Le bandiere

I miei viaggi – non molti in verità – sono sempre stati strettamente legati al mio impegno di ordine pastorale.

L’uscita più significativa, a questo riguardo, l’ho fatta una quarantina di anni fa, assieme a monsignor Vecchi che era sempre alla ricerca delle esperienze pastorali che si stavano facendo in quel tempo in Europa. Il viaggio, su un’automobile prestata da Coin, ha toccato la Svizzera, la Francia, l’Olanda e la Germania. In una decina di giorni visitammo parrocchie, incontrammo molti preti e ci accertammo del loro piano liturgico, di catechesi e della carità per renderci conto di quali fossero le esperienze e i nuovi obiettivi di un contesto parrocchiale così variegato in quel momento in cui la contestazione aveva messo a soqquadro tutto ciò che verteva sulla pastorale.

Credo di poter affermare, con tranquilla coscienza, che il viaggio fu molto proficuo e che l’indirizzo pastorale del dopo contestazione nella nostra parrocchia è stato quanto mai positivo, tanto che sulle macerie della vecchia impostazione pastorale nacque una serie di iniziative di avanguardia che s’imposero all’attenzione anche di altre diocesi su quanto andavamo facendo nella parrocchia che ora è denominata come quella del Duomo.

Di questa esperienza ho riportato un aspetto del tutto marginale, che però ancor oggi mi ha spinto a fare un piccolo dono al Centro don Vecchi degli Arzeroni.

La Svizzera mi sorprese per la sua festa di bandiere poste ovunque a simbolo della nazione e dei suoi Cantoni. In Francia le bandiere le ho incontrate persino all’interno delle chiese – cosa che in questo Paese non mi sorprese più di tanto perché è proverbiale il senso patriottico della Chiesa francese. Pure in Olanda e nei paesi dell’Austria mi accorsi dell’abitudine di esporre abbondantemente le bandiere.

Questa tradizione mi diede un senso di festa, di comunità e di appartenenza, tanto che col passare del tempo e avendo la possibilità di poter decidere io, piantai a Carpenedo un pennone in patronato, un altro alla Malga dei Faggi, su cui issai un gonfalone della “libera repubblica di Carpenedo” – inventato naturalmente – rifacendomi a quello assai più noto di San Marco.

Per l’inaugurazione del “don Vecchi” degli Arzeroni il consigliere della Fondazione, il signor Rivola, imbandierò la nuova struttura dando la sensazione di qualcosa di vivo e quasi segno di orgoglio. Questo ha fatto riaffiorare dal fondo del mio animo un po’ di quel sentimentalismo che non ho mai perso totalmente, spingendomi ad offrire tre pennoni con le relative bandiere d’Italia, di San Marco e dell’Europa, sperando che l’ininterrotta fila di automobili che passa di fianco al Centro si accorga che anche in questo lembo di terra destinato agli anziani c’è un segno visibile della civiltà e della solidarietà della nostra gente.

25.06.2014

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