Fede e ragione

Uno dei grandi problemi che hanno tormentato la coscienza dei credenti responsabili e dei laici onesti soprattutto nel passato, è stato “Il rapporto tra fede e ragione”. Il problema è presente anche oggi, ma a me pare meno violento, meno astioso, anzi più corretto, rispettoso e nobile tra i rappresentanti più intelligenti e più onesti delle due sponde opposte.

Di certo questo discorso non può essere affrontato correttamente e con qualche risultato tra bigotti o credenti esaltati da una parte e dall’altra atei militanti faziosi e in cerca di battute ad effetto, o motivazioni che giustificano una condotta amorale.

Ultimamente ho letto lo scambio di opinioni tra Scalfari e il cardinal Martini e lo stesso giornalista e papa Francesco e ne sono rimasto edificato per la pacatezza, il rispetto e lo spirito di comprensione e di ricerca che ho avuto modo di cogliere tra i “contendenti”. Ora sto completando la lettura di uno scambio epistolare tra Umberto Eco e lo stesso cardinal Martini e vi trovo lo stesso garbo, spirito di ricerca, rispetto e comprensione reciproca. Se il dialogo e il confronto avvenisse sempre con questo stile, sono portato a pensare che ne risulterebbero arricchiti gli uni e gli altri.

Per quanto mi riguarda personalmente mi sono sempre rifatto ad una sentenza che penso ci sia stata offerta dalla “scolastica”, ossia da san Tommaso d’Aquino: “Credo ut intelligam et intelligo ut credam”. Il senso di questa affermazione credo sia pressappoco questo: “Tento di indagare, di cercare e ragionare per dare supporto e giustificazione alla mia fede e uso la fede per giungere oltre la mia comprensione del mistero in cui sono immerso”.

Su questo assioma poggia la mia testimonianza di cristiano e di sacerdote; questo vale per la mia vita personale, ma vale pure per il mio impegno pastorale nei riguardi dei fedeli, degli agnostici e pure dei non credenti che incontro sul mio cammino. Tutto questo tento di viverlo con umiltà e con rispetto, specie nei riguardi della fragilità dei semplici e delle persone con poca cultura, però questo è il filo conduttore del mio pensare e del mio agire.

Fatta questa affermazione, debbo pur confessare che ogni mia professione di fede passa per un crogiolo di domande, di verifiche, spesso faticoso e sofferto, però mi guardo bene dal vendere fumo o “articoli” della cui bontà non sono convinto. Sono quindi portato a scartare in partenza rivelazioni, apparizioni e pratiche che sanno di portento o di facile miracolo.

Quanto sono convinto della creazione, della paternità di Dio, del suo dialogo con le creature, altrettanto rifiuto tutto quello che sa di magico e talvolta perfino di miracoloso viene fatto passare come pensiero di Dio. Lascio volentieri ad altri farsi propagandisti di paccottiglia religiosa, perché il Dio in cui credo è un Dio serio e non da baraccone.

03.07.2014

“Libertà vo cercando”

Ogni anno, quando comincia la stagione estiva, il mio pensiero va al nostro Carlo Goldoni e alla sua splendida commedia “Le smanie della villeggiatura”, provando quasi un sentimento di orgoglio, convinto di non soggiacere a questo idolo.

Ora più che mai bisogna che ci liberiamo da certi “bisogni indotti” del mondo dell’economia e della comunicazione di massa. I mass media finiscono per inculcarci, con una frequenza ed una intensità quasi ossessiva, certi messaggi, tanto che le masse finiscono per ritenere un bisogno assoluto quello che invece è solamente una opportunità, bella e allettante finché si vuole, ma non assolutamente necessaria.

Ero appena seminarista quando ho conosciuto il vecchissimo monsignor Silvestrini, canonico a San Marco. Si diceva allora che quando egli passava davanti ad uno dei non moltissimi cinema di Venezia, si soffermava un istante di fronte ai manifesti che reclamizzavano il film in proiezione e diceva a chi gli stava accanto: «Ecco una realtà di cui non sono schiavo».

A quel tempo noi giovincelli sorridevamo di fronte a questa dichiarazione di indipendenza del vecchio prelato che guardava con diffidenza una di quelle che riteneva le “lusinghe del mondo”. Ora mi capita assai spesso di pensare a questo vecchio prete ammirando la sua libertà di fronte ad uno dei tanti “bisogni fasulli” e condizionamenti che non nascono dal bisogno ma dai condizionamenti esterni.

Questa mattina era un po’ caldo e l’addetto alle pompe funebri che mi portava all'”Angelo” per benedire una salma di cui avrei poi celebrato il funerale, forse a motivo del caldo, mi chiese, con fare affettuoso e pure scontato, conoscendo le mie convinzioni e le mie prassi di vita: «Quest’anno, don Armando, dove va in ferie?». Gli risposi, senza titubanza alcuna: «In via dei trecento campi, numero sei» (ossia al “don Vecchi”).

Dove potrei trovare un ambiente così fresco, così comodo, così bello, che non mi costa assolutamente nulla? Io di certo non ce l’ho con le vacanze, però confesso che provo meraviglia, stupore ed anche rifiuto di fronte alla “smania delle vacanze”.

Un mio fratello che abita ad Eraclea e che quindi per venire a Mestre deve fare lo stesso percorso dei vacanzieri del lido di Jesolo, l’altra domenica mi telefonò che, giunto a Caposile, ha dovuto tornare indietro perché c’era già una fila interminabile di automobili che riportavano a casa i “forzati del mare”.

Credo che sarebbe quanto mai socialmente utile una grande campagna per liberare gli uomini del nostro tempo da certi miti, feticci e bisogni solamente apparenti, perché la gente del nostro tempo conquisti le fondamentali libertà esistenziali.

01.07.2014

Potenzialità

Io ho frequentato il liceo classico nel seminario di Venezia. Il programma che si svolgeva nei cinque anni del classico era pressappoco uguale ai programmi dei licei statali eccetto una variante per quello che riguardava la filosofia. Mentre nella scuola statale questa materia tratta della storia della filosofia e perciò l’insegnante propone agli studenti il pensiero dei vari filosofi, in seminario studiavamo, oltre la storia della filosofia, anche la cosiddetta “scolastica”, ossia il pensiero di san Tommaso d’Aquino, sommo pensatore della Chiesa.

Facevano parte di questa materia, se ben ricordo, la logica, ossia l’analisi del pensiero che offriva l’iter per arrivare alla verità; la teodicea, ossia lo studio razionale dell’esistenza e della natura di Dio.

Era mio insegnante allora mons. Vecchi, laureato all’Università Gregoriana di Roma su questa materia. Ricordo che a proposito dello studio della logica, talvolta gli piaceva darci degli esempi di sillogismo (ossia, da premesse certe, giungere ad una conclusione razionale), oppure il sofisma che invece, partendo da premesse ambigue portava a conclusioni assolutamente erronee.

Ricordo ancora un discorso apparentemente logico che ti faceva arrivare però ad una conclusione assurda. Diceva così: “L’uomo possiede tutto quello che non ha perduto, tu non hai perduto la coda, quindi sei un uomo con la coda”. Questo è un sofisma.

Mi sono ritornate alla mente queste lontane reminiscenze avendo pubblicato, qualche tempo fa, una splendida affermazione di Mark Twain che dice: “Date ad ogni giorno la possibilità di essere il più bello della vostra vita”. Questa affermazione mi ha riportato al discorso sulle potenzialità che sono parte vera ed integrante di ogni essere, anche non immediatamente paregibile…

Ci chiedeva ancora il nostro vecchio insegnante di filosofia, indicandoci un blocco di marmo: «Cos’è questa cosa?». «E’ un blocco di marmo», noi rispondevamo. Al che egli ribatteva che quel marmo era molto di più e di meglio di quel materiale freddo e inerte, perché da esso Michelangelo aveva fatto emergere la splendida “statua dei Prigiani”. Le potenzialità inerenti ad ogni realtà sono pressoché infinite, sta all’uomo far emergere da esse il meglio che in esse è insito.

Tornando a Mark Twain, che rivendica il diritto di ogni giorno di essere il più bello della vita, sta a noi di non lasciare i nostri giorni monotoni, insignificanti e meschini, ma farne sprigionare le più belle potenzialità. Per far questo ci vuole però estro, fantasia, buona volontà e impegno.

Gli idealisti affermano che il creato lo inventiamo noi. In fondo in fondo non hanno tutti i torti. “Inventiamo” quindi un mondo bello!

30.06.2014

Quel che è troppo è troppo!

Le cerimonie, anche quando sono un segno di affetto e di simpatia, mi creano sempre un certo imbarazzo e mi mettono a disagio. Qualcuno ha definito la vita ordinaria di tutti i giorni “Il terribile quotidiano”, mentre io amo la vita ordinaria di tutti i giorni senza sorprese e senza eventi particolari.

Ho già scritto che venerdì 27 giugno cadeva il sessantesimo anniversario della mia ordinazione sacerdotale, le mie “nozze di diamante” con la Chiesa. Speravo di passare la data sotto silenzio, non tanto perché sottolinea la mia veneranda età, perché anzi oggi provo una certa ebbrezza a dire che ho ottantacinque anni, ma appunto perché le cerimonie mi mettono a disagio.

Prima mia sorella Lucia voleva far stampare “i santini” della ricorrenza e fare un pranzo con tutti i famigliari. Poi mio fratello don Roberto mi offrì di mandarmi il coro delle mamme di Chirignago a cantarmi la messa in cimitero. Infine scoprii suor Teresa che stava trescando per una cena fredda al “don Vecchi”, invitando tutti i residenti dei quattro Centri.

Feci finta di arrabbiarmi con tutti e per non rompere i rapporti e non mostrarmi ingrato mi proposi di offrire il gelato dopo la mia solita messa prefestiva del sabato, senza però avvisare nessuno per timore che anche i soliti assenti venissero per mostra o, peggio, per il gelato.

La cosa non rimase del tutto segreta, ma perlomeno molto contenuta, per cui “il quotidiano” non è diventato del tutto “straordinario”. Il giorno dopo però, quindi ieri mattina, ero convinto che alla messa delle dieci nella mia “cattedrale tra i cipressi” la cosa sarebbe passata inosservata. Invece, alla preghiera dei fedeli, il mio aiutante di campo, diacono ad honorem, il dottor Marco Doria, aggiunse una sua preghiera a quelle già preparate, ringraziando il Signore e domandandogli per me, in maniera un po’ “sfrontata”, altri sessant’anni di ministero sacerdotale. “Quello che è troppo è troppo!”. Presi la parola per chiedere al Signore di non ascoltare l’ultima parte della preghiera di Marco, il ragazzino quasi quarantenne conosciuto all’asilo parrocchiale di via Ca’ Rossa.

La “preghiera” finì per informare non tanto il Signore – che quelle cose le conosce bene – ma l’assemblea che gremiva la chiesa e ne era assolutamente ignara. Marco non aveva ancora terminato la preghiera con il consueto “Ascoltaci Signore”, che scoppiò uno scroscio fragoroso di battimani. Sapevo che la mia gente mi vuol bene, ma non fino a questo punto! Presi la parola per dire “grazie” e soggiunsi, commosso, che questo mio popolo della domenica è il più bel dono che il buon Dio mi possa fare. Augurerei a tutti i preti di avere ogni domenica gente così cara e così buona.

Beh! Le “nozze di diamante” mi hanno riempito il cuore di commozione e di consolazione. Non potevano essere più belle!

29.06.2014

La mosca bianca è la cocchiera

Ho già raccontato questo episodio, ma credo che non solo sia giusto quello che affermava la sapienza di Roma antica “che i vecchi hanno diritto di dimenticare”, ma – io aggiungo – hanno pure il diritto di ripetersi.

In forza di questa sentenza ripeto che un giorno che ero particolarmente amareggiato perché avevo l’impressione che i miei vecchi parrocchiani mi lasciassero solo e non mi dessero una mano nelle difficoltà, mio padre mi disse: «Non preoccuparti, su un centinaio di persone ce ne sono certamente due o tre che hanno la mania di lavorare; punta su quelle». Ed un altro amico sacerdote, quanto mai saggio, in un momento di sconforto che stavo passando, mi disse pure: «Non conosci due tre persone che stimi, che ti sembrano sagge e generose?». Al che, io risposi di si. Allora lui soggiunse: «Segui le loro tracce e vai avanti».

Mi pare d’essere arrivato anch’io alla certezza che in ogni categoria di persone ed in ogni tempo c’è sempre qualcuno che esce dal gruppo e testimonia con la sua vita l’onestà, la coerenza, l’impegno, lo spirito di servizio … . Queste persone spostano i paletti in avanti e affermano, con il loro esempio, che c’è pure chi fa meglio, salvando così la loro categoria e il loro tempo.

Pare che anche il buon Dio sia di questo parere. Successe quando Abramo, di fronte alla decisione del Signore di distruggere le città di Sodoma e Gomorra per i vizi che albergavano in quelle comunità, “contrattò” con Lui dicendo: “non salverai quella città se vi sono almeno cento giusti…? e procedette nel contrattare fino ad ottenere che il Signore avrebbe salvato le due città anche se vi fossero stati soltanto dieci giusti.

Applico il discorso ad uno studio che mi è capitato di leggere un paio di settimane fa e che presentava un prete che fu parroco di Zelarino intorno al settecento, Quel secolo è stato quanto mai deludente a livello di sacerdoti: ce n’erano una caterva, erano poco preparati, sempre a caccia di prebende per avere una vita agiata. Ebbene, in questo contesto assai deludente, questo parroco ha lasciato una testimonianza veramente luminosa affermando che i preti ricevono sì l’incarico dal vescovo, ma hanno il loro potere che deriva direttamente da Gesù perché è stato lui stesso a volere non solo gli apostoli, ma anche 72 discepoli. Ma soprattutto quest’uomo ebbe le idee così chiare sul dovere di rendere partecipi i poveri dei frutti del “beneficio” (ossia della rendita ecclesiastica) che leggendo quel saggio mi è parso di sentir parlare don Mazzolari o don Milani, tanto sono attuali e di una radicalità evangelica le sue convinzioni.

Il Signore non fa mai mancare in nessun tempo i suoi messaggeri e i suoi profeti; per salvarsi dalla desolazione e dalla mediocrità, basta cercarli, individuarli e seguire queste testimonianze anche se poche e non vincenti.

28.06.2014

“Le confessioni”

Più di una persona mi ha detto che sono musone e poco espansivo. Hanno perfettamente ragione: non amo le cerimonie e le conversazioni; me ne starei volentieri in un canto, la vita pubblica mi pesa. I miei familiari affermano che assomiglio a mia madre che era piuttosto riservata, mentre altri miei fratelli assomigliano a mio padre che era aperto, espansivo e chiacchierone. Qualche altra persona invece ha aggiunto che metto soggezione con il mio atteggiamento così schivo e taciturno, tanto che si guardano bene dal farmi delle osservazioni.

Forse, io penso, sono timido e che è rimasto tale nonostante abbia sempre fatto vita pubblica.

In realtà a me non capita quasi mai di guardare la gente dall’alto in basso, anzi spesso soffro di complessi di inferiorità e di certo non ho una buona opinione di me stesso. Mi vien da pensare che dipenda dal mio cipiglio esterno, chiuso e riservato se c’è poca gente che mi fa critiche apertamente. Forse saranno invece molte quelle fatte alle mie spalle.

Questi problemi mi hanno accompagnato una vita intera rendendo tutto più faticoso. Non mi sono mai mancate le soddisfazioni, le espressioni di riconoscenza e certi risultati che non posso negare, però il peso della vita pubblica, il dover affrontare problemi e situazioni che ero, e sono, portato a valutare superiori alle mie possibilità, sono rimasti sempre presenti nel mio animo e nella mia coscienza.

Per decenni ho sognato e pensato alla pensione come all’approdo ad una vita senza queste preoccupazioni. Invece essa s’è rivelata un aggravante, perché il venir meno delle forze mi fa apparire ancor più gravi gli ostacoli.

Quante e quante volte mi sono rifugiato nella frase di sant’Agostino, il grande e saggio uomo di Dio, l’autore della “Città di Dio” e delle “Confessioni”, opere semplicemente sublimi, quando afferma: “E’ inquieto, Signore, il nostro cuore finché non riposerà in Te”. Oggi l’approdo all’isola felice che, sola, può liberarmi dalla “fatica del vivere” e che mi apre un varco di luce e di speranza sul domani, rimane la “casa del Padre” e “la Terra promessa”.

Gli ebrei ci misero quarant’anni per raggiungerla, mentre io, anche dopo gli ottanta, sono ancora in cammino.

27.06.2014

“Piccolo mondo antico”

Mi è capitato tanto spesso di citare il bel romanzo di Antonio Fogazzaro “Piccolo mondo antico” perché l’evoluzione oggi è così rapida per cui capita spesso di rimpiangere o di aver nostalgia di quel mondo che ci era più familiare.

I tempi nuovi mettono sempre un po’ di preoccupazione, anche se da un punto di vista razionale li accettiamo lucidamente. Per noi anziani provare nostalgia, rimpianto, preoccuparsi per le cose nuove mi pare sia quasi fisiologico a motivo dell’età. Quello che oggi cambia in dieci anni di vita un tempo avveniva forse in un secolo. A volte il passato ci sembra migliore del presente solo perché è passato e non pesa e non preoccupa più. Se uno si apparta, non segue le vicende della vita e si attarda per crogiolarsi nel suo passato, allora il distacco e l’incomprensione diventano veramente notevoli, forse insuperabili.

Qualche tempo fa ho incontrato per caso un giovane prete ortodosso che è stato incaricato dal suo vescovo di assistere religiosamente i numerosi moldavi che arrivano a Mestre. Mi confidava la necessità di trovare un capannone a costi modesti ove riunire e catechizzare i membri della sua Chiesa. Mi è parso legittimo e doveroso fare un appello su “L’Incontro”, ora che sono moltissimi i capannoni vuoti, per trovare qualcuno che facesse quest’opera buona. Purtroppo finora il mio appello è caduto nel vuoto e nessuno ha risposto. Ritenterò!

Sennonché una nonnetta di Favaro che mi dice di leggere volentieri il periodico, mi telefonò in un momento per me infelice perché ero occupato, per dirmi il solito discorso: «Non le pare che questi stranieri portino via il lavoro ai nostri giovani, mettano in pericolo la nostra religione, che un po’ alla volta comandino loro?». E via di seguito con questi discorsi che assomigliano alla “favola del sior Intento”.

Ho cercato di parlarle del “Villaggio Globale”, del fenomeno epocale inarrestabile, che poi non è vero che i delinquenti e i cattivi sono soltanto loro, che bisogna che ci abituiamo a questo meticciato, che nessuno può farci niente perché così va la storia. Questo è il mondo e la vita, quindi bisogna che conviviamo cogliendo il meglio di questa situazione.
Niente da fare! Lei ritornava come un disco rotto sulle sue argomentazioni!

Vorrei, una volta per tutte, dire ai miei coetanei che il nostro “piccolo mondo antico” se n’è andato, è tramontato per sempre. Se vogliamo vivere dobbiamo accettare questa realtà e viverla al meglio.

Al “don Vecchi” ho ogni giorno la sensazione di essere all’interno di una casba. Non tutto è bello, anzi faccio fatica ad accettare comportamenti del mondo islamico arretrato e chiuso, però questo è il problema che dobbiamo risolvere anche se difficile e ingarbugliato.

Forse con la pazienza e la buona volontà ci riusciremo presto e meglio.

26.06.2014

Le bandiere

I miei viaggi – non molti in verità – sono sempre stati strettamente legati al mio impegno di ordine pastorale.

L’uscita più significativa, a questo riguardo, l’ho fatta una quarantina di anni fa, assieme a monsignor Vecchi che era sempre alla ricerca delle esperienze pastorali che si stavano facendo in quel tempo in Europa. Il viaggio, su un’automobile prestata da Coin, ha toccato la Svizzera, la Francia, l’Olanda e la Germania. In una decina di giorni visitammo parrocchie, incontrammo molti preti e ci accertammo del loro piano liturgico, di catechesi e della carità per renderci conto di quali fossero le esperienze e i nuovi obiettivi di un contesto parrocchiale così variegato in quel momento in cui la contestazione aveva messo a soqquadro tutto ciò che verteva sulla pastorale.

Credo di poter affermare, con tranquilla coscienza, che il viaggio fu molto proficuo e che l’indirizzo pastorale del dopo contestazione nella nostra parrocchia è stato quanto mai positivo, tanto che sulle macerie della vecchia impostazione pastorale nacque una serie di iniziative di avanguardia che s’imposero all’attenzione anche di altre diocesi su quanto andavamo facendo nella parrocchia che ora è denominata come quella del Duomo.

Di questa esperienza ho riportato un aspetto del tutto marginale, che però ancor oggi mi ha spinto a fare un piccolo dono al Centro don Vecchi degli Arzeroni.

La Svizzera mi sorprese per la sua festa di bandiere poste ovunque a simbolo della nazione e dei suoi Cantoni. In Francia le bandiere le ho incontrate persino all’interno delle chiese – cosa che in questo Paese non mi sorprese più di tanto perché è proverbiale il senso patriottico della Chiesa francese. Pure in Olanda e nei paesi dell’Austria mi accorsi dell’abitudine di esporre abbondantemente le bandiere.

Questa tradizione mi diede un senso di festa, di comunità e di appartenenza, tanto che col passare del tempo e avendo la possibilità di poter decidere io, piantai a Carpenedo un pennone in patronato, un altro alla Malga dei Faggi, su cui issai un gonfalone della “libera repubblica di Carpenedo” – inventato naturalmente – rifacendomi a quello assai più noto di San Marco.

Per l’inaugurazione del “don Vecchi” degli Arzeroni il consigliere della Fondazione, il signor Rivola, imbandierò la nuova struttura dando la sensazione di qualcosa di vivo e quasi segno di orgoglio. Questo ha fatto riaffiorare dal fondo del mio animo un po’ di quel sentimentalismo che non ho mai perso totalmente, spingendomi ad offrire tre pennoni con le relative bandiere d’Italia, di San Marco e dell’Europa, sperando che l’ininterrotta fila di automobili che passa di fianco al Centro si accorga che anche in questo lembo di terra destinato agli anziani c’è un segno visibile della civiltà e della solidarietà della nostra gente.

25.06.2014

Il beato angelico!

A modo mio, e con risultati men che modesti, sto conducendo una mia “guerra di liberazione”. Non sogno neppure che essa superi i confini della mia coscienza, mi sarebbe sufficiente ottenere una vittoria anche solamente interiore.

Vengo al motivo di questo mio discorso confidenziale e un po’ strano. Io sono un appassionato raccoglitore di quadri, sia perché l’arte mi affascina, sia perché mi piace che le strutture che abbiamo destinato agli anziani più poveri e più soli della nostra città siano ingentilite ed arricchite dal genio e dalla poesia dei nostri pittori.

Gli amici che sanno di questa mia passione spesso mi donano qualche opera che per i motivi più diversi hanno deciso di espellere dalle loro case.

Qualche giorno fa un amico che si dedica agli sgomberi, mi ha portato un quadro che, a parer suo, è di Guttuso. In verità porta la firma di questo pittore celebre in Italia, ma non mi pare assolutamente certo che l’abbia dipinto lui. Il quadro sinceramente non mi piace, ma se fosse di Guttuso lo venderei per destinare il ricevuto a miglior causa.

Vengo quindi alla mia “guerra di liberazione” che ha per obiettivo liberare dalla valutazione del mercato, dalla speculazione e dall’affare le opere d’arte perché esse possano “vivere” solamente per la loro bellezza, la loro poesia e soprattutto per il loro messaggio.

Per questo motivo preferisco una copia di un’opera bella e riuscita che un brutto quadro nonostante valga molto a motivo del mercato, della notorietà dell’autore o delle stime interessate.

Ho un sacco di amici nel mondo dell’arte, ma finora, per i motivi più diversi, non sono riuscito a trovare un artista disposto a far “parlare” le pareti bianche del presbiterio della mia “cattedrale tra i cipressi” del camposanto di Mestre, anche nei momenti in cui non ci sono funzioni e quando la chiesa è aperta per accogliere i “cercatori solitari” di pace e di Dio.

Data questa lettura e concezione dell’arte, ho accolto con estremo entusiasmo e riconoscenza la proposta di alcuni miei amici carissimi che si sono offerti di regalarmi due quadri del famosissimo Angelico, il fraticello che si dice dipingesse stando in ginocchio per rispetto al “soggetto sacro” che aveva deciso di immortalare.

Non servirà più andare a Firenze per vedere e contemplare la dolcezza infinita di questo fraticello dall’anima candida che ha messo a disposizione la sua tavolozza e il suo genio per “leggere” i misteri della nostra fede. Spero che si faccia la coda per venire nella chiesa del cimitero a visitare le due opere di questo sommo artista. La loro riproduzione è talmente fedele che forse supera l’armonia e l’incanto dell’opera originale. I nostri quadri del Beato Angelico non corrono di certo il pericolo di essere rubati, perché a livello venale forse non costano niente però, pur essendo parenti poveri di quelli di Firenze, possono offrire tutto l’incanto delle opere della Galleria degli Uffizi, facendo la coda e pagando il biglietto per andare a vederle.

I miei due “Beato Angelico” infatti sono ormai già stati “liberati” dal mercato.

24.06.2014

L’uomo e la divisa

Una persona colta che mi onora della sua amicizia un paio di giorni fa mi ha donato un volumetto dell’Editore Bompiani con un titolo che ha stuzzicato immediatamente la mia attenzione: “Carlo Maria Martini – Umberto Eco. In che cosa crede chi non crede?”.

Io da sempre sono un uomo in ricerca. Le verità a cui sono approdato non mi bastano, e la coscienza mi costringe a verificarle ogni giorno, motivo per cui il dialogo epistolare tra il grande vescovo di Milano e Umberto Eco – che prima non sapevo fosse non credente – mi interessa quasi in maniera morbosa.

Umberto Eco l’ho conosciuto attraverso la lettura del suo grande romanzo “Il nome della rosa”, che si potrebbe definire un “giallo”, opera che mi ha interessato per la trama, ma soprattutto per la descrizione dotta e puntuale dei movimenti religiosi radicali presenti nella Chiesa al tempo di Francesco d’Assisi, pagine di storia che conoscevo poco.

Il cardinale Martini l’ho scoperto soprattutto dopo la sua morte. Di lui ho ammirato la cultura profonda, l’onestà intellettuale, la saggezza nel pazientare il ritardo della Chiesa nella storia e nell’accompagnarla, quasi paternamente, verso il suo aggiornamento.

Ho letto quasi per metà il volumetto scoprendo ancora una volta la mia modesta cultura e l’altrettanto modesta intelligenza. Eco e Martini sono due “grossissimi calibri”, per loro è normale “volare alto”, così che per me diventa difficile seguirli nei passaggi quanto mai difficili. Comunque per oggi mi soffermo su una battuta iniziale di Eco che mi stimola a riflettere su un antico problema per me non ancora risolto della nostra, pur avanzata, società.

Dice Eco, rivolgendosi a Martini: «Non mi ritenga irrispettoso se mi rivolgo a lei chiamandola per il nome che porta e senza riferimenti alla veste che indossa. Ci sono persone il cui capitale intellettuale è dato dal nome con cui firmano le loro idee e non dal titolo che è premesso a quel nome».

Questo atteggiamento che Martini, nella sua risposta, accetta cordialmente, sottolinea che il valore di un discorso non è ancorato al titolo, alla divisa o al posto che una persona occupa, ma al valore della persona e del pensiero che essa offre. Nel nostro mondo c’è ancora troppo spirito di sudditanza, di riverenza ai gradi che contrassegnano la divisa o la “sedia occupata”. Pure l’uomo di oggi pare non si sia ancora liberato dalla soggezione della divisa e dei ruoli e non si sia emancipato da un certo servilismo civile ed intellettuale. Ci ha provato la rivoluzione francese a spogliare le persone dalle “etichette superflue” chiamando tutti “cittadino”, come pure s’è cimentata quella russa chiamando tutti “compagno” e perfino quella cristiana chiamando tutti “fratello”.

Spero che prima o poi riusciamo a considerare ogni creatura “Persona”, non togliendo o aggiungendo qualcosa di fuorviante a motivo del titolo o del posto che occupa nella società, perché ognuno è quello che è e non quello che pretende o si illude di essere.

23.06.2014

L’intervista

Sono abbonato da molti anni a “Gente Veneta”, il settimanale della nostra diocesi. Mi abbono ogni anno a questo periodico non per dovere di categoria, ma per scelta personale perché è un periodico ben fatto, interessante e soprattutto perché sono quanto mai ammirato dal fatto che un gruppetto tanto minuscolo di giornalisti, che credo abbiano anche delle paghe molto modeste, riesca ad offrire alla città una lettura puntuale ed intelligente di ciò che di più importante avviene qui ogni settimana.

Se fossi chiamato a dare un voto alle varie realtà presenti nella nostra diocesi, metterei di certo al primo posto “Gente Veneta”. Lo trovo veramente un bel giornale. L’unico piccolo neo – ma può darsi che questo sia in realtà un pregio piuttosto che un difetto – è quello che lo trovo sempre “allineato”: mai una critica, seppur minima, ai personaggi che ufficialmente contano. A me, che ho la ferma convinzione che il “dissenso per amore” sia un dono piuttosto che una malagrazia, questo preoccupa un po’, comunque in un mondo che critica sempre tutti, può essere positivo questo atteggiamento rispettoso e attento a mettere in luce soprattutto il positivo della nostra realtà. Sono già tanti quelli che, giustamente o meno, la criticano.

Più di una volta ho sentito anch’io il bisogno di manifestare la mia ammirazione, stima e riconoscenza ai singoli giornalisti e a tutta la redazione del nostro periodico, forse l’unico scritto tutto in positivo, almeno per quello che riguarda le nostre cose. Detto questo, da parte di un criticone storico quale mi riconosco e soprattutto da uno che, magari in modo maldestro e inadeguato, tenta di usare la carta stampata per passare “la buona notizia”, vengo al motivo principale di questo mio intervento.

Nel numero 24 di metà giugno di Gente Veneta, mentre la nostra città è nell’occhio del ciclone per le malefatte di imprenditori, politici, amministratori pubblici e faccendieri, il nostro Patriarca s’è fatto intervistare dal nostro periodico. Spero di tutto cuore che la mia Chiesa non abbia “scheletri negli armadi” a motivo del Mose, anche se è già una colpa non partecipare adeguatamente alle vicende della nostra società e non denunciare per quieto vivere e per non aver noie gli abusi dei quali possiamo venire a conoscenza (e ai vertici, suppongo, che più che alla base si possano venire a conoscere le virtù e i vizi della nostra gente).

Il Patriarca tanto opportunamente ha ribadito che pure alle chiese di Venezia si pone il dovere di fare un serio esame di coscienza ed una verifica. Ho letto per ben due volte l’intervista, che seppur lunga ed articolata non scende per nulla nel concreto e nel dettaglio. Per ora mi basta. Spero che sia l’indicazione di una scelta e di una condotta che inviti i cristiani, sia come singoli che come comunità, a non limitarsi a stare alla finestra e a discettare sul sesso degli angeli, una scelta ove si costruisca il domani, ci si sporchi le mani e si collabori perché il messaggio diventi veramente lievito.

22.06.2014

“Il santino”

Ho scoperto che mia sorella Lucia, forse con la collaborazione da lei forzata di don Roberto, il più piccolo di noi sette fratelli, parroco a Chirignago da almeno 25 anni, sta trafficando di nascosto per far stampare una immaginetta per ricordare i miei sessant’anni di sacerdozio. Venutolo a sapere l’ho pregata di desistere da questa impresa disperata per ovvi motivi di costume.

Un tempo imperversavano questi “santini” con la figura della Madonna, di un santo o di qualcosa di sacro, che si stampavano per ricordare morti, prime comunioni e cresime, voti religiosi di frati e suore ed ordinazioni sacerdotali.

Gli uomini del nostro popolo, anche quelli meno praticanti, spesso avevano nel portafogli una immaginetta di sant’Antonio, di Padre Pio o della Madonna di Pompei. Le donne poi, specie quelle più devote, avevano i loro “libretti da messa” farciti di santini come i panini della McDonald’s. Anch’io, sessant’anni fa, come tutti, feci stampare un certo numero di “santini” per ricordare la mia ordinazione sacerdotale. Pensavo di averli distribuiti tutti in occasione della mia prima messa, invece, in occasione del mio trasferimento da Carpenedo al “don Vecchi”, come capita talvolta in queste occasioni, ne saltò fuori un bel pacchetto. La cosa mi fece piacere (credo che un pizzico di sentimentalismo o di amarcord alberghi nell’animo di ciascuno).

La mia immaginetta di ordinazione ora è abbastanza ingiallita. Da una parte porta la riproduzione della Madonna di Luini, un volto pio, dolce e delicato, quanto mai armonioso, con sotto la didascalia “Spes nostra”. Sul retro c’è un breve testo di san Paolo che, ricordo, composi cucendo assieme due frasi: “Vi scongiuro, o fratelli, per il Signor nostro Gesù Cristo e per la carità dello Spirito Santo, che mi aiutiate con le vostre preghiere affinché venga a voi per volontà di Dio nella gioia. Il Dio della pace sia con tutti voi”.

Ricordo ancora che a quel tempo volli far dire a san Paolo quello che avvertivo nel mio animo: la profonda consapevolezza del mio limite e della mia inadeguatezza, sentimento che mi ha accompagnato per tutti questi sessant’anni nonostante, per grazia di Dio, tutto non mi sia andato storto e l’auspicio di portare la gioia, nonostante il mio animo non fosse e non sia ancora estraneo alla solitudine e alla malinconia.

Al centro c’è il mio nome e, sul fondo: Venezia – San Marco 27.VI.1954 a.m. (anno mariano).

Quante volte in questi dieci anni ho rigirato tra le mani questa immaginetta che contiene, nel rettangolino di carta ingiallita, sessant’anni della mia vita di prete. Ogni tanto mi viene la tentazione di leggere nelle fibre della povera carta le vicende della mia vita; poi mi fermo perché ho quasi paura di rileggere il mio passato con la sensibilità che ho oggi.

Stamattina prendendo in mano una volta ancora quel rettangolino di carta vecchia, ormai consunta, ho desiderato che bruciandola, il Signore ne faccia sprizzare almeno una piccola fiammella di luce.

21.06.2014

“La carica dei 170”

Questa mattina, mentre tornavo dalla celebrazione della messa in cimitero, ho incrociato una fila infinita di ragazzini che percorrevano via Vallon per raggiungere qualche meta nelle propaggini della periferia della nostra città.

La prima sensazione alla vista di questi ragazzini, tutti con la maglietta rossa e lo zainetto in spalla, è stata quella di uno squadrone di “giubbe rosse” guidate da giovani ufficiali in perlustrazione della zona. Poi l’immagine si coniugò ben presto con un’informazione che don Gianni, il mio giovane successore come parroco a Carpenedo, mi aveva data qualche giorno prima, quando ancora funzionavano i baracconi della sagra. Le adesioni al grest (gruppo estivo, ossia una proposta di attività in tempo di vacanza), ammontavano quest’anno a ben 170 elementi tra ragazzi ed educatori.

Lo squadrone che ho incrociato stava dirigendosi verso il boschetto che l’antica “Società dei trecento campi” mi aveva messo a disposizione in fondo a via Vallon, concedendomelo con atto ufficiale come segno di riconoscenza quando uscii dalla parrocchia di Carpenedo. Per molti anni parve che la parrocchia non sapesse cosa farsene di quello spazio erboso popolato da alberi che ormai hanno raggiunto vent’anni di età. Una comunità viva poi ha capito quale risorsa potesse offrire quello spazio solitario raggiungibile in dieci minuti a piedi dalla parrocchia.

Mentre guardavo commosso e compiaciuto quella lunga fila di ragazzini festosi e felici che sognavano giorni di gioco ed avventura, il mio pensiero si spinse un po’ più avanti nel tempo: tra luglio e agosto altri 200 ragazzi scout della stessa comunità pianteranno le tende nei luoghi più diversi ma sempre belli delle nostre Alpi, e forse altrettanti soggiorneranno alla Malga dei Faggi nell’Agordino.

In questi giorni qualche anima bella mi ha fatto pervenire una busta piena di bollettini parrocchiali raccolti qua e là: una vera desolazione! Solo annunci di riduzione delle messe festive, di pausa per la stampa parrocchiale. Quando per i preti che seguono l’esempio di Papa Francesco, che rinuncia alle vacanze e continua a “lavorare”, i mesi estivi sono il periodo più propizio per “la grande semina” che darà frutti nei prossimi decenni. Quelle centinaia di ragazzi che vivranno assieme ad un testimone di Gesù i momenti più belli della vita, non potranno mai dimenticare il loro “don” e soprattutto il suo messaggio e la sua testimonianza.

La nuova evangelizzazione passa solamente per questa strada; le altre sono fabulazioni fasulle che non portano da nessuna parte.

17.06.2014

Le “vacanze” del Papa

Ieri, 15 giugno, il Gazzettino ha dedicato al fondo di una pagina interna la notizia che trascrivo integralmente. Posso capire che la stampa consideri di serie B o C una notizia del genere, ma per me, prete cristiano, questa è una notizia che metterei in prima pagina.

Il Papa, fino a pochi anni fa, era considerato non solamente il successore di San Pietro, ma pure un “sovrano”. L’apparato del Vaticano ha questa impronta. I Papi precedenti a Papa Francesco, in verità sempre in maniera più attenuata, comunque si sono adeguati a questo clima e a questa mentalità. Anche le belle figure di Papa Wojtyla e di Papa Ratzinger non si sono scrollate di dosso quel ruolo e, pur essendo dei santi pontefici, si sono inseriti nell’antica tradizione dello Stato Pontificio.

Papa Francesco, però, ha saltato decisamente il muro e nei mesi estivi rimane in Vaticano perché forse il mondo non comprenderebbe un pontefice che abitasse in una casa popolare della periferia di Roma. Comunque trascrivo la notizia perché penso sia bene che anche chi non legge il Gazzettino la conosca.

VATICANO – Bergoglio come l’anno scorso rinuncia alle ferie estive
Il Papa: sui poveri troppe parole e niente fatti
«Troppe parole, troppe parole, e non si fa niente: questo è un rischio» ha detto il Papa preoccupato. «Tante informazioni e statistiche sulle povertà e le tribolazioni umane», finiamo «spettatori informatissimi e disincarnati di queste realtà». Il rischio di parlare troppo e non fare niente «non è il vostro – dice Francesco ai 60 mila in Piazza San Pietro – voi delle Misericordie lavorate bene». Ai convenuti da tutta Italia per il raduno delle Misericordie e dei gruppi Fratres di donatori di sangue, papa Francesco ha offerto vicinanza e attenzione e un discorso teso a incoraggiare la imitazione di Gesù nell’atteggiamento verso i sofferenti. Ha ricordato che misericordia viene dal latino «miseris cor dare», cioè «dare il cuore ai miseri».
Malgrado gli episodi recenti di affaticamento che lo hanno costretto ad annullare vari impegni, come nel 2013 Bergoglio rinuncerà quest’anno al tradizionale periodo di ferie – Wojtyla e Ratzinger soggiornarono in Cadore, Val d’Aosta e Alto Adige – e alla trasferta estiva nella residenza papale di Castelgandolfo ora aperta al pubblico per le visite ai giardini pontifici. Bergoglio terrà regolarmente la preghiera dell’Angelus tutte le domeniche dal Palazzo apostolico, eccetto durante il viaggio in Corea del Sud -13-18 agosto – per la Giornata della Gioventù asiatica. A Ferragosto, dunque, non ci sarà la messa dell’Assunta a Castel Gandolfo.

Vi aggiungo poi un appunto per giustificare il mio interesse quasi morboso a questa notizia. Eccovi la vicenda: parecchi anni fa il Gazzettino, a proposito dei quindici giorni di vacanza del Papa in Cadore o in Val d’Aosta, scrisse che, tutto sommato, venivano a costare venti milioni. In una pagina di diario scrissi pressappoco “Caro Papa, ritengo non sia lecito accettare vacanze del genere quando c’è un mondo di poveri che muore di fame”. Non l’avessi mai fatto! Si scatenò un putiferio di commenti, pro e contro, ne scrisse perfino “Le monde”.

Sono venuto a sapere dopo che la segreteria di Stato tempestò di telefonate la curia di Treviso, e penso anche di Venezia, per sapere cosa ci fosse dietro questa reazione della stampa. Il Patriarca Scola non mi disse una parola, ma mi riservò un comportamento gelido e all’inaugurazione del “don Vecchi” di Marghera disse: «Don Armando parla poco, ma scrive troppo». I miei colleghi più “importanti” presero le distanze.

Cosa capita ora? Il Papa attuale non solo rinuncia alle vacanze in Cadore, ma pure a quelle a Castelgandolfo! Finora però nessuno mi ha detto “avevi ragione”. Così va la vita anche tra i preti.

16.06.2014

I semi del bene

Proprio ieri, in occasione di quella che ho reputato essere una mia giusta e doverosa reazione alla partigianeria, al malcostume e all’immoralità con le quali abbastanza frequentemente i giornalisti, anche della stampa cosiddetta indipendente, trattano le notizie, per non soffermarmi poi su quella “schierata”, che è ancora tanto peggio; proprio ieri, dicevo, raccontai che al mattino mi alzo presto e tento di mettermi a posto col buon Dio, recitando il breviario.

I cosiddetti “vicini” probabilmente hanno una qualche dimestichezza col breviario, perché in certe parrocchie più impegnate vi sono pur minuscoli gruppetti di fedeli che al mattino recitano “le lodi” e alla sera “i vesperi”, parti della preghiera ufficiale che la Chiesa richiede a tutti i sacerdoti; ma la gran parte dei cittadini ha ben poca dimestichezza con queste cose.

La recita del breviario ci viene dal mondo monastico, ora pressoché scomparso o comunque ridotto ai minimi termini. Questo mondo orante ritmava l’intera giornata, dal primo mattino con la recita del “mattutino”, alla sera avanzata con la recita della “compieta”. I preti in verità, a motivo dei tanti impegni, “massacrano” questa preghiera. Il breviario dovrebbe essere spalmato lungo l’intera giornata, mentre io, ad esempio, lo recito tutto di primo mattino chiedendo al mio angelo custode di mandare in cielo la mia preghiera nei giusti tempi fissati. Ci saranno pure dei preti più pii e tranquilli che pigliano la vita con calma e perciò osservano i tempi fissati, mentre io, soprattutto da quando ho sentito che soltanto il 15 per cento dei preti recita ancora il breviario, mi sento ancor più giustificato.

Confesso che il mio rapporto con questa preghiera ufficiale non è proprio idilliaco, come i santi preti dicono che debba essere, perché essendo essa costituita quasi tutta da salmi dell’Antico Testamento e da brani di padri della Chiesa dei secoli lontani, vi sono discorsi che non quadrano affatto con la mia sensibilità e penso pure col pensiero del buon Dio. Allora me la cavo chiedendo al Signore che colga la mia buona volontà piuttosto che certe richieste che questi salmi di quel popolo ebraico che si crede fin troppo eletto, mi “costringono” a dire.

Per fortuna ogni tanto mi imbatto in qualche pensiero che mi riempie l’animo di dolcezza o di speranza, per cui continuo la recita, però il mio cuore non cessa di assaporare questi bei messaggi o verità, tanto che come un musicista il mio animo continua a “fare variazioni sul tema”. L’altro ieri, ad esempio, ho incontrato una preghiera che mi ha sollecitato a domandare al Signore: «O Dio, fa germogliare i germi di bene che seminerò sui solchi delle ore di questo giorno». M’è parso di aver scoperto una perla preziosa! Tanto da sentirmi impegnato a spargere a larghe mani queste sementi di bene nel cuore delle persone che incontro sul mio cammino.

Per i mistici e gli asceti tutto ciò non sarà molto, ma per me questa scoperta è più che sufficiente per ripagarmi delle tante parole che ho detto a Dio senza quasi averci pensato e anzi ho pronunciato poco convinto.

15.06.2014