I famigli

Monsignor Cè m’è parso sempre sorpreso e ammirato dal numero di volontari che ho sempre avuto accanto durante tutte le mie “imprese” del passato più o meno lontano, ma pure del presente. Io sono perfettamente conscio di questo dono del Cielo, anche se il mio volontariato assomiglia all’esercito di Brancaleone: disordinato, irrequieto e poco disciplinato, che ha creato spesso parecchie noie.

Ho sempre pensato che le difficoltà che questi volontari difficilmente governabili mi han creato, dipendessero dal fatto che nel reclutamento non sono mai andato per il sottile, non ho avuto mai uffici filtro, non ho mai fatto ricerche sulla fede e sulla moralità, sui comportamenti, sperando sempre che la mia testimonianza e quella dei miei diretti collaboratori avesse potuto incidere sulla loro coscienza e farne dei volontari motivati e generosi.

Il vecchio patriarca Cè, che di certo non conosceva i limiti e le magagne di quel gruppo assai consistente ma non troppo qualificato sia come efficienza che, soprattutto, come motivazione interiore, un giorno mi buttò là una proposta, probabilmente sotto una spinta emotiva piuttosto che di una motivazione ben ponderata: «Perché, don Armando, non dà vita ad una congregazione religiosa?». Il discorso non ebbe evidentemente seguito, non solo perché mancavano assolutamente i presupposti, ma anche perché io ero e sono lontano mille miglia da un’avventura del genere. Confesso però che ho sempre sognato di avere, come avviene spesso in certi conventi di frati, un gruppetto seppur minuscolo di persone che condividano l’avventura mettendone a disposizione tutto il proprio tempo e le proprie risorse umane. Non mi riferisco con ciò ai frati conversi, quelli che un tempo erano destinati alla questua o alla cura del brolo e della sagrestia, ma a quei “famigli” non pagati, che tutto sommato condividevano la vita dei frati, dal desco alla casa.

Finora il progetto m’è riuscito in parte: c’è Carlo, non troppo devoto ma sempre disponibile a tutto, almeno fin quando “dio Bacco” non lo tenta; ora c’è pure Giorgio, più lucido, determinato e specialmente con una lunga esperienza di convento alle spalle, che promette assai bene se la sua scelta diventerà definitiva; c’è poi un numeretto di persone, pur questo molto limitato, che mi pare condivida la causa e sia disponibile a far un po’ di tutto quando c’è necessità.

Mi auguro che questi “discepoli” o “frati conversi” aumentino e che il “don Vecchi” non debba essere condizionato dagli “assunti ufficiali” che quasi sempre si rifanno alle regole o ai privilegi sindacali e che non riescono a vedere nella Fondazione un qualcosa di più e di diverso di un’azienda qualunque.

Per ora ringrazio il Signore e lo prego perché cresca il numero e la qualità in maniera tale che ci sia sempre chi crede che valga la pena di spendere la vita per gli anziani.

26.07.2014

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