattutto alla pastorizia, descrive quella che noi definiremmo la crisi economica come il tempo delle vacche grasse e quello delle magre.

Molti paesi del mondo purtroppo non hanno nemmeno la fortuna dell’alternanza perché permangono da secoli nel periodo delle “vacche magre”. Invece noi, nazioni della vecchia Europa, forse avvertiamo di più la crisi perché abituati all’agiatezza e all’opulenza, spesso derivanti dallo sfruttamento dei più poveri.

L’Italia, il Veneto, Venezia e perfino la nostra diocesi sono pure pressati da qualche tempo da questa stagione amara. Non sfugge da questo fenomeno d’ordine economico neppure la Chiesa veneziana. Al nostro Patriarca, per sua disgrazia, è toccato in eredità il tempo delle “vacche magre” e molto saggiamente ha dovuto ricorrere, nella non felice situazione, al “taglio”, non essendo sempre compreso e confortato dalla condivisione di preti e laici.

Ricordo che uno dei pochi amici che ho in curia, in tempi non sospetti, mi disse che la nostra diocesi ne avrà per almeno vent’anni per saldare debiti pregressi. Proprio anche in questi giorni il Gazzettino informava la cittadinanza che il Patriarca sta continuando nella sua amara necessità di “tagliare”.

Alcuni tagli mi hanno lasciato soltanto spettatore curioso, perché non coinvolto e perché critico per natura da tanto tempo ad una impostazione della curia, a mio parere “poco risparmina”. Mi sorprende che quelle rare volte che telefono in curia ad uffici diversi mi senta rispondere, subito dopo il comprensibile centralinista, da una delle segretarie dei titolari di quegli uffici. Io penso di svolgere un’attività assai più rilevante e complessa, senza che mai mi sia passato per la mente di assumere una segretaria.

Ci sono però altri tagli che, almeno in linea di principio, ritengo indice di una tendenza che chiude al domani. Tagliare sulle segretarie, sui doppioni, sulla pomposità, mi va bene. Ma tagliare sugli strumenti innovativi nel settore della proposta cristiana, mi rende più dubbioso.

Qualche settimana fa ho letto della rinuncia dei vescovi del Veneto a Telechiara, l’emittente televisiva d’impostazione cristiana. L’altro ieri l’annuncio dell’abbandono di “Radio in blu”, la “figliastra” di Radiocarpini, l’emittente radiofonica nata nella mia parrocchia e consegnata alla diocesi dopo 20 anni di onorato servizio, con circa duecento volontari ed una serie di ripetitori che coprivano il Veneto per giungere fino a Ravenna.

“Radio in blu” in verità aveva perso lungo la strada i suoi fondamentali connotati di emittente religiosa, motivo che attenua la mia amarezza. Questo ripiegamento su posizioni del passato, è qualcosa che mi preoccupa perché è il percorso proprio dei gamberi.

16.07.2014

La rinuncia degli onesti apre la strada agli avventurieri

Tantissime volte, in occasione delle ricorrenti elezioni, mi sono sorpreso nel constatare che dieci, ventimila persone si offrivano per gestire al meglio la cosa pubblica. Mi sono sorpreso poi ulteriormente del fatto che non solo essi si offrivano spontaneamente per assolvere un compito tanto impegnativo e difficile – cosa quanto mai nobile e generosa – ma spendevano o rubavano un sacco di quattrini in propaganda per poter fare quest’opera così impegativa. Una volta poi eletti, quei pochi tra la grande massa dei pretendenti, riempiono le pagine dei giornali per la rissosità, le contrapposizioni e gli scandali, la cattiva gestione della cosa pubblica e le ruberie.

Qualcuno mi ha detto che i politici e i gestori delle civiche amministrazioni appartengono ad una categoria di persone particolari, che hanno facile dialettica, che si appropriano con facilità dei problemi della società e che sono portati, quasi per istinto personale, ad impostare la propria azione per accattivarsi la fiducia della gente in modo da garantirsi la rielezione e favorire la parte politica a cui fanno capo per sostenersi reciprocamente al potere.

Io spero, e pure sono convinto, che fra i tanti vi sia pure chi intraprende questa missione per motivi più alti e più nobili. Comunque penso che la maggioranza dei politici abbia un “peccato originale” che ha bisogno di un “battesimo” radicale.

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere una pagina del breviario di un testo appartenente al vecchio testamento e precisamente al Libro dei Giudici, che mi ha fornito la chiave di lettura sulla “vocazione” dei politici e che mi ha messo ulteriormente in guardia da questa gente. La riporto integralmente perché può offrire un criterio di scelta quando siamo chiamati a votare. Il testo sacro tratta della scelta per il governo degli alberi, ma penso che vada bene anche per gli uomini:

«Gli alberi decisero di eleggersi un re. Dissero all’ulivo: «Regna su di noi». Rispose loro l’ulivo: «Rinunzierò al mio olio, grazie al quale mi onorano dèi ed uomini ed andrò ad agitarmi sugli alberi?». Dissero gli alberi al fico: «Vieni tu, regna su di noi». Rispose loro il fico: «Rinunzierò alla mia dolcezza e al mio frutto squisito e andrò ad agitarmi sugli alberi?». Dissero gli alberi alla vite: «Vieni tu, regna su di noi». Rispose loro la vite: «Rinunzierò al mio mosto che allieta dèi ed uomini e andrò ad agitarmi sugli alberi?». Dissero allora tutti gli alberi al rovo: «Vieni tu, regna su di noi». Rispose il rovo agli alberi: «Se in verità ungete me come vostro re, rifugiatevi alla mia ombra; se no esca un fuoco e divori i cedri del Libano».

Concludo: se gli uomini probi, onesti, capaci e di retto sentire pensano ai fatti loro, avremo al Governo e in Parlamento soltanto “rovi”!

15.07.2014

Calcio in pallone

Premetto che non sono un fanatico dello sport, calcio compreso. Mi pare poi di avere mille ragioni per non esserlo, sulla prima delle quali penso agisca nel mio inconscio un’esperienza della mia adolescenza, per quanto non credo che sia quella determinante.

Io sono entrato in seminario dopo la prima media e questo ha fatto si che il mio parroco mi considerasse già una specie di curatino in miniatura, tanto che mi incaricava di seguire i ragazzini della parrocchia le domeniche pomeriggio perché non andassero al cinema a vedere “i film proibiti”. Dopo i vesperi andavo perciò nel campo sportivo del paese, che si trovava in un luogo isolato, per assistere quella piccola ciurma di ragazzi che a piedi scalzi giocavano al pallone. Fungevo un po’ “da arbitro”, ma soprattutto da vigilante perché non nascessero risse. Ricordo ancora la mia solitudine e la malinconia di adolescente nel passare i miei pomeriggi ad assistere a partite interminabili con quella banda di ragazzi indisciplinati e rissosi.

Per me il calcio è sempre rimasto legato a quella precoce “esperienza pastorale di cappellano” anzitempo. Diventato adulto penso di aver superato questo blocco presente nel mio subconscio, ma ad esso sono succeduti altri motivi di rifiuto di certo ancora più consistenti. Da sempre ho capito che chiamare giocatore chi gioca al calcio è voler assolutamente usare un termine improprio; potremmo più giustamente chiamare questi giocatori “giocolieri” o dei professionisti che fanno gli acrobati col pallone.

Comunque questo discorso del lessico è molto marginale, mi meraviglia e mi indigna invece che questo tipo di operaio, o impiegato, degli impianti sportivi abbia stipendi astronomici che non hanno nulla a che fare con quelli di qualsiasi altro operaio o impiegato. Perciò ritengo una delle piaghe della nostra società che un mestiere per nulla qualificato, e meno che meno utile, faccia percepire uno stipendio inimmaginabile per qualsiasi altro operaio.

E se non si potessero ridurre questi compensi pazzi non so per quale motivo, non capisco poi perché l’amministrazione statale, che è così efficiente nel tassare la povera gente, non tassi quegli stipendi del novanta o novantacinque per cento, in maniera che anche i calciatori possano percepire uno stipendio netto al massimo di quattro o cinquemila euro al mese. E sarebbero già tanti, perché qual è quell’artigiano, anche il più qualificato, che offre prestazioni assolutamente più utili alla società, che arrivi ad uno stipendio tale? Gli stipendi dei calciatori sono una ignominia, una ingiustizia patente ed un disordine sociale! Questo vale per tutti i giocatori del mondo, ma ancor più per quelli italiani.

Credo che mi resterà per molto tempo nella memoria il Balotelli nazionale, quasi smarrito ed intontito a centro campo con quella sua cresta colorata in testa da cappone spennato e disorientato, in mezzo agli avversari che si davano un gran daffare per far fare le valigie anzitempo alla nostra nazionale.

14.07.2014

I peccati dei preti

Papa Giovanni Paolo II mi pare che per ben due volte abbia chiesto perdono al mondo per i grandi peccati commessi dalla Chiesa durante i secoli. Pure Papa Benedetto, più recentemente, ha solennemente chiesto perdono per gli orrendi peccati di pedofilia commessi dai preti in tempi lontani, ma anche, purtroppo, recenti.

Qualche settimana fa, sempre “smanettando” oziosamente la televisione, mi sono imbattuto in un film che si rifaceva alla “santa inquisizione” in Spagna. Non sono riuscito a vedere il film, tanto sono rimasto turbato dal modo di agire, da parte di frati domenicani e francescani, durante quei secoli bui della vita della Chiesa. Per alcune settimane mi son tornate in maniera ossessiva frasi e comportamenti di quei religiosi che di veramente religioso non avevano assolutamente nulla. Noi tentiamo di minimizzare e dimenticare queste pagine della storia, però esse continuano a pesare sulla coscienza di noi credenti.

Questi “peccati” sono i più eclatanti, però quante meschinità, quanto carrierismo, mestiere, furberie, collusioni con i poteri forti da parte di singoli ministri del culto e di comunità religiose! La Chiesa può sbandierare pure delle figure splendide di sacerdoti in ogni tempo e in ogni Paese, però in quel mezzo milione di preti su cui oggi conta la Chiesa cattolica, le figure scialbe dei burocrati sono pur tante, anzi troppe!

Ricordo che in tempi molto lontani, in una conversazione in cui si parlava delle persecuzioni cruente durante i secoli, che di volta in volta pareva dovessero mettere a repentaglio la sopravvivenza della Chiesa, uno dei presenti, con fare un po’ saputo e pure tanto amaro, disse: «Se non ci sono riusciti i preti, con le loro meschinità e le loro incoerenze, ad affondare la Chiesa, non ci riusciranno di certo i loro persecutori!». A quel tempo non ero ancora prete, ma ci rimasi molto male.

Io non ho certamente il ruolo di domandar perdono a Dio e alla Chiesa di Gesù per i tanti scandali, grandi o piccoli, però sento quanto mai il dovere di chiedere perdono per la mia “povertà” spirituale, per le mie incoerenze e soprattutto per quella mancata santità che è un dovere specifico del prete.

Qualche giorno fa scrissi del bene che mi ha fatto l’atteggiamento del vescovo dei “Miserabili”. Anche oggi la santità umana del sacerdote è la predica più attesa e che fa tanto bene.

22.06.2014

Parole, pensieri ed atteggiamenti impropri

Ogni tanto mi capita di ascoltare pensatori, letterati o persone di prestigio della nostra società, che pur si dichiarano apertamente non credenti, ma che nel loro argomentare usano delle frasi di origine e di contenuto tipicamente religioso.

Qualche tempo fa ascoltavo Augias, giornalista quanto mai noto, che tante volte si è dichiarato ateo e che spesso lascia trapelare un anticlericalismo congenito, dice ad esempio: “a Dio piacendo”.

A questo riguardo Pannella, che spesso oltre ad essere areligioso e fortemente anticlericale, spesso è pure sboccato e volgare, si lascia scappare parole, immagini e pensieri decisamente di matrice religiosa. Tante volte mi è venuto da pensare che lui, laico per eccellenza, abbia avuto una educazione religiosa ed abbia pure un fondo culturale che proviene dal pensiero cristiano, tanto da avallare la sentenza di Benedetto Croce “Perché non possiamo non dirci cristiani”.

Quando mi capita di sentire discorsi del genere, spesso mi vien da pensare “che questi personaggi abbiano una nostalgia religiosa o che tendano a recuperare il loro passato e a muover passi verso la conversione?”.

Purtroppo è altrettanto vero che cristiani dichiarati, persone assolutamente praticanti e vicine alla Chiesa, hanno invece modi di pensare e di reagire agli eventi della vita che sono esattamente l’opposto del pensiero cristiano.

Nei miei interventi e nelle mie meditazioni, in occasione del commiato, sapeste quanta fatica faccio nel convincere i presenti che l’atmosfera del congedo per noi credenti deve essere festiva, serena e turgida di speranza, perché chi ci lascia va verso la vita nuova che di certo è tanto più bella e felice di quella che lasciamo.

Monsignor Vecchi, a cui piacevano sempre le immagini forti, in occasione dei funerali era capace di parlare “della festa della morte”. Dovrebbe essere così se crediamo che, redenti dal sangue di Cristo, ci muoviamo verso “miglior vita”.

Quando uso pensieri del genere, avverto resistenza e talvolta perfino rifiuto. Noi, figli del positivismo, del razionalismo e pronipoti del “secolo dei lumi”, continuiamo ad avere in fondo all’animo, pensieri, reazioni e sentimenti che purtroppo non hanno niente a che fare col pensiero cristiano sulla morte e l’aldilà. Forse dobbiamo imparare dai giovani cristiani del terzo e del quarto mondo ad assumere convinzione profonda e coerente al Credo che diciamo con troppa superficialità.

Mia sorella, che ha “sposato” il Kenya, mi raccontava che in Africa si fa gran festa per la morte di qualcuno del villaggio. Quando chiese ad un anziano perché mai tanta euforia, lui rispose stupito: «Ma questo nostro amico non è andato in Paradiso? Allora non possiamo che far festa».

21.06.2014

Due scuole di pensiero a confronto

La dottrina che supporta i Centri don Vecchi è frutto di una intuizione felice e positiva sulla quale si è poi lavorato molto di cesello per metterla a punto. Nella “carta dei servizi” di questi Centri non ci sono solamente i motivi ispiratori, ma pure il tentativo di metterli a punto costantemente. Nulla è mai definitivo nella vita e poi, quando lo diventasse, sarebbe la morte certa dell’intuizione che diventerebbe tanto presto un ramo secco e infecondo.

La nascita, ad esempio, degli ordini religiosi, è certamente un fatto che sa di portento, però col passare degli anni, quando questa dottrina si sedimenta senza rinnovarsi il movimento sopravvive ancora per decine di anni e forse secoli, ma diventa sempre più stanco, inerte e spesso inutile.

Tra coloro che seguono lo sviluppo dei Centri don Vecchi ultimamente si è aperto un dibattito quanto mai vivace ed avvincente nel mettere a punto la dottrina dalla quale poi nascono gli orientamenti e le regole. C’è qualcuno, come me, che è orientato a dare agli anziani residenti il più possibile sotto ogni aspetto, per rendere più serena ed agiata la vita a chi è vissuto in tempi difficili ed amari. Mentre altri sostengono che è negativo agevolarli troppo perché essi finiscono per diventare sempre più esigenti e dare per scontato, quasi non costasse nulla, il benessere che ci si sforza di donare loro.

Queste due “scuole di pensiero” finiscono per scontrarsi e capita che ogni Centro, anche a questo riguardo, abbia un suo stile specifico. Qualcuno è arrivato a dirmi che non tengo conto del “peccato originale” che inclina l’uomo al disimpegno. Se fosse vera questa tesi, penso che dovrei far ribattezzare la maggioranza dei residenti perché, come inclinazione all’impegno e al servizio verso il prossimo, lasciano moltissimo a desiderare. E’ tanto difficile trovare giovani impegnati, ma ora sto scoprendo che è altrettanto, e forse più, difficile trovare anche anziani che facciano la scelta del servizio.

L’utopia della solidarietà purtroppo trova tanti ostacoli in ogni tempo e in ogni età.

20.06.2014

Parroci e parrocchie

L’arco di tempo in cui sono stato un attento osservatore delle problematiche dei sacerdoti e delle relative parrocchie è ormai consistente, tanto che mi sono fatto una visione complessiva abbastanza documentata.

Ai tempi della mia fanciullezza le parrocchie erano sufficientemente fornite di sacerdoti; ognuna aveva oltre il parroco, uno o due cappellani, e siccome erano parecchi i sacerdoti che ambivano a diventar parroci, c’era perfino un concorso con degli esami per esser nominati parroci nelle parrocchie che si rendevano vacanti.

Quando ero un giovane prete, intorno agli anni cinquanta-sessanta, tempo in cui ci fu, da un punto di vista canonico, un momento estremamente favorevole, si costruiva un po’ ovunque, tanto che si crearono nuove parrocchie e si smembrarono quelle più numerose. La dottrina di fondo era che il sacerdote poteva seguire meglio una comunità non troppo numerosa.

Con il tempo della contestazione ci furono parecchi preti che smisero la tonaca, il seminario si svuotò in maniera vistosa e iniziò un calo progressivo di preti, tanto che ai nostri giorni non solo non ci sono più cappellani nelle parrocchie, ma si è cominciato ad accorparle sotto la denominazione “unità pastorali” che in pratica è una foglia di fico per tentare di nascondere la mancanza di preti.

L’andamento che nella nostra diocesi – mi pare – si sia scelto, è quello di “stiracchiare la coperta” che comunque è troppo corta. Io speravo invece che ci si orientasse a creare parrocchie più corpose con una, seppur piccola, comunità sacerdotale, ma pure con un organigramma di addetti laici giovani, uomini e donne, preparati nei settori specifici (catechesi, stampa, gioventù, evangelizzazione) regolarmente assunti e pagati per operare in stretta collaborazione con la comunità sacerdotale. Mi pare che si sia invece pensato che questa funzione possa essere svolta dai diaconi o dagli accoliti; in realtà l’esperimento non mi sembra affatto riuscito sia per l’età che per la mentalità degli elementi che si avviano al diaconato o all’accolitato.

Lo “zoccolo portante” delle parrocchie, sul quale si possono aggregare i volontari, deve avere una garanzia economica e soprattutto una valida professionalità specifica. Io sono fiducioso perché ho sempre avuto modo di osservare come la vita, la storia, ma soprattutto la Provvidenza, alla fin fine abbiano sempre la meglio. Però, se non si fanno scelte oculate, il cammino diventa più lungo, più tortuoso e soprattutto con “prezzi” pastorali assai elevati.

Perché io, povero vecchio prete, scrivo questo? Possibilmente per aiutare i responsabili a far meno errori.

19.06.2014

Il duetto

Quando mi alzo alle cinque e un quarto, fuori è già bello chiaro, come dissi altre volte. Dopo essermi lavato e aver riordinato la camera da letto “dico il breviario”.

In verità io continuo, secondo la vecchia tradizione, a definire l’adempimento di questa preghiera ufficiale della Chiesa ed imposta dai canoni del codice canonico “recita del breviario”, mentre nei rari incontri di sacerdoti ai quali partecipo, specie i giovani preti, definiscono questo atto di culto: “pregare il breviario” oppure, quando si tratta della corona: “pregare il rosario”.

Mi pare che il verbo “pregare” significhi chiedere con convincimento ed insistenza. Quindi, nel caso dei preti e della preghiera ufficiale, la recita del breviario corrisponde a chiedere aiuto o glorificare il Signore mediante le parole di questo testo, mentre “pregare il breviario” mi dà la sensazione di rivolgermi ad un piccolo “idolo di carta”.

Comunque, se questa è una moda, passi pure, però io non ci sto. Pure Balotelli ha lanciato la moda di radersi la testa lasciando al suo culmine una striscia di capelli come i moicani d’America ed una folla di adolescenti o di giovani bulli lo seguono. Io però credo sia poco serio, anzi infantile, che pure i preti siano condizionati dalla “moda” lanciata da certi teologi.

Recito il diario nella stanzetta d’ingresso, col breviario appoggiato al tavolo sul quale sono solito anche pranzare. Di solito spalanco la porta-finestra che dà sul terrazzino oltre il quale c’è una fila di alberi che separano il “don Vecchi” dal grande campo verde sul quale sognavo di costruire la “cittadella della solidarietà” ma che invece, non so per quali motivi, la Società dei 300 Campi che ne è proprietaria, lascia incolto. Comunque, il vecchio parroco di viale don Sturzo, che in questi giorni è andato in pensione, e i suoi parrocchiani, non solamente non vedevano di buon occhio l’iniziativa, ma si erano decisamente opposti al progetto.

La mia recita del breviario è assolutamente solitaria, ma da qualche tempo a questa parte s’è unito un uccello che comincia a cantare quando mi faccio la croce d’inizio e termina quando mi segno alla fine. Mi vien da pensare che questo uccello all’alba del nuovo giorno senta anche lui il bisogno e il dovere di ringraziare e di chiedere aiuto al Signore. Il mio compagno di preghiera ogni mattina gorgheggia con toni spesso striduli e sempre misteriosi, toni che io non capisco assolutamente ma che comunque il Signore di certo non solo comprende, ma pure gradisce.

Il modo del mio compagno di preghiera di cantare la gloria di Dio e chiedere il suo aiuto mi conforta quanto mai perché, se il buon Dio capisce ed accetta questo cinguettare incomprensibile, e talora perfino stridulo, spero che accetti anche il mio salmodiare che non riesce a seguire il filo del discorso dei salmi e dei padri della Chiesa, ma che comunque leggo per lodare e ringraziare il buon Dio.

18.06.2014

Il nuovo “vescovo” di Mestre

Il Gazzettino ha pubblicato, senza troppo rilievo, la nomina di don Gianni Bernardi a parroco della più importante parrocchia di Mestre: il duomo di San Lorenzo. Questa nomina mi ha interessato molto di più di altre che sono state annunciate e già poste in atto durante questi ultimi mesi. Il motivo di questo interesse nasce dal fatto di esser vissuto e di aver esercitato il mio ministero sacerdotale per quasi una ventina d’anni in quella comunità parrocchiale in tempi particolarmente significativi, prima con monsignor Aldo Da Villa e poi con monsignor Valentino Vecchi, ai tempi della contestazione del sessantotto che impose alla Chiesa una verifica di fondo.

Posso affermare con tranquillità che se a qualcuno venisse in mente di scrivere la storia della Chiesa a Mestre, dagli anni cinquanta del secolo scorso ad oggi, dovrebbe scrivere soprattutto la storia della parrocchia di San Lorenzo perché è di certo l’unica realtà che ha dato un volto significativo alla vita cristiana a Mestre e che ha dialogato con la città e con le sue componenti civili. Questo è avvenuto indipendentemente dagli incarichi ufficiali che sono sempre stati piuttosto formali che reali, a motivo della forte personalità di Da Villa, di Vecchi e, ultimamente di Bonini. Ho sempre avuto la sensazione che la curia veneziana abbia avuto quasi un complesso di inferiorità nel trovarsi di fronte, specie per il passato, ma anche ora, una Chiesa mestrina giovane, aperta, consistente e intraprendente, mentre ove risiede il governo del Patriarcato c’è una situazione di stallo con aspetto sì supponente, ma in realtà vecchio, povero e infossato in una tradizione stanca e povera di vitalità.

In passato, forse intuendo questa situazione, s’è aggiunto al titolo di parroco di San Lorenzo, che la gente ha promosso in maniera autonoma, Duomo, qualche incarico, quale “delegato per la terraferma”. Queste “deleghe” sono state sempre piuttosto formali, forse temendo che una Chiesa, qual è quella di Mestre, numerosa almeno tre volte tanto quella insulare e più giovane di almeno due generazioni, finisse per “prevalere” sulla sede vescovile. Per questo motivo monsignor Vecchi, in tempi ormai lontani, s’era perfino pensato e mosso qualche passo perché ci fosse a Mestre una sede patriarcale, mettendo gli occhi su Villa Tivan, però poi non se ne fece nulla e le deleghe date al titolare del duomo si dimostrarono inconsistenti perché solo di facciata.

Don Fausto, che mi pare avesse solo la delega al dialogo con le autorità civili, pare che non si sia mai avvalso della nomina, ma in realtà si è imposto per la sua forte personalità e per aver offerto alla città un modello di parrocchia assolutamente valido, innovatore ed efficiente.

Mi auguro che il nuovo parroco del duomo, con deleghe o senza deleghe, sappia che comunque dovrà essere per Mestre almeno un “vice vescovo”, o comunque un sacerdote ed un parroco di riferimento per l’intera città e soprattutto per le altre parrocchie.

17.06.2014

Il prete che la gente sogna

Nota della redazione: questa riflessione è stata scritta quasi tre mesi fa e non ha nulla a che fare con le polemiche attuali sull’opportunità o meno di fare l’elemosina.

La produzione cinematografica deve essere enorme, però le emittenti e le ore di trasmissione sono altrettanto numerose e perciò è comprensibile che, specie le reti minori, ricorrano alle cineteche e mettano in onda film datati per coprire le ore di minor ascolto.

A me non dispiace, talvolta, imbattermi in certi film americani tutto ottimismo, sempre a lieto fine, in cui il buono, o l’eroe, ha sempre la meglio, perché sono stufo di pessimismo. Non mi dispiacciono pure quei film romantici, sentimentali, degli anni trenta e quaranta, sempre un po’ ridondanti, romantici, scontati ed ampollosi. Nel nostro mondo ormai la vita corre così veloce per cui si fa tanto presto ad essere lontani dalla sensibilità dei nostri giorni e perciò mi capita di vedere con occhi da turista che mette preventivamente in conto il dover guardare e giudicare il film, ma con i criteri del passato.

Qualche giorno fa, vagabondando ozioso fra le reti e “suonando a campanelli di sconosciuti”, mi capitò di intuire che la “storia” che andava in onda mi riconduceva a quella conosciuta ormai molti decenni fa. Dopo pochissime scene ho capito che si trattava dei “Miserabili”, del celeberrimo autore francese Victor Hugo. Credo che quel racconto, così ricco di umanità, sia conosciuto assai bene dalle generazioni sopra i cinquant’anni.

Quando intercettai la pellicola la proiezione era già avviata e quando dovetti abbandonarla era il momento in cui il “forzato” era diventato un sindaco ricco e generoso e si incontra, o si scontra, con uno sbirro spietato, astioso e meschino, che lui aveva conosciuto, bambino, accompagnato dal padre, pure gendarme nella cava ove lui era stato condannato ai lavori forzati.

Feci però in tempo a vedere la scena in cui lui, fuggitivo ed affamato, è accolto e rifocillato dal buon vescovo. Così ho visto pure la scena in cui i gendarmi lo pescano con i candelieri rubati e lo riportano nella canonica ove li aveva sottratti e il vescovo – cristiano come questo autore filantropo ed illuminista sognava i sacerdoti – dice agli sbirri di averglieli regalati lui i candelieri e che anzi se n’era dimenticato uno e quindi approfittava per dargli anche quello.

Confesso che fui contento di vedere, almeno in parte, quel film, anche se era raccontato in maniera innocente e scontata. Come sarebbe bello se tutti i preti la pensassero e facessero come quel bravo vescovo!

Il film mi fece così bene che quando il mattino dopo il solito tipo che sta alla porta del cimitero mi chiese, ancora una volta: «Don Armando, mi darebbe cinque euro?», aggiungendo poi uno degli infiniti motivi che inventa di volta in volta, glieli diedi volentieri, anzi gliene avrei dati anche cinquanta se me li avesse chiesti, e fui particolarmente felice quando mi disse, mettendoseli in tasca: «Dio ti benedica, don Armando».

Io ci tengo alle benedizioni dei poveri, anche se sono certo che sono alquanto interessate come in questo caso.

16.06.2014

Città amica

Ho imparato dal patriarca Roncalli che quando si ha a cuore un problema bisogna parlarne un po’ con tuti, perché da qualche parte c’è di certo qualcuno che è disposto a darti una mano; l’importante è incontrare questo qualcuno. Monsignor Vecchi mi ha poi ripetuto mille volte che i soldi meglio spesi per un prete sono quelli che lui investe nei mass media per passare il suo messaggio.

Penso di aver fatto tesoro di questi insegnamenti. Ho speso una barca di soldi per comunicare ai concittadini i miei sogni e i miei progetti. Ho speso un patrimonio per Radio Carpini, le riviste parrocchiali, il mensile “Carpinetum” e “L’Anziano”, il settimanale “Lettera aperta” ed ora “L’Incontro”. Dire che stampiamo e distribuiamo ogni settimana cinquemila copie del periodico può sembrare quasi una notizia banale; vedere però una pila alta un metro e mezzo di fogli A3 è tutt’altra cosa! Eppure ogni settimana si ripete anche questo “miracolo”.

Le spese sono davvero notevoli, ma il “ritorno” è di gran lunga superiore; se non fosse altro la ventina di miliardi spesi per i cinque Centri don Vecchi ne sono la riprova. Non passa giorno che qualcuno si offra di collaborare, che i funzionari delle varie società non agevolino le pratiche, che qualche altro non offra denaro, piante, mobili, tappeti. La superficie dell’ultima struttura è immensa, perfino troppo grande, però non c’è angolo che non offra qualcosa di bello.

Questo riscontro poi, a livello materiale è solo un aspetto, quello però a livello umano e sociale è di certo di gran lunga superiore. Non c’è luogo dove non incontri gente che mi saluta con affetto e deferenza, forse illudendosi che io sia un personaggio che in realtà non sono. Credo di riconoscermi solamente una certa coerenza, un impegno serio e costante al lavoro ed una disponibilità assoluta alle richieste del prossimo. Ho sempre preso sul serio la parabola della pecorella smarrita perché ho scelto che la sorte di nessuno mi sia indifferente. Sono pure convinto che da ognuno abbia qualcosa da ricevere e a cui donare.

Però, per fare tutto questo, bisogna abbassare il ponte levatoio, abbattere lo steccato attorno alle parrocchie, esser coscienti di avere il messaggio più valido e soprattutto aprire un dialogo con tutti. Io non mi sono mai arreso a pensare che la parrocchia sia costituita da quel 10, 15…… per cento che viene a messa alla domenica, perché tutti gli uomini indistintamente sono figli di Dio e fratelli nostri. Sono immensamente grato ai miei “maestri” e mi piacerebbe tanto poter passare anche ai colleghi vecchi e giovani, queste convinzioni che danno respiro alla vita.

06.07.2014

Commiato

L’altro ieri avevo appena recitato l’ultima preghiera prima che gli operatori del cimitero coprissero con badilate leggere di terra la bara calata nella buca, quando mi squillò il cellulare che avevo dimenticato in tasca. Mi appartai un po’ per ascoltare la voce di una ragazza della mia vecchia parrocchia che mi diceva che la sua mamma stava molto male e che di certo le avrebbe fatto molto piacere se le avessi fatto una visita. Le promisi che venerdì, quando sarei andato per la mia visita settimanale all'”Angelo” per portare “L’Incontro”, l’avrei vista molto volentieri.

Di primo acchito feci un po’ di fatica a capire di chi si trattasse, ma poi pian piano misi a fuoco con molta precisione la persona. Si trattava di una giovane donna dagli occhi sorridenti e dalla voce calda che per un bel periodo di tempo aveva accettato di far catechismo in parrocchia. Conoscevo bene pure il marito e soprattutto le due figliole che frequentavano la parrocchia e soprattutto la più piccola era capo scout.

Qualche tempo fa avevo avuto sentore che aveva avuto qualche difficoltà di salute, ma non freqquentando tanto spesso la parrocchia, avevo pensato che tutto si fosse risolto per il meglio. Mi aveva colpito però il fatto che quando avevo detto che sarei andato l’indomani, la figlia si era lasciata partire quasi come un sospiro amaro: “Spero che duri!”. Mi è capitato purtroppo, nella mia lunga vita, che talvolta, essendomi un po’ attardato, pur per dei motivi che ritenevo validi, la persona se n’era andata in cielo senza che io potessi darle l’ultimo saluto lasciandomi poi nel cuore un peso e un rimorso quanto mai amari.

Perciò, nel primo pomeriggio andai subito all’Angelo, la trovai immediatamente, un po’ sfigurata dalla malattia, però il volto ancora dolce e sorridente. Al suo capezzale c’era la figlia più grande. Dormiva, tanto che pensai di non svegliarla, ma lei aprì gli occhi, mi riconobbe subito e mi sorrise con quel suo sorriso di una dolcezza e di una amabilità tutta particolare. Era assolutamente lucida e consapevole di essere giunta al capolinea. Recitammo insieme un’Avemaria. Io le promisi che avrei chiesto al mio “Principale” che si occupasse di lei direttamente. Mi sorrise ancora. Le diedi due baci con tenerezza. Questa mattina, a poche ore di distanza, suo fratello Enzo mi telefonò che Maria era tornata al Padre.

Maria è stata una gran cara creatura, dolce, sorridente e generosa, e con tanta fede. Spero che il mio bacio tanto affettuoso le ricordi di pregare anche per questo vecchio prete che arranca ogni giorno di più. «A presto, Maria!».

05.07.2014